AMERICOLT (Introduzione a D. E. Winter, Corri!, Einaudi, 2002) Un romanzo che ha le armi quali protagoniste assolute. O, per meglio dire, la passione americana per le armi. Che il protagonista della storia sfrutta quale fonte di guadagno, ma di cui è in qualche modo schiavo. Non nel senso di succube (sì, è anche quello), ma nel senso di servitore, così come i sacerdoti sono servitori di Dio. Officia infatti un culto, al cui centro sta il dio revolver e, esattamente come un prete, condivide la passione mistica dei suoi fedeli. Onestamente ci avverte, fin dall'inizio, che non è lui il buono della vicenda. Come potrebbe esserlo, con il mestiere che fa? Ma poi si nota che, a parte qualche donna non troppo bastarda, di buoni veri e propri non ce ne sono. Anzi, non ci sono personaggi con cui il nostro uomo interloquisca davvero, a parte gli strumenti letali in cui commercia con perfetta amoralità. Non è un caso se, in tutto il romanzo, non c'è un solo dialogo (ma, se non lo dicessi, forse molti lettori non se ne accorgerebbero nemmeno). Come potrebbe esservi, se di fronte all'Io narrante c'è in sostanza un oggetto di metallo? Be', in realtà, a parte noi che ascoltiamo il soliloquio del nostro mercante di morte, un interlocutore c'è, ma non è che sia più umano di una pistola. E' l'assieme di leggi lacunose che, negli Stati Uniti, finge di regolare il commercio delle armi. Douglas E. Winter, l'autore, vi si sofferma ogni tanto brevemente, esponendone le contraddizioni; evita però con cura, attraverso il cinismo del suo antieroe, il predicozzo e la parabola democratica cari a non pochi autori liberal americani. Il fatto è che per i liberals l'anarchia in fatto di armi è un difetto legislativo da correggere; per Winter, invece, pare essere un elemento costitutivo di una parte almeno dell'anima americana. Pertanto, non facilmente eliminabile. Winter è dunque molto più radicale, e al tempo stesso disincantato. Un atteggiamento che solitamente crea pochi rivoluzionari, ma molti ribelli; e che, sulla pagina scritta, risulta spesso garanzia di buona, e anzi di ottima, letteratura. Lo si ritrova, del resto, in tutto il grande noir americano. Si provi a scoprire un solo accenno di moralismo in Dashiell Hammett, peraltro militante comunista. E' fatica inutile, non ce ne sono. Sarebbe come cercare imbonimenti espliciti nei film di Sergio Leone. A parte occasionali cadute di stile, inevitabili anche nei più grandi, di solito non ve ne sono proprio. Per scovarli, bisogna passare in rassegna gli imitatori. Winter non imita nessuno. I due romanzi di Brian Garfield su Il giustiziere della notte, abbastanza diversi dai film che ne sono stati tratti, svolgevano un discorso apparentemente analogo sulla centralità delle armi nella cultura statunitense, ma da un punto di vista decisamente di destra (per meglio dire, Il giustiziere della notte 2 tentava di correggere le esagerazioni in tal senso del primo volume). Ricordo poi un ottimo romanzo intitolato Bocche di fuoco, di cui non ricordo l'autore, apparso verso il 1980 nella bellissima collana "Maschera nera", tentata da Oreste Del Buono presso Mondatori. Lì, però, le armi erano una passione individuale, non sociale. Al contrario, con disinvoltura intinta di perfidia, Winter ci presenta un caso patologico di passione per le armi quale sintomo non solo di un'inclinazione diffusa, ma anche di una propensione nazionale adottabile quale parametro interpretativo. E allora è difficile resistere alla tentazione di applicarlo a eventi recenti, fino a giungere alla conclusione che gli americani - "certi" americani, ovviamente: minoritari ma significativi - sono i migliori critici della civiltà cui appartengono. Dalle pagine secche e brutali di Winter emerge, talora implicita ma più spesso esplicita, una ricostruzione storica completa. Il tanto decantato "spirito di frontiera" altro non è che volontà di conquista materiale, affidata alla superiorità tecnologica delle armi usate. Il che, a ben vedere, implica l'assoluzione dal peccato di omicidio, se la causa che si sostiene è giusta, e cioè sorregge l'espansione della comunità in crescita. Totalmente autoreferenziale, è ovvio: se riconoscesse la diversità, il suo arsenale diventerebbe insufficiente, e dovrebbe giustificarlo con valori che non possiede. In effetti, osservando le mappe degli atlanti storici, colpisce la velocissima espansione nordamericana in poco più di un secolo e mezzo. Non si tratta della creazione di colonie: si tratta di entità nazionali sottomesse e inglobate, quindi trasformate in stelle ulteriori da aggiungere alla bandiera. E ogni centimetro di mappa conquistato è traducibile in proiettili sparati con armi sempre più efficienti. In pratica, mentre le potenze europee praticavano il proprio imperialismo assoggettando terre straniere, ma facendo pochi sforzi per unirle alla madrepatria o per assoggettarle alla propria way of life, gli Stati Uniti agivano in maniera opposta: inglobavano ciò che potevano e, quando le zone di conquista erano troppo distanti, le piegavano alla propria cultura. Il tutto grazie all'oro, certo, ma continuamente tradotto in acciaio, e cioè in armamenti. Chi scrive queste righe è in parte prigioniero della stessa passione cantata da Winter. Colleziona infatti pistole Colt del XIX secolo. Sul tamburo di una di queste - una Colt Dragoon del 1856 - è incisa un'immagine significativa, per metà celebrativa e per metà pubblicitaria. Vi si vede un gruppo di pellirosse a cavallo, armati solo di lance, che fugge disperatamente davanti a un drappello di Ranger del Texas dotati di pistola. E' la pistola che fa la differenza. Chi sta nel mirino non ha più spessore umano di un bersaglio di cartone. Questa trama sotterranea fa la ricchezza di Run. Ancora una volta, con Winter - americano sì, ma dotato di consapevolezza critica - il romanzo nero si dimostra lo strumento più adeguato per descrivere una realtà dello stesso colore. E per porre interrogativi che l'altra narrativa (ma ne esiste davvero un'altra?) nemmeno si sogna di sollevare.