Interviste

Questa sezione contiene interviste a Valerio Evangelisti difficili da reperire, o non pubblicate per intero.

 

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Intervista rilasciata a Filippo La Porta
Parzialmente pubblicata su MUSICA
(Supplemento a La Repubblica) del 26 aprile 2001

1) Come mai la cultura italiana (ma anche il calcio, la politica, i media…) è priva di immaginazione?

Ho l'impressione che, dagli anni '80 in poi, la moderazione sia diventata un valore intangibile, e il conflitto il male supremo. E' chiaro che dove non c'è conflitto si insedia la noia. Col suo corollario, la volgarità. Le battaglie, sradicate dai temi di fondo, si spostano nella sfera del linguaggio, deteriorandola. Ciò mi sembra vero in molti campi, non solo nella politica.

2) Dici che l'unico realismo possibile è quello visionario della fantasy o dell'horror. Ma puntare su situazioni estreme, su delitti efferati, splatter e serial killer, non è un modo per eludere la descrizione (difficilissima) della vita quotidiana (nella quale, per definizione, non accade nulla, ma che pure rappresenta la faccia nascosta, e autentica, della Storia)? Non sarà che Berlusconi legge solo gialli Mondadori?

La cronaca smentisce ogni giorno che nella vita quotidiana non accada nulla. Ma se anche accettassi questo concetto, vorrei che la quotidianità venisse dipinta tenendo l'occhio sulla Storia, come sapevano fare Zola, Dickens, Balzac e tutta la grande letteratura. A quei tempi, forse non c'era bisogno di scrutare la narrativa popolare alla ricerca della profondità. Oggi temo di sì.

3) Ancora sulla letteratura di consumo. D'accordo, è sempre stata emarginata e vilipesa dalla nostra tradizione letteraria, aulica e libresca. Ma davvero è sempre sovversiva? Da un altro punto di vista la letteratura di genere invece, proprio perché si basa su automatismi e stereotipi, conferma il lettore nelle sue aspettative, lo rassicura (e indirettamente lo convince di abitare il migliore dei mondi possibili)…

La narrativa di genere non è un blocco unico, quale spesso viene dipinto. Fantascienza e horror non sono consolanti per nulla, e non lo è nemmeno il Noir, che ha intriso di pessimismo il giallo classico. Tutto ciò, ovviamente, non implica automatiche valenze sovversive. Queste possono emergere se si elabora un progetto consapevole, come ha fatto Manchette col Noir francese.

4) A un certo punto parli di "comune sostanza umana che si concretizza in solidarietà", e ancora, dici che ti spaventa un mondo senza sentimenti. Incredibile. Evangelisti che si scopre veteroumanista e sentimentale nel mondo della clonazione e del postumano, dove non si distingue più tra vero e falso, tra originale e copia, dove si celebra l'inorganico e il cyborg! Ma tu ci credi ancora alla verità o è una cosa degli anni '70 come dice Freccero?

Delle datazioni mi importa poco o niente. Dividere la storia in fasi era tipico del marxismo-leninismo. Scambiare per fasi storiche tendenze effimere è tipico del neoliberalismo oggi dominante. Né l'una né l'altra cultura mi appartengono.

5) Non pensi che da noi si fa un uso ornamentale, estetizzante (per abbellire un saggio di sociologia…) di autori drammatici e apocalittici, come Dick e Ballard (che parlano di perdita di identità, di impossibilità di comunicare)?

Sì, e la cosa mi diverte. I lettori di Urania conoscevano Ballard e Dick, e le loro problematiche, fin dagli anni '60. La loro attuale riscoperta è, dal loro punto di vista, la scoperta dell'America vista con gli occhi degli indios. Assistono allo sbarco ridacchiando in silenzio.

6) I tuoi saggi hanno uno spirito proprio "militante", da duro e puro. Te la prendi con il convegno su Evola, e poi con le guerre umanitarie della Nato, e poi con l'America e con il pensiero unico….Ma alla sinistra ci credi ancora dopo gli orrori del XX secolo(una parte dei quali nati proprio dall'utopismo comunista, dalla pretesa di "rifare" la natura umana!)? Perfino la sinistra eretica è stata spesso affascinata dalla "cultura della forza"! E poi: vedi da qualche parte un'alternativa al pensiero unico che non sia il fondamentalismo islamico?

Mi riconosco da sempre in una sinistra libertaria che ha patito sulla propria pelle gli orrori di cui parli, nel senso che è stata decimata e massacrata dai comunisti "ortodossi" ogni volta che questi hanno avuto un minimo di potere. Sarebbe un vero paradosso - peggio, la perpetuazione di un crimine - se oggi dovesse condividere la crisi dei suoi più feroci persecutori. Quanto alle alternative all'esistente, nascono di continuo. Oggi è il "popolo di Seattle", domani sarà qualcos'altro. Ma sono d'accordo nel ritenere che vada evitata la mitologia dell' "uomo nuovo". Non si tratta di creare un uomo nuovo, ma di liberare bisogni e desideri di quello vecchio.

7) La tua fervida immaginazione intellettuale, ricca di implicazioni filosofiche, ha anche un aspetto sadomaso (corpi bruciacchiati, dettagli di torture…). Non è inevitabile un certo compiacimento (Teseo per vincere la Medusa aveva bisogno di uno specchio…)? Forse i B-movies erano sovversivi negli anni '50, ma quando il cattivo gusto è dominante (e dunque conformista) non sarà sovversivo puntare sulla qualità?

Non nego affatto il mio compiacimento. Nego piuttosto che sia di cattivo gusto, perché risponde a pulsioni antiche: un'estetica simile alla mia, per dirne una, si può ritrovare in tutta la storia della pittura, o anche della poesia o della letteratura. Quanto ai B-movies, ciò che li distingueva dalla volgarità oggi dominante era la fattura artigianale. Se il prodotto è patinato e scaturisce da un procedimento industriale complesso, la sua trivialità non è più frutto delle circostanze, ma nasce da un progetto di diffusione sociale della sguaiataggine.

8) Sul male: davvero è misterioso e tenebroso e abissale, come pensano ad es. i cattolici (vedi gli interminabili talk show su Novi Ligure)? Non sarà invece essenzialmente stupido, piatto, angusto? (ti sottopongo inoltre una bella citazione della Weil: se si compie il male non se ne fa esperienza, mentre se si sceglie di non compierlo se ne fa esperienza, lo si attraversa davvero…)

Credo che il male non sia né oscuro né stupido. Certo, in un'epoca in cui psicologia, psicanalisi, psicoterapia sono divenute parolacce, potrà risultare l'una e l'altra cosa. Ci sarà chi evocherà il Maligno e chi si affiderà a banali spiegazioni genetiche. Ciò sembrerà il futuro, ma è il passato che torna (Ida Magli, in uno splendido articolo, ha spiegato perché, nel caso di Novi Ligure, Erika sia comunemente giudicata più colpevole di Omar). In realtà, i percorsi che conducono all'aggressività indiscriminata sono stati indagati da un secolo almeno. Ma, in un'epoca di soluzioni facili, chi cerca più cause complesse?

9) Sulla cosiddetta letteratura alta contemporanea: davvero trovi che è tutta minimalista e intimista? Ma allora Rushdie, Saramago, Ph. Roth, Delillo, Yehoshua, McEwan, Jamaica Kinkaid, Anita Desai, etc., etc. Per un romanzo di Yehoshua io darei via un'intera annata di Urania. E tu?

Non si tratta di sottrarre, ma di aggiungere. Forse, oggi un'annata di Urania offre poco. Fino a pochi anni fa, gettarla avrebbe significato perdere tesori di intelligenza (sarebbero spariti anche Dick, Ballard, Vonnegut…) E' la mediocrità il nemico comune, in tutti i campi letterari. Anche quando indossa vesti preziose e si sforza di nascondere l'etichetta del supermercato.

10) Quando la fantascienza parla di tecnologia (anche il cyberpunk) inevitabilmente si eccita, rimane affascinata…Non c'è qui il pericolo di una identificazione (difensiva) con l'aggressore?

La grande fantascienza se ne è sempre infischiata della tecnologia. Prendi Sturgeon, Leiber, il solito Dick… Verne era interessato ai macchinari del futuro, Wells neanche un poco. La fantascienza con le stellette nasce da Wells.

11)Eymerich è, come ti hanno riconosciuto in molti, un grande personaggio. Certo fanatico, sadico, intollerante, incapace di accettare una parte di sé, etc. Eppure ha un'anima. Oggi i personaggi dei romanzi italiani non hanno più un'anima: sono personaggi-clone, anemici, incerti di esistere, eleganti stilizzazioni o goffe simulazioni….Tu hai nostalgia dell'anima?

Più che dell'anima, ho nostalgia delle psicologie complesse, ricche, magari tortuose. Quando mancano, nasce il sospetto che lo scrittore non sappia guardare nemmeno in se stesso. Invece è da lì che dovrebbe partire.

12) Sul videogame o sugli ipertesti: si dice spesso che sono letteratura. Eppure un romanzo non è un codice o una macchina per produrre romanzi! E' invece un messaggio, che implica una reciprocità, una dialogicità. Quando giochi con Lara Croft non ti rapporti a nessuna alterità. O no?

Non ho mai giocato con Lara Croft. Ho sempre preferito i videogames del genere detto "adventure": "Monkey Island", "Indiana Jones and the Fate of Atlantis", "Myst"… Qualche volta ho persino sognato i loro scenari. Però non sono romanzi: sono eccellenti applicazioni per computer, adeguate ai suoi moduli espressivi. Nuovi mezzi hanno nuovi linguaggi, e questi producono le loro specifiche espressioni artistiche. Non credo che i videogames siano letteratura, così come i libri non possono essere videogames. A ognuno il proprio ambito

13) Le tue ricostruzioni storiche sembrano accuratissime. Secondo te un romanziere deve documentarsi prima di scrivere una storia?

Un romanziere dovrebbe documentarsi anche quando non deve affrontare un romanzo storico. Buona parte della sua esistenza dovrebbe essere dedicata ad acquisire documentazione su ciò che intende poi comunicare e, in genere, su ciò che lo incuriosisce. Il buon romanziere è come un topo che annusa tutti gli angolini. Da lì nascono i romanzi, dalle cantine: non da un supposto contatto con gli dei.


Intervista rilasciata alla rivista GIGAMESH (Spagna). Ne è prevista la pubblicazione nel corso del 2001.
Sono state omesse le domande, che si intuiscono facilmente leggendo le risposte.

Attualmente, il ciclo di Eymerich si compone di sette romanzi (Nicolas Eymerich, inquisitore, Le catene di Eymerich, Il corpo e il sangue di Eymerich, Il mistero dell'inquisitore Eymerich, Cherudek, Picatrix, la scala per l'inferno e Il castello di Eymerich) nonché di un volume di racconti (Metallo urlante), che però formano assieme una specie di romanzo.
Il primo volume della serie (Nicolas Eymerich, inquisitore, che peraltro non è il primo da me scritto) uscì nella popolarissima collana di fantascienza Urania, dell'editore Mondadori. Il successo fu immediato: a quel tempo le vendite della collana si aggiravano sulle 8.000 copie a volume, mentre il mio romanzo ne vendette 17.000. Superai anche gli scrittori americani più noti, credo per il fatto che mi rivolgevo a un pubblico più ampio di quello consueto della fantascienza (una caratteristica che poi è rimasta). Ciò indusse l'editore a pubblicare, con eguale successo, anche gli altri miei romanzi scritti prima.
Sulle prime, però, la mia notorietà rimase circoscritta agli acquirenti di Urania. Il salto di qualità avvenne con il quarto romanzo della serie, Il mistero dell'inquisitore Eymerich. Una sua versione condensata fu pubblicata a puntate, durante l'estate, in un supplemento del quotidiano La Repubblica (700.000 copie vendute). Raggiunsi il grande pubblico, ma interessai anche una parte della critica. Il romanzo infatti metteva in campo le teorie dello psicologo Wilhelm Reich, ed era centrato sul contrasto tra pulsione di morte (Eymerich) e pulsione di vita (Reich). Tematiche molto lontane dalla fantascienza tradizionale.
L'eco del successo raggiunse l'editore francese Rivages, che decise l'acquisto dei primi volumi del ciclo. Già il primo, proposto in una collana di fantasy, ebbe in Francia un'ottima accoglienza. Non a caso: Nicolas Eymerich, inquisitore è una parafrasi molto scoperta di Malpertuis di Jean Ray, un grande scrittore belga di narrativa fantastica (secondo me il più grande del XX secolo, alla pari con Lovecraft) conosciutissimo nei paesi francofoni, e quasi ignorato nel resto d'Europa, Italia compresa. Ebbi eccellenti recensioni, incluse quelle di quotidiani come Le Monde e di settimanali come L'Express.
Va detto che, a parte la pubblicazione a puntate su La Repubblica, non ebbi particolare appoggio da parte del mio editore italiano, Mondadori. Alcuni dirigenti credevano nel mio talento, ma in genere la casa editrice mi riteneva un autore marginale, e non metteva nemmeno in catalogo i miei romanzi. Le cose sono cambiate solo in tempi recentissimi.
Non c'è mai stato alcun lancio, né mai, fino agli ultimi mesi, ho avuto un ufficio stampa che lavorasse per me. La mia fama, se così si può chiamare, è nata in sordina, tramite gruppi di lettori affezionati. Va tenuto presente che Mondadori pubblica libri che si vendono a centinaia di migliaia di copie: John Grisham, Patricia Cornwell, Thomas Harris, ecc. Le copie vendute da me si contavano a decine di migliaia: troppo poco. Ciò non toglie che la Mondadori, dal mio punto di vista, sia un'ottima casa editrice, per generosità verso gli autori e per penetrazione di mercato. Io, però, rimango ancora oggi una specie di figlio illegittimo.
In pratica, non sono mai stato venduto in Italia come autore di best-sellers. Del resto narro storie inquietanti, poco consolatorie, e con numerosi spunti polemici.
Non credo che i miei romanzi siano facilmente classificabili. Fantascienza? Forse i primi due. In Francia e in Germania escono come fantasy, ma l'edizione economica francese (Pocket) esce come letteratura generale. Il castello di Eymerich è uscito senza etichette. In effetti, l'ultima cosa che mi interessa sono le etichette. Mi rifaccio alla narrativa popolare, ma cerco di attraversarne tutti i filoni, dandole contenuti che spesso non aveva, o di cui non era cosciente.
Per voi spagnoli il giudizio è ancora difficile. Se saranno pubblicati in Spagna anche gli altri miei romanzi, vi farete un'idea più precisa.

Scelsi il personaggio di Eymerich perché mi piaceva il nome, dal suono tagliente come una coltellata. Solo dopo questa scelta iniziale indagai sul personaggio (scoperto per caso in un libro sull'Inquisizione) e imparai che era nato a Gerona, in Catalogna.
Nei primi romanzi, i riferimenti alla sua biografia erano generici e imprecisi. In seguito mi sono documentato il più possibile, pur riservandomi una certa libertà (in fondo scrivo romanzi, non manuali di storia). Mi ha molto aiutato l'amicizia con il professor Lluìs Sala-Molins, uno storico catalano che insegna in Francia, autore di un'edizione molto nota del Directorium Inquisitorum di Nicolau Eymerich.
Se gli elementi biografici di Eymerich erano inizialmente imprecisi, la ricostruzione del periodo storico è invece abbastanza fedele. E' a quest'ultima che ho dedicato i miei maggiori sforzi di documentazione.
Trovo ridicoli e assurdi gli scritti degli storici che tentano di riabilitare l'Inquisizione. A mio parere si collocano nella generale ondata di "revisionismo" che investe la storiografia, e che mira a difendere, in nome dell'anticomunismo, manifestazioni di barbarie e di oscurantismo: l'Inquisizione, certo, ma anche il fascismo, il nazismo, ecc. Mentre si attaccano la rivoluzione francese, la resistenza al nazifascismo, le battaglie per la democrazia, e tutti i momenti storici in cui si è fatta strada l'idea di eguaglianza.
In Italia questa tendenza è molto forte, ma temo che si tratti di un fenomeno europeo.

La formula dei piani temporali intrecciati ricorre in tutti i romanzi del ciclo di Eymerich, ma se nei primi tre è quasi identica, nei successivi si complica non poco. Per esempio, ne Il mistero dell'inquisitore Eymerich i piani temporali sono molto numerosi; in Cherudek non ce n'è nessuno riferito al presente; e così via. Fino a Metallo urlante, che non adotta nessuna formula.
Il motivo dell'adozione, da parte mia, di un modello a storie intrecciate obbedisce a tre necessità: 1) Trovare una soluzione razionale ai casi su cui Eymerich indaga, non rintracciabile nella sua epoca; 2) Aumentare il livello di suspense; 3) Permettermi di parlare del presente, che mi sta a cuore più del medioevo.
Capisco che la ricorrenza di uno stesso personaggio e di una stessa formula (con le varianti che ho detto) possa infastidire. Una simile critica, però, si affaccia solo nel campo del fantastico o della fantascienza. Simenon ha scritto oltre 200 romanzi con il commissario Maigret, e nessuno lo ha mai accusato di ripetitività. Rex Stout ne ha scritti una quarantina con Nero Wolfe, e continua a essere amato da pubblico e critica. Io, di romanzi con Eymerich, ne ho scritti solo sette...
Comunque la mia scelta della serialità è deliberata. Mi richiamo alla grande letteratura popolare, da riempire di nuovi contenuti, e ai personaggi che mi affascinarono quand'ero ragazzo: Fantomas, Arsène Lupin, Sandokan, Sherlock Holmes, Rocambole...
Ciò sembra estraneo al mondo della science-fiction e del fantastico, ma credo sia solo apparenza. Diciamocelo chiaro: i racconti di un maestro indiscusso come Lovecraft si somigliano un po' tutti...

La mia preoccupazione principale è quella di dipingere un personaggio complesso. Anche se ciò che Eymerich finisce col compiere è senz'altro il male, tuttavia ha un'oscura consapevolezza che ciò che fa è sbagliato; solo la cieca fiducia in una legge che gli è dettata dall'esterno (o almeno lui crede: in realtà gli proviene dall'interno) gli consente di superare le remore morali.
Stando così le cose, le azioni che Eymerich commette, incluse le più atroci, non possono mai essere veramente "estreme". In questo non guardo alle reazioni del pubblico (vale a dire alla commercialità), ma piuttosto alla coerenza interna del personaggio.
In sintesi, ciò che io voglio è rendere chiare le ragioni logiche di un crimine, adottando il punto di vista del criminale, ed evidenziando le motivazioni che lui dà a se stesso. E' evidente che, così facendo, tutto apparirà sfumato e ambiguo, sia dal punto di vista morale che da quello fattuale. Di solito, le stragi di Eymerich sono descritte attribuendo al loro esecutore uno stato intermedio tra l'euforia, l'orrore e la pena. Salvo i casi in cui è la sua natura ferina, tenuta a fatica sotto controllo, che si manifesta in uno scatto improvviso di violenza, simile a una reazione istintiva.

Quando scrivo cerco anzitutto di sorprendere me stesso. Chiaramente io, come il lettore, ho una sensibilità contemporanea, ma come lui mi trovo a dover vivere, con una parte di me, in un mondo che segue altre leggi. Non è un'esplorazione platonica: mi coinvolge completamente. Tieni presente che io scrivo sì una traccia del romanzo, ma poi lascio che le singole scene si sviluppino da sole (tanto che il risultato non è mai identico al progetto).
Di conseguenza, la mia consapevolezza e la mia padronanza della trama sono parziali. Tante, tantissime volte metto volutamente Eymerich in una situazione difficile, senza sapere in anticipo come ne uscirà. Ne è un esempio, nel primo romanzo, il suo dialogo con il Justicia de Aragòn. Questi lo mette alle strette, gli chiede prove concrete, o lo farà mettere a morte. Eymerich prima divaga, poi se ne esce con una frase sibillina: "Anche chi è morto può partorire", o qualcosa di simile.
Bene, io non avevo inizialmente alcuna idea di come Eymerich avrebbe potuto cavarsela. Eppure facevo porre al Justicia domande sempre più stringenti. Ho dovuto riflettere a lungo prima di trovare la risposta appropriata.
In quello, come in altri casi, non ricorro a trucchi. Solo, mi calo completamente nella parte. La suspense nasce dalla suspense che vivo io. Il lettore non sospetta l'esito perché nemmeno io lo sospetto. Naturalmente, è un esercizio che mi piace molto.

Penso che romanzo storico e fantascienza abbiano una similitudine. Entrambi calano il lettore in mondi ignoti ma coerenti. Il passato remoto ci è sconosciuto quanto il futuro. Non aveva torto Sant'Agostino, quando sosteneva che esiste solo il presente. Mi capita, vedendo foto della mia infanzia, di scoprirvi un certo grado di "alienità": ho dimenticato non tanto me stesso, quanto il mondo che allora mi circondava. Figuriamoci quando la narrazione si riferisce a secoli prima.
Prendi il Satyricon di Petronio Arbitro. Non è ambientato nella preistoria, bensì in epoca romana. Però dialoghi, comportamenti, costumi dei protagonisti sono di un'estraneità sconcertante: logiche diverse, diversi gusti, diversa estetica, diversa etica. Non sarebbe tanto diverso se si trattasse di marziani.
Il romanzo storico può dunque essere un'avventura nell'ignoto. Pochi lo sono, perché devono necessariamente scendere a compromessi con la sensibilità presente (i peggiori finiscono per somigliare a peplum e per fare proprio un programmatico anacronismo). Chi vi si è avvicinato di più è senz'altro Umberto Eco, in certe parti de Il nome della rosa. Io ho tentato una strada diversa: personaggi dichiaratamente moderni, con un modo di pensare contemporaneo, però immersi in un contesto in cui le fantasie del passato sono realtà.

Le catene di Eymerich, pubblicato in Italia nel 1995, fu scritto quattro o cinque anni prima. Lo presentai al Premio Urania nel 1992, ma fu scartato perché troppo complesso (ne fa fede il commento pubblicato, nel 1992, dalla rivista Urania). A quel tempo, temi come la clonazione e il traffico d'organi non erano così all'ordine del giorno come sono oggi (specie il secondo: la prima era già stata trattata da libri e film come The Boys from Brazil).
Dunque, non è che io inseguissi le curiosità del pubblico. Più semplicemente seguivo, e seguo, le mie stesse curiosità. Trovo una notizia che mi colpisce in un giornale o in una rivista. Penso alle possibili conseguenze logiche e ci costruisco una storia sopra.
In Il corpo e il sangue di Eymerich vedrai che ho ipotizzato malattie per i reduci dalla guerra del Golfo. Se ne sta parlando adesso, ma io il romanzo l'ho scritto a ridosso di quella guerra. In Le catene di Eymerich attribuisco al gruppo naziskin francese Troisième Voie la profanazione del cimitero ebraico di Carpentras. Ho anticipato risultanze giudiziarie emerse solo due anni fa (e infatti il capitolo è stato soppresso dall'edizione francese del romanzo, perché troppo attinente a un processo in corso).
Non sono né profeta, né servo dei gusti del pubblico. Sono invece "una parte" del pubblico, magari più sensibile ai dati del presente, ma non estranea. Come dovrebbe essere, a mio giudizio, ogni buon scrittore di narrativa di genere.

Circa la mia influenza sulla fantascienza italiana e sugli effetti della mia vittoria del premio Urania, vanno tenuti presenti due elementi: 1) Urania, un mensile venduto in edicola, è dal 1952 la più popolare collezione italiana di fantascienza; 2) Fino al 1990 non ha mai pubblicato autori italiani (se non nei primi anni di vita, per lo più sotto pseudonimo anglosassone). Il premio Urania è stato importante perché in palio c'era la pubblicazione del romanzo nella collana.
Il premio ha dunque significato la violazione di un tabù. La seconda violazione è stata Nicolas Eymerich, inquisitore. Se i primi romanzi vincitori del premio hanno avuto esito mediocre, il mio è stato un vero successo. Da quel momento, la preclusione verso i connazionali è caduta, sia da parte degli editori che da parte del pubblico. Oggi Urania e le altre collezioni minori pubblicano correntemente autori italiani (persino troppi, a mio giudizio). Questo è stato il mio contributo alla fantascienza nel mio paese.
Per me gli esordi non sono stati affatto facili, anche se, per fortuna, non facevo della pubblicazione l'obiettivo della mia vita. Il primo romanzo che presentai al premio Urania fu Le catene di Eymerich. Ti ho già detto perché fu scartato. Quando presentai Il corpo e il sangue di Eymerich, le motivazioni del rifiuto furono diverse: mancavano astronavi, alieni e, malgrado il fondamento scientifico, sembrava piuttosto un romanzo gotico (lo era, in effetti). Allora mi misi d'impegno e scrissi una storia più semplice, in cui figurassero, se non gli alieni, quanto meno le astronavi. Nacque così Nicolas Eymerich, inquisitore. A quel punto vinsi il premio.
Devo aggiungere che già da anni lavoravo a un romanzo terribilmente complicato e allucinante: Cherudek. Fu pubblicato nel 1987, ed è il preferito dai miei lettori, sia italiani che francesi. Quello fu, in effetti, il mio primo esperimento narrativo.

Nicolas Eymerich, inquisitore si sforza di aderire al romanzo di Jean Ray Malpertuis. Inoltre certe parti (quasi tutta la vicenda di Frullifer) non erano comprese nella prima edizione, e sono state aggiunte solo nella seconda. Mi rendo conto che si tratta di un romanzo più debole dei successivi, data anche la sua genesi travagliata. Va considerato come un "antipasto" al resto del ciclo.

La fantascienza anglosassone, ma direi soprattutto quella americana, in Italia sta perdendo mercato. Le ristampe prevalgono sulle novità e le vendite si restringono. A parte qualche caso isolato (penso soprattutto a Dan Simmons e, in certa misura, agli autori cyberpunk), non si può dire che la fantascienza sia un genere di successo.
Ciò è paradossale, in un momento in cui la fantascienza sta letteralmente invadendo il mondo della comunicazione. Il fatto è che il prodotto medio americano insegue il cinema e i telefilm imitandone il linguaggio e la semplicità. Tutto il contrario di quanto accadeva negli anni '50 e nei primi anni '60, quando il cinema di fantascienza era fermo ai mostri invasori o alle esplorazioni spaziali, mentre la letteratura fantascientifica abbracciava quadri molto più vasti e tentava persino la via della critica sociale.
A mio parere, la fantascienza scritta può sopravvivere solo se riesce a differenziarsi dagli altri prodotti imboccando la strada della complessità, e non quella della semplificazione. A ciò, una parte almeno della fantascienza europea sembra particolarmente predisposta. Questo, forse, per via del proprio codice genetico. Non dimentichiamoci che H.G. Wells, C.S. Lewis, Olaf Stapledon erano filosofi e letterati di rango, molto attenti alle vicende del loro tempo.

In Italia i critici letterari specializzati in fantascienza, o almeno in possesso di qualche nozione, sono molto rari, soprattutto nei grandi quotidiani. In Francia sono più numerosi, e anche alcune facoltà universitarie dimostrano interesse. In tutti e due i paesi, comunque, lo status culturale della fantascienza è molto basso, e certo inferiore a quello di altra narrativa di genere, come il poliziesco e il noir.
No, la vitalità della fantascienza italiana e francese non è dovuta ai critici, ma esclusivamente al rapporto col pubblico. E' il prodotto, cioè, della lenta infiltrazione (recentissima in Italia, più antica in Francia) nelle collane più popolari. E della scoperta da parte degli editori che, in un quadro di mondializzazione, sono cadute le preclusioni dei lettori nei confronti di una fantascienza firmata da propri connazionali. D'altra parte, se negli anni '50 era impensabile un astronauta italiano, spagnolo o francese, oggi non è più così.
Detto questo, preciso però che la situazione in Italia e quella in Francia sono totalmente diverse, e molto difficili da paragonare.

Nelle tre edizioni che si sono svolte finora (per due anni a Poitiers, e nel 2000 a Nantes), la manifestazione Utopia ha consentito a centinaia di scrittori europei di fantascienza, e a molti professionisti del settore (editori, direttori di collana, illustratori, agenti letterari, critici, ecc.), di conoscersi tra loro. Ciò ha avuto un effetto immediato: una serie di traduzioni nelle rispettive lingue, presso i maggiori editori. Per fare un esempio, attualmente sei scrittori francesi sono regolarmente pubblicati in Italia, e altri otto stanno per essere tradotti. Ciò non accadeva da almeno vent'anni, e non sarebbe forse mai accaduto senza Utopia. Ma gli esempi sarebbero numerosi: due autori tedeschi di fantascienza sono usciti in Francia e in Italia, alcuni scrittori spagnoli stanno per avere o hanno già avuto la stessa sorte, ecc. Sono in progetto antologie e altre iniziative.
L'associazione AELITA nasce con l'intento di rendere permanente l'azione di Utopia durante tutto il corso dell'anno, instaurando contatti costanti tra gli scrittori e gli operatori del settore, con immediati esiti editoriali. L'avvio è molto lento, perché si tratta di un'associazione non di fans, ma di professionisti con mille altri impegni. Però sono assolutamente certo del risultato, a condizione che si esca dal provincialismo e dalla logica del ghetto. Se uno scrittore spagnolo (ma potrei dire francese, tedesco, russo, rumeno, italiano, ecc.) ha difficoltà a farsi pubblicare in patria, deve cominciare a capire che in altre regioni d'Europa esistono editori che possono essere interessati alle sue opere. La funzione di AELITA è principalmente quella di facilitare questi contatti. E' in costruzione un sito web che riporterà statuti e condizioni di ammissione. Molte altre iniziative sono in cantiere.
Il Grand Prix de l'Imaginaire viene consegnato nel corso di Utopia, ma esiste da decenni e ha vita autonoma. E' il più antico e prestigioso premio dell'area francofona (insidiato, da tre anni, dal più ricco e ambizioso Prix Tour Eiffel), riservato a romanzi scritti o tradotti in francese. Si divide in molte categorie: migliore romanzo francese, migliore romanzo straniero, migliori racconti, ecc. Nella giuria siedono scrittori, editori, illustratori, cineasti ecc. L'elenco dei vincitori è reperibile sulla rivista americana Locus, nonché nei molti siti francofoni consacrati alla fantascienza: Noosfère, Les Quarante-Deux, Infini, ecc.

Da giovane ero un appassionato lettore di fantascienza, ma non solo di fantascienza. Con l'università, trascurai un po' la narrativa e cominciai a leggere soprattutto saggistica, anche se con passione certo minore. Quando decisi di mettermi a scrivere romanzi, inizialmente per passatempo, cercai di mettervi tutto ciò che mi aveva conquistato da ragazzo. Fantascienza, certo, però anche altro. Ecco uno dei motivi che rendono i miei romanzi così difficili da classificare.
A parte il ciclo di Eymerich ho scritto nel 1999 un grosso romanzo storico, Magus, suddiviso in tre volumi. Tratta della vita di Nostradamus, sullo sfondo delle guerre di religione nella Francia del '500. Non mancano molti elementi fantastici. L'ho scritto su commissione dell'editore ed è certo più "commerciale" degli Eymerich, tuttavia ho cercato di allontanarmi dal puro prodotto di consumo (per dirne una, Nostradamus non risulta affatto simpatico, e tratto con ironia le sue profezie). Magus è il mio romanzo più tradotto all'estero, anche se non ancora in Spagna.
A parte questo scrivo fumetti e svolgo attività di sceneggiatore, per la radio (ho vinto un importante premio internazionale in questo campo), la televisione e il cinema. Di recente ho anche pubblicato una raccolta di saggi sulla narrativa popolare, intitolato Alla periferia di Alphaville.

E' un po' difficile elencare i miei scrittori preferiti, perché sono davvero tanti. Negli ultimi anni, quelli che mi hanno davvero colpito sono soprattutto gli autori di "noir", in particolare l'inglese Derek Raymond e il francese Jean-Patrick Manchette. Nel campo del fantastico e della fantascienza, certi scrittori che adoravo da giovane rimangono tuttora i miei preferiti: Leiber, Sturgeon, Dick, Sheckley, Knight, Le Guin, ecc., oltre ai già citati Lovecraft e Ray. Scoperte più recenti sono Dan Simmons, John Crowley, Lucius Shepard, George R. R. Martin e, nell'horror, Peter James e Ramsey Campbell.
Di Umberto Eco apprezzo soprattutto la saggistica, specie quella che scriveva qualche decennio fa. Si può dire che ho imparato a scrivere in italiano studiando la grammatica e la sintassi della sua prosa, praticamente perfette. Il nome della rosa mi è piaciuto molto, ma non gli altri romanzi che ha scritto.
Può darsi che la risonanza Il nome della rosa abbia influito sul mio successo personale, ma credo in misura molto debole. Va ricordato che tra il mio pubblico continua a prevalere quello orientato verso la narrativa fantastica. Del resto, non credo che i miei romanzi somiglino molto a quello di Eco.
Come lettore, non pretendo di trovare opere che somiglino alle mie, altrimenti leggerei ben poco.

Io non credo a una letteratura-manifesto, nel senso che lancia proclami o fa proposte politico-ideologiche. Credo però a una letteratura critica, bene agganciata alla società e attenta ai suoi sviluppi e alle sue distorsioni. E' questo che la letteratura "alta" dei giorni nostri riesce sempre meno a fare, e di cui invece la narrativa popolare resta capace. Lo fece il feuilleton francese dell' '800; lo ha fatto la fantascienza sociologica degli anni '50 e '60; lo fa il genere "noir" in Francia ma, in certa misura, anche negli Stati Uniti.
E' chiaro che può esistere una narrativa popolare di pura evasione, ma è anche la più effimera e la meno destinata a durare, per debolezza intrinseca spesso anche stilistica. Chi legge oggi Murray Leinster, Vargo Statten o Brett Halliday? L'oblio sarà anche il destino di tanta narrativa ispirata ai telefilm. Invece ancora oggi si ristampano Dashiell Hammett e H. G. Wells. La carta vincente non è la propaganda ideologica: sono piuttosto la complessità e lo sguardo lucido sul presente. A ben vedere, il cyberpunk ha messo in scena multinazionali, lotta per il dominio sui sistemi di comunicazione, ricadute sociali della tecnologia informatica. Il tutto con aria apparentemente svagata, mentre nascondeva una consapevolezza fortissima, anche espressiva. I dibattiti apparsi su Science Fiction Eye restano memorabili: quella era gente che pensava, che ragionava sul proprio lavoro. O si segue questo esempio, o la fantascienza scomparirà, come è scomparso il romanzo western o quello di pirati.
Quanto a chi ritiene che la post-modernità abbia ucciso le scelte di campo e il discorso critico, mi fa sorridere. In realtà manifesta una precisa ideologia. Quella che in italiano viene detta "qualunquista".

Il successo di Eymerich mi ha consentito di dedicarmi a tempo pieno all'attività di scrittore. Un risultato che in Italia nessuno può vantare, nel campo del fantastico, e pochi anche nel campo della letteratura generale. Il prezzo sono stati la mancanza di una famiglia (sono divorziato e non ho figli), una vita che a tratti somiglia a quella di un monaco amanuense e ripetute congiuntiviti per uso smodato del computer. Non scrivo tutto il giorno, ma lo faccio in orari assurdi, quando sono certo di non essere disturbato. All'ora di pranzo, per esempio, oppure a tarda notte. Fanno in totale sei o sette ore di scrittura quotidiana.
Tutto ciò viene compensato da un piacere infinito, specie quando scrivo di Eymerich. Viaggio per mondi che mi creo io stesso, ma che per me sono assolutamente palpabili e reali. E' un'esperienza veramente bella.
Il prossimo Eymerich sarà a fumetti: voglio tentare nuove vie espressive. Sto anche collaborando a un CD di un gruppo heavy metal dedicato al mio inquisitore, e l'estate scorsa c'è stata la prima rappresentazione di Tanit, un dramma di musica classica ispirato al quarto romanzo del ciclo. Attualmente scrivo soprattutto sceneggiature, ma è un lavoro un po' troppo meccanico e freddo, per i miei gusti. Tornerò a Eymerich appena possibile.

 

 

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