FACCIATE DOMESTICHE AVVOLTE NELL'ERIKA (Introduzione a AA.VV., La Stagione della Follia, a cura di L. Boccia e N. Lombardi, Ed. Il Foglio, 2002) Quella che avete tra le mani è, nel suo piccolo, una delle migliori antologie horror degli ultimi anni. E anche una delle più rivelatrici. Tenterò di spiegare il perché, dopo una breve ma necessaria divagazione. C'è chi sostiene che il genere horror sia difficile da impiantare sul suolo italiano, per una molteplicità di ragioni, tutte fasulle: dall'immagine solare dell'Italia che contrasterebbe col colore nero all'esterofilia dei lettori, dalla mancanza di una tradizione autoctona all'assenza di una "scuola" che possa indirizzare i neofiti. Ciò è assolutamente falso. Basta discostarsi un poco dall'ambito strettamente letterario (che pure vanta radici lontane, risalenti agli Scapigliati e ai romanzi di Carolina Invernizio) per trovare una fioritura horror in campo cinematografico unica in Europa. Dai grandi Bava e Freda agli abili Margheriti e Caiano, dal Mulino delle donne di pietra agli Orrori del castello di Norimberga, fino a Lucio Fulci, a Dario Argento, a Michele Soavi. Quantitativamente, non c'è nulla di simile in Francia o in Germania (con tutto il rispetto per Jean Rollin, Harald Reini e altri professionisti). Qualitativamente, non si riscontra niente di analogo in Spagna (nemmeno i migliori film di Jesus Franco o di Amando de Ossario possono competere con L'orribile segreto del dottor Hitchcock). Per una lunga e felice stagione l'Italia è stata una delle patrie dell'horror cinematografico, in grado di competere ad armi quasi pari con i grandi registi statunitensi (e non è un caso che una delle storie di questa raccolta sia stato scritta da un cineasta che cerca ancora oggi di portare avanti la sfida). Poi fattori di varia natura (costi crescenti, necessità di ricorrere a finanziamenti pubblici e dunque a un vaglio preventivo, ecc.) hanno interrotto una grande tradizione. Ma questa è una faccenda che porterebbe lontano. Sia sufficiente dire che l'Italia si presta all'horror come pochi paesi al mondo. Lo hanno del resto ampiamente testimoniato gli scrittori stranieri che hanno ambientato da noi le loro vicende: da Horace Walpole e Ann Radcliff fino al Thomas Harris di Hannibal. Per parlare di un horror italiano, specificamente italiano, occorre però qualcosa di più di un'ambientazione: occorre un radicamento negli incubi, nei turbamenti, nelle inquietudini collettive della penisola. Il glorioso cinema degli anni '60 e '70 vi era riuscito. Teo Mora, in pagine estremamente brillanti, ha dimostrato come. Mettendo per esempio al centro la figura femminile, che in tante produzioni anglosassoni era fruitrice passiva dell'orrore. In Italia domina anche quando è vittima, ma più spesso domina in quanto aguzzina. Da cui un complicato gioco sadomasochista del tutto ignoto, per esempio, anche a maestri come Roger Corman e Terence Fisher (e, in ambito letterario, a Lovecraft o Bierce). Perché però l'horror nostrano aderisse agli anni che viviamo, era necessario un passo ulteriore. Passare dalla donna quale elemento centrale alla donna in quanto madre, e cioè alla famiglia. E quest'ultima l'istituzione che più traballa, ai tempi nostri. E' da qui che vengono generati i mostri della quotidianità italiana: dalla coppia di adolescenti che uccidono madre e fratellino ai gruppi di ragazzine che, sulla base di oscure demonologie, massacrano l'amica o una suora. Fino a tanti altri delitti apparentemente inspiegabili commessi da adolescenti. Mentre la psichiatria vaneggia e si perde nello studio di fluidi neuronali, mentre la medicina brancola nella genetica con l'illusione di trovarvi la risposta a tutto, la cronaca si incarica di metterci di fronte a una verità tanto evidente quanto tragica: la famiglia, quale si è venuta configurando nell'età postindustriale, è marcia fino al midollo e genera mostri a ripetizione. Chi spera di preservarla, nella sua forma attuale, ci spinge verso un orrore illimitato. Un tema importante, non è vero? Eppure non sperate di trovarlo trattato spesso, nella narrativa corrente (inclusi i "giovani scrittori" più o meno ribelli). Invece lo trovate - sorpresa! - in quasi tutti i racconti di questa antologia, che, attraverso un trattamento ovviamente metaforico, ci parlano di rapporti familiari deviati o mostruosi. E, anche quando non lo fanno, ci spiattellano in faccia suore demoniache o altri temi d'attualità che preferiremmo dimenticare. Per questo ho definito l'antologia che state per leggere tra le più significative degli ultimi anni. Non solo per qualità di scrittura (che c'è), non solo per suspense (che c'è), ma anche per la sua aderenza a una realtà orripilante, che solo l'horror ha il coraggio di descrivere col necessario cinismo.