ERALDO BALDINI E IL NOIR ITALIANO (Prefazione a Le Tueur, Ed. Tram'éditions, 1999) Il termine Noir viene usato in Italia con eccessiva disinvoltura. In passato erano chiamati "Neri", in contrapposizione ai "Gialli" (dal nome e dal colore della copertina della più popolare collana di polars), i romanzi che avevano al centro non tanto un'indagine, quanto gangsters spietati e poliziotti ancor più spietati di loro. Erano i tempi di James Hadley Chase, di Richard Stark, di Mickey Spillane, di Frank Kane. Una piccola rivoluzione, agli occhi del lettore italiano abituato ad Agatha Christie e a Ellery Queen; ma una rivoluzione ancora tutta interna al genere "Giallo", fondato sul delitto e sulla caccia all'assassino. Solo in anni abbastanza recenti si è iniziato a parlare di Noir, importando nel vocabolario italiano la parola francese; ma ciò è avvenuto molto prima che in Italia cominciassero a essere noti, se non a pochi specialisti, i romanzi di Jean-Patrick Manchette e dei più o meno validi continuatori francesi del suo filone. Noirs erano i romanzi di James Ellroy, di Jim Thompson, di David Goodis, e fin qui siamo d'accordo; ma anche le opere di certi pallidi ed estenuati imitatori di Chandler, con i loro detectives spiantati e malinconici alla perenne ricerca di donne e bottiglie, e traditi da entrambi. Anche questi ultimi sono stati arruolati a forza nelle file del Noir; tanto che, nel contesto italiano, oggi il vocabolo può indicare proprio tutto, inclusa un'indagine poliziesca tradizionale in cui l'investigatore sia appena un poco più cinico e violento di Sherlock Holmes o di Nero Wolfe. Il fatto è che in Italia, oltre a Manchette (o a Daeninckx, a Izzo, a Dessaint, etc.), è stato scoperto in ritardo persino Hammett; mentre l'immenso Robin Cook viene tradotto, con il nome di Derek Raymond, da un anno appena. Non si è dunque capito che Noir, non come sostantivo ma come aggettivo, alludeva a una condizione dell'animo, a un oscurarsi dei sentimenti, all'emergere di patologie gravi, sociali e individuali a un tempo. Per cui, se nel poliziesco tradizionale il caso si chiude quando viene svelata la dinamica di un delitto, nel Noir si apre proprio in quel momento; essendo il delitto contingente allusivo di delitti collettivi, di deviazioni profonde, di paure remote, di intrecci psicologici contorti. Dove il poliziesco getta luce, il Noir addensa ombre; ed è il viaggio tra quelle ombre il suo oggetto vero. Incompatibile col colore giallo emanato da una lampadina. In Italia si è fatta, dicevo, un'enorme confusione terminologica. Poi è venuto Carlo Lucarelli, e si è cominciato a ragionare sul tema. Poi è venuto Eraldo Baldini, e il nero è diventato nero sul serio. Finalmente. C'è poco da dire, Baldini fa paura. Non ha lo stile secco di Manchette o di Hammett, ma piuttosto quello elegante di Cook/Raymond, arricchito di occasionali preziosismi. Un linguaggio estremamente funzionale al suo rimuovere pian piano il magma dell'inconscio, sprigionandone i fantasmi. Che talora emergono sotto forma di visioni allucinate brevi e laceranti: come quella, difficile da dimenticare, di una bambola corrosa ma dai capelli lunghi e fulgidi, che transita su una carretta nella scena più spaventosa del romanzo Bambine. O come nel finale, ai limiti del sostenibile, della sua opera più riuscita, Malaria; in cui ciò che viene alluso ferisce e fa sanguinare più di quanto viene descritto. Sono contento che, con L'uccisore, il lettore francese possa accostarsi al più torbido e inquietante degli autori italiani di Noir; e che possa assaggiare un po' delle nostre paure recondite, evocate da uno stilista di rara maestria. La Romagna, dove Baldini vive e in cui ambienta le proprie storie, gode all'estero la fama di regione solare, meta di vacanze spensierate. E' bene che si sappia che intere parti del suo territorio sono quasi perennemente avvolte da nebbie: quelle climatiche e quelle del subconscio. Di queste ultime Baldini è, a mio giudizio, il massimo cantore.