Teste di vetro

di Francesco Mattioli

 

La prima sensazione fu l'assenza. Qualcosa che rimane come il ricordo di un sogno indistinto. Un fluttuare distante, come il lento riemergere dopo una lunga immersione. I tessuti intorpiditi del volto che lentamente cominciano a trasmettere un caldo formicolìo. Lentamente, rendersi conto che il lieve ondeggiare diventa più deciso, poi un senso di soffocamento, essere immersi in un liquido viscoso che invade già le narici. Un impulso incontrollato di muoversi e prendere aria non porta a nulla, il corpo non risponde, non respira, completamente insensibile, non esiste. La paura esplode con uno spasmo. Allarga la bocca e spalanca gli occhi, prima di perdere conoscenza. L'unica immagine, un velo di verde attraverso il quale si intuiscono forme scure, aggrovigliate, minacciose.

La seconda sensazione fu un'assenza diversa. Si rese conto prima di tutto che si stava chiedendo "Dove sono?" Questa semplice domanda divenne spaventosamente enorme di fronte all'impossibilità di formulare un accenno di risposta. Da essa scaturì una ricerca mentale che più si espandeva, più moltiplicava il senso di angoscia e di pericolo. O di scampato pericolo, forse? Si trattava di un incidente al quale fosse sopravvissuto? Ma che tipo di incidente? Per quanto si sforzasse, non riusciva a immaginarsi nemmeno una situazione che potesse aver causato un incidente. E a pensarci bene, dove avrebbe dovuto trovarsi ora se avesse avuto un incidente? A poco a poco cominciò a chiedersi 'come mai' avesse avuto quel pensiero, ma non seppe darsi spiegazione. E mentre cercava di focalizzare qualche episodio simile nella sua vita, scoprì con orrore che nella sua vita non c'era proprio nulla… Niente ieri, niente giorni prima, niente passato, niente infanzia. Eppure possedeva i concetti su cui aveva basato i suoi ragionamenti, per cui un passato doveva esistere… Sepolto in fondo alla sua mente, forse, ma più i suoi sforzi aumentavano, più scopriva nuove ondate di nulla, fino a giungere alla sintesi completa di tutta la sua ignoranza: "Chi sono?"
Nulla. Solo, desolatamente solitario, quel frammento di sogno in cui si ricordava galleggiare senza corpo. Un incubo immerso in un liquido verde.
Ora però non era circondato dal liquido. Sparito d'un tratto il turbine di pensieri, aveva subito percepito un intermittente ronzìo in qualche modo famigliare. Poi aveva notato che si trovava in un luogo illuminato, sospeso nel vuoto con cinghie che gli circondavano le spalle, le caviglie e il bacino, legato stretto ai polsi. Qualcosa era appeso sotto la sua testa. Le braccia e il ventre cominciavano ad inviargli vaghi segnali di dolore.
In quella situazione, fu un atto di coraggio il semplice aprire gli occhi.
Il biancore abbacinante lo costrinse a più tentativi prima di poter fissare di fronte a sé. Dopo, dovette attendere un tempo che gli parve infinito prima di riuscire a mettere a fuoco quella massa oscura che gli si parava dinanzi. Era una scritta: "SBI". La cosa gli diede un leggero senso di sicurezza.
- Sei sveglio.
La voce era sonora e cupa, priva di inflessioni. Proveniva da intorno a lui, non capì esattamente da dove. Si guardò intorno, per quel che poteva. La sala era angusta, completamente candida. Braccia meccaniche munite di aghi si muovevano in una danza precisa attorno a lui emettendo sinistri ronzii, tubi sottili portavano liquidi che si infilavano nelle giunture dei bracci o si piantavano nel suo corpo e attorno al suo viso. Trasparenti, rossi o verdi, a seconda della destinazione. Quel po' di sicurezza che aveva gli svanì come era venuta.
- Chi sono? - provò a chiedere, ma gli uscì solo un rantolo sommesso.
- Tu sei Junk. Sei stato chiamato Junk.
Il nome non lo aiutava. Con timore seguì il percorso di un braccio meccanico che si dirigeva verso il suo corpo. Un rumore come di superficie forata scatenò un'onda di dolore che si propagò dal basso ventre fino ad esplodere attorno al collo. Cercando inutilmente di contrarsi su sé stesso, perse di nuovo conoscenza.

La terza sensazione fu il pavimento freddo sotto di sé. Questa volta, però, si svegliò in fretta. Alzarsi da terra non fu invece per niente facile.
- Sei sveglio.
Riconobbe la voce. Ancora una volta non riuscì ad individuarne la provenienza. Il corridoio era stretto e lungo e i suoi occhi non riuscivano a mettere a fuoco.
- Fai attenzione - proseguì la Voce. - Ora ti comunichiamo la tua missione. Ciò che devi fare è portare a termine la tua missione. Non ti occuperai di altro. Dovrai scendere sul fondo della nave. Percorri i corridoi e scendi tramite gli ascensori fino al livello più basso. -
- Scendere sul fondo… - mormorò fra sé. Così si trovava su una nave. Qualcosa nella Voce gli trasmise un senso di urgenza.
- Giunto là, tu dovrai premere un pulsante.
- Premere un pulsante…
- Questa è la tua missione. Eseguila con la massima fretta. Noi ti contatteremo fra dodici decimi di tempo per darti indicazioni, se necessarie. Procedi. -
La Voce si spense. Rimase la sensazione di dover portare a termine la missione ad ogni costo. Lentamente, faticosamente, imparò di nuovo a camminare.

Finché la vista non si fu completamente adattata, riusciva solo in parte a comprendere in che luogo si trovasse. Intravedeva corridoi stretti e alti di cui non vedeva la fine, disposti ortogonalmente, con curve ed incroci ad angolo retto. Una fioca luce verdastra sembrava illuminare le pareti a tratti, per il resto non riusciva ad individuare altri particolari, forse perché anche il tatto sembrava ancora intorpidito. Girò a lungo per corridoi sempre uguali finché non ebbe l'impressione, quasi la certezza, di continuare a girare in tondo. Esausto, si sedette al suolo nell'attesa di recuperare l'uso degli occhi.
Davanti a sé, nel verde nebuloso della parete, comparve a poco a poco un volto. All'inizio incerto, col passare del tempo assunse connotazioni sempre più precise che lo facevano somigliare a un vecchio barbuto che lo fissava insistentemente. Poi esaminò il proprio corpo. La pelle era troppo bianca e liscia per sembrare umana e nelle giunture si trovavano zone diverse, più morbide, di colore scuro. Nonostante non ricordasse nulla, sentiva il suo corpo estraneo e sconosciuto. Tornò a fissare il vecchio. Si concentrò su quel volto fino a poterne distinguere abbastanza chiaramente i lineamenti, poi allargò la visuale per scorgere attorno a lui altri volti, immobili e impassibili, che ricoprivano tutta la parete.
Tempo dopo, quando la sua vista fu perfettamente ristabilita, la grottesca composizione di quelle pareti verdastre gli apparve chiara. Pareti di vetro tanto alte da non scorgerne la fine erano completamente incastonate di cilindri trasparenti. Al loro interno, in ogni cilindro, immersa in un liquido verde, una testa mozzata. Giovani, anziani, uomini, donne, gente di ogni colore e di qualsiasi fisionomia aveva posto la propria testa in uno di quei cilindri. Qualcuno fissava il vuoto con occhi privi di espressione. I corridoi erano contrassegnati da lettere e numeri, così cominciò a percorrerli con una certa logica. Col passare del tempo, mentre proseguiva nel suo percorso casuale, un nuovo orrore si aggiunse a quello che stava già vivendo: molte zone non erano illuminate e qui le teste erano aperte, rovinate, cadenti. Proseguiva sconvolto attraversando un corridoio dopo l'altro, quando una presenza estranea lo fece arrestare di colpo. In uno degli angoli più bui si intravedeva una forma immobile, aggrovigliata e spinosa. Un senso di terrore lo colpì improvvisamente, non tanto dovuto a ciò che vedeva ma, gli parve, proveniente da qualche ricordo sopito. Senza sapere il motivo, si allontanò in fretta da quella visione.
Più avanti ebbe modo di vederne molte altre. Per quanto gli sembrasse assurdo, si trattava di grossi fiori. Fiori secchi, cresciuti chissà come sul pavimento di plastica. Riconobbe tre o quattro specie che si ripetevano, sempre negli angoli più scuri, tutte scheletriche e contorte, ricoperte di aculei o di foglie giallastre o di petali lunghi dai colori smorti. Dopo un po' cominciò a notarne altre che erano cresciute sulle teste rovinate. Spuntavano dai cervelli, o riempivano completamente il cilindro nascondendo il volto all'interno, a volte erano fuoriuscite frantumando il vetro e si espandevano tutt'intorno. Alcuni corridoi sembravano una macabra giungla dove il fogliame quasi ostruiva il passaggio. In quei corridoi non osava entrare perché le piante continuavano a risvegliare in lui un profondo senso di pericolo.
Improvvisamente la vide. Era riuscito a raggiungere una zona in cui tutti i corridoi erano illuminati e la stava percorrendo con calma, un po' sollevato. Ripensava al suo nome, 'Junk', un nome che gli sembrava così poco familiare, quanto il suo corpo. Ripensava alla missione e al fatto che finora non avesse visto traccia di ascensori, né si era fatto un'idea di quanto potesse essere vasta quella 'nave'. Intuiva, anzi ne era certo, che, qualunque fosse lo scopo di quell'ammasso di teste, qualcosa doveva essere andato storto. Un guasto, forse, o un incidente. Di che natura non osava immaginarlo. E mentre lanciava lo sguardo distrattamente ai volti impassibili e sconosciuti, ne riconobbe uno.
Sentì lo stomaco stringersi in una morsa mentre riconosceva ogni minimo tratto di quel viso. Era un viso di donna, non particolarmente bello ma aveva in sé una grazia perfetta. Quella grazia preziosa di un volto conosciuto fra migliaia di estranei. Gli riportava alla mente non proprio ricordi, ma sensazioni, pensieri vaghi, come la certezza di averne visto gli occhi e di conoscerne il colore, anche se aveva le palpebre abbassate, o l'impressione di poterne quasi ricordare la voce, la consistenza della pelle, forse anche la forma del corpo. Era come riconoscere un profumo dimenticato. Infine, era anche la prova che il suo passato esisteva ed era reale, proprio davanti a lui, separato solo da due sottili pareti di vetro.
Non si rese conto di quanto tempo trascorse appoggiato alla parete. Il tempo necessario per imprimersi quel volto nella memoria come un gioiello prezioso. Riuscì a versare qualche lacrima, poi se ne andò.

"Pensate che sia adatto?"
"E' pericoloso."
"Se facessimo un errore sarebbe stato tutto inutile."
"Però avete visto anche voi… Questa è un'occasione unica."
"Sì, è particolare. Io direi di sfruttarla, visto che non sappiamo quanto ci resta."
"Non ci resta molto, comunque. Non possiamo andare per il sottile…"
"Non abbiamo altra scelta."
"Allora è deciso. Iniziamo."
"Ho paura."
"Anch'io."

Ora si trovava in una zona diversa, più illuminata. Aveva corso per un po', senza far caso alla direzione, poi aveva ripreso la sua andatura calma, insignificante in confronto alle dimensioni degli ambienti che attraversava. Dopo un po' aveva cominciato a sentire le voci. Dapprima erano rumori distanti, appena percepibili, resi confusi dal rimbombo in quelle enormi gallerie. Poi aveva cominciato a riconoscere quelle che parevano esplosioni di grida. Sempre più attento, aveva iniziato a fermarsi ad ogni incrocio per capire da dove potessero provenire, per poterle raggiungere. In quel labirinto silenzioso dove finora aveva potuto ascoltare solo il suo respiro, quelle voci lo attiravano irresistibilmente. Sperava di trovare qualche traccia di vita, qualcuno che potesse spiegargli dove si trovasse, per quale motivo, e quale fosse lo scopo di quella misteriosa missione che doveva compiere e che, ai suoi pensieri, appariva sempre più insensata e inutile. La Voce che l'aveva risvegliato era l'unica altra traccia di vita, ma ogni volta che ci ripensava la ricordava sempre più fredda, monotona e inumana. Le voci che seguiva ora, invece, avevano un'intonazione molto più viva. Anzi, più si avvicinava e cominciava a coglierne le sfumature, più gli sembrava grottesco che in una situazione come quella qualcuno potesse esprimersi con quelle urla sconnesse e quelle risa sguaiate che gli pareva di riconoscere. Nei momenti di calma, udiva una voce di donna con toni alti e striduli.
- Guardate là! Eccolo! E' lui il nostro soldato!
Quella frase gridata in un momento di silenzio e il frastuono di urla eccitate che seguirono lo costrinsero a fermarsi di colpo. Era giunto in un corridoio in cui il verde tenue aveva lasciato il posto a una luce bianca abbagliante. Non vedendo nessuno, era entrato con circospezione. Ora si trovava pochi passi più avanti, completamente rintronato dal frastuono di urla, per di più rivolte a lui. Qualche voce incitava, spronava, esaltava con espressioni che lui non comprendeva, altri insultavano o recitavano inni di scherno, ma la maggior parte erano urla prolungate e disarticolate senza nessun senso apparente, come fossero solo una risposta demente al frastuono dei primi urlatori.
Intorno non vedeva anima viva. Solo file di teste illuminate, impilate fino al soffitto su una parete, e un'altrettanto ampia schiera di schermi sull'altra. Sugli schermi si notavano figure umane. Credendo che fossero l'origine del frastuono, si fermò a guardarli. Su ognuno si stava riproducendo la stessa scena: una danza erotica di ballerine formose, ognuna con lo stesso corpo bianco e nero, dall'apparenza sintetica. Le ballerine si accavallavano le une sulle altre con una scenografia geometrica mentre, a tratti, appariva una ragazza con un corpo più magro e una monumentale capigliatura che si accoppiava con un maschio muscoloso. Evidentemente poco coinvolta dall'atto sessuale, spesso si voltava verso lo spettatore per rivolgere frasi ammiccanti. Era però impossibile sentire cosa dicesse tra il frastuono delle urla che, evidentemente, non provenivano dagli schermi. Si voltò indietro per esaminare le teste. A differenza delle altre pareti, su questa le teste avevano un aspetto più sgradevole. Sane, sì, ma dai tratti decadenti. Grasse, abbruttite, coperte di rughe, dagli occhi infossati e cerchiati. Occhi che lo guardavano.
Quando se ne rese conto, il coro di urla cominciò a scemare, finché anche gli ultimi ululati lamentosi non si spensero. Ogni volto di quella parete ora lo stava fissando con due occhi sbarrati e fissi. Quando si mosse, gli sguardi lo seguirono. Quando si fermò, si immobilizzarono di nuovo. Capì che erano state le teste ad urlare, e che lo spettacolo osceno sugli schermi, in cui si faceva uso di corpi scultorei, era in realtà destinato ad un pubblico di teste mozzate.
Qualche brusìo riprese qua e là, poi anche qualche urlo. Stavano decidendo chi di loro avrebbe dovuto parlare con il 'soldato'. Alla fine, dopo una serie di battibecchi infantili, una voce prese il sopravvento, grazie a un misto di promesse e minacce.
- Ehi, tu! Vieni qua!
Si mosse a caso, fra quelle teste prive di espressione, seguendo l'indicazione della voce. Le altre lo prendevano in giro o lo ammiravano sottovoce.
- Più su… più su… Ecco, mi stai guardando!
Il volto era quello di un vecchio con ciocche di capelli bianchi che galleggiavano in una chierica irregolare. Un naso grosso e adunco sovrastava una barba folta e spettinata con qualche striscia più scura. La testa era chinata in avanti, ma ciò che più impressionava erano gli occhi, cerchiati da profonde rughe nere, e la bocca, aperta in un ultima smorfia di dolore, con le guance tirate e i pochi denti in fuori.
- Bene, soldato, come procede la missione?
- Beh… non so, devo scendere…
Fu sommerso da un'esplosione di risa. Si interruppe indeciso se andarsene o rimanere per cercare di capire qualcosa. Intuì che andarsene li avrebbe offesi o dispiaciuti enormemente e lo considerò una buona cosa, però era più forte in lui la curiosità. Attese che il vecchio ottenesse di nuovo l'ordine.
- Bene. Ecco, un soldato però non deve avere nessuna incertezza. Ne dipende l'esito della missione e ne dipende l'esito della guerra intera. Soldato, dimmi qual è il tuo nome.
- Sono Junk.
Un altro scroscio di risa, questa volta durò un po' meno perché molti avevano ricominciato a seguire lo schermo.
- Bene, Junk. Io sono Napoleone. Mi chiedo, e tutti noi Cont ci chiediamo, se e come avrai vinto il nemico, e quanto hai intenzione di vincerlo. Soldato Junk, dimmi se, come e quanto puoi vincere. -
Le domande sembravano senza senso, come del resto le reazioni ad ogni sua parola. Decise di improvvisare una risposta che potesse convincerli.
- In qualità di soldato, io devo compiere la mia missione. Vincerò come mi è stato ordinato. Purtroppo, nella fretta della preparazione, nessuno mi ha informato sulla guerra, non so né come sia nata, né a che punto si trovi. Mi è stato detto che voi avreste potuto aggiornarmi… -
Gli sembrò un discorso stupido, ma non era stato in grado di pensare a qualcosa di meglio. Anche il tono della voce era piuttosto insicuro, ma evidentemente fu sufficiente perché, dopo un po' di clamore, Napoleone cominciò esaltato a raccontare e altre teste si unirono al racconto, come se non aspettassero altro.
- La guerra è cominciata 37 anni fa, quando il nostro Duce Romanov penetrò in questa installazione. Essa era interamente popolata dai Difensori.
- Li avrai visti sul tuo schermo - lo interruppe una testa. - Sono quegli esseri disgustosi che se ne stanno immobili con le zanne al vento…
- Sì, tutti conosciamo il loro aspetto orribile e la loro natura vile. - continuò Napoleone. - Il Duce Romanov penetrò in questa installazione e ne conquistò immediatamente la sala comando.
- Ed ancora da lì ci guarda proseguire la guerra per la sua maggior gloria e per la gloria nostra.
- Infine vinceremo e saremo tutti assegnati ad un corpo!
- E i Difensori saranno condannati a servirci da cibo!
Altre voci si accumularono caoticamente, qualcuno cominciò a cantare una marcetta stonata. Dopo un po' Napoleone riprese la parola.
- Ma questa ora è la situazione: in questi 37 anni, il nostro popolo ha conquistato già il 12% di questa installazione. Nella prima metà della guerra siamo giunti fino al 18%, poi fummo respinti, poi, in questo momento, stiamo riconquistando il terreno perduto e le previsioni indicano che non avremo più grandi resistenze. Si prevede che nell'arco di una decina d'anni la vittoria sarà nostra e il nemico sarà costretto a concederci l'installazione. In particolare, le previsioni danno come esito probabile alla tua missione una conquista dell'8-10%, ma io e la mia colonna di Cont siamo più che sicuri che senza difficoltà potrai raggiungere il 15 o forse anche il 30… -
- Chiamata! Chiamata! - gridò una voce.
- Chiamata! Chiamata! Chiamata! - gli fecero eco centinaia di voci.
Napoleone cercò invano di contenere il coro. Da quello che diceva, sembrava contrariato del fatto che qualcun altro avesse fatto questa chiamata al posto suo. Imprecava in maniera folle dicendo che era suo diritto farla per primo e che l'avrebbero pagata cara. Il coro però continuò senza curarsene, finché cessò di colpo. Nel silenzio generale, si sentiva solo la voce stridula della donna sugli schermi.
- …sì… Attenzione, attenzione! Interrompete subito il collegamento con il sottolivello 12 perché abbiamo ricevuto una nuova nuova chiamata! Sempre dal livello 9, questa volta dal sottolivello 32. Sembra incredibile, so che non tutti ci crederanno, ma aprite tutti gli occhi! Sembra che sia stato localizzato lui in cui riponiamo tutte le nostre speranze! Lui che è pronto all'estremo sacrificio per noi! Lui che ci libererà dalle nostre fatiche e donerà a voi il corpo che vi spetta! Il nostro soldato invincibile! Chi ha effettuato la chiamata?-
- Iooo! - gridò una testa.
- Molto bene. Si tratta di un Cont. Qual è il tuo nome?
- Arturo!
- Bene, Arturo. Con questa chiamata ti verranno aggiunti 40 crediti che, sommati a quelli che hai già, fanno 42 crediti. Ma ora vediamo se hai detto il vero. Colleghiamoci con il tuo sottolivello e vediamo… Sì, vedete tutti? Eccolo! -
La sua immagine era ripetuta, da lontano e sfuocata, in tutti gli schermi. In un riquadro, la donna continuava a mostrare il suo volto incorniciato da un'ogiva di capelli rosa.
- Parla? Ha detto qualcosa?
- Sì - rispose Arturo. - Ha detto che vincerà il nemico di almeno 30%!
Seguirono urla e strepiti. Il seguito della discussione sembrava non interessarlo più. Arturo si era guadagnato qualche momento sugli schermi e la donna con i capelli rosa gli stava chiedendo cosa ne pensasse della guerra e dell'esito della missione, poi altre cose che riguardavano tutt'altro. Fu solo quando fece cenno di andarsene che lei gli rivolse direttamente la parola.
- Un momento! Soldato!
Si fermò e guardò gli schermi.
- Sappiamo che la tua missione non può attendere, ma… non è mai stato fatto prima d'ora… e in effetti è la prima volta che capita un caso così fortunato. Se la tua missione te lo concede, hai il permesso di apparire sullo schermo e far sentire a tutti la tua voce, farci vedere il tuo corpo e il tuo volto… Bene… Se puoi, vieni al sopralivello 8! -
Annuì svogliatamente.
- Molto bene, continuiamo. Un'altra chiamata…
Sembrò molto più sollevata mentre riprendeva a discutere con le teste sotto vetro.
Dopo aver tentato inutilmente di chiedere a qualche testa dove fossero gli ascensori, ottenendo solo risposte insensate, proseguì per i corridoi, seguendo distrattamente lo spettacolo sugli schermi che ora erano meno numerosi. Qualche testa era stata contattata per avere qualche impressione su di lui, poi la donna con i capelli rosa aveva commentato l'evento con i partecipanti che stavano accanto a lei. Mentre il maschio muscoloso sedeva a lato con l'aria di annoiarsi, un vecchio magro e barbuto con un corpo innaturalmente piccolo e liscio si lamentava del fatto che da un soldato si sarebbe aspettato un corpo più atletico e metteva in dubbio le possibilità di riuscita. Una grassa testa pelata e lucida montata su un treppiede deplorava la sua mancanza di 'energie positive'. Qualche altro commento era meno sfavorevole. Fra tutti la più entusiasta sembrava proprio la donna con i capelli rosa. Si chiese se la sua fiducia fosse dovuta ad esigenze di spettacolo o al fatto che lui la stesse forse guardando.
Gli schermi scomparvero del tutto poco prima che giungesse nel salone degli ascensori. Era uno spazio immenso, molto luminoso, di forma circolare. A intervalli regolari si aprivano innumerevoli porte che conducevano verso altrettanti corridoi, le più distanti si vedevano appena attraverso una specie di foschia. Al centro, un'enorme colonna congiungeva il pavimento al soffitto. Quando si avvicinò alla colonna, una parete si sollevò automaticamente permettendogli di entrare. L'ascensore era una stanza bassa e quadrata che avrebbe potuto contenere una cinquantina di persone. Su un lato era incisa una sezione della nave con migliaia di note indicanti luoghi diversi. Uno schermo indicava il piano in cui si trovava: livello 9-sottolivello 32. Più in basso, un terminale ripeteva la sua domanda: LIVELLO?
Consultò con calma la mappa. Le didascalie informavano sul contenuto dei piani, ma riguardavano per lo più depositi contrassegnati da codici sconosciuti. Ogni livello era diviso in un numero variabile di sottolivelli che, per esigenze di spazio, non erano indicati. C'erano 42 livelli. Più in basso, altri piani erano denominati 'Underlivelli'. Erano 12. Il più basso, dove probabilmente avrebbe dovuto recarsi, recava solo la sigla MCHC. Come al solito, non gli ricordava un bel nulla. In alto, altri 12 piani erano i 'Sopralivelli'. Il primo era la 'Sala Controllo', il secondo 'Archivio'. Purtroppo i primi quattro piani non erano raggiungibili con quell'ascensore, altrimenti avrebbe senza dubbio ceduto alla propria curiosità.
La missione sembrava avere ancora una certa importanza, ma in effetti non sapeva spiegarsi il perché. Sentiva come un'urgenza di liberarsi dal pensiero ma non vedeva una ragione razionale, né aveva ancora capito minimamente cosa rischiasse o quali benefici potesse apportare in quel mondo alieno. Le spiegazioni che gli erano state date non gli sembravano particolarmente verosimili e ciò che aveva visto non faceva proprio pensare a un'invasione. In ogni caso, se gli unici sopravvissuti erano quelle teste dementi e i loro squallidi intrattenitori, forse non sarebbe stato pronto all''estremo sacrificio', come aveva detto la donna sullo schermo. Per quanto gli riguardava, potevano tranquillamente essere spazzati via. Ma era l'altro oceano di teste che lo commuoveva. Quell'oceano silenzioso e buio, con gli occhi spenti e le labbra serrate. Quel mare in cui era riaffiorato un ricordo buono. L'unico suo ricordo lo univa alla massa silenziosa con un profondo legame di affetto. Non c'era dubbio che molti fossero morti, ma gli altri? Quelli interi? Lei?
Rimase per un attimo sospeso, poi selezionò.
SOPRALIVELLO 8.

Fatima spense il pulsante nell'orecchio e si tolse i capelli rosa.
- Ma si può sapere che cazzo ti è passato per la testa?
Jorge Comm era furibondo La testa rosso fuoco spiccava eccessivamente sul suo corpo bianco, uno dei pochi che fosse vestito.
Fatima si coprì con la vestaglia, detestava che il suo corpo fosse nudo al di fuori delle riprese. Prese la fiala di colore verde e si preparò l'iniezione senza dire nulla.
- Qual è la Prima Regola per i Rapporti Diplomatici? - chiese Jorge, spazientito ma frustrato dal silenzio della donna.
- Lo sai.
- Certo che lo so, e lo sai anche tu. La Prima Regola è: "Nessuna interferenza deve essere creata nel compimento del dovere supremo dei nostri Soldati." Seguono altre 37 sottoregole che specificano in che modo non si può creare interferenza. Oggi hai parlato con il soldato, e questa è già un'infrazione. Non contenta, hai invitato il soldato a perdere del tempo per venire qui da noi! Hai intenzione di darmi una spiegazione? -
- Non c'è nessuna spiegazione, l'ho fatto e basta! Ho sempre fatto il mio dovere, ora mi capita questa occasione e me la prendo. Se mi va bene posso guadagnarmi abbastanza voti da comprare il mio corpo, e se mi va male… Bene, sarà comunque meglio di questa vita di merda!-
Gettò via la siringa. Non aveva certo più bisogno di recuperarsi: gli era bastato alzare la voce per la prima volta in vita sua.
Jorge rimase impressionato. Non era abituato ad affrontare i contrasti. Per un po' non seppe rispondere.
- Come vuoi - disse. - Fra meno di otto ore ci sarà il Contatto. Fino ad allora io non dico una parola, poi… Ci penserà il Consiglio. Sei finita, bella mia. Sei fuori. -
Fatima avrebbe dovuto essere felice, Jorge avrebbe potuto confinarla immediatamente e assegnarle la sostituta, ma in fondo lei aveva previsto che non avrebbe mosso un dito. La sostituta attuale era la favorita di Jorge che con quella nomina si poteva permettere qualche comodità in più rispetto alle altre ballerine. Però non sarebbe mai stata in grado di affrontare una ripresa: non sapeva parlare. Preparare un'altra sostituta voleva dire saltare una ripresa e probabilmente Jorge avrebbe passato parecchi guai. Inoltre, gran parte dei suoi incassi li doveva a lei e alla sua bravura. Fatima aveva agito d'impulso, ma la cosa era già nella sua testa da molto. L'accenno al Contatto, però, le aveva fatto sgorgare incontrollate le lacrime. Tra meno di otto ore sarebbe stata la fine. Sarebbe stata 'fuori'. A meno di un miracolo.
- Sei una fottuta testa in bottiglia! - aggiunse Jorge per sottolineare la cosa, prima di andarsene con l'aria di aver vinto una contesa dalla quale in realtà si stava ritirando.
Ma c'era un altro motivo per cui Fatima aveva messo in gioco la sua carriera e il suo corpo. C'era il soldato. C'era un corpo che racchiudeva uno spirito pronto al sacrificio, ben diverso da quelli con cui poteva parlare o accoppiarsi. C'era un volto che si vedeva lontano e sfuocato ma era molto più penetrante di chiunque fosse mai stato inquadrato. Una persona che significava per tutti la speranza di cambiare il proprio stato. Per lei, la speranza di vivere qualcosa di profondo e unico prima di ritornare nella bottiglia.
Mancavano meno di otto ore. Doveva arrivare in tempo!

"Avete sentito?"
"Si è diretto al sopralivello 8."
"Allora non ci sono più dubbi. Dobbiamo concentrarci su questo."
"Nessuno aveva mai compiuto una tale variazione. Mi chiedo quali siano i motivi…"
"Non c'è tempo per sprecare pensieri. Io sono stanco, potrei spegnermi."
"Tanto più che i piani sono completamente saltati. Dobbiamo pensare ad altro."
"Avete ragione."
"Come possiamo indovinare le sue mosse ora? E' completamente imprevedibile e rischiamo di arrivare sempre troppo tardi."
"E' vero. Ciò che è accaduto lo rende molto importante ma ci crea troppi problemi. Principalmente, manca il tempo."
"Allora non ci rimane altro se non aprire i collegamenti."
"Rischiamo molto."
"Ci sono alternative?"
"No."
"No, non mi pare."
"E io mi occupo del risveglio, se sarà possibile."
"Va bene. Dobbiamo rischiare anche lei, potrebbe servirci."
"Allora cominciamo. Prepariamoci. Ricordate che l'occasione è buona."
"Sono pronto."
"E' la prima volta che osiamo tanto. Non ci speravo più."
"Sono emozionata."

L'ascensore cominciò a rallentare molto prima di fermarsi. Junk si sdraiò sul pavimento freddo nel tentativo di limitare il senso di nausea e si alzò solo quando, con un ultimo impercettibile sussulto, la cabina non si fu fermata del tutto.
Il portone si aprì automaticamente rivelando un ambiente buio da cui provenivano echi lontani, appena percettibili attraverso il ronzìo dell'ascensore. Si diresse all'esterno. Il portone si era aperto sulla parete di una sala circolare dal soffitto basso, illuminata qua e là da fiochi tubi di vetro. Dalla sala partivano tre corridoi stretti e infinitamente lunghi. Due di loro si perdevano nel buio mentre il terzo, davanti a sé, lasciava intravedere una zona illuminata, molto lontana.
Si incamminò seguendo la luce e i rumori che si facevano via via più definiti. Rumori di macchine e anche di voci umane, anche se ormai non si aspettava nulla di buono. Ai lati si aprivano innumerevoli porte e vetrate attraverso le quali si intravedevano altrettante sale di controllo completamente abbandonate. Alcune di esse contenevano mobili e macchinari accumulati alla rinfusa. Evidentemente tutta quella parte era utilizzata come un enorme ripostiglio.
Più avanti, cominciò a notare nelle sale qualche traccia di attività. Dapprima solo qualche luce intermittente, poi qualche segno d'illuminazione e qualche schermo acceso, infine si trovò ad osservare, attraverso la vetrata, un gruppo di persone dal corpo bianco che armeggiavano sui macchinari con fare concitato. La porta non si apriva e comunque nessuno di loro badò alla sua presenza nonostante battesse sul vetro, per cui non gli rimase altro da fare se non proseguire per il corridoio.
- Merda! Non arriva!
La voce femminile era uscita da una porta poco più avanti, l'unica porta che fosse aperta. Si avvicinò e sbirciò all'interno.
- Non arriva. Non arriva. Non arriva… Bene, sono in merda! Mancano quattro minuti… e poi?
La donna camminava nervosamente per la stanza spoglia, torcendosi le mani. Senza quell'ogiva di capelli rosa, mostrava la testa completamente calva. Trovò che questa caratteristica le donasse un aspetto attraente, assieme al fatto che la sua voce fosse priva di quell'intonazione stridula e cantilenante.
- Non arriva. Non arriva… Non è venuto. Sono una testa in bottiglia. Una te…
Si fermò di colpo in mezzo alla stanza. Aveva intravisto la sua sagoma attraverso la soglia.

Quando il soldato fu entrato completamente alla luce, Fatima lo studiò con emozione crescente. La prima cosa che notò fu il suo viso, dai tratti morbidi e curati, con occhi scuri e profondi che le comunicavano una lieve vertigine. La seconda cosa che notò, con un fastidioso disappunto, fu che il suo corpo artificiale era privo di appendice sessuale.
Non c'era tempo però per preparare qualsiasi cosa, né per conoscersi. Mancavano meno di due minuti alle riprese e lo studio non era vicino.
- Seguimi, presto!
Lo trascinò per mano attraverso un percorso buio e tortuoso. Il contatto con la sua pelle le sembrava importante e non voleva perderlo. Al contrario, inspiegabilmente, rimandava al momento delle riprese, quando si sarebbe sentita più padrona di sé, ogni altro sguardo diretto ai suoi occhi. Dovette fare una pausa nella sua camera per indossare i capelli rosa e togliersi il vestito, poi corse, trascinandolo, fino agli studi di ripresa. Aveva una strana sensazione. Il soldato sembrava sopportare le sue brusche attenzioni con indolenza, molto diversamente da come si era immaginata. Pensava di incontrare un essere superiore, sicuro di sé, che l'avrebbe aiutata con frasi decise e portamento fiero, invece si trovò a tirare per un braccio una persona che le sembrava timida e incerta, e non apriva bocca. Non sembrava debole di spirito, questo no, ma la sua forza era ben diversa da quella che si aspettava. Non la certezza di uno che è preparato per una vittoria certa, piuttosto la forza di chi è provato da eventi che l'hanno reso insensibile. Si chiese se lui si rendeva conto dell'importanza della sua presenza, soprattutto per lei. Non ebbe tempo di verificare queste sue impressioni. Le luci degli studi avvolsero i loro corpi mentre si dirigevano verso i divani. A fianco delle videocamere, davanti agli operatori, Jorge, fino ad allora furioso per il ritardo della presentatrice, rimase di stucco nel vedere chi l'accompagnava. Lo stilo elettrico che teneva tra i denti gli cadde tra i piedi.
Fatima si sedette sul divano facendo accomodare in fretta il soldato. Mentre ancora lui si guardava intorno, lei premette il pulsante nell'orecchio e diede il segnale agli operatori.
- Bene, miei amici! Aprite tutti gli occhi e seguitemi con attenzione. Per la prima volta nella nostra storia abbiamo qui con noi lui, il nostro soldato! Pronto a soddisfare le nostre curiosità e rispondere alle vostre domande. Attenzione, tra pochi minuti ci collegheremo con il livello che sarà sorteggiato. E ora tutti potete vedere chiaramente l'aspetto del nostro soldato invincibile! Ma non perdiamo tempo e cominciamo subito a toglierci qualche curiosità. Prima di tutto: come ti chiami?… -

Freddo e buio. Poche altre sensazioni, sgradevoli.
Paura.
"Calmati. Tra poco ti sarai abituata."
"Dove sono?"
"Fra poco ti ricorderai tutto. Dovrai aspettare un momento. Ti spiegherò dove ti trovi e perché."
Lentamente percepì una leggera pressione ovattata attorno al viso e una lontana luminescenza verde.
"Intanto ho bisogno di sapere qualcosa da te. Tra poco ti raggiungeranno delle immagini. Si tratta del volto di un uomo. Ho bisogno di sapere se ti ricordi di lui."
Immersa nel nulla, cominciò a ricordarsi del suo passato. Il cielo attraverso una grata, un muro bianco rigato di rosso. Poi gli apparve davanti agli occhi chiusi un'immagine nitida. Il primo piano di un uomo che stava parlando con qualcuno, anche se non riusciva a sentirne la voce. Un uomo di cui ricordava il nome.

Fatima si iniettò una seconda fiala, distrutta. Tutto era andato storto, a partire dalla prima risposta.
- Mi hanno chiamato Junk, ma non ricordo il mio vero nome.
Da lì in poi le cose erano andate continuamente peggiorando. Junk aveva tenuto un atteggiamento insicuro e dimesso, assolutamente indegno di un soldato, e aveva risposto ad ogni domanda con una serena sincerità completamente fuori luogo. Invece di narrare con enfasi le sue future gesta, aveva balbettato qualcosa a proposito di un pulsante da premere e null'altro. Invece di intrattenere gli spettatori con il racconto dei suoi eroici preparativi, aveva ammesso con naturalezza di non ricordare assolutamente nulla. Dopo meno di un'ora, quando già le votazioni erano ampiamente negative, alla domanda che premeva a tutti, cioè quanto avesse intenzione di vincere, rispose addirittura che non credeva sinceramente di poter vincere alcunché, sollevando un'ondata di urla disgustate sia dai collegamenti, sia dallo studio. La presenza di Fatima sullo schermo, che fino ad allora era sempre valsa una base di consenso, non era servita a nulla. Con il procedere della ripresa, anche la sua voce aveva perso la sua abile cantilena e il suo sguardo, sicuro in ogni situazione, si era via via incrinato. Alla fine, non potendo far cessare le espressioni di sdegno, Jorge aveva preso per la prima volta una drastica decisione. Vedendo vacillare la sua posizione di organizzatore di quella sezione video, aveva interrotto la ripresa con un frettoloso balletto per colmare la troppo prolungata assenza di accoppiamenti e aveva sistemato sul seggiolo di Fatima una sostituta preparata in fretta in quelle ore. La nuova presentatrice aveva esordito, seppur balbettando confusamente, ammettendo che lo spettacolo precedente era stato organizzato personalmente da Fatima con lo scopo di minare la fiducia che gli spettatori avevano nel soldato. Solo con questa frase aveva già raggiunto un livello di consensi molto superiore alla media di Fatima. Un selvaggio accoppiamento con un nuovo arrivato, uno sfregiato con un corpo scultoreo sotto il quale lei quasi scompariva, aveva cementato la sua posizione. Ora lei era la nuova presentatrice, Junk non era per niente il loro soldato e lei era una traditrice, condannata alla privazione del corpo durante il prossimo imminente Contatto.
Era fuggita in lacrime, dopo essere stata schiaffeggiata da uno Jorge che ostentava un sorriso sarcastico, e ora si stava preparando la terza fiala, senza ancora essere riuscita a fermare del tutto i singhiozzi.
Junk invece aveva seguito il tutto come se non lo riguardasse. Ora era in piedi accanto a lei, con un'espressione indecifrabile sul volto.
- Che hai da guardare, perché non te ne vai! - gli urlò contro. - Per colpa tua ho perso tutto, le mie riprese e il mio corpo. E se veramente sei quello che dici di essere, cosa possiamo sperare di ottenere da soldati come te? Sei un buono a nulla, inutile, capace solo di rovinare la mia vita… Per sempre… Per sempre in una stronza bottiglia…
Lo prese a pugni con rabbia, fino ad accasciarsi in lacrime sul suo petto.

Lui la strinse piano, aspettando che si calmasse. Per quanto, da quando era lì, avesse sempre sentito l'urgenza di andarsene in fretta e non gli fosse importato gran che di quello che stava succedendo, quell'umidità che sgorgava dal viso di Fatima sul suo petto gli bruciava profondamente. Appena terminata la ripresa era deciso ad andarsene, ma poi aveva assistito alla disperazione della ragazza e non riusciva a non sentirsi in qualche modo colpevole. Certo, non aveva fatto altro che dire la pura e semplice verità, ma non poteva nascondersi di averlo fatto più che altro per dispetto a lei e alle stupide teste e, in secondo luogo, per divertimento. Ora il pensiero della testa di lei che avrebbe galleggiato in un tubo verde finché non sarebbe stata invasa da mostruose radici, nonostante non dovesse in fondo importargli più di tanto, lo costringeva a restare e a consolarla.
- Dimmi, Fatima, chi eri prima di venire qui?
- Che domanda stronza. - rispose contrariata mentre cominciava ad arrestare le lacrime. Il fatto che lui le avesse rivolto per la prima volta una domanda sembrava tranquillizzarla. - Ero una testa, come tutti. -
- No, voglio dire… Prima di essere una testa, prima di essere su questa nave. Cos'eri prima di trovarti qui?
- Non capisco… Cosa vuoi dire? Ci sono le teste e ci sono i corpi artificiali… Non c'è altro al mondo.
Aveva smesso di piangere, anche se non capiva cosa voleva dirle. Eppure le parole di lui richiamavano alla mente i dubbi che un tempo aveva saputo ignorare.
- Ho bisogno di te, devi guidarmi. Voglio salire verso l'alto e ho bisogno di trovare un ascensore che possa farlo. E' molto importante per me. Io voglio sapere cosa c'era prima delle teste e dei corpi, mi serve per poter combattere e vincere, se posso.
- Ma il sopralivello 7 è riservato a chi ha potuto comprare il proprio corpo… - Continuava a non capire, ma era certa che avrebbe cercato di aiutarlo nonostante tutto quello che era successo. Dopotutto, non aveva nulla da perdere e tanto valeva compiere qualche pazzia prima di essere condannata al nulla.
- Ma io non voglio raggiungere il sopralivello 7. Voglio raggiungere il 2.

"Mi dispiace, compagni. Io non resisto più, sento che mi sto spegnendo."
"Hai fatto quello che potevi, non dispiacerti. Se avremo successo, ci sentiremo al tuo risveglio."
"Addio amici."
"Addio."
"Noi teniamoci pronti: fra poco sarà il nostro momento."
"Non siamo mai stati svegli tanto a lungo. Quanto durerà ancora il ciclo?"
"Speriamo che sia sufficiente. Certo, il tempo non è molto, ma si sta avvicinando a un punto di contatto."
"Si, siamo fortunati."
"Lei è sveglia?"
"Si, ma non ragiona. Non è detto che potremo utilizzarla. Dobbiamo solo sperare."
"Attenzione, è vicino."
"E' vero. Stabiliamo la connessione."
"Non ne posso più, sono troppo stanca."
"Anch'io. Ma possiamo farcela."

Nella zona più buia, nel profondo, circondato da forme contorte, un fiore mostruoso si stava lentamente aprendo.

Durante tutto il percorso, un giro tortuoso fra corridoi in penombra che attraversavano sale silenziose, Fatima gli aveva raccontato tutto ciò che ricordava della propria vita. Tutti i momenti che lei riteneva l'avessero formata come la presentatrice più sicura e osannata della rete di trasmissione. Parallelamente, aveva rivelato ogni momento di dubbio e di sconforto, quell'inquietudine profonda e sopita che non riusciva a cancellare del tutto e che, con il passare del tempo, l'aveva costretta a un uso sempre più frequente delle fiale recuperanti, fino a spingerla a quell'azione sconsiderata che aveva da poco causato la fine della sua carriera. Lui aveva ricambiato come poteva, raccontando ciò che aveva visto nei livelli inferiori, di cui lei sembrava sapere quasi niente, e quel poco che poteva dire della sua breve esistenza. A Fatima tornarono alla mente faticosamente i suoi primi momenti di coscienza. Ricordò che fu un certo Jacobs, che tempo dopo fu sostituito da Jorge, ad insegnarle tutto su quello strano mondo. Ora quel poco che ricordava delle sue spiegazioni, che aveva sempre considerato verità assoluta, sembrava molto distante ed irreale. La stessa funzione positiva degli schermi, su cui aveva sempre basato il suo lavoro, le sembrava un penoso raggiro. Mentre percorreva quel labirinto di cunicoli, tutto ciò che l'aveva sempre circondata le appariva sempre più come un mondo di finzioni costruite sul nulla. Paradossalmente, più proseguiva con i suoi racconti e lasciava che la mente scoprisse liberamente le sue contraddizioni, più si accorgeva di aggrapparsi al suo nuovo compagno, come se fosse l'unica cosa reale con cui fosse mai entrata in contatto.
Infine, giunsero di fronte a una piccola porta scorrevole.
- Ecco, qui entrano i fortunati che hanno potuto acquistare il proprio corpo. A nessun altro è permesso entrare. -
Non c'era però traccia di sentinelle a guardia della porta. Come se fosse stato scontato per tutti che le regole non andavano infrante. Junk trovò la cosa assai poco naturale.
- Accompagnai Jacobs fin qui molto tempo fa… - disse, premendo un pulsante. - Da allora ho sempre sognato di poter entrare. Non in questo modo, però. -
La porta si aprì su un locale angusto, di pianta ovale. Molto più semplice dell'altro ascensore, questo presentava su un lato una pulsantiera che conteneva tutti i dodici sopralivelli, tranne il primo. Entrarono e Junk selezionò il sopralivello 2.
- Non avevo mai parlato in questo modo con una persona. - disse Fatima, mentre la cabina cominciava a salire. - Non credevo nemmeno che si potesse fare…
Junk la osservò. Ancora lei non riusciva a guardarlo fisso negli occhi, come se fosse una cosa a cui non era abituata. Sotto la fioca luce arancione, gli sembrava fosse una persona molto diversa da quella svampita con i capelli rosa che si era divertito a prendere in giro. Una sottilissima ruga verticale le attraversava la fronte.
- Alla fine di tutto, non riesco a pentirmi di quello che ho fatto. - continuò lei. - Non potevo aspettarmi niente di meglio. forse avrei potuto acquistare questo corpo, ma poi… Da quello che si sa, nessuno è mai uscito dal sopralivello 7. Nessuno conosce il mondo. Nessuno ha mai tentato di cambiare nulla. Forse adesso sono più felice di tutte le persone che ho conosciuto, e non so neanche perché.
Lui le si avvicinò. Non poteva dire di condividere la stessa isterica felicità di Fatima, ma certo la sua presenza gli alleggeriva il cammino.
- Grazie di avermi aiutato. - disse. - E scusami se ti ho coinvolto in questa situazione…
Lei si strinse, come in risposta a un brivido leggero. Le sue labbra dipinte accennarono un sorriso incerto.
- C'è solo una cosa che mi dispiace… - Si decise a guardarlo negli occhi, con un leggero imbarazzo. - Avrei voluto accoppiarmi con te.
Junk abbassò involontariamente lo sguardo verso il proprio basso ventre. La sua mente si ricordava qualcosa che il suo corpo non possedeva. Nonostante l'assenza, una sensazione di calore lo stava investendo lentamente. Le prese le mani. Poi furono le mani di entrambi a muoversi come per un richiamo incontrollabile. Salirono le braccia fino alle spalle, poi si sciolsero sui corpi, alla ricerca di sensazioni sconosciute. I due si avvicinarono con un sospiro, finché i loro corpi non furono a contatto, avviluppati da una spirale di braccia che toccavano, stringevano, accarezzavano, stupite dalla piacevole consistenza dei loro corpi artificiali. Senza quasi accorgersene, Junk si trovò precipitato nell'abisso di un bacio. Frenetico, quasi professionale, all'inizio. Poi, sempre più morbido e commovente. Non un bacio carico di passione amorosa, ma un bacio d'addio di due naufraghi. L'ultimo desiderio di due condannati a morte. Forse per questo ancora più intenso e definitivo. Quel bacio risvegliava in entrambi una sensazione antica, la memoria lontana di vite vissute forse migliaia di secoli prima. Si ritrovarono, quando la porta dell'ascensore si aprì, in un angolo del pavimento, abbracciati come due bambini spaventati.

Fuori, solo il buio. La luce abbagliante della cabina proiettava un unico fascio che si perdeva in una sala immensa. Uscirono cautamente, trovando un ambiente freddo e nebbioso, dove il loro respiro si condensava in volute di vapore. Tutt'attorno, una rete di piccole stanzette separate da bassi divisori si perdeva fino alle lontane pareti che si intravedevano appena. Quando gli occhi si furono abituati all'oscurità, notarono i cadaveri. Quattro tute giacevano scomposte attorno all'ingresso, mostrando i teschi rinsecchiti.
- Non hanno il corpo! - esclamò Fatima.
In effetti le tute erano troppo magre per contenere all'interno un corpo artificiale. Junk si chinò e allargò con una mano la fessura nella tuta di uno dei cadaveri. Una fila di ossa parallele ne costituiva il petto, ricoperto da una pelle grigiastra, fragile come polvere. La pelle proseguiva sul collo e sulla faccia, su cui nascevano due folte sopracciglia asimmetriche e una barba grigia.
- Al contrario: questi erano corpi veri. - disse.
Fatima era rimasta da parte, impietrita. Junk la prese per un braccio e la trascinò via. Proseguirono per un tratto, fino a trovare uno spiazzo circondato da terminali. Provò ad armeggiare sulle tastiere, senza un'idea precisa, e anche lei cominciò a premere qualche tasto qua e là. Nessuna risposta, però, giunse dalle macchine addormentate.
Tutto era ricoperto da uno spesso strato di polvere. Tutto era completamente inanimato. A questo punto, Junk non sapeva proprio cosa fare. In quel luogo non c'era traccia delle risposte che andava cercando ma, al contrario, nascevano altre domande. I soli uomini provvisti di corpo sembravano morti da molto tempo. Le zone più importanti della nave erano completamente disabitate. Chiunque l'avesse rianimato si poteva trovare in qualunque luogo sperduto in quell'enorme labirinto. Proseguì, seguito da Fatima, alla ricerca vana di qualunque traccia di vita.
Dovettero invece scavalcare altri corpi mummificati. Molti si tenevano la gola o nascondevano il viso, come se avessero incontrato una morte improvvisa e dolorosa. Più avanti, quando ormai la luce dell'ascensore era un quadratino lontano e da un po' di tempo procedevano a tentoni, dall'alto giunse un flebile riflesso azzurro.
Si trovavano in uno spiazzo circolare sul fondo del salone. Al centro, una scala divisa in quattro corsie portava verso l'alto. Le scale un tempo dovevano muoversi, visto che i gradini erano irregolari e non allineati fra loro. Salirono faticosamente. La scala era molto lunga e il buio li faceva incespicare. Quando furono a metà strada, ansimanti e coperti di sudore freddo, cominciarono a distinguere nella luce azzurra una scritta debolmente illuminata: SOPRALIVELLO 1.

I due si stringevano fra loro tremanti, mentre ammiravano la grandiosità dello spettacolo.
- Stelle. - disse lui.
Stelle. Un miliardo di stelle si perdevano all'infinito. Una, più luminosa, li rischiarava di un pallore argentato. Le altre riempivano lo sguardo. Quindi il mondo non era limitato da pareti infinite, ma galleggiava nel nulla, in quel mare nero, punteggiato di soli distanti. Questo doveva essere il significato della parola 'nave'.
La vetrata copriva un'intera parete. Attorno, macchinari complessi rischiaravano l'ambiente con soffuse luci blu. La luce delle stelle faceva intravedere particolari eleganti. Davanti a loro, una colonna contorta immersa nell'ombra si stava lentamente illuminando. Dapprima era un bagliore che cresceva lentamente, senza che se ne accorgessero. Poi, qualche luce alla base cominciò a lampeggiare e a prendere vigore. Infine, complicati disegni luminosi si avvolsero sempre più in alto mentre tutt'attorno luci rosse e gialle comparivano sulle pareti ad interrompere le fasce blu. Senza dissipare l'oscurità, le luci formavano un secondo cielo stellato multicolore tutt'intorno a loro. Strappando Junk dalla contemplazione dell'evento, Fatima lanciò un grido nel silenzio.
Sulla sommità della colonna, un famigliare bagliore verde illuminava un grosso cilindro di vetro. Al suo interno un volto anziano, con rughe profonde, li fissava dall'alto con sguardo serio. Una barba bianca e folta scendeva ordinata verso il basso. Dal cranio scoperto, invece, un mostruoso groviglio di rami tortuosi ricoperti da enormi foglie scure formava una grottesca capigliatura imponente che aveva divelto la copertura per espandersi caoticamente in tutte le direzioni.
"Benvenuto."
Junk riconobbe immediatamente la Voce. Il cilindro s'illuminò maggiormente mentre i due si avvicinavano inorriditi.
"Avrai tutte le risposte che cerchi, in modo che tu possa compiere la tua missione."
Il cuore prese a battergli convulsamente. Voleva rivolgere troppe domande a quella testa misteriosa, ma nello stesso tempo si sentiva completamente perduto.
- Che cos'è… tutto questo?
"Questa è una nave. Nelle intenzioni dei costruttori, avrebbe dovuto raggiungere un luogo che era di loro interesse e portarvi la razza umana. Per sopportare la lunghezza del viaggio e trasportare convenientemente la quantità necessaria di personale, della maggior parte dei viaggiatori venne conservata solamente la testa, in uno stato di animazione sospesa che poteva mantenere intatte le facoltà intellettive. Tutte le teste vennero collegate tra loro e con la nave in un'immensa rete di comunicazione, pronte ad essere impiantate in un corpo artificiale quando fosse arrivato il momento. Pochi corpi erano stivati, gli altri sarebbero stati costruiti all'occorrenza. Si è persa ormai la memoria dei motivi che spinsero la razza umana a compiere un'impresa tanto imponente, ti basti sapere che i viaggiatori che avevano interesse nell'operazione non erano più dell'uno per mille. Come hai potuto vedere, la nave era divisa in zone ben diverse fra loro. Qui, nei primi tre sopralivelli, alloggiava la comunità Master, gli unici conservati con il proprio corpo per poter dirigere e controllare il viaggio. Negli underlivelli erano sistemati i Mech, destinati al controllo dei sistemi di navigazione e sopravvivenza. I livelli intermedi furono destinati ai Comm, che gestivano le comunicazioni via schermo e intrattenevano i viaggiatori, i Noble e i Cont, ossia coloro che avevano un proprio interesse nel viaggio, e una grande massa silenziosa di Junk. Senza schermi visivi, costretti al sonno o a una veglia secolare priva di qualunque stimolo esterno, i Junk erano coloro che, una volta giunti al luogo di sbarco, avrebbero costituito un'obbediente forza lavoro, al servizio dei Noble e dei Cont."
Junk. Junk come forza lavoro, come schiavi resi mansueti da una follia di secoli. Il senso di disgusto per tutto questo cresceva senza controllo. Accanto a lui, Fatima si stringeva più forte. Anche lei, immaginava, era probabilmente in origine una Junk.
- E dopo cos'è successo? Com'è cominciata la guerra?
"A metà del viaggio fummo attaccati. Durante un risveglio programmato si scoprì che le piante avevano invaso alcuni piani inferiori. Non è dato sapere se fossero salite con noi o se fossero penetrate in un secondo tempo. Inizialmente furono considerate innocue e quindi ignorate ma, quando si furono riprodotte a sufficienza, dimostrarono di avere un'intelligenza che poteva influire sul comportamento dell'equipaggio e sui sistemi di controllo della nave. Probabilmente sarebbe stato facile disfarsene se la maggior parte degli umani non fosse stata forzatamente incapace di muoversi. Nei primi tempi provocarono qualche incidente isolato, studiando le nostre reazioni. Quando furono sicure, presero il controllo della nave. Controllando la mente dei Mech, interruppero i collegamenti con i primi tre sopralivelli finché la popolazione dotata di corpo non fu sterminata. Poi allargarono il loro controllo alle zone intermedie. Chi tentava di opporre resistenza intervenendo sui sistemi di controllo veniva immediatamente privato di energia e quindi moriva. Impossibilitati a sfuggire al controllo mentale perché di natura servile, i Mech venivano costretti ad azionare i comandi che condannavano a morte migliaia di persone. Le piante, infatti, non possono muoversi. Solo le teste immerse nel sonno e quelle considerate innocue vennero risparmiate. Fortunatamente, questa era la maggior parte. Infine, giunsero a controllare me e con me l'intero sistema di controllo della nave. Attraverso i condotti del liquido di sospensione, poterono far giungere le loro spore fino alle teste e utilizzarle quindi come nutrimento. Nessuno è mai riuscito a sfuggire al loro controllo. Le piante si chiamano fra loro 'Difensori', da quel poco che ci hanno comunicato, si considerano i custodi dell'ordine nel cosmo. Di fatto, ci impongono arbitrariamente l'estinzione. Questo processo dura da più di seicento anni."
Junk rabbrividì. Quello che sentiva lasciava veramente poco spazio alla speranza.
- Ma… Le teste vive? Le persone con un corpo che appaiono sugli schermi?
"Quelle rientrano nella categoria delle persone innocue. Le loro menti non abituate alla ribellione furono negli anni convinte a non opporre resistenza. Ora sono poco più di un gruppo di dementi che si ingannano fra loro, completamente incoscienti di ciò che sta accadendo. I Difensori li controllano senza difficoltà."
Si rese conto di quanto fosse solo in questa lotta immensa.
- Cosa posso fare?
"Prima di tutto devi sapere che non sono stato io a risvegliarti. I Difensori l'hanno fatto e ti hanno dato un corpo perché tu possa raggiungere la sala controllo e premere il bottone che comanderà l'uccisione di altre migliaia di teste. A quanto pare, necessitano sempre di nutrimento per la loro sopravvivenza e periodicamente risvegliano un nuovo esecutore che possa procurarglielo."
- Ma come? Io non farò mai una cosa simile!
"Tu ora puoi pensarlo, ma quando sarai sotto il loro controllo non avrai più possibilità di scelta. I Difensori hanno dei cicli di veglia e di sonno. Durante il sonno noi siamo liberi di pensare autonomamente ma durante la veglia loro possono comandare le nostre azioni. Se tu riuscissi a raggiungere la sala controllo durante un ciclo di sonno, avresti più possibilità di compiere azioni distruttive, ma ormai manca poco tempo. Avrai bisogno di tutto l'aiuto possibile."
- Tu puoi aiutarmi?
"Io sono oramai completamente sotto il controllo dei Difensori. Il mio cervello è vuoto. Non sono io a parlare: attraverso me parlano quelle poche teste che sono riuscite a sottrarsi al controllo. Noi ci rendemmo conto in tempo di ciò che stava accadendo e riuscimmo a difenderci. Le piante possono attaccare solo le menti pensanti che riescono ad individuare, per cui noi riuscimmo ad evitare di venire scoperti mantenendo il completo silenzio mentale. Durante le fasi di veglia noi non pensiamo e durante il sonno ci ripetiamo costantemente la nostra storia per non dimenticare. Siamo pochi, come potrai immaginare, ma siamo riusciti ad inserirci in punti strategici per il controllo della nave. Quando tu sarai nella zona di controllo, cercheremo di venirti in aiuto. Ora vai, non hai altro tempo."
- Devo chiedervi un'ultima cosa. Ditemi chi ero prima di essere Junk. Qual è il mio nome? Perché non ricordo niente?
"Non puoi ricordare nulla dopo più di mille anni di viaggio. La tua memoria era conservata in una matrice cerebrale sopra al tuo cilindro, ma nel risvegliarti non è stata attivata. Tutti i tuoi ricordi sono persi e noi non li possediamo. Possiamo dirti per ora solo il tuo no…"
La voce si interruppe all'improvviso. Le luci si spensero per un istante poi ripresero, traballanti. Junk strinse Fatima a sé, guardandosi intorno.
- Il mio nome! Ditemi il nome! Dove siete?
Il silenzio metteva paura. I due cominciarono a indietreggiare, incerti se restare o tentare una fuga. Junk sentiva crescere un dolore pulsante dietro la testa, e la sensazione di essere osservato.
"Non ti era stato concesso di salire." disse la Voce. Ora aveva assunto la tonalità priva di inflessione che aveva sentito per la prima volta. Junk fu preso da un senso inspiegabile di panico: si trovava lì anziché trovarsi sul fondo, pronto a portare a termine la sua missione. Poco importava che una parte della sua mente rifiutasse tutto questo.
"Non farci perdere altro tempo."
A questo comando, il suo corpo non poté fare altro che tornare sui suoi passi. Se da una parte cercava di sottrarsi con tutte le forze, dall'altra non riusciva a rallentare l'andatura. Lui voleva scendere e voleva premere il bottone.
Fatima lo seguiva, anche lei con un'espressione atterrita sul volto. Quando furono sull'ascensore, si trovarono uno di fronte all'altra, a guardarsi senza dirsi nulla, mentre tutto ciò che temevano veniva compiuto. Quando si separarono, perdendosi nei corridoi bui del sopralivello 8, lui avrebbe voluto poterle stringere una mano o almeno dirle addio, ma i loro corpi si lasciarono indifferenti, mentre la loro mente era per metà straziata dal pensiero della loro sorte.
Quando fu tornato nell'ascensore principale, Junk selezionò, disperato e felice, la nuova destinazione: UNDERLIVELLO 12.

"Ci hanno visti?"
"Non devo pensare."
"Non devo pensare."
"Non devo pensare."
"E' troppo tardi. Ci hanno visti. Li sento."
"Siamo finiti."
"Non devo pensare."
"Non devo pensare."
"E' inutile. Ci scopriranno tutti."
"Sentite? Il loro controllo non è diretto a noi. Abbiamo qualche momento prima che ci cancellino."
"E' inutile, è troppo tardi."
"Possiamo ancora tentare un'ultima mossa."
"E' vero. A questo punto tanto vale scoprirci."
"In quanti siamo rimasti svegli?"
"Io."
"Anch'io."
"Troppo pochi. Provo a svegliare le mie sezioni."
"Non c'è tempo per la procedura."
"Forse confonderanno i pensieri dei Difensori quando agiremo."
"Non è detto, ma dobbiamo tentare ogni cosa."
"E dire che eravamo così vicini… E' stato un errore."
"Si, è stato un errore."

Fatima raggiunse la sala di scambio, dove l'aspettavano Jorge e due inservienti con camice e guanti. Insensibile, si fermò di fronte ai tre. La sala quadrata, bianca e spoglia, la terrorizzava. Da lì tutto aveva avuto inizio, e lì stava ora per finire.
- Il Contatto ci ha dato precise disposizioni sul tuo avvenire, mia stupida sottoposta. - disse Jorge con un sorriso bieco sul volto grinzoso. - Il tuo tentativo pietoso di sottrarti alle autorità non ha migliorato la tua posizione.
Si avvicinò a lei e le prese il viso con una mano.
- Fra due riprese, la tua testa verrà sistemata sul trespolo, alla vista di tutti. Gli spettatori avranno un'ampia scelta di sofferenze da infliggerti, per aver interferito con la missione ed aver causato una perdita del 5%. E dovrai restare lì, a perenne disposizione della brutalità degli spettatori che tanto hanno invidiato il tuo corpo perfetto. E tu sai bene quanto può essere crudele il nostro pubblico di teste… -
La sua mano scivolò più in basso, a molestare quell'intimità che fra poco non avrebbe più posseduto.
- Intanto il tuo corpo di cui eri tanto gelosa, diventerà presto mio. Ho già in mente una testa che potrebbe usarlo molto meglio di te…
Fatima avrebbe voluto ucciderlo, graffiargli quel volto volgare, aprirgli il petto e strappargli le interiora. Avrebbe voluto urlare, morderlo, prenderlo a pugni, scappare, raggiungere Junk ed impedirgli di compiere la missione, rifugiarsi con lui nell'angolo più lontano di quella maledetta nave, tanto lontano da non venire più a sapere nulla di guerre, riprese, teste in bottiglia e soprattutto di Jorge. Ma non poteva fare altro che starsene in piedi, accettare tranquillamente il suo destino, sopportare in silenzio le attenzioni del suo aguzzino che ora stava sbavandole sul viso. Piangeva. I suoi occhi immobili vomitavano fiumi di lacrime inutili mentre Jorge la salutava sghignazzando per tornare alle sue riprese.
I due inservienti le fecero cenno di avvicinarsi, ammiccando tra loro. Lei si avvicinò. Uno dei due armeggiò su un terminale e fece uscire dalla parete un cubo bianco, indicandole di sdraiarvisi sopra. Lei si sdraiò. Poi infilarono degli aghi attorno al suo collo e Fatima cominciò a perdere la vista. Lentamente i contorni persero definizione per fondersi in un unico bianco. Dopo, una sensazione di essere trasportata, sospesa nel vuoto. Una macchia scura che si muove davanti agli occhi, poi l'immagine si confonde fino a non avere più senso. L'ultimo pensiero fu che non avrebbe mai più avuto un corpo. Poi il nulla.

Solo, nel buio, Junk rimaneva in piedi immobile, in trepidante attesa che il suo destino si compisse. Tra breve il cancello si sarebbe aperto, mostrandogli finalmente il bottone che lui avrebbe premuto, mettendo così fine ad ogni sofferenza. In quel luogo profondo, l'oscurità tracciava sulle pareti ombre minacciose e il caldo soffocante gli rigava la fronte di sudore, nonostante questo lui si sentiva finalmente a casa. Tra poco avrebbe compiuto la sua missione, tra poco avrebbe guadagnato la libertà. Solo una parte lontana di sé sembrava inquietarlo. La consapevolezza che in ciò che stava facendo c'era qualcosa di sbagliato, qualche errore di valutazione. Mentre stava cercando di identificare e razionalizzare questa sensazione sgradevole, un rumore davanti a sé annunciò che il cancello si stava sollevando.
Fu investito da un'ondata di aria stantìa, un odore secco e pungente, sgradevole ma famigliare. Un'ondata di terrore lo colpì improvvisamente, ma solo per un istante, sufficiente però a fargli ricordare la gravità di quello che stava per fare.
Eppure non riusciva a tirarsi indietro. Sapeva che avrebbe spazzato via migliaia di esseri umani, ma sapeva anche che stava operando per il bene comune, per una logica che trascendeva i limiti della razza umana per comprendere il futuro dell'universo. Quello che stava per fare andava fatto.
Avanzò incerto nel salone. Alla sua sinistra una lunga parete era ricoperta di schermi e luci rosse e gialle. Scendendo i pochi scalini metallici si trovò infine in mezzo ai Difensori.
Li riconobbe con terrore ma con la certezza che non gli avrebbero fatto nessun male. L'intera stanza ne era piena, coprivano tutto il pavimento tranne uno stretto percorso tortuoso che portava alle macchine. Doveva camminare in mezzo a loro, sfiorandone le foglie rinsecchite e aguzze, i petali ruvidi, i corpi spinosi. Lunghi filamenti gli sfioravano il viso come ragnatele mentre avanzava fra creature immobili più alte di lui. Le pareti e il soffitto si intravedevano appena fra il denso fogliame. Nella luce fioca, le piante sembravano spire di un gigantesco cervello, vecchio e raggrinzito. Odiava quegli esseri. Se avesse potuto li avrebbe frantumati con le sue mani, sradicati dal suolo e fatti a pezzi. Ma non poteva farlo perché allo stesso tempo li amava, erano parte di lui e lui era loro figlio. Si sentì confuso. In parte avrebbe voluto fuggire ma allo stesso tempo desiderava compiere la sua missione. Non riusciva a spiegarsi esattamente quello che gli stava accadendo. A tratti gli venivano in mente pensieri che non gli sembravano i propri, o addirittura gli sembravano poco umani. Pensò che presto sarebbe diventato anche lui una pianta, ma non sapeva spiegarsi il perché.
Infine giunse di fronte al bottone. Era un bottone fra tanti in una lunga tastiera, ma lui sapeva che si trattava di quello giusto. Sopra la tastiera, uno schermo stava elaborando dei dati.
"Presto avremo selezionato le zone da ripulire." disse la Voce nella sua mente.
Comparvero una serie di codici che identificavano diverse sezioni. Guardava quelle cifre formarsi sullo schermo con apparente indifferenza, finché una parte di sé notò, in una delle serie incomprensibili, una sequenza che riusciva a ricordare. In quel codice, uno fra i tanti, riconobbe con sicurezza l'identificatore di un corridoio che aveva attraversato. Quel corridoio in cui aveva incontrato l'unica testa che lui conosceva.
Il suo corpo fremette, sul punto di spaccarsi in due. Restare al proprio posto per compiere la sua missione gli causava un dolore indescrivibile, un'ansia che per poco non prese il sopravvento.
Quando lo schermo fu pieno di cifre minuscole, la Voce impartì l'ordine finale.
"Ora devi premere il bottone."

"Hanno scelto la nostra sezione!"
"E' il momento. Ora dobbiamo agire. Presto!"
"Inserisco il collegamento e che Dio ci aiuti."

Il suo braccio si stava lentamente alzando. Per quanto fosse terrorizzato da quello che stava facendo, non riusciva ad interrompere il proprio movimento. La sua mano era a poca distanza dal bottone quando uno schermo a fianco, che fino ad allora aveva trasmesso immagini dai corridoi della nave, manifestò una strana interferenza. lentamente si compose l'immagine di un volto che lui conosceva bene. Per un attimo si ritrovò immobile.
"Non farlo!" gli disse con voce rotta, senza che le labbra si muovessero.
Per quanto distorta, quella voce gli riportava alla mente il conforto di un'intimità dimenticata. Si chiamava Anna, disse. Anna, un nome che lui aveva pronunciato tante volte, che aveva sussurrato, invocato, gridato. Poi disse a lui il suo vero nome. Nella confusione che gli consumava la mente fin quasi a farlo impazzire, quel nome fu la certezza dominante. Il nome in cui si riconosceva. Sentì un calore intenso sprigionarsi dalla sua nuca, e una specie di vertigine, come quando si guarda in basso dall'orlo di un abisso. Cominciarono ad affiorare poco a poco brandelli di una vita lontana che Anna nello stesso tempo gli raccontava. Il lavoro di suo padre, qualche momento di felicità con i suoi buoni amici in riva al mare, la scoperta travolgente del sesso. Poi le lotte a fianco di un mare di gente, e la fuga, con le schegge che gli sfioravano le orecchie. Le botte e il sangue che gli colava sui vestiti. Le belle stagioni e gli inverni caldi. E quella notte in cui, sotto la luna, fece quell'incontro magico e perfetto: Anna. Poi altre lotte e altre fughe. Nascondersi e tremare in silenzio. Agire in fretta, con crudele determinazione. Poi la sconfitta inevitabile, e un'altra sconfitta, e un'altra. Fino a ritrovarsi insieme, lui e Anna, circondati e catturati, picchiati e separati. Separati per sempre. Il cielo attraverso una finestra lontana per giorni e giorni. Infine, una sala operatoria, e nulla più.
Quel flusso di pensieri l'aveva in parte scosso da una specie di torpore. Il volto di Anna aveva smesso di parlare, stette un po' in silenzio, poi disse: "Premi il bottone. Fallo per me."
Ma la voce era piatta e inespressiva. Non era lei a parlare.
Una profonda rabbia gli fece esplodere le tempie. Non un'altra sconfitta. Non voleva perdere Anna un'altra volta. Non per colpa sua. Raccolse la sua decisione e si contrasse, non avrebbe permesso la morte di nessuno. Avrebbero pagato.
Ma si sentì perduto: era troppo tardi, aveva premuto il bottone.
No! Non l'aveva premuto! La sua mano lo sfiorava appena, poteva ancora ritirarsi e impedire il massacro. Quest'ultimo istante di paura lo risvegliò. Una parte di sé fu messa a tacere con una facilità che non sospettava. Si rese conto che non avrebbe mai spinto quel maledetto bottone.

Il suo primo pensiero fu che aveva ancora un corpo. La procedura di disinnesto per qualche motivo non era cominciata. Intorpidita, con la vista ancora annebbiata, Fatima si strappò dal collo la corona di aghi e lentamente si liberò dalle cinghie. Saltò a terra e si infilò fra la moltitudine di braccia meccaniche fino ad uscire da una porta ovale. Si incamminò nel buio, diretta il più lontano possibile dalle sale di ripresa.

Ciò che seguì nel livello più basso fu una totale liberazione della rabbia di una vita. Si era voltato a guardare le piante orrende che infestavano la sala, mentre un dolore atroce gli attraversava il cranio. Lo interpretò come un ultimo goffo tentativo di riportarlo all'ordine, ma era inutile. Si accostò alla pianta più vicina e ne studiò il fiore, una massa confusa di lingue vermiglie che si stavano lentamente richiudendo, come per difendere qualcosa all'interno. Quella parte di sé che ancora subiva l'influsso dei Difensori gli comunicava che quell'essere era santo e prezioso e non andava toccato per nulla al mondo. Invece fu proprio quello che fece, e mentre le sue dita si chiudevano su quella disgustosa massa soffice e spugnosa, il fiore si sgretolava in una polvere rossa che gli scivolò fra le dita. Mentre il dolore alla testa aumentava fino a diventare insopportabile e la sua mente si separava sempre più in due esseri distinti e contrapposti, mentre a fatica conteneva il crescente senso di nausea e la sua vista si annebbiava, le sue mani infierivano con furia su quell'intrico di creature fragili e disgustose, stritolando, frantumando, sbriciolando corpi ammuffiti che si riducevano in schegge taglienti evaporando nuvole di polvere.

"E' morto?"
"Sembra di si, non riceviamo alcun segnale. Ma anche i Difensori non eseguono più il loro controllo."
"E' tutto merito suo."
"Si, ma l'ho addormentata. Non ha senso che sappia che è morto per ora."
"Allora è finita."
"Credo di si. Ora dobbiamo pensare a noi."
"Abbiamo vinto!"
"Si, abbiamo vinto. Svegliamo la nave."

 

 

 






Francesco Mattioli

Co-autore del Mirabolante Calendario dei f.lli Mattioli (http://digilander.iol.it/
calendario).

Disegnatore, collabora con la rivista Carmilla e sta realizzando il fumetto "La Furia di Eymerich" per la Mondadori.

E' anche uno degli autori di questo sito.