I CAVALIERI CHE FECERO L'IMPRESA (Recensione pubblicata su Nocturno, 2001) Non mi sarei mai aspettato che a fare l'impresa fosse Pupi Avati. Quale impresa? Quella - ben più ardua del ritrovamento della Sindone - di spingere il cinema italiano oltre le Scilla e Cariddi di Moretti e Pieraccioni. Oltre, cioè, il solipsismo e la volgarità, resi tra loro solidali dal comune odio per un cinema fatto di visualità, e non trasformato in uno statico registratore non già di immagini, bensì di dialoghi. Il film di Pupi Avati è bello, arioso, mosso, inquieto.La storia la sanno ormai tutti: alla fine del XIII secolo, cinque giovani si recano in Terrasanta alla ricerca del lenzuolo che avrebbe avvolto Cristo e, dopo averlo ritrovato e rubato, vanno incontro a una sorpresa davvero inattesa, che costituisce il momento più drammatico ed emozionante dell'intera pellicola (oltre che una sequenza da antologia). Ma la trama è poca cosa, a paragone del contesto: un medioevo cupo ed estremo, in cui lo spettacolo quotidiano della violenza e del sangue reca, quale unica luce, uno spiccato senso del sacro. Un medioevo che forse era così e forse no, ma che resta splendido luogo di rifugio per la fantasia e ricettacolo privilegiato del mito. Per di più qui gravato dall'autoconsapevolezza epocale di essere prossimo al tramonto, e destinato a venire cancellato da tempi in cui brutalità e poesia non saranno più così intimamente impastate. Dicevo che non mi aspettavo che un film così potesse essere realizzato da Pupi Avati. In realtà, negli ultimi anni avevo finito per dimenticarmi del grande Avati de La casa dalle finestre che ridono, di Zeder e di tutti i suoi primi film felicemente deliranti. Non che i successivi fossero scadenti, tutt'altro; però sembravano di fatto allineati al minimalismo imperante, sia pure con qualche guizzo di genio in più e con un virtuosismo di macchina sconosciuto ad altri registi. E' bello ritrovare l'Avati a suo tempo molto amato, quasi che si fosse sepolto nei "terreni Z" di Zeder e fosse risorto con la furia innovativa di allora (in effetti, anche ne I cavalieri c'è una resurrezione, che potremmo in questa chiave considerare simbolica). La grande speranza legata a questo ritorno è che, data l'autorevolezza dell'autore, anche il cinema italiano riemerga e, ripulita dalla ruggine la vecchia spada, lo segua sulla via del coraggio. Se il film di Olmi su Giovanni Dalle Bande Nere (mentre scrivo non ancora uscito in sala, e sbirciato solo attraverso il trailer ) avrà pari dignità, l'eventualità potrebbe materializzarsi per davvero. Devo però precisare che, se I cavalieri che fecero l'impresa è un gran bel film, non è ai miei occhi un capolavoro, ma piuttosto un embrione. Le contraddizioni non mancano, i punti deboli nemmeno. Gli eretici custodi della Sindone non si capisce bene chi siano, il viaggio inizia un po' troppo tardi rispetto all'economia della storia, alcune soluzioni sono frettolose, lo splatter è in certi momenti esagerato. Tutti peccati veniali (uno solo quasi mortale: avere chiamato uno dei cavalieri Giacomo di Aldo Giovanni, trovata umoristica che stride col respiro e l'eleganza della vicenda). Ciò in ogni caso non lede, se non in minima parte, lo splendore e la generosità della costruzione, capace di alimentare un susseguirsi di stati d'animo nello spettatore e nei personaggi: dal raccapriccio alla nostalgia, dall'emozione alla curiosità. Stati d'animo così intensi da consentire a Pupi Avati persino la riuscita in quella che, a mio avviso, era la minaccia più insidiosa: fare recitare un gruppo di attori in gran parte italiani in maniera credibile e lontana dal consueto, fastidiosissimo ciarlare ingessato di stampo televisivo. Miracolo dei miracoli, se la cavano tutti bene o benino, e riescono a comunicare una gamma di sensazioni, ora delicate, ora forti. Volendo essere cattivo, direi che molto ha contato, in questo, la decisione del regista di costringere al silenzio Raoul Bova per quasi tutto il film. Buono anche lui, comunque, e lontano dai languori consueti. Insomma, una riuscita su molti fronti, se non su tutti; sorretta, a quanto sembra, da una discreta distribuzione, con un numero sufficiente di copie circolanti e un tempo medio di permanenza nei cinema abbastanza adeguato. Per un film italiano, contingenze davvero rare. Certo, quando dico "film italiano", mi accorgo di dire una mezza verità: la produzione è per metà francese, e lo si sente. Per le disponibilità finanziarie, direte voi? No, per la natura stessa della pellicola. E qui mi sia consentito un pistolotto conclusivo. In Francia il cinema di genere (come è in fondo il film di Avati, che suppongo tanto intelligente da non sentirsi sminuito da questa definizione) è vivo e vegeto. Lo si vede non solo nei noirs o nei film storici, da sempre popolari (riusciti o meno che siano), ma anche nei film fantastici, o addirittura in certe incursioni nel kung-fu (come Crying Freeman o Le pacte des loups di Christopher Gans, il secondo previsto da noi per l'autunno). Per capire quale sia la fonte ispiratrice di questa passione basta capitare nella Cineteca di Parigi il mercoledì sera: cicli e cicli dedicati allo spaghetti-western, al giallo all'italiana, al "poliziottesco", a nostri prodotti in Italia dimenticati o condannati all'ostracismo. E guardando chi affolla la sala si scopriranno registi, critici cinematografici e fior di produttori. Le case di produzione italiane sostengono di avere capitali insufficienti. Balle (se fosse vero che ci starebbero a fare?). I cavalli e i costumi de I cavalieri non sono né più numerosi, né più costosi di quelli di un'emerita stronzata come Il mio west. Per di più, durante tutto il Giubileo ci siamo dovuti sorbire una caterva di vite di santi, martiri e apostoli ambientate in contesti produttivamente sfarzosi. Co-produzioni, certo, ma nate per iniziativa italiana. La verità è che mancano non i soldi, ma il coraggio di investire correndo rischi, che è poi il mestiere di qualsiasi capitalista da quando il capitalismo esiste. Si produce per il cinema ma guardando alla tv. Il che significa che il linguaggio va adeguato a priori a quello di Commesse o de Il bello delle donne, che qualsiasi oltranzismo va bandito, che la chiave critica di riferimento diviene quella di Claudia Vinciguerra. E' logico, allora, che la macchina da presa divenga un oggetto qualsiasi, da abbandonare a se stesso mentre il regista gli corre davanti a illustrare le proprie paranoie, o a recitare sketch degni di La sai l'ultima? Non è più cinema, ma fingiamo che lo sia. Poco importa che ciò diseduchi leve intere di registi, di sceneggiatori e di attori, e scoraggi il pubblico dall'andare a vedere film italiani. Per fortuna, i "terreni Z" si sono aperti ed è tornato Pupi Avati, corrusco, eccessivo e terribile. Spero che lavori di muscoli e di spada come i suoi eroi, lasciando campi disseminati dei corpi dei nemici. Quando i cani mangeranno loro le trippe, non troveranno che rotoli di ovatta.