NEL NOME DI ISHMAEL (Recensione a G. Genna, Nel Nome di Ishmael, Ed. Mondadori, apparsa su La Sicilia - Stilos, 2002) Esistono libri che patiscono le conseguenze di un lancio editoriale paurosamente sbagliato. Nel nome di Ishmael, di Giuseppe Genna, ne è un esempio da manuale. Presentato come un thriller, inserito in una collana di romanzi teoricamente destinati a un grande successo commerciale, è stato subito dopo abbandonato a se stesso, senza una promozione adeguata a farne anche solo intuire al potenziale acquirente il vero contenuto. Peccato, perché è un libro non solo bello, ma importante. Il precedente romanzo di Genna, Catrame (di recente ripubblicato negli Oscar, dopo una prima apparizione nei Gialli Mondadori), aveva già offerto un saggio delle capacità dell'autore, però non evadeva dai confini del noir. Sorprendente invece il libro successivo, Assalto a un mondo devastato e vile (Pequod, 2001). Non un romanzo, questa volta, bensì un accatastarsi di brevi racconti, di materiale saggistico, di riflessioni filosofiche, fino a comporre un quadro generazionale impietoso, sospeso tra angoscia e sarcasmo. Forse il testo più incisivo, tra tutti quelli che hanno cercato di descrivere comportamenti e ambienti di chi, oggi, ha da poco superato la trentina. Sia Catrame che Assalto in fondo preparavano la strada a questo Nel nome di Ishmael, che del noir ha le forme e del saggio lo spessore. Libro monstre, per dimensioni e densità, capace di sfidare ogni semplicistica classificazione, e destinato a vivere ben oltre l'effimera fiammata di un bestseller. La trama in sé è tra il poliziesco e lo spionistico. A quarant'anni di distanza l'uno dall'altro due poliziotti, diversissimi per temperamento e stoffa morale, si trovano a indagare su altrettanti delitti. L'ispettore Davide Montorsi, che agisce nel 1962, passa da un caso ordinario a uno straordinario, rappresentato dall'assassinio in volo di Enrico Mattei. L'ispettore Guido Lopez, operante nel 2001, si trova invece sbalzato da un'inchiesta su un delitto pedofilo a una vischiosa trama internazionale, che vede implicati Henry Kissinger e altri potenti. Entrambi finiscono sulle tracce di Ishmael: figura inafferrabile che corrompe, inquina, seduce, ordisce e, dall'ombra in cui si tiene (ma di cui forse è fatto), ordina delitti di un'atrocità terrificante. Non si tarda a comprendere che Ishmael, a suo agio sullo scacchiere internazionale, è ben più di una mente votata al delitto: è piuttosto un sordido e onnipotente demiurgo che tiene nelle proprie mani gli snodi delle vicende umane. Genna si associa così, come già aveva fatto nelle pagine più belle di Assalto, a quegli autori, soprattutto americani (ma all'origine ci sono forse Pauwels e Bergier), che all'assenza o alla crisi delle filosofie della storia ne hanno sostituita un'altra, fondata su trame segrete decifrabili solo se si è votati alla paranoia, eretta al rango di chiave interpretativa. Ma lo fa con Neal Stephenson in una mano e Plotino nell'altra. Ishmael è in fondo una porta che dà accesso a una diversa realtà, fatta di idee, di simboli e di archetipi; salvo scoprire, o almeno sospettare, che essa coincide con quella materiale, di cui rappresenta l'impalcatura e l'unica parte solida. Altro che thriller, foss'anche metafisico (come recita lo strillo di copertina)! Il testo di Genna è ricerca, stimolo, proposta: il brogliaccio di un nuovo Corpus Hermeticum ancora tutto da scrivere. Ma, en passant, l'autore fa di più: compone il primo noir italiano realmente nerissimo (di solito, da noi è invalsa la consuetudine di chiamare noir degli onesti polizieschi alla Simenon, magari bellissimi ma nell'anima consolatorii); scrive il primo romanzo italiano definibile come Avant-Pop; impartisce a ogni pagina lezioni di stile. Non che manchino lungaggini e imperfezioni, ma, per esempio, le pagine dedicate a Kissinger o a Mattei sono da antologia. Certi giri di frase, certe descrizioni, verrebbe voglia di appuntarsele su un quadernetto, da usare magari in scuole di scrittura. Senza contare che la forza delirante dell'intera vicenda supera la capacità visionarie della maggior parte degli autori nostrani. Nel nome di Ishmael difficilmente sarà un bestseller, in Italia, come avrebbe forse voluto l'editore prima che lo slancio commerciale lo abbandonasse. Rimarrà però come un fardello ingombrante e molto inquietante sulla via tortuosa della nostra attuale narrativa. Sarà dimenticato e riletto, perduto e riscoperto. Perché così vuole Ishmael, cui tutti dobbiamo obbedienza.