IL NERO E' DONNA (Articolo apparso su Vogue Italia, agosto 2002) Noir, gotico, horror e generi affini hanno una propria nobiltà letteraria intrinseca, che va oltre la qualità delle singole opere. L'affermazione, me ne rendo conto, può sconcertare: anche se molte cose sono cambiate, parte della critica si attarda nel considerare quelle che ho citato forme narrative inferiori, rientranti nella larga categoria del "consumo". D'altro canto, ai loro tempi Croce, Prezzolini e altri ritennero quelle che chiamavano "fantasticherie romantiche" incompatibili con una nebulosa "anima italiana", e adatte, invece, all'immaginario anglosassone. Ultimo di tanta schiatta, non molto tempo fa Eugenio Scalari, promossosi da solo critico letterario, esortava i nostri giovani scrittori ad abbandonare i "gialli" e a dedicarsi alle cose serie. Tutti costoro paiono ignorare che, dall'alba stessa della letteratura, esiste un genere chiamato tragedia, legato a filo doppio alla morte, alla sofferenza e al delitto. Che cos'è, la narrativa nera (di tutte le sfumature del nero), se non la forma moderna della tragedia? Essa tocca anzitutto quel limitare dell'esperienza, ma anche della conoscenza umana, che è la morte. Sappiamo tutti più o meno come si muore, ma non cosa si prova quando si muore, se non in via molto approssimativa o in virtù di fede. L'angoscia legata a ciò è tanto sconvolgente da avere modellato intere culture e da avere condizionato in profondità la stessa vita intelligente. Da ciò, una curiosità costante nei millenni verso il tema, e un fiorire inarrestabile di fantasie al riguardo. Ma ugualmente ossessiva è la curiosità verso il delitto. Se ci limitassimo ai numeri, potremmo dire che, nelle sue infinite forme (guerre, stragi, omicidi individuali, ecc.), si tratta di una delle attività umane più largamente praticate. Eppure essa crea un disagio insostenibile, in quanto confligge con l'imperativo primario della preservazione della specie, ben oltre i veti morali e religiosi. Questo spinge gli assassini a cercare delle giustificazioni al proprio atto, e chi ne viene a conoscenza a reclamare ansiosamente una motivazione logica. Guai se non ve ne fossero: bisognerebbe ammettere che il crimine fa parte di un istinto innato, e che dunque l'agire dell'assassino potrebbe essere quello di chiunque. Conclusione inammissibile, e tale da ledere le fondamenta dell'intero vivere sociale. Da qui, una pletora ancestrale di narrazioni che hanno per tema un delitto e le sue possibili cause, fisiche, psichiche o metafisiche. Se questa curiosità irrefrenabile cessasse, sarebbe un terribile segnale. Ma eguale curiosità si appunta, da sempre, sull'area oscura posta al limitare tra la vita e la morte, e cioè la sofferenza. Passaggio obbligato nella vita di ciascuno, ma che va il più possibile ridotto. Se si dilata, finisce per coincidere con il male in sé, e per dettare interi codici morali, oppure domande di portata cosmica: perché Dio permette questo? Quale ordine sociale ingiusto impone a tanti di soffrire? La sofferenza cela in se stessa purificazione e riscatto? In nome di cosa si soffre? Ecco temi tutt'altro che banali, ispiratori, tra tante cose, di una letteratura debordante che della sofferenza fa il proprio oggetto. Se tale materia si lega alla morte e al delitto, abbiamo la tragedia. Ma abbiamo anche il noir, il gotico e l'horror. Si possono seriamente sottovalutare generi narrativi capaci di toccare ciò che pulsa negli angoli più oscuri della nostra mente? Ne dubito, a meno di non volere considerare letteratura solo ciò che, più che trascurare questi temi, li esorcizza. Allora, però, bisognerebbe intendersi meglio su quella che viene definita narrativa di "intrattenimento", di svago, di consumo. La definizione non spetterebbe più alle opere che indagano l'Ombra, ma a quelle che vengono loro opposte quali esempi di narrativa "seria", realistica, equilibrata. Certo, la letteratura nera e tragica è spesso eccessiva, morbosa, costruita per angustiare o spaventare. Deve esserlo: ha per oggetto specifico la follia, il mistero, la paura del mistero, le realtà di confine. E' per sua natura popolare, in quanto risponde a inquietudini largamente diffuse, che avvicinano l'autore al lettore in un rapporto di diffidente complicità. Ma soprattutto affonda le proprie radici in un tessuto onirico universale, in cui si coagulano incubi antichi. Seduce grazie a effettacci, si dice. A ben guardare, seduce grazie a simboli e agli archetipi a essi collegati. Arretriamo di oltre due secoli e soffermiamoci su quel genere gotico-romantico tanto inviso a Croce (e all' "anima italiana"). Castelli solitari, paesaggi notturni, cimiteri isolati, foreste impenetrabili, laghi sotto la luna. Gli effettacci dell'epoca. Intanto non è difficile scoprire che le autrici e gli autori (dalla Radcliff a Walpole alla Shelley a Lewis) traevano ispirazione proprio da scenari italiani, e che nei panorami della penisola pescavano l'iconografia loro cara. Ma ciò ha poca rilevanza. Ne ha invece il fatto che tanti di quegli elementi ricostruivano un passato ancora antecedente, e trovavano precise risonanze nel paganesimo greco o latino. Era ciò il romanticismo: una ricostruzione della classicità, che nel gotico si fondeva con superstizioni e leggende. Ma nel mondo pagano, custode della morte e dei suoi simboli era la donna. Capace di dare la vita, sovrintendeva anche alla sua negazione. Proserpina, Persefone, Diana, Ecate regnavano sugli inferi, sulla notte, sugli abissi, sulle foreste fitte bagnate di luna. Su tutto il corredo iconografico, cioè, che ritroviamo pari pari nel gotico, appena ammodernato. E non è un caso se tante donne sono protagoniste del gotico romantico (ma anche del gotico moderno), quali autrici di racconti e romanzi. Si tratta della forma letteraria più femminile che esista. Certo, il ruolo chiave che le donne rivestivano nel paganesimo quali custodi di vita e morte fu poi cancellato dall'offensiva giudaico-cristiana, e dal potere patriarcale che, con successo, essa cercò di imporre. Le ultime vestali della sacralità notturna vennero chiamate streghe e bruciate. La natura diventò demonio da scacciare. La femminilità fu snaturata al punto che le donne si fecero serve fedeli del nuovo ordine, e le peggiori nemiche di se stesse. Prima e dopo la parentesi romantica, furono loro riservate letture tenui, consolanti, talora blandamente erotiche. Il notturno e l'oscuro furono tolti loro di mano, e sostituiti con l'effimero e il vacuo. Addio controllo della morte; persino quello sulla vita fu loro contestato. Da almeno cinquant'anni, però, le donne si stanno nuovamente impadronendo dei terreni loro inibiti: dalla pornografia all'horror e al noir. Si tratta ancora di minoranza, e tuttavia è una minoranza che conta e si espande. Il richiamo dell'Ombra si è rivelato più forte di secoli di tabù, di scelte obbligate, di umiliazioni. La donna, che dominava la tragedia, sta oggi facendo sua, come lettrice e come autrice, le forme contemporanee del più antico dei generi letterari. Il nero è colore femminile per eccellenza: il rosa si addice solo alla femminilità colonizzata. E' una rivoluzione cromatica di portata epocale, di cui pochi si accorgono. Chi se ne accorge sa bene che è irreversibile, perché obbedisce a impulsi antichi. Anzi, antichissimi.