LUCI E OMBRE SU GALASSIA (Celebrazione Casa Editrice La Tribuna, 2000) Scoprii Galassia per caso, nell'edicola di una cittadina marchigiana, quando avevo appena compiuto tredici anni. Il fascicolo recava il n. 55 e conteneva il romanzo di Harry Harrison "La fine della paura": storia di una spaventosa epidemia collegata al rientro sulla terra di una navicella spaziale. Lo trovai un romanzo straordinariamente appassionante, ben costruito, intelligente. Mi piacque anche leggerlo su una pubblicazione esteticamente tanto diversa da Urania: lettere grandi, carta grossa, assenza di colonne, salvo che nelle rubriche. Un vero e proprio volumetto. Rimasi molto colpito dalla copertina: non si capiva bene cosa rappresentasse, ma era fatta per inquietare. Come se ciò non bastasse, c'era una lunga presentazione dell'autore, nonché una ricca sezione con articoli, fumetti, racconti e corrispondenza con i lettori. Erano gli articoli e la posta il fatto per me davvero nuovo (non conoscevo ancora Gamma, che avrei scoperto di lì a qualche mese). Leggevo Urania da quasi tre anni, ma mai vi avevo trovato una notizia qualsiasi sugli autori dei romanzi che vi apparivano. Solo poche righe che riassumevano la trama del romanzo presentato. Quanto alle curiosità dei lettori, non vi trovavano mai espressione, nemmeno indiretta. Lo stesso poteva dirsi per I Romanzi del Cosmo, altra collana che divoravo sebbene trovassi quasi sempre pessime le opere presentate. Proprio I Romanzi del Cosmo mi avevano convinto che fuori di Urania non vi fosse salvezza. Pensavo che le opere di qualità le appartenessero in esclusiva, e che alla concorrenza non finissero che gli scarti. L'impatto positivo con Harry Harrison mi spinse a cercare sulle bancarelle tutti i Galassia che riuscii a trovare. Venni così a sapere dell'esistenza di scrittori che non conoscevo proprio: Lester Del Rey, per esempio, o John Brunner. Lessi alcuni dei migliori romanzi di Philip K. Dick, mentre Urania mi aveva proposto opere in media molto più deboli. Intrecciai passioni fugaci (quella per Louis Charbonneau, per esempio) e altre invece più durature (Harry Harrison, il primo amore, rimase a lungo tra i miei prediletti). Insomma, Galassia, che continuai a leggere per anni, ebbe il merito di arricchire enormemente la mia familiarità con la migliore science fiction. L'unica simpatia che non riuscì mai a suscitare in me fu quella per gli autori italiani. Anche quella fu una piccola scoperta (non tanto piccola, a ben pensarci). Urania di italiani non ne pubblicava, e a quei tempi non sapevo che molti Romanzi del Cosmo che mi capitavano tra le mani erano di produzione nazionale. Galassia, invece, ne proponeva, e col tempo lo fece sempre più spesso. Devo essere sincero: l'unico che mi piacque davvero tanto fu "L'odissea di Alan Hardy" di Ugo Malaguti. Più tardi, dopo congrua maturazione, apprezzai molto "Dove stiamo volando" di Vittorio Curtoni e, su tutt'altro piano, "Amazon" di Gianluigi Zuddas. Tutto il resto mi lasciò indifferente ("L'eternità e i mostri" di Catani l'ho letto solo quattro o cinque anni or sono). Va tenuto presente che ero un ragazzo e che cercavo essenzialmente storie avvincenti fin dalla prima pagina. Non avevo, comunque, preclusioni verso i cognomi italiani: adoravo i racconti proposti dall'acerrima rivale di Galassia, Gamma, e specialmente quelli a firma di Sergio Turone. I romanzi comparsi su Galassia, con le eccezioni citate, non mi piacevano e basta. Le antologie, poi, mi piacquero ancor meno, sia pure se per motivi in larga misura extraletterari. Ma non fu questo che attenuò negli anni la mia simpatia per la rivista. Fu in primo luogo la modifica del formato e della grafica. Elemento effimero, ma che pure ha il suo peso. Avevo iniziato con un volumetto, ma pian piano mi trovai tra le mani fascicoli sempre più sottili, mentre i caratteri si rimpicciolivano fino all'assurdo. Scomparvero persino le grazie, a favore di una specie di Helvetica privo di qualsiasi eleganza, più adatto al foglio informativo di un medicinale che a un libro. Simultaneamente le copertine che conoscevo, molto astratte ma molto raffinate, furono sostituite da disegni orripilanti (sfido chiunque a guardare senza trasalire l'illustrazione del n. 215, "Il gioco del leone" di James H. Schmitz). Troppo per i miei gusti estetici. Ma ci fu un altro elemento che consolidò il mio disamore, e cioè la parte "critica" della rivista. Questa cambiò nel tempo e a seconda delle gestioni. Vi furono periodi in cui era onestamente informativa e niente più; altri in cui faceva spreco di aggettivi reboanti uniformemente encomiastici; altri ancora in cui si avvicinava alla raffinatezza che la sorellastra sfortunata, Gamma, aveva saputo raggiungere. Se ricordo bene, il meglio, da questo punto di vista, si ebbe proprio quando la veste grafica subì una caduta rovinosa (con editoriali e articoli, ahimè, scritti a caratteri ancor più piccini di quelli del testo: quasi un invito a non leggerli). Ma ciò che mi riuscì del tutto inaccettabile, se non sotto il profilo del mero divertimento, fu la fase non tanto breve degli editoriali e degli articoli paranoici. In ogni introduzione a Galassia si alludeva a oscure manovre nei suoi riguardi, ci si lamentava di attacchi ingiustificati da parte di nemici che non venivano mai nominati, si chiamavano a raccolta i lettori per una guerra combattuta contro le ombre. In sostanza, Galassia pubblicava capolavori immortali, gli "altri" (termine tanto poco precisato da scivolare nella metafisica) emerite schifezze; tuttavia gli "altri" cospiravano, borbottavano, sabotavano, colpivano alle spalle. Ma Galassia teneva duro, in quel mare in tempesta, e pur sospirando manteneva le vele spiegate. Perché la fantascienza era lei, e fuori di lei non c'era che pianto e stridor di denti. Si immagini la reazione di un lettore del tutto estraneo al mondo del fandom, e interessato solo a leggere buoni romanzi di fantascienza, davanti a editoriali di questo tipo. La prima, più viscerale, era lo spasso. A esso seguiva una certa forma di curiosità leggermente perversa: quella di sapere come sarebbe proseguita una diatriba tanto demenziale, e se gli "altri" avrebbero in qualche modo reagito. Infine, dato che gli "altri" sembravano infischiarsene, subentrava la noia, accompagnata da una certa preoccupazione. In quegli anni, la fantascienza fruiva in Italia di un grado molto dubbio di accettazione sociale. Emarginata da quasi tutta la cultura che contava, veniva considerata poco più di un trastullo simile al fumetto (altro grande incompreso), ma con aspetti diseducativi più marcati. Io dovevo difendermi di continuo dalle aggressioni di genitori e insegnanti che pretendevano di distogliermi da quel tipo di letture. Ricordo del resto che l'enciclopedia che avevo in casa, il Grande Dizionario Enciclopedico UTET edizione 1964, prevedeva per la fantascienza un futuro breve, e un suo probabile assorbimento da parte del genere poliziesco. Poiché la fantascienza la conoscevo e l'amavo, difendevo la mia passione con le unghie e con i denti. Replicavo ai detrattori che si trattava comunque di letteratura, che sfavillava di intuizioni formidabili, che tentava esperimenti ignoti ad altri campi della narrativa. Ma ben poco mi erano d'aiuto, nella mia resistenza, editoriali oscuramente minacciosi e autoreferenziali, riflesso di guerre combattute chissà dove e chissà da chi. Diveniva assolutamente impossibile usare Galassia ai fini della mia causa, salvo raccomandare di leggere il romanzo e di saltare tutto il resto. Inclusa la posta dei lettori, infiorettata di elogi sperticati e di adesioni alla difesa della cittadella assediata dai tartari nascosti nel deserto. E' stata solo una fase della vita di Galassia, ma una fase ai miei occhi troppo lunga, poiché coincideva con un momento della mia esistenza intellettuale che aveva bisogno di ben altro. Per fortuna quasi subito arrivò lo Science Fiction Book Club, a presentare testi eccellenti senza corredo di piagnistei. Per fortuna, quel tipo di presentazioni demenziali finì con lo scomparire, e una parvenza di "critica" (che poi ha sempre una componente di "autocritica") fece capolino. Anche nei periodi dell'acriticità e della paranoia, comunque, Galassia seppe proporre testi che le collane rivali si sognavano. Amavo molto Heinlein, e "Il mestiere dell'avvoltoio" me lo fece adorare. Apprezzavo Dick, e Galassia mi offrì tutto il meglio, fino a spingermi a considerarlo un maestro. Ignoravo Scerbanenco (un italiano che non ho citato con gli altri, per via della sua posizione particolare) e Galassia fu la prima a valorizzarlo. Mentre lo SFBC proponeva a piene mani Vonnegut, Leiber, Sturgeon, Bester, Bradbury, ancora Dick e una serie da capogiro di scrittori di altissimo livello. Urania non era in grado di offrire testi di così costante dignità e organizzati in un programma culturale altrettanto coerente. Erano i tempi felici in cui anche un piccolo editore, nell'affondare le mani con avvedutezza nel magma del mercato statunitense, poteva trarne manciate di gioielli. Oggi non è più così, purtroppo. Galassia, malgrado periodiche assenze di senso autocritico e di consapevolezza culturale, è dunque stata, ai miei occhi, la più ricca fonte di materiali idonei a fare intuire il peso della fantascienza non solo nella letteratura di genere, ma nella letteratura in senso lato. Ditemi se è poco. Ancora oggi viviamo della sua eredità, e del retaggio del buon gusto di tutti i suoi curatori, inclusi i più cialtroni.