Traumazone!

di Roberto "Robin" Benatti

Tutti gli orrori nascono dai sogni
e i sogni purificano l'orrore.
Non c'è l'inizio né fine del ciclo,
solo la memoria che fluidifica
lenta nelle macchine dell'inconscio.

Le identità che bagnano gli umani,
ritornano e dopo si allontanano.
Maree psichiche e fiumi di sangue. Onde.
Il viso annega in questo scuro oceano.
Grida, danza nel teatro della guerra.

Non quella del primitivo sterminio.
Tagliava la carne, la macellava.
Braccia e mani sull'erba. Gambe e ossa,
scolpite dal furore della mano.
Qui, sei nella cattedrale dell'oblio.

Presto i demoni alitano tra i denti e
l'orizzonte proteico è il loro mondo,
abitato dal sonno plasmatore.
I suoi lampi argentei si illuminano
negli occhi notturni per divorarli.

Con lui gli invasori, sono appartati
dietro al tempo. Separano l'umano
dall'accadimento del ricordare.
Lo trasportano al di là dello spazio,
dove non ha ragione di esistere.

Scorrerai tra i cavi dell'impotenza,
finché il sogno non sarà più la zona
del nostro essere, ma quella del trauma.
Dormirai nelle brande di Treblinka,
quando la lingua esprimerà silenzio.


01:31:00
Ibrahim si svegliò. Cattivi sogni, in versi. Un buco nero li inghiottì. Come si beve un caffè troppo amaro. Succhiato sulla punta della lingua. Di fianco a lui, le cifre dell'orologio ai cristalli liquidi lo fissavano. Lo schermo segnava lo spazio di un minuto. Il tempo passato da quando si era addormentato. La conferma venne dall'attivatore vocale: "E' l'una e trentuno minuti." Abbastanza per sognare l'Apocalisse. "Dunque, ora?" si domandò. Una bella sorpresa l'attendeva. Lilith l'androide femmina mosse le anche sinuose, chiamandolo accarezzandogli la schiena. Sogno nel sogno, pensava. Peccato, tutto finisce. Non ebbe panico quando qualcuno si mise a picchiare contro la porta e la luce azzurra penetrava da sotto lo spiraglio. Non tentò di fuggire. Gli invasori onirici abbatterono con forza la soglia della stanza. La prese in affitto per una fase di luna nera. La voce autoritaria gli pronunciava le sue colpe: "Non disobbedire, non uscire da questo tempo..." Al decimo delitto, essa ripeté l'artificio della condanna: "Sono le regole del Governo." Gli bruciarono i capelli. Neppure se ne accorse. Divennero lunghi fili di cenere. Il sangue rappreso tra i denti gli impediva di parlare. Machno il maestro degli invasori gli immerse una mano nel petto. Estrasse la materia vermiglia del suo cuore. Pulsava, tra lo scintillare delle scariche elettriche. Un altro guerriero gli infilò un coltello sotto le palpebre e alzò la lama, sussurrando la frase già altrove ripetuta: "Sia gloria al Plasmatore delle allucinazioni!"

01:31:10
Una lingua di liquido, bianco avorio, scorreva dall'orecchio di Ibrahim. I militari gli interfacciarono i nervi ottici alla macchina assorbicoscienza. Percepiva di sognare la tortura. Percorse tutta la spirale dell'inconscio. Fino al punto dell'uscita da sé, fino all'ordine militare del mondo. Come ombra che accompagna la materia, si vide vedere l'orrore. Il corpo legato alla poltrona di cuoio. Nastro da pacchi sulla bocca. Chiodi infilati sotto le unghie. Il trofeo del suo cuore sul tavolo di vetro. Lo specchio della parete ripeteva la scena illuminata dalle torce fluorescenti. Ma lui non c'era più. Gli invasori lo avevano trasferito, fuori da quel cadavere colpevole. La psiche fu deportata nella zona del Metasogno. Nella sua geografia c'è la guerra perpetua, dove il tempo ha il ritmo del presente. Gli umani della veglia non lo ricordano. E la vita di Ibrahim si regge ora alle colonne dell'inconscio. Affondano nelle fiamme dell'Inferno. In questo luogo, ogni cittadino ha la propria cattedrale di vetro, edificata attorno alla crudeltà e alle finzioni che ne dipingono le pareti. Ibrahim entra nella cattedrale e si ritrova di nuovo nella stanza. Stupito, guarda fuori dalla finestra e sotto nota ancora la sagoma della cattedrale. Essa galleggia, come una nave nella tempesta, sul mare incandescente della sua memoria.

01:31:20
Ibrahim capì di aver attraversato un varco magico, utile per purificare il tempo dei testimoni. Dai suoi pensieri uscirono demoni. Piccoli come mosche, a migliaia oscurarono la guglia della sacra architettura. Intanto, il teledreamer trasmetteva in diretta un'omelia e su Hiroshima, il 6 agosto 1945, un aereo lanciò la bomba atomica. E' oggi. Tra un secondo... Ibrahim tenta di fermare lo sterminio. Entra nella camera presidenziale della Casa Bianca, punta il Kalashnikov alla tempia di Harry Truman. Il Presidente scivola via, come se fosse ripreso da un obiettivo in retromovimento. Ibrahim si volta e osserva Ibrahim che spara. Troppo tardi. Uccide se stesso. "Non è possibile," gridò nell'eco. Ma nel Metasogno il massacro è già avvenuto. La storia di un minuto si ripete con un altro nome. Inarrestabile, come acqua che dilaga da un torrente in piena. Tutti gli abitanti del Metasogno vi si bagnano ed i 129.558 corpi di Hiroshima macchiano il cemento. E' rosso per la tempesta nucleare. L'altrove è il mondo di New Dehli dove Ibrahim dormiva accanto a Lilith. Là, piove dai monsoni e il Gange allaga la pianura.

01:31:30
Le news sui grattacieli riportavano la notizia. "Poco fa, Ibrahim è stato assassinato." A New Dehli gli invasori onirici riciclarono i ricordi di Lilith. Fecero il loro sporco lavoro. Poi, si dileguarono seguendo l'augurio di una cometa. Le ricostruirono una nuova identità. Le cambiarono il viso per farla assomigliare al ritratto di Erzsevet Bathory. Colei che faceva il bagno nel sangue delle giovani domestiche. Ora, porta gli occhiali biotronici innestati nelle orbite. Illuminano la mente di Lilith di pensieri. Di fianco a lei il corpo squartato di Ibrahim. Sugli occhiali appaiono le istruzioni per entrare nella nuova visione. L'immagine a più dimensioni si dispiega, facendo apparire al centro della stanza la XIVa replica di Gengis Khan. Mentre l'esercito mongolo marcia sotto i mandala della pioggia, egli pronuncia il discorso d'insediamento dalla fortezza del Metasogno, nel deserto del Gobi. Le reliquie dei vinti ornano le nuvole della Cina e gli impiccati colorano le falangi in festa. Lilith desidera essere una meteora per colpire l'Oriente invadendolo di malinconia, ma non può agire sul futuro. Già da molte coscienze le hanno mutato la storia. La sua carne è progettata dai tecnortodossi di Shanghai. Appartiene alla classe dei sopravvissuti all'Olocausto del 2099. E' cittadina degli incubi immortali in cui le strade sono deserte, levigate dalle tempeste magnetiche. Ne accolsero i primi passi, mentre lei intonava i tre haiku della violenza:

Se c'è la fossa,
colpita dal rumore
presto si sterra.

Se l'odio spinge,
la carne lacerata
ti sa eccitare.

Se il piede pesta,
domani quel ricordo
saprà ucciderli.

01:31:40
E' giunto l'istante del trauma. Lilith indossa la tuta mimetica dell'armata turca e programma il teledreamer sul 1988. Colpisce il quadro di localizzazione, con armi chimiche e vecchi, ma efficaci, missili Redeye. Distrugge tre accampamenti kurdi sulle montagne vicino ad Al Mawsil. Un solo volo aereo a bassa quota ne incendia almeno il doppio. Il gioco si chiude mostrando la notte del sacrificio: le truppe terrestri fucilano migliaia di profughi. Essi pregano per la vita dei loro figli. Lo score dichiara il premio: "Comandare, annientare, vincere... The game is over". Quella settimana, Lilith vinse abbastanza Coscienze per comprarsi due nuovi occhi. Il corriere glieli portò. Erano umidi e freschi, appena tolti da un paio di bambini cileni. Una pupilla verde, l'altra nera. Inserì gli occhi del terrore con il rumore di una noce schiacciata. Tornò a osservare il corpo in decomposizione di Ibrahim, mentre lui la vedeva da un'altra prospettiva.

01:31:50
"Check!" disse Lilith. Lo psicoscanner lavò la sua mente dalla visione dell'uccisione dei kurdi. Gli spazzini del Metasogno si misero alla ricerca delle metafore dell'empatia. La resero trasparente e cristallina come l'acqua di rose. Sorrise. E Ibrahim esisteva ancora, sporcava la periferia del suo lo sguardo. Sì, esisteva, ma non poteva più tornare nell'iride dell'evidenza. Solo lo Stratega del Metasogno conosce la geometria del ritorno. Ibrahim la cercò nei tremila anni di guerra. Prima, giunse sul vulcano Tajumulco in cui operava la resistenza guatemalteca. Dopo, si collegò alla banca dei flashback illegali per intraprendere il viaggio nella matrice dei punti di vista perduti. Si congiunse a Lilith nel VII° secolo della spirale dell'inconscio. Lilith del passato gli chiese: "Tu aspiri alla sopravvivenza. Non vuoi ammettere che una tomba sia più duratura di un libero sguardo? Là nella cattedrale avresti la tua cerimonia." Ibrahim calcolò la distanza tra il Sole e il pianeta Nettuno: "Sono 2800 milioni di miglia. Nella distanza contenuta in questo libero pensiero - rispose - ci sono più secondi che nel marmo della tua chiesa." Tranquillizzò la sua Lilith, poiché non conosceva il futuro. Quando i morti sarebbero divenuti la nuova etnia e i viventi solo la schiuma che sbava ai lati dell'abisso dello sguardo. Gli invasori onirici avrebbero presto trasformato il mondo in una massa ardente.

01:31:60
Passarono millequattrocento anni e l'ombra di Ibrahim rimase nella periferia della visione di Lilith. Lei non ne riconobbe più il profilo, mentre lo spettacolo dei massacri scorreva liquido dai suoi occhi. Abbassò le ciglia. Come fare per uscire da quell'eternità? Anche Lilith esisteva solo nello sguardo di Ibrahim. Erano entrambi prigionieri dello spazio ricorsivo del Metasogno. Al culmine della vertigine Ibrahim colse un riflesso del cristallino di Lilith. Si lanciò sullo specchio della retina per contaminarla d'affetto. Angelo in caduta, sperava in un cortocircuito del tempo. L'immagine del suicidio virò un ricordo di sangue. Ibrahim si svegliò. Cattivi sogni. Un buco nero li inghiottì. Come si beve un caffè troppo amaro. Succhiato sulla punta della lingua. Di fianco a lui, le cifre dell'orologio ai cristalli liquidi lo fissavano. Lo schermo segnava lo spazio di un minuto. Il tempo passato da quando si era addormentato. La conferma venne dall'attivatore vocale: "E' l'una e trentadue minuti." Abbastanza per sparare contro la porta una scarica di Kalashnikov.