I FIGLI DEI FANTASMI DI LUCE (Introduzione a G. Ristretta, R.E. Esposito, M. Monteleone, Fantasmi di luce, vol. V, Ed. Profondo Rosso, 2002) E così siamo arrivati al quarto volume di questo vastissimo dizionario enciclopedico del cinema fantastico. La sua formula - dati filmografici essenziali, trame concise, breve giudizio - ricorda quella dell'opera classica di Donald C. Willis Horror and Science Fiction Films - ma in quest'ultima mancavano le ampie schede di approfondimento che corredano ogni volume di Fantasmi di luce. Ancor meno riscontri esistono in libri analoghi apparsi in Italia. L'informazione rapida ma completa, la praticità di un prontuario, da noi sono merce relativamente rara. Rivolte le doverose lodi a un'opera davvero originale, veniamo ai contenuti, e cioè alle lettere dalla F alla I. Lettere che, anche prima di avere aperto il volumetto, richiamano alla mente una lunga serie di titoli importanti o suggestivi. Un bel po' di "fantasmi", per esempio, dell'Opera o del palcoscenico, innamorati o galanti. Poi le poco felici trasposizioni filmiche di Fantômas, il capolavoro di Pierre Souvestre e Marcel Allain. Ancora, vari Frankenstein di valore diseguale, ma che tutti assieme hanno creato un mito tra i più solidi e duraturi, nobilitando uno dei romanzi più noiosi della storia. La lettera F, però, è soprattutto la lettera dei "Figli". L'aspetto più caratteristico del cinema popolare, come della narrativa da cui trae ispirazione: la sequenzialità. Elemento che agli occhi dei puristi involgarisce un'opera, e che invece sintetizza un tipo particolare di fruizione, fatta di partecipazione totale e di adesione ai contenuti. Gli eroi - positivi o negativi - figliano quando si sono bene impiantati nell'immaginario degli spettatori o dei lettori, al punto che sono questi, non rassegnati al fatto che la storia sia finita, a reclamare nuove avventure del personaggio o, in mancanza di meglio, una prole che ne continui le imprese. Ecco quindi fiorire figli e figlie di Frankenstein e di Godzilla, dell'Uomo Lupo o del Dottor Jekyll. I giganti della fantasia collettiva figliano persino quando sarebbe tecnicamente difficile: è il caso di Dracula che, cadavere da qualche secolo, riesce nondimeno a mettere al mondo degli eredi, dimostrando una vitalità impensata. Solo la Mummia, a quanto ne so, non ha ancora figliato, ma in quel caso sarebbe stato eccessivo. Passiamo alla lettera G. Gamera, Godzilla bastano da soli a fornire al dizionario un bel po' di titoli. Frutto di un paese, il Giappone, che sembra al tempo stesso temere e adorare il gigantismo (forse per la bassa statura media degli abitanti), questi mostri preistorici richiamati in vita dalle radiazioni atomiche hanno arricchito il cinema di alcuni dei più deliranti spettacoli mai visti. Perché, quando si ha a che fare col cinema fantastico, i normali strumenti critici non bastano più. Poco contano il calligrafismo, il dosaggio delle emozioni, l'armonia delle tinte, la coerenza della struttura narrativa. Tutti questi elementi possono essere presi a parametro, certo, ma il criterio di giudizio finale è il delirio inventivo. In questo senso, Inoshiro Honda è maestro; il Kubrick di 2001 gli è nettamente inferiore. Sia chiaro, noi stiamo parlando di un altro cinema. Quello che, mentre ancora i Lumière filmavano annaffiatori innaffiati e treni in arrivo, spediva con Meliès un buffo proiettile nell'occhio della luna. Col tempo, i due filoni hanno finito per coincidere parzialmente, ma una distanza è rimasta. Alien, per qualsiasi intenditore, è grande non perché sia un film tecnicamente perfetto (lo è), ma per la follia scatenata che lo pervade. Follia che oltrepassa totalmente la logica e giunge diritta al subconscio. Che è poi il terreno in cui l'altro cinema ha radici. Verranno le lettere H e I. Gli Halloween, gli Hellraiser, le invasioni. Decine di invasioni di alieni d'ogni tipo, con una spiccata preferenza per quelli a forma di insetto. Anche qui si attinge al subconscio a piene mani, e gli si restituisce il materiale trovato attraversando con disinvoltura le barriere della psiche. Ciò fa pensare che il cinema di cui trattiamo sia sì diverso da quello ordinario, ma non gli sia inferiore. Certo, raramente sfiora l'arte, a causa del meccanismo industriale che gli sta alla base. Però anche Hyeronimus Bosch e i Bruegel tenevano bottega, e ciò che dipingevano andava incontro al gusto dei committenti. Nessuno negherà per questo la loro abilità nello sfiorare le zone più oscure della mente. La capacità di delirio. Ecco, secondo me il cinema fantastico, fatto di numerose opere discutibili ma di alcune davvero eccellenti, va nel suo complesso giudicato in questa chiave. Per cui mi sembra ottimo il titolo di questa enciclopedia: Fantasmi di luce. Allude non solo alle immagini sullo schermo, ma a immagini ben nascoste dietro di noi, che un bisogno impellente e ancestrale ci fa reclamare in forma visiva. E, se ci piacciono, ci spinge a esigerne una figliolanza.