DEAD END BLUES (Recensione a H. Pagan, Dead End Blues, Ed. Meridiano Zero, apparsa su Pulp, 2001) Il lettore attento ha già capito da un pezzo che da Meridiano Zero può aspettarsi quanto di meglio esista nel campo del Noir. Il ventiduesimo titolo della collana dedicata al genere dall'editore padovano conferma l'aspettativa. Non a caso l'autore è Hugh Pagan, uno dei migliori scrittori francesi di Noir viventi, se non il migliore in assoluto. Pagan ha avuto una traiettoria singolare. Ha trascorso parecchi anni nella polizia, raggiungendo un grado elevato prima di essere trasferito a compiti marginali (oggi, dimissionario, vive della sola scrittura). Ma non è questa la sua peculiarità, che invece investe il prima, il durante e il dopo. Il prima è la partecipazione entusiasta al maggio '68. Il durante è la denuncia coraggiosa e solitaria, dall'interno di un commissariato, della corruzione di colleghi e superiori, in forme ben più radicali di un Serpico qualsiasi. Il dopo è la prosecuzione della stessa attività di denuncia attraverso una serie di romanzi capaci di dire pane al pane e disonesto al disonesto. Non ci si aspetti, dai romanzi di Pagan, un affollarsi di intrighi o pagine e pagine dedicate a secche scene d'azione. In lui la suspense nasce piuttosto dalla credibilità delle psicologie, di cui l'evento delittuoso rappresenta il catalizzatore; mentre la chiave del crimine, individuale o, più spesso, istituzionale, è tutta legata a vigliaccherie, opportunismi, perfidie che soffocano nella loro morsa l'aspirazione a una difficile verità umana. Il tutto servito da un linguaggio spesso lirico, ma senza tracce di ridondanza o di inessenzialità. Dead End Blues non è forse il romanzo migliore di Pagan (io darei la palma a Last Affair), ma è sufficiente a fornire la cifra del suo stile. Storia della perdita di innocenza di un poliziotto onesto chiamato a indagare sul caso di una ragazza decapitata in un presunto incidente stradale, e avviato passo passo sulla china dell'indifferenza morale dall'abiezione di fondo dell'istituzione cui appartiene. Una bella lezione per gli autori di Noir italiani, che troppo spesso ci offrono figure di tutori dell'ordine tutto sommato popolaresche e consolatorie (quanto meno in rapporto alla ferocia surrealistica dei loro antagonisti). Vittime, quando lo sono, non del sistema, ma delle sue storture marginali. In Francia è tutt'altra musica, e Pagan - tra i tanti, però più di tanti - la sa eseguire con ammirevole maestria.