Solo uno spruzzetto di science nella mia fiction, grazie

di Vittorio Curtoni

Due episodi di segno opposto mi sono rimasti impressi nella memoria. Il primo: la grande, indimenticabile notte del luglio 1969, quando guardando sullo schermo del televisore veri astronauti che camminavano sul suolo della vera luna terrestre mi sono reso conto con sgomento che nessuna delle storie di sf che avevo letto (nemmeno quelle del sommo profeta lunare Heinlein!) aveva previsto un allunaggio cum ripresa televisiva. Uno a zero per la realtà. Il secondo: la traduzione nel 1979 di The Fountains of Paradise di Arthur Clarke, un romanzo nel quale uno dei protagonisti ha in casa il suo computer personale, e di notte lo lascia acceso, e la mattina alzandosi va a leggere sul monitor le ultime notizie sullo stato del mondo che gli sono giunte via modem; e traducendo quel romanzo io pensai: "Ma figuriamoci, i computer costano l'ira di dio, prima che il computer arrivi nelle case di tutti passeranno secoli! Clarke hai toppato, hai esagerato!" E pochi anni dopo acquistavo il mio primo pc, e oggi sguazzo in Internet, sono come si dice in rete, e col CD ROM sono pure multimediale... Uno a uno tra realtà e sf e palla al centro.
Ora, non ho mai pensato che la capacità di effettuare previsioni esatte sia il motore centrale della sf (questo lo pensava suppongo Verne, che infatti faceva sparare i suoi missili da un cannone), ma di certo ne è una componente. Che oggi, ritengo, è diventata un tantino ingombrante perché la realtà del progresso tecnologico, coi suoi quotidiani passi da gigante, ha la sgradevole tendenza a superare il tasso di creatività fantastica degli autori. Se non sempre, spesso. Da qui alcune strategie per uscire dall'impasse: il pianeta remoto con la razza estinta che ha lasciato di sé enigmatiche reliquie da decifrare, ad esempio, oppure la sana cara vecchia guerra contro il perfido invasor, e in parte anche certo cyberpunk con le sue epiche lotte fra uomini e programmi ferocissimi, tesi alla distruzione dell'incauto che si è collegato anima e corpo (e soprattutto cervello) con l'onnivora rete. Dov'è finita l'olimpica indifferenza degli autori anni Cinquanta di "Galaxy" i quali estrapolavano con molta creatività, inventandosi tutto di sana pianta? Non c'è più. Loro se lo potevano permettere perché il progresso tecnologico c'era sì, ma stava nascosto dietro la porta e ancora non si lasciava guardare in faccia; oggi lo abbiamo tutti in casa, e abbaia e ci morde le chiappe, e guai a non dargli retta.
Questo è un tema interessante. Negli ultimi tempi, sulla mailing list di fantascienza alla quale sono iscritto, si è sviluppato un dibattito abbastanza accanito tra sostenitori di una sf che deve, per statuto, possedere una componente scientifica forte, dura, coerente, e i sostenitori di quella che è stata definita una fantascienza "cialtrona", cioè indifferente al canone scientifico, per così dire. Io sono ovviamente un sostenitore di quest'ultima ala, e anzi un mio racconto, Fronte del tempo, grazie al suo uso disinvolto dei buchi neri è stato additato come fulgido esempio di cialtroneria; ma in buona parte l'accusa coinvolgeva tutta o quasi la fantascienza italiana. Intendendo con questo termine ciò che di fantascienza è stato scritto in mezzo secolo circa da autori italiani, né più, né meno.
E' stato detto che la sf italiana è deprimente per questa sua indifferenza alla scienza, mentre pare che gli autori anglosassoni siano sempre e comunque dotati di un rispetto per la scienza che ha del sublime (anche se ho chiesto lumi su scrittori come Bradbury, Dick, Lafferty, Sturgeon, Vonnegut eccetera, e a dire il vero nessuno mi ha mai risposto, ma vabbe', non si può avere tutto). E' stato detto addirittura che l'autore che scrive e pubblica (eh sì, mi sa che la grande discriminante si situi ancora su questo crinale: è l'essere pubblicati o il non esserlo a fare la differenza) ha una grande, enorme responsabilità nei confronti del pubblico: lo deve educare, non gli deve distorcere la percezione della realtà raccontandogli frottole sullo stato del mondo. Anzi, essendo in fantascienza, sullo stato dell'universo. Sicché io, avendo in quel mio racconto narrato di una casa che rispunta dal passato per impedire che una nostra futura astronave entri in un buco nero e provochi chissà quali tremende conseguenze, sarei stato cialtrone. Avrei, anche se non so di preciso in quale misura, diseducato i miei tre lettori.
BUM! Spettri del realismo socialista, a me!
Intanto, io alla funzione didattica della letteratura così, in astratto, non credo. Posso tranquillamente affermare che alcuni romanzi hanno contribuito non poco a fare di me la persona che sono oggi, a cinquant'anni, e credo senz'altro che autori anche grandissimi abbiano investito la loro opera di una forte funzione didascalica: ma chi non scrive per trasmettere qualcosa di sé, della propria percezione del mondo, a chi lo legge? Si sarebbe cretini, e peggio ancora impotenti, se non lo si facesse. Resta il fatto che se voglio farmi un corredo informativo su una determinata branca scientifica non mi vado a leggere un romanzo di fantascienza; mi leggo un testo di divulgazione o un duro trattato specialistico, in base alle mie competenze di partenza. La fiction è fiction. Non è saggistica, non è divulgazione. E' pensabile che qualcuno, leggendo un romanzo di fantascienza, possa distorcere le proprie idee, che so, sulla terza legge della termodinamica o sulla teoria del big bang? Se lo fa, è un coglione, e se lo merita.
In secondo luogo: se il nocciolo del problema si riduce al fatto che il termine "fantascienza", ovvero "science fiction", implica una componente scientifica, propongo l'immediata assunzione della suggestiva etichetta che la New Wave inglese si inventò negli anni Sessanta, cioè "speculative fiction", "narrativa speculativa", e buonanotte ai suonatori. Se scrivo speculative fiction e non science fiction sono a posto? Non so, lo chiedo ai sostenitori a spada tratta dell'importanza del dato scientifico. E vorrei anche, molto sommessamente, fare notare che quando è stato coniato il termine "science fiction", ragazzi!, il tipo di cose che scrivevano gli autori degli anni Trenta e Quaranta tutto era meno che scientifico. Onestamente. Per la precisione, almeno dagli anni Cinquanta in poi, gli autori di "hard sf" (fantascienza dura, coi suoi bravi coglioni scientifici) sono sempre coesistiti con gli scrittori di "soft sf", e non mi risulta che si siano scannati. O che si siano verificate guerre di religione. Ci fossero state, molti dei padri fondatori del genere sarebbero bruciati sul rogo, o sarebbero stati lapidati, o avrebbero fatto altre pessime fini: San Philip Farmer martire. San Robert Sheckley vergine. San Philip Dick l'apostata. Eccetera.
Per mia fortuna o sfortuna, e chi lo sa, ho avuto un'educazione culturale di stampo rigorosamente umanistico. Liceo classico, laurea in lettere. Non vado affatto orgoglioso della mia crassa ignoranza scientifica, ma è un dato di fatto, una magari mostruosa realtà. Mi dicono tutti: fatti una cultura scientifica. E già, è facile. Quando, talora, mi basta prendere in mano un testo di divulgazione per andare in tilt dopo tre pagine solo per le terminologie e i concetti dati per scontati. L'ho ammesso pubblicamente, è probabile che io sia uno zuccone inguaribile, ma che ci posso fare? Solo per questo dovrei smettere di scrivere sf? Dovrei interrompere un'attività che dura da, mumble mumble, una quarantina d'anni? Per il timore di portare sull'errato sentiero scientifico chi leggerà i miei innocui racconti?
Ma per favore. E poi nutro una convinzione incrollabile: non è affatto necessario parlare di scienza in fantascienza. A me e a tanti altri autori (sto cercando di dare voce a un'intera categoria di vituperati corruttori di povere menti imbelli) interessa la fiction. Interessa l'elemento fantastico. La possibilità di mettere personaggi normali, comuni, sperabilmente veri, in una situazione non normale. Non comune. Checché ne dicano Todorov o altri raffinati teorici, per il sottoscritto l'essenza del fantastico è questa; e la fantascienza è solo un sottoinsieme dell'insieme più grande che è il fantastico.
Della tecnologia invece so parlare, e parlo, perché vi sono immerso, è uno dei parametri imprescindibili della mia vita. Mica sono sordo o cieco. E di certi sviluppi tecnologici, di certe rivoluzioni in atto di giorno in giorno, penso (con supponenza, come no) di poter indovinare qualche sviluppo. Qualche deviazione. Qualche malformazione. Come faceva, ad esempio, il mio nume tutelare Philip Dick. Lascio ad altri il compito di tessere le mappe delle nuove frontiere della scienza; di certo non spetta a me farlo. Non posseggo le competenze necessarie. Però potrò continuare a scrivere i miei racconti di fantascienza cialtrona?
Vi prego!