L'ALTRO LATO (Introduzione a AA. VV., Spettri metropolitani, a cura di A. G. Colombo, Ed. Addictions, 1999) La narrativa fantastica ha ormai in Italia pieno diritto di cittadinanza. Non è stato facile conseguire un simile risultato. Nel nostro paese, unico al mondo, si è sempre ritenuto che solo dal realismo potesse scaturire vera letteratura. Persino Calvino e Buzzati hanno dovuto combattere per vedere affermato il proprio diritto a esistere. Guai, poi, a tutto ciò che era estremo, macabro, sanguinoso, inquietante. Ricordo quando la professoressa di italiano, nel liceo classico che frequentavo, invitò noi, suoi allievi, a saltare in un'antologia di testi letterari La maschera della Morte Rossa di Poe. "E' un racconto dell'orrore" disse con disprezzo, quasi pronunciasse una parolaccia. Ma la poveretta non rappresentava un isolato caso patologico. Si limitava a farsi interprete di un'opinione accademica largamente egemonica. Occorreva l'avvento di una personalità geniale ed eclettica, di cultura indiscussa, come Umberto Eco (ho amato quest'uomo quasi alla follia, lo ammetto, e un po' lo amo ancora), perché la narrativa "ai margini" cominciasse a essere presa in seria considerazione. E occorreva, soprattutto, che l'Italia da strapaese si facesse paese, aperto al meglio e al peggio proveniente dall'esterno. Solo quando questo processo si è compiuto, il fantastico italiano (esistente dai tempi degli Scapigliati, se non da prima) ha conseguito un certo grado di legittimità. Di ciò va reso grazie, a denti stretti, all'americanismo dominante a livello di costume: ideologia coloniale da un lato, ma dall'altro veicolo oggettivo di modernizzazione. Oggi si può leggere un'antologia come questa senza vergognarsi troppo. E si può leggere fantascienza italiana, noir italiano, giallo italiano, horror italiano ecc. con tutta libertà intellettuale. Del resto, negli anni bui, c'era il nostro cinema di genere a materializzare sogni e incubi nati dalle nebbie della palude catto-comunista in cui eravamo immersi fino al collo. Si partì con Ercole e Maciste che combattevano vampiri e seleniti; si proseguì con la grande stagione orrorifica dei Bava e dei Freda. Nel paese dei pulcinella, dei mandolini e della narrativa veristica e neorealista avemmo vergini di Norimberga, lunghi capelli della morte, amanti d'oltretomba e mulini di donne di pietra. Ma non finì lì. Arrivarono diafanoidi da Marte, criminali dalla galassia, terrori dallo spazio, uomini spenti da vari pianeti, Aytin soprattutto. E quando tutto questo terminò, fu il periodo delle dune di sabbia delle colline ispano-siciliane, calcate furiosamente dai cavalli di Ringo e Sartana, di Django e di Keoma. E' vero che tutto ciò finì molto male, tra poliziotti più o meno fascisti, e studentesse e insegnanti più o meno ninfomani (incarnazione, queste ultime, di sogni molto maschili in un contesto sessuofobico). Ma un ventennio di trasgressioni cinematografiche aveva già segnalato, a chi si fosse dato la pena di interpretare i sintomi, che la cifra realistica o neorealistica non esauriva affatto né la cultura né il costume di questo paese. Quanto meno nella misura in cui l'Italia cominciava a non essere più né colonia né provincia. Le pareti del ghetto hanno iniziato a essere abbattute mattone per mattone. Per primo ha fatto capolino dall'isolamento il romanzo poliziesco, di tutti i prodotti "di genere" il più apparentemente rispettabile. Oggi chi si permettesse di far passare Loriano Macchiavelli e i suoi molti discepoli per cretini sarebbe giustamente deriso. E' stata poi la volta del parente stretto, più trasgressivo, del giallo: il noir. Non c'è editore italiano dotato di comprendonio che non amerebbe avere un Lucarelli nel proprio catalogo. Poi è toccato alla fantascienza, la sorellina minore, finalmente ambita, anche (e soprattutto!) nella sua versione nostrana, da lettori e case editrici. Restava l'horror, oggettivamente, tra i generi, il più difficile da digerire. Perché è quello che più scava nell'inconscio, che più si alimenta di ombre e di ossessioni, che più tocca verità pericolose che si preferirebbe, se non cancellare, quanto meno ignorare. Non a caso, per molto tempo è stato messo al bando dal mercato editoriale che conta non solo l'horror nostrano, ma anche quello importato. Durante la mia adolescenza si trovavano, oltre a Poe, Bram Stoker, Lovecraft contrabbandato come fantascienza e poco altro. Magari qualche classico del romanzo gotico, più una mediocrissima edizione di Le Fanu. Per il resto bisognava accontentarsi de I racconti di Dracula e di KKK: romanzetti di un centinaio di pagine stampate su cartaccia, firmati con pseudonimo straniero. In realtà li scriveva quasi tutti un'attempata signorina, che in quel modo forse dava corpo ai propri fantasmi di personcina per bene (non dimenticherò facilmente un mostruoso Goran dal pene gigantesco, e innumerevoli morsi vampireschi su seni prorompenti). La rivoluzione è venuta dal genio di Stephen King, autentico creatore dell'horror quale letteratura di massa; seguito a ruota da Clive Barker (ancora più geniale, almeno agli inizi), Ramsey Campbell, Peter James, Peter Straub, ecc. Romanzi horror, per la prima volta, si sono imposti quali autentici bestsellers, alla faccia dei parrucconi. E così, inevitabilmente, sono apparsi i primi specialisti italiani: Giovannini, Baldini, Massaron, Teodorani e così via. Sempre più abili e sempre meno emarginati. Ma la svolta, la svolta vera, si è avuta quando numerosi giovani scrittori mainstream, affermatisi sulla scena letteraria grazie al sostegno di critici e letterati di rango, hanno d'improvviso confessato pubblicamente, e tutti insieme, il loro debito nei confronti del genere horror. Si potranno discutere i singoli risultati dell'antologia Gioventù cannibale; ma non si può negare, a mio avviso, il suo effetto di legittimazione culturale dell'unico genere narrativo rimasto, fino a quel momento, fuori della porta della letteratura nazionale. Che poi sia scoppiata la moda (esaurita) dei "cannibali" non ci deve interessare. Affari loro. Ma chi ama, pratica e crea letteratura popolare deve essere attento a certi segnali. Sono spazi editoriali che si aprono, un pubblico che si allarga, un contesto non più pregiudizialmente ostile. Tanta acqua in più per un pesce che voglia nuotare in libertà, e preferisca il mare aperto a un acquario, per quanto fornito di tutti gli accessori. Questo Spettri metropolitani è la conferma dell'avvenuta liberazione. Come ogni liberazione, segue a una resistenza. Alcuni degli autori sono (ancora) ignoti al grande pubblico, ma già noti agli utenti dell'editoria elettronica. Tra le molte novità che Internet ha prodotto nelle nostre vite, non ancora tutte valutate a fondo, c'è anche la creazione di un'editoria lussureggiante e in continua espansione, dotata di testate, di luoghi di incontro, di club e di caffè. E' qui che la resistenza si è organizzata, ha cercato i propri alleati, ha tracciato strategie vincenti. Tanto da condurre la narrativa di genere a partire dal virtuale per compiere incursioni nel reale (ammesso che la distinzione abbia ancora un senso), disseminandovi apporti come quelli che, si dice, cadrebbero tintinnando sui tavolini delle sedute spiritiche. Il libro che avete tra le mani è proprio uno di questi apporti. La sua natura niente affatto ectoplasmatica la si può constatare dalla presenza, tra gli autori, di alcuni nomi celebri: sia nella narrativa di genere, sia nella letteratura in senso lato. Ma la concretezza dell'oggetto non sta nell'identità di chi lo ha creato. Sta piuttosto nei precisi riferimenti alla realtà italiana di cui molti racconti sono intessuti. Realtà colta nei suoi aspetti più perturbanti, quelli che si seguono sì nei telegiornali, ma di cui si preferisce non parlare; o di cui, quando se ne parla, si evita di indagare le implicazioni, temendo di fare scoperte troppo sconvolgenti. Magari nell'intimo di se stessi. Frugare nell'intimo, specie dove è più buio, è invece compito naturale dell'horror. Senza ritrarsi con timore di fronte alla scoperta che, nella seduta spiritica, gli spettri veri sono quelli seduti attorno al tavolino, mentre la vita cosciente sta tutta dall'altro lato.