IL MOSAICO IN FRANTUMI (Recensione a P. K. Dick, Ma gli Androidi Sognano Pecore Elettriche?, Ed. Fanucci, apparsa su Liberazione, 2000) Quando punta sulla qualità e ha il coraggio dell'innovazione, anche un piccolo editore può acquistare un ruolo centrale nel panorama della cultura. Ce lo dimostra la casa editrice Fanucci. In origine specializzata in fantastico e fantascienza, oggi pubblica una delle più interessanti collane di narrativa d'avanguardia, l'ormai notissima Avant-Pop, nonché saggi di levatura tale da interessare il mondo accademico. Parallelamente, continua la propria ricerca sulla fantascienza, proponendo quanto di meglio esista oggi in quel campo nella collana mensile "Solaria" e in altre collezioni di successo. La svolta che ha condotto la Fanucci a traguardi inattesi di prestigio e di peso culturale è in gran parte legata al nome di un autore statunitense: Philip K. Dick. Nato nel 1928 e morto nel 1982, Philip Kendred Dick trascorse gran parte della sua esistenza pubblicando racconti e romanzi su riviste americane di fantascienza note solo agli appassionati, o presso editori di dubbia rinomanza. La sua fama è essenzialmente postuma. Il film Blade Runner di Ridley Scott, tratto proprio dal romanzo che qui recensisco, attirò l'attenzione sul suo nome. Poi l'apparizione in Francia della biografia di Emmanuel Carrère Io sono vivo, voi siete morti (Theoria, Roma, 1995) conquistò a Dick l'interesse della critica (piaccia o meno, in Europa sono ancora i francesi a fare cultura). Nel frattempo, gruppi di scrittori americani, spesso lontanissimi dalla fantascienza, avevano già iniziato a fare di Dick un loro obbligato punto di riferimento. Mentre all'interno della fantascienza stessa la corrente più rivoluzionaria e più indisciplinata, il cyberpunk, attingeva a Dick a piene mani e lo elevava più o meno legittimamente a proprio nume tutelare. In Italia, si sa, i ritmi della critica letteraria sono più elefantiaci che in Europa o nel resto del mondo, mentre le pagine culturali dei quotidiani ricordano non di rado la cerimonia del tè delle anziane signore inglesi ("Ricordi quando c'era quello? Ah, che peccato che sia morto!" "Ho ancora presente quando al Caffè Greco venivano il tale e il talaltro" "Non scorderò mai la feroce polemica tra X e Y che sconvolse via Bagutta e incrinò l'ambiente uscito da Giustizia e Libertà"). Dick, da noi, era tradotto (male) fin dagli anni Sessanta, ma chi mai gli aveva prestato attenzione? Del resto, identico destino ebbero in Italia Ballard, Vonnegut e altri autori che oggi ci si vergognerebbe di non conoscere. Ci voleva Sergio Fanucci, attorniato da una schiera di collaboratori di prim'ordine (Sandro Pergameno per la fantascienza, Mattia Carratello e Luca Briasco per la letteratura generale), per intuire, tendendo le orecchie oltre confine, che uno degli autori che aveva in catalogo non era come gli altri. Fino alla decisione di valorizzarlo e di farne l'asse portante non solo della sua casa editrice, ma anche delle successive trasformazioni di questa. Così, da diversi anni a questa parte, il lettore italiano ha finalmente a disposizione buone traduzioni di Dick, e può apprezzarne per intero il valore. Ma ciò a Sergio Fanucci non bastava. Tanto che oggi ci propone l'autore americano in edizioni filologicamente curate, e accompagnate da un apparato critico del più alto livello. Si comincia con Ma gli androidi sognano pecore elettriche?, cioè dal romanzo da cui fu tratto, piuttosto infedelmente, il film Blade Runner. Già il titolo è ricondotto a quello originale, e non più, come nelle ultime ristampe del romanzo, a quello della pellicola. La traduzione, nuova di zecca, è di Riccardo Duranti, professionista tra i più apprezzati. E poi ci sono una prefazione e una postfazione di pari ricchezza, opera la prima, a carattere eminentemente letterario, di Carlo Pagetti, la seconda, imperniata sui risvolti politico-sociali, di Gabriele Frasca. Credo che il romanzo, sebbene non sia il migliore di Dick, fosse effettivamente il più idoneo a inaugurare la collana. Sia per la popolarità della trasposizione cinematografica presso il grosso pubblico, sia per la presenza, al suo interno, di talune chiavi di volta dell'intera narrativa dell'autore. Sintetizzando e schematizzando non poco, si può dire che al centro degli interessi di Dick figuri costantemente il tema della perdita dell'identità. Ogni suo romanzo inizia presentando un quadro sfaccettato di situazioni e di personaggi all'apparenza ben solidi e definiti; poi, attraverso un groviglio di sviluppi spesso assai tortuoso (ma mai faticoso), il mosaico si decompone pian piano, le tessere si distanziano, e si arriva a scoprire che la solidità iniziale era pura apparenza. Ciò che pareva vero e certo nascondeva un'altra verità, e questa un'altra ancora; tanto da far sorgere il dubbio, nel protagonista, nel lettore, e in ultima analisi nel narratore, che di verità non ve ne sia alcuna, e che anche l'ultima accertata (la "soluzione") sia impalpabile ed effimera quanto quelle sfatate. Ma gli androidi… obbedisce a questo schema. Il cacciatore di androidi, Rick Deckard, finirà per chiedersi se per caso non sia egli stesso un androide. Da cui si vede come, in fondo, l'incertezza non riguardi la realtà esterna, bensì quella interiore. I personaggi principali dei romanzi di Dick stentano a trovare le coordinate del reale perché hanno smarrito le proprie, e non riescono a collocarle in un contesto percepito come ambiguo e mutevole. E' dunque il loro Io che è andato perduto; e ciò ci fa apparire l'intera opera dello scrittore come un'articolata ma coerentissima indagine sulla schizofrenia, di cui ogni romanzo costituisce un capitolo. Questa matrice psicoanalitica in Ma gli androidi… è particolarmente evidente. A differenza degli altri lavori dell'autore, qui assume un peso essenziale il fattore onirico. Gli androidi sognano, ed è nel sogno che la loro identità disumana diventa individualità umanissima. Colgono infatti brandelli di passati mai vissuti, capaci di collegarli al mondo degli uomini, cui sperano di appartenere (pur odiandolo). E' quindi dall'inconscio che prende avvio la loro la loro definizione personale; ma lì è anche la radice della schizofrenia, perché l'inconscio è per definizione un non-luogo, una sabbia mobile dai contorni cangianti, che solo il sogno può rappresentare. Avremo, di conseguenza, identità irreali, nate in una dimensione irreale, alle prese con una realtà fatta di apparenze e di giochi di specchi. Anche perché la realtà è disegnata dal modo in cui la si percepisce, e se l'osservatore ha una genesi personale onirica, la sua visione sarà fatta di sogni sovrapposti… Non mi spingo oltre, e mi limito a un paio di osservazioni. Dick è stato spesso accusato di adottare uno stile letterario sciatto e di dipingere psicologie approssimative. La prima imputazione ha un fondo di verità, nel senso che le sue storie e lo stile del racconto sono costantemente al servizio di un'idea, ma la seconda no. La psicologia è l'oggetto stesso dei suoi romanzi, che vanno intesi quali metafore, o parabole, di una condizione esistenziale esplorata in tutta la sua complessità. Ben pochi autori a lui coevi seppero spingersi tanto in profondità, nell'analisi delle patologie psichiche indotte dal modo di vivere in un tempo di rapidi mutamenti. E anche molti autori post-moderni, che pure amano richiamarsi a Dick, raramente valicano la soglia del paradosso gratuito e dell'effervescenza di maniera, mentre preferiscono tenersi ben lontani dalle zone in ombra della psiche. La seconda osservazione è che Dick è un autore di fantascienza. Chi scambia ancora quest'ultima per una banale anticipazione del futuro, non troverà nei suoi romanzi troppo pane per i propri denti. Sì, vi sono androidi, animali meccanici, oggettini sorprendenti, ma la matrice tecnico-scientifica di questo armamentario è taciuta o ignorata. Tutta l'attenzione è invece spostata sulle angosce umane di fronte a un presente sempre più difficile da afferrare, nei suoi ritmi forsennati di mutazione. Questo è, in fondo, il tema saliente di tutta la grande fantascienza, e ciò che rende i romanzi di Dick leggibili anche trenta o quarant'anni dopo la loro prima apparizione. Pare incredibile che Ma gli androidi… sia stato scritto nel 1968: le pagine rugginose sono davvero poche, e certo in numero minore di tanti altri testi dello stesso periodo. Quanti presunti "capolavori" odierni, divenuti dei bestsellers alla loro uscita, possono vantare una simile longevità? Credo davvero pochi. Il fatto è che, scremata dell'inevitabile paccottiglia, la grande fantascienza è letteratura ambiziosa, destinata a una perenne vitalità. Sergio Fanucci, a differenza di certi suoi colleghi votati al puro intrattenimento e all'edizione tirata via, ha raggiunto la consapevolezza di possedere un catalogo tutto schierato sul fronte più avanzato della narrativa contemporanea. Si trattava di consolidarlo, di fornirgli trincee e contrafforti. La nuova collana dedicata a Dick è un primo bastione, nell'ambito di una battaglia culturale peraltro già vinta. Sul fronte opposto, infatti, non sopravvivono che larve ed evanescenti nostalgie.