Viva Viva la Galera

di Tiziano Cardetti

 

Viva viva la galera
che ti fa bel rozzo e nero
viva viva la galera
ti dà il pane verso sera
viva viva la galera
non ti porta via la pera
verso sera...
sull'aria di Summertime


Così recitava Enzo Jannacci in uno dei suoi più importanti LP (Quelli che, ed. Ultima Spiaggia, 1977)


Intanto mi presento: Tiziano, avanzo di galera.
Non sto scherzando. Due anni e otto mesi di carcere (Rimini, Bologna, Spoleto) e un anno e quattro mesi di arresti domiciliari.
Naturalmente ora faccio altro perché l'onorificenza non dà, purtroppo, diritto a compensi, emolumenti o vitalizi.
Ho letto quasi tutti gli interventi comparsi sulla "lista Eymerich" relativi alla "questione immigrazione" e al "delitto di Foggia", mi sono deciso ad intervenire perché sono rimasto sconcertato dalla leggerezza con cui molti parlano di galera, di pena, di ergastolo.
Potrei fare un succoso pistolotto sulle istituzioni totali (galere, manicomi, caserme, scuole, a cui bisogna aggiungere - potenza della modernità - comunità di recupero e centri di accoglienza), mi limiterò a poche parole sulla galera.
L'unica differenza tra l'accezione contemporanea del termine e il suo significato storico è che nella galera contemporanea non si è costretti a remare.
Tenete conto che la mia esperienza carceraria si è svolta tra il 1980 e il 1984, un periodo in cui la politica (cioè la lotta politica) era entrata prepotentemente anche in luoghi apparentemente impenetrabili; un po' perché il tema "demoliamo le istituzioni totali" era all'ordine del giorno, un po' perché chi si occupava di queste cose sovente era costretto a sperimentare di persona (appunto)...
Ancora, vorrei ricordare che la riforma carceraria, quella che ha prodotto le attuali carceri è del 1975, lo stesso anno che vede la prima legge della Comunità Europea sul pari trattamento degli operai immigrati: in quell'anno i carcerati scoprirono di aver diritto al gabinetto al posto del bugliolo e gli operai italiani che lavoravano in Germania e in Belgio scoprirono che dovevano tornarsene a casa perché, dovendo essere pagati come gli indigeni, venivano sostituiti da spagnoli, slavi e turchi (paesi allora non-comunitari).
Vi risparmio il puntiglioso resoconto di una giornata "ar gabbio" normale e "ar gabbio" speciale, l'unica differenza è che nel carcere speciale ogni volta che esci dalla tua sezione ti devi denudare e vieni perquisito.
Di fatto la vita in galera è una non vita, in senso letterale e in senso pratico.
Le giornate sono fatte di niente, devi inventarti il modo di sopravvivere alla monotonia più asfissiante, devi trovare il modo di non cedere ai continui soprusi, devi essere capace di crearti uno spazio virtuale in cui continuare a pensare.
So, perché continuo ad interessarmi alla cosa, che la situazione negli ultimi anni è peggiorata: molti criteri di controllo sperimentati nelle carceri speciali sono stati trasferiti nei penitenziari normali, molte "conquiste" sono state silenziosamente abolite (commissione di cucina, biblioteca, palestra), la divisione per razze nelle sezioni e diventata una realtà.
Mi sembra ce ne sia a sufficienza per poter sostenere che la galera non è mai servita e non servirà mai come possibile "mezzo di rieducazione" e dunque è solo e semplicemente un mezzo, il più brutale dopo la pena di morte, di esclusione sociale.
Oggi, stiamo ancora attraversando una congiuntura economica pesante, le galere sono strapiene: a nessuno viene il dubbio che le due cose possano essere in relazione?
A nessuno viene il dubbio che le cosiddette scarcerazioni facili siano spesso determinate da sovraffollamenti disumani? (Bologna, carcere della Dozza, 600 posti la capienza ufficiale, 1440 detenuti) Valerio, Nico, Carmilla hanno saputo dare delle motivazioni esemplari sul perchè la sentenza di Foggia è assurda: vorrei invitarvi a riflettere su quanto sia assurda l'istituzione delegata a rendere esecutiva la decisione (sempre politica) di un tribunale.
Mi fermo qui, non voglio essere troppo lungo.
Un caro saluto
Tiziano, un ex n.6

 

"Io ero quello col vino
lui era quello senza il motorino."

Enzo Jannacci, Il motorino


Carissimi,
Quando ho gettato il sasso del "carcere come mezzo di esclusione sociale, morale, economica e politica" pensavo di trovare uno steccato da superare.
Puntualmente si è presentato. Benissimo, propongo di provare a scavalcarlo insieme; mi sembra che le condizioni ci siano.
L'istituzione totale, o meglio, la teoria della "istituzione totale" non è vecchia come il mondo, è un prodotto assolutamente diretto del capitalismo e si è evoluta di conseguenza. Ogni tanto ripenso al buon vecchio Carletto e a come descrive le condizioni di vita determinate dall'inurbamento conseguente alla rivoluzione industriale, oppure a Dickens, più letterario ma altrettanto efficace, e faccio fatica e reprimere un brivido, tanto più se guardo alle condizioni odierne di miliardi di persone che "vivono" al di sotto della soglia di sopravvivenza. Che formidabile contraddizione in termini... vivere al di sotto della sopravvivenza.
Valerio nei suoi romanzi e nei suoi racconti ha accennato più volte a queste condizioni, non ha importanza quanto traslate nel futuro, anzi...
Perché non partire proprio da quegli scenari così crudi ma così maledettamente possibili per cominciare a pensare che, dopo aver gustato delle pagine così belle, non abbiamo nessuna intenzione di lasciare che quelle ipotesi si realizzino?
Intanto sarebbe un primo passo.
Sarebbe un modo per capire che ogni volta che si chiude un cancello, si innalza un muro, si stabilisce un confine il cammino verso la libertà subisce una sconfitta. Spesso una sconfitta grave.
Questo avviene sempre quando si antepone la "necessità" di punire al bisogno di fare in modo che il degrado che quasi sempre è alla base di atti e comportamenti criminali non abbia il sopravvento.
Per arrivare a questa determinazione dobbiamo fare una qualche violenza sulle nostre abitudini? Facciamola, proviamoci, facciamo uno sforzo per capire perchè succedono certe cose e non certe altre.
Buon ultimo, dico queste cose preceduto da un'armata di pensatori tanto più profondi di me da non potermici accostare se non come lettore avido e appassionato.
Uno su tutti, nella sua utopia mirabolante, Franco Basaglia (direttore del manicomio di Trieste, morto nel 1980) che nel 1968, pubblicando "L'istituzione negata", si permetteva di chiedere la chiusura dei manicomi e delle altre istituzioni psichiatriche. Cose da pazzi!
Infatti esiste una legge che porta il suo nome, teoricamente in vigore ma costantemente disattesa e ostacolata.
Perché?
Questo è il punto. Lo sarà sempre.
Perché?
Chiediamoci perché e cerchiamo di darci una risposta.
Se c'è un insegnamento che Carletto ci ha lasciato è proprio questo: non essere deterministi ma essere storicisti. Capire, capire, e poi ancora capire, anche per capire che non c'è niente da capire.
Dunque capire anche le paure di Laila. Capirle davvero, senza compatimenti e senza paternalismi.
Io penso che le cose che ha scritto - che non condivido assolutamente - siano frutto di una paura, una solidissima paura, che costringe chi la prova a reagire con rabbia e ferocia. Tutti quanti, compreso me.
Infatti, non giustifico affatto i comportamenti criminali, al contrario. In una società in cui le azioni di prevaricazione e di violenza sono talmente diffuse da diventare trafiletti in cronaca si vive malissimo e si subisce una pesante limitazione delle proprie libertà. Se poi questo viene condito con titoloni sensazionali sugli organi di "informazione", a sottolineare i fatti più eclatanti si può capire come la paura faccia parte integrante della nostra vita.
A chi fa comodo che questo accada? Perché, se così vanno le cose ora, non si può concludere ... o tempora, o mores...
Se una persona malata e pericolosa viene lasciata in libertà, nonostante un ordine di cattura, a vivere in una baracca vicino ad un fiume e, in questa baracca, porta una donna - disgraziata quanto lui ma assolutamente innocua - e la violenta in tutti i sensi (è successo nella civilissima Bologna quindici giorni fa) la soluzione è sbatterlo in galera e lasciarlo lì fino alla fine dei suoi giorni oppure incazzarsi come delle belve perché quest'uomo non è stato aiutato in nessun modo, anzi è stato emarginato in modo da poter coltivare in perfetta solitudine la sua tremenda perversione?
Intendiamoci: nessuna giustificazione a quell'atto di violenza e a chi lo ha commesso. Nessuna, di nessun genere. Penso comunque che non essere riusciti a prevenire quell'atrocità e risolvere il problema con il carcere sia una sconfitta di tutti.
Se la vittima avesse ucciso il suo aggressore sarebbe diventata un personaggio positivo (vedi ad esempio "Teresa Batista stanca di guerra" di Jorge Amado), ma la violenza perpetrata e subita non avrebbero modificato il risultato. Così come il risultato non cambia nel bellissimo "L'angelo della vendetta" di Abel Ferrara, film perverso fino al punto di trasformare chi ha subito una violenza orrenda (ancora una volta una donna) in un mostro spaventoso, complici in ciò una metropoli degli anni '70 e una finta pietà per l'handicap.
Paolo "...allora il rischio è che a tutti sia concesso di fare tutto..."; mi pare di aver spiegato che non è così e non lo potrà mai essere. Semmai il problema vero è INVESTIRE IN LIBERTA' e capire come farlo, ovviamente non da soli. Perdere la speranza è proprio quello che ci chiedono di fare, in cambio ci propongono una società in cui vale solo la legge del più forte, in cui i MEZZI di comunicazioni sostituiscono sempre di più i LUOGHI di comunicazione (i luoghi di comunicazione li possiamo controllare, ma i mezzi chi li controlla?); ci viene decantato un mondo bello e civile del quale rappresentiamo una minoranza risibile che vive usando la stragrande maggioranza delle risorse: chi ci guadagna stando così le cose?
Non farei fatica a rispondere, ma sono convinto che sia più importante porsi delle domande.
I figli di Paolo vivranno benissimo, in mezzo a un mare di contraddizioni, se Paolo gli insegnerà a fare domande prima di dare risposte suggerite.
Infine, per alleggerire, sempre Paolo si lamenta del fatto che su questa lista "...si parla di cose un pò troppo utopistiche." Battuta forse involontaria ma splendida!!!!
La letteratura che prediligiamo è proprio quella che sottintende l'utopia, quella che disvela, propone, accenna, fino a materializzare l'impossibile partendo dal possibile.
Chi meglio di Valerio ha saputo farlo in questi anni?
Un caro saluto, a presto.


"La vita stessa se ne sta
a guardare muta
quella vita più vissuta
che si impara alla TV"

Enzo Jannacci, L'omino e la luna

 

 






 

 

Vogliamo dare un modesto contributo all'importante dibattito sulla condizione carceraria pubblicando un significativo intervento di Tiziano Cardetti nella mailing list Eymerich.