RITROVARE UN AMICO (Testo pubblicato in AA. VV., Mutenye, un luogo dello spirito, Ed. Odadrek, 2002) Erano quasi tre anni che non andavo al Mutenye. Un po' mi sentivo in colpa. Difficile spiegare a Sante, come a chiunque, che con la mia città ho un rapporto complicato. Bolognese di nascita e di residenza abituale, è molto raro che io vada in centro di giorno; figuriamoci alla sera. Preferisco incontrare gli amici in baretti dell'estrema periferia, oppure rimanermene in casa. Se obbligato, prendo autobus che transitano per le circonvallazioni, e raggiungo il centro dopo avere scelto la traiettoria più breve e lineare, tale da consentirmi un rapido ritorno alla base. Dei miei antichi punti di riferimento (non solo il Mutenye, ma la libreria Mondo Bizzarro, le Feltrinelli, l'Onagro, per non parlare di via Zamboni e della zona universitaria) non ne è rimasto praticamente nessuno. Non è sempre stato così, e non è così dovunque vada: molti quartieri di Roma, di Milano e di diverse capitali estere li conosco a menadito, nel loro aspetto sia diurno che notturno. Solo Bologna provoca in me una così radicale spinta al rigetto (periferia a parte), accompagnata dal rifiuto a comparire, salvo rare eccezioni, in occasioni pubbliche riguardanti la mia attività. Ciò non deriva da odio, ma semmai da un eccesso d'amore mescolato all'odio. Cercherò di spiegarmi. La Bologna che mi piaceva era quella degli anni '70 e '80. Taccagna come adesso, bottegaia come adesso, egoista come adesso, compiaciuta della propria falsa bonomia. Come adesso conservatrice nell'anima, anche se allora amava fingersi progressista. Esistevano però anticorpi. Uno soprattutto: una popolazione universitaria che costituiva circa un quinto della cittadinanza. Massa indisciplinata e indisciplinabile, in larga misura composta di fuorisede impegnati in una continua battaglia per la sopravvivenza. Su due fronti: da un lato quello dei padroni di casa, dediti a uno sfruttamento spudorato degli studenti, letteralmente derubati per ottenere in affitto un angolo di stanza in cui dormire; d'altro lato quello di una politica municipale ottusa e occhiuta, tendente a considerare la massa studentesca come un corpo estraneo alla città, da sorvegliare e punire. Sebbene angariato e represso, il corpo degli studenti fuorisede ha continuato a produrre ribellione e cultura non allineata almeno fino agli inizi degli anni '90, con la cosiddetta Pantera. E anche a produrre "società". E' in quell'humus che sono nate e hanno prosperato quasi tutte le osterie di via del Pratello; che è stata colonizzata in senso underground via Avesella, che sono sorti i centri sociali e quelli ricreativi (come il Canalone e Ca' de' Mandorli). Prima ancora, lo stesso sostrato ha prodotto l'indimenticabile '77 bolognese, violento, allegro e passionale più che in qualsiasi altra città. Era quella la Bologna che amavo e in cui mi muovevo con spensierata disinvoltura. Poi tutto questo è finito, e il grigiore è dilagato, salvo sporadiche isole di resistenza. Ciò in sintonia con tendenze operanti a livello nazionale, o addirittura internazionale; ma a Bologna lo strappo è stato particolarmente doloroso, almeno ai miei occhi. Vedere gli studenti (non parlo di tutti, sia chiaro) farsi conformisti e disciplinati, aderire ai canali istituzionali del dissenso, o non dissentire affatto, è stato per me uno spettacolo difficile da sopportare. Avevo tradito le mie radici locali per mischiarmi a gente scomoda e rissosa, dalle provenienze più disparate. Persa questa affiliazione non potevo più tornare alla base. Ho preferito l'isolamento. Per fortuna, negli anni della transizione tra la Bologna viva e la Bologna morta, è giunto da queste parti un uomo straordinario: Sante Notarnicola. Legame vivente tra generazioni fuori dagli schemi, simbolo di dignità personale e di memoria alternativa. Sulle prime, lo confesso, l'ho guardato con una certa diffidenza, e ho ritardato il momento della conoscenza reciproca, malgrado le insistenze di amici comuni. Poi, d'improvviso, il colpo di fulmine. Al primo colloquio (avvenuto, se ben ricordo, poco prima dell'apertura del Mutenye) ho riconosciuto in lui la sintesi della gente che piace a me. Basta guardarlo negli occhi: non solo onestà profonda, ma nobiltà e generosità d'animo. Basta ascoltarlo: saggezza e intelligenza, condite da una vena schiettamente popolare. Una sera, uscendo dal Mutenye, confessai agli amici che un po' mi rammaricavo di non essere rimasto vittima della repressione selvaggia degli anni '80. Se fossi finito in cella con uno come Sante, sarebbe stata un'esperienza di vita impagabile. Motivi vari, a parte quelli che ho elencato, mi hanno tenuto lontano dal Mutenye. Quando ci ho rimesso piede, il locale mi è sembrato essere cambiato poco, ma la clientela parecchio. Tuttavia, cosa davvero importante, Sante (non cito i suoi collaboratori, che stimo altrettanto ma che conosco meno) era lì, curvo su un libro. Piccola figura luminosa, che emana calore anche a distanza. Allora mi sono accorto del mio errore, e ho capito quanto mi fosse mancato Sante durante il lungo intervallo. Si ha bisogno di gente come lui, se si continua a considerare la coerenza personale come il più alto dei valori. Si ha bisogno di gente che, con la luce dell'esempio, ti ricordi cosa siano coraggio, integrità e anticonformismo. Bologna è diventata una città di merda, ma il Mutenye no. Ci tornerò il più spesso possibile.