LA NEGAZIONE DELL'ANIMA OSCURA (Recensione a Leonardo Lattarulo Quiritta, Il Vero e la Sua Ombra, apparsa su Liberazione, 2001) Quasi tutti i critici e gli esegeti citati da Leonardo Lattarulo, nella prefazione a questa bella antologia di racconti fantastici di autori italiani del XIX e dei primi anni del XX secolo, negano con vigore che nel nostro paese abbia mai attecchito una letteratura di stampo romantico-gotico. Così Croce, così Prezzolini, così, più tardi e con giustificazioni maggiormente raffinate, Eugenio Garin. L'argomentazione, di questi e altri autori, è che l'indole italiana sarebbe ancorata al realismo e poco propensa alla fantasticheria, specie se macabra e orrorifica. Il verismo costituirebbe dunque una caratteristica nazionale quasi imprescindibile; per Croce, poi, rappresenterebbe anche una virtù, identificandosi con una moderazione contrapposta agli squilibri e agli eccessi del fantastico, più consono ad anime slave, tedesche e anglosassoni. Chi scrive ricorda tesi simili proposte sui banchi di scuola, ancora una trentina di anni fa; e mancava, allora, un'antologia come questa per sostenere l'esistenza di una verità tutta diversa. Oggi l'idea di un realismo quale vocazione nazionale si è molto indebolita, e forse è proprio scomparsa; rimane però, sebbene non incontrastata, la nozione diffusa che a un'impostazione realistica corrisponda un valore letterario più elevato. Questa credenza sarà molto difficile da sradicare, e richiederà probabilmente diversi passaggi generazionali; ma, quanto meno, alle anime dei popoli come ferree gabbie mentali credono ormai davvero in pochi (anche se fingono di crederci i sostenitori del minimalismo oggi imperante nella nostra narrativa e nel nostro cinema). Va detto che l'antologia curata da Leonardo Lattarulo, se da un lato pone in evidenza l'esistenza di un filone sotterraneo di letteratura italiana fantastica, d'altro lato, per sua stessa natura, non ribalta le tesi accennate all'inizio, ma si limita ad avvolgerle di cautela. Sono infatti presenti scrittori di rango che certamente non sono divenuti noti per la loro produzione fantastica (Nievo, Fogazzaro, Capuana, Slataper, Papini, Gozzano, D'Annunzio); altri, per esempio gli Scapigliati, hanno sì trovato posto nelle storie della letteratura, però come citazione collettiva, di una corrente che ebbe il suo peso ma più per moda che per effettiva incidenza; altri ancora che sono rimasti oscuri oppure che si sono illustrati per opere di carattere diverso (Graf, Salgari). Insomma, nella maggior parte dei casi si tratta, volendo adottare il punto di vista della critica accademica, di operette marginali di autori di rilievo o delle opere più rilevanti di autori marginali. Il giudizio storico e letterario consolidato, a ben vedere, non cambia di una virgola. La raccolta potrebbe anche proporsi quale pura curiosità. Invece non è così, perché, se andiamo a vedere cosa leggevano effettivamente gli italiani nel periodo considerato dall'antologia, ci accorgiamo facilmente che la presunta "anima nazionale" andrebbe ridefinita, così come l'idiosincrasia italiana per il gotico e il fantastico. Certo, i lettori regolari erano a quel tempo una minoranza, le librerie si contavano sulle dita e le opere italiane letterariamente degne note a livello popolare erano davvero poche (da I promessi sposi si salta a Ettore Fieramosca e, con un salto molto più lungo, a Cuore). Ma, fin dalla metà dell'Ottocento, i libri non venivano spacciati nelle librerie, bensì nei mercati. Arrivavano carrettini carichi di fascicoli da raccogliere e magari rilegare, i cui titoli erano gli stessi letti in tutta Europa: Il monaco di Mtthew G. Lewis, I misteri di Parigi e L'ebreo errante di Eugène Sue, Rocambole di Ponson du Terrail; verso la fine del XIX secolo, Il fiacre n. 13 di Xavier de Montépin, La capinera del molino e La figlia dei sobborghi di Emile Richebourg; poi Zévaco, Féval, insomma, tutto il grande feuilleton continentale, e soprattutto francese. Narrativa non solo eccessiva, ma sempre pronta ad aprirsi al macabro, all'inquietante, persino all'erotico. Gli attacchi di priapismo del notaio malvagio ne I misteri di Parigi, la resurrezione delle vittime dei gesuiti in L'ebreo errante, i filtri che provocano catalessi di Rocambole: di tutto questo si nutriva l'immaginario collettivo italiano. Poteva sfuggire a Croce, che certe cose non le leggeva, ma non sfuggiva agli editori. E nemmeno sarebbe sfuggito, ai primi del '900, agli operatori più sensibili di tutti ai gusti popolari: i cineasti, prodighi di pellicole dai sapori forti ispirati ai romanzi più amati nel paese. In pratica, fin dalla metà del XIX secolo, nel nostro paese chi voleva leggere, deluso da letterati e intellettuali, si rivolgeva a una narrativa di importazione dai colori vivaci e spesso molto cupi, capace di blandire, solleticare ed eccitare la sua immaginazione. Se vogliamo dare un profilo alla fantasia popolare ("l'anima nazionale") è lì che dobbiamo frugare, non nelle biblioteche dei salotti borghesi. Tanto più che la letteratura importata ne generava una completamente autoctona, anche se ispirata agli stessi modelli. I misteri di Napoli, La cieca di Sorrento, I vermi, di Francesco Mastriani; I Beati Paoli di Luigi Natoli; tutte le sepolte vive e i baci di una morta di Carolina Invernizio furono successi enormi, e talora si trattava di opere tutt'altro che spregevoli (penso soprattutto a Natoli). Certo, ignorati dalle storie letterarie perché appartenenti a una letteratura altra, diffusissima ma non considerata. Bisognerà attendere l'Almanacco Bompiani 1972, curato da Umberto Eco, perché questo apparente "sottobosco" venga affrontato con armi critiche, anche se una mappa completa è lungi dall'essere tracciata. Dunque, non è affatto vero che il fantastico e il gotico abbiano sempre ripugnato agli italiani come popolo, e addirittura come gens dotata di propri caratteri peculiari. Del resto, se ciò fosse stato vero, avrebbe significato una rottura netta e inspiegabile con i miti della latinità, con l'apparato leggendario medioevale, con le pagine truci delle vite dei santi, con i mille mostri e folletti che hanno nei secoli popolato la penisola. Peggio, sostenerlo oggi significherebbe negare le acquisizioni della psicologia circa l'ombra, il subconscio, i lati oscuri della psiche. L'Italia un paese privo di subconscio? Via, non scherziamo! E' bensì vero che, sulla scia di Croce, peraltro anticipato e seguito da molti altri, è stato attuato un taglio netto tra ciò che è degno e ciò che è indegno, tra materiali nobili e vili. Poco importa che l'ombra fosse dal lato di questi ultimi, e con essa le correnti meno controllabili che attraversano la mente. Il prodotto letterario di valore andava certificato all'origine, e cioè doveva essere concepito in un ambito intellettuale con spiccata vocazione umanistica; poi abbisognava di un'ulteriore certificazione, e cioè di una marcata impronta di verità. Ecco perché, per molti degli autori presenti nell'antologia, i racconti con cui sono rappresentati furono "scappatelle" da un lavoro che essi per primi consideravano più serio; mentre per altri sono stati il lubrificante della ghigliottina critica che li ha uccisi (anche nel caso di un vero gioiello come L'alfier nero di Arrigo Boito, proposto pochi anni fa dal Livre de Poche ai lettori francesi, addirittura con testo a fronte, mentre in Italia resta misconosciuto). E' davvero curioso notare come, in qualche caso, si tratti di palesi imitazioni delle forme e dei temi della narrativa popolare, sia pure nobilitate dallo stile. Del resto, chi abbia in mente il famoso passo manzoniano che esordisce con "Il cielo era tutto sereno", potrebbe divertirsi a spulciare L'ebreo errante, antecedente a I promessi sposi: ne troverebbe uno del tutto simile (absit iniuria verbis…). La contiguità tra letteratura "alta" e letteratura "popolare", tranquillamente ammessa in Francia e in Inghilterra (dove Balzac conviveva serenamente con Dumas, e Dickens con Wilkie Collins), in Italia era bestemmia già un secolo e mezzo fa. Nell'antologia fa stridente eccezione a questo atteggiamento parruccone il racconto di Gabriele D'Annunzio L'uomo che rubò la "Gioconda". Bizzarro e imprevedibile come sempre, il Vate riesce ancora una volta a sorprenderci: non si tratta infatti di un racconto vero e proprio, bensì di un soggetto cinematografico o, per meglio dire, di quello che nel gergo del cinema viene definito un "trattamento". Una storia dettagliata, in cui le scene sono descritte una a una, spesso condite da abbozzi di dialogo e da descrizioni di stati d'animo. Lo stupore è duplice. Da un lato per l'attualità stilistica di questo testo, conseguita attraverso la sintesi e la vivacità delle visualizzazioni. D'altro lato, per l'assoluta proiezione di D'Annunzio (già nota, ma qui amplificata) verso forme di comunicazione modernissima per i suoi tempi come il cinematografo, tanto che nello scritto ci sono tutte le basi per una rapida traduzione in una sceneggiatura di qualità. A pensarci bene, sarebbe come se Roberto Calasso progettasse un videogioco… Basterebbe questa scoperta per fare dell'antologia un libro da non perdere.