di Francesco Scalone
REQUIEM FOR THE CYBERPUNKS
Niente paura. Si è trattato solo di un grande amore necrofilo
Se si è trattato di amore allora si può perdonare. Anche se
c'era di mezzo una sporca faccenda di necrofilia. Lo so, certo, non sta bene
andare a cercarsi la ragazza proprio al cimitero. Ma se si tratta di amore,
di quello vero... Può passare.
Cyberpunk è morto quasi subito. E' spirato verso la metà degli
anni Ottanta, forse poco dopo . Poteva crescere, diventare un bambino forte
e robusto. Invece no. Dopo un paio di gemiti (di quelli tosti naturalmente,
di quelli che fanno rizzare i capelli in testa all'ostetrica) è stato
fatto fuori. Game over, così va il mondo. L'assassino? Non lo so, forse
un delitto senza movente, magari un suicidio. A volte capita, sofisticate
strategie di marketing culturale possono ammazzare in pochi istanti, senza
che la vittima si accorga di niente. Si muore e poi si vaga zombizzati per
il pianeta ripetendo le ultime frasi che si è detto negli istanti finali
di vita. Intanto i libri vendono, vendono. Vendono. E così arrivano
gli imitatori degli imitatori, e i capiscuola (quelli che per primi avevano
visto tutto) iniziano a imitare i se stessi di qualche tempo prima. Fatto
sta che è difficile dire come siano andate veramente le cose. Scrivo
questo graffito su carta a cinque anni dalla fine del terzo millennio, in
un lunghissimo tramonto di fine Giugno. A Ponticella di San Lazzaro, Bologna.
I fatti di cui parlo sono accaduti, invece, nella preistoria degli anni Ottanta,
a migliaia di chilometri di distanza, in un altro continente. Sebbene il pianeta
sia lo stesso, il mio come punto di osservazione non è certo privilegiato.
Anzi. A disposizione ho soltanto qualche frammento: non è facile procurarsi
riviste e testi in lingua originale. La terra, nonostante tutto, è
ancora un posto molto grande, e scrutare nel buio è piuttosto difficile,
anche con un bel paio di occhiali da miope come i miei.
Be', non so come siano andate a finire veramente le cose, ma da qui, dalla
periferia dell'impero, dopo il passaggio di un vero e proprio uragano di cazzate,
ho la netta impressione che alla fine Cyberpunk se la sia cavata. E' un discorso
di vitalità letteraria, di biologia dell'immaginario. E poi c'è
sempre la questione dell'innamoramento necrofilo. Si può benissimo
continuare a credere nelle visioni elaborate da un movimento letterario anche
quando questo si è definitivamente estinto. Dalla metà degli
anni Ottanta il mondo è cambiato. Il crollo del muro di Berlino e la
disgregazione dei due blocchi economico-militari, e poi l'accelerarsi dei
fenomeni di ibridazione tecnologica, sociale e biologica, le sporche guerre
dei totem e i nuovi tribalismi, gli scemi del villaggio globale alla conquista
del pianeta. Miliardi di schiavi e di corpi (biomassa) pronti per essere divorati,
una losca storia di cannibalismo che coinvolge l'emisfero sud e nord del mondo.
La mutazione irreversibile dei corpi e delle menti immerse - alla deriva -
nel magma informativo incandescente. Quanto appena scritto credo abbia a che
fare con i movimenti tellurici che avvengono nel Reale. Qualcosa di planetario.
Eppure sono anche alcuni dei temi che hanno attraversato i testi ormai canonici
dell'ortodossia cyberpunk. Ma non solo. Snow Crash tratta di tutto questo
. Sono convinto che questo libro sia vivo, che abbia un cuore pulsante e perciò
valga la pena parlarne. E se fosse iniziato il post-cyberpunk ?
BIP BIP
Niente paura. Sta per cadere una grossa incudine sulla vostra testa
Neuromante incontra Tom e Jerry. Snow Crash attraversa ad iper-velocità
l'immaginario cartonistico americano: in un cartone animato straniero "un
lupo mostruoso, tipo Will Coyote con la rabbia, viene ripetutamente giustiziato
con i metodi più violenti che neanche la Warner Bros. riuscirebbe a
immaginare. E' un cartone animato snuff ". Ma non si tratta solo di citazioni,
lo stesso Metaverso, l'equivalente del cyberspace gibsoniano, fonda le sue
regole su una sorta di fisica cartonistica: nel Sole Nero, il locale più
esclusivo della Strada, "prima di gettarli fuori, si possono colpire
gli indesiderati sulla testa con mazze giganti o schiacciarli sotto casseforti
che cadono d'alto". Gli stessi personaggi sembrano più i protagonisti
di un fumetto o di un videogame: Y.T. con il suo skate hardcore; Hiro Protagonist,
l'hacker freelance nonché più grande guerriero di spada del
mondo; Raven, il mutante supercattivo che va in moto trasportando nel sidecar
una bomba atomica collegata al cervello. Soltanto alcuni dei protagonisti
di una vicenda caleidoscopica fatta di inseguimenti, scontri a fuoco, duelli
di spade, e bombardamenti con armi da guerra. Elementi testuali, mutuati anche
da territori extraletterari (fumetto supereroistico, cartoon, B-movies americani
e asiatici, sf e spystories spazzatura, sonorità musicali hip hop e
hardcore) che arrivano a definire la cartografia di un grande romanzo d'azione
ipertrofico. Una strategia tipica del postmoderno americano da Pynchon in
poi: accanto alla costruzione dell'opera scorre parallelo un tentativo di
esplorazione sistematica dei territori più disparati dell'immaginario.
E il collante utilizzato per fondere questi elementi, in Snow Crash, è
rappresentato dalle armi micidiali dell'ironia, del tentativo parodico e del
grottesco. Una precisa scelta tattica. Il Terminator del film omonimo riprende
la visione siderurgica di un cyborg dal corpo di acciaio e dotato di armi
spettacolari: la sua missione è salvare il futuro dell'umanità.
Il Recapitator di Snow Crash ha il corpo blindato in una corazza di aracnofibra
e rinfor-gel che protegge come una pila di guide del telefono, usa una micidiale
pistola sparafreccette, e ha un compito di vitale importanza: consegnare la
pizza. La prospettiva non è comunque inedita, è sempre esistito
un filone di fantascienza delirante: penso a Douglas Adams e alla sua Guida
galattica per gli autostoppisti. La vicenda di Y.T. che finisce "al fresco"
mi ha ricordato il pianeta prigione descritto in Venere sulla conchiglia di
Kilgore Trout (pseudonimo di Farmer e non di Vonnegut) . Anche se qui la deriva
dei personaggi non avviene in un tipico contesto spaziale, ma attraversa a
grande velocità il paesaggio urbano di una Los Angeles del futuro (o
del presente?). In certi passaggi, nel testo affiorano alcuni riferimenti
letterari più o meno espliciti: Moby Dick, Jack London - l'Alaska e
il nord, fredda frontiera senza legge - e un naufragio più vicino,
per le scene esilaranti, a Tre uomini in una barca che a Robinson Crusoe.
L'ECONOMIA POLITICA DELLO SNOW CRASH
Ancora una sporca storia di droga
Skate e moto dotate di ruote intelligenti con i quali surfare nei vortici
del traffico e lanciarsi lungo le rampe di asfalto della città. In
realtà l'intento di Stephenson è quello di perlustrare il vasto
paesaggio etnico-geografico di Los Angeles. Ogni gruppo etnico ha costituito
i quartieri dei propri residencenclave in vere nazioni franchise: Nova Sicilia,
Narcolombia, Super Hong Kong, Porte del Paradiso del Reverendo Wayne e così
via. Le nazioni franchise, che godono della stessa personalità giuridica
di uno Stato con una propria moneta e una propria polizia-esercito, sono la
metafora di quanto accade nella città degli angeli. Commentando la
crescente diversificazione polietnica di L.A., ha scritto Federico Beliz:
"Il terzo mondo non è più separato dal mondo superindustrializzato;
i quartieri di cristallo e di aria condizionata sono gomito a gomito con i
quartieri della disperazione e del crack. Ovviamente questo gomito a gomito
deve essere tenuto sotto controllo da una selva sempre più fitta di
poliziotti, pubblici e privati. Ogni forza sociale ha il suo esercito"
. E nel romanzo di Stephenson, la balcanizzazione dello spazio urbano diventa
un paradigma che si proietta sul resto della società: guerre militari
e finanziarie tra comunità tribali high tech sempre più agguerrite
e atomizzate. In Snow Crash (pag.199) Ng, l'inventore dei Rattoni/cani da
guardia corazzati a propulsione nucleare, spiega che la struttura sociale
di qualsiasi Stato-nazione è in ultima istanza determinata dal suo
sistema di sicurezza. Nella difesa di un territorio la scelta tra un cane
cyborg o un esercito di vigilantes non è neutrale. E tutto questo incarna
quanto Mike Davis osserva riguardo all'ossessione dei sistemi di sicurezza
e all'architettura di controllo poliziesco dei confini sociali, una proliferazione
repressiva causata in primo luogo dalla difesa delle classi più ricche,
tipica dell'America reaganiana, dei propri lussuosi stili di vita: "L'apocalisse
pop hollywoodiana e la fantascienza sono state più ricettive politicamente,
e più realistiche, rappresentando l'indurimento programmato della superficie
urbana legato alla polarizzazione sociale dell'epoca di Reagan" . In
uno scenario simile ha fatto la sua comparsa il crack, una tra le sostanze
più tossiche conosciute dalla scienza e sicuramente la più devastante
di tutte le droghe, capace di ridurre in schiavitù quanti la consumano
e in grado diffondersi come un contagio. Neil Stephenson ha immaginato lo
Snow Crash: un virus costruito per diffondersi a livello ematico, sotto forma
di droga, ma anche elettronicamente attraverso il Metaverso. Gli hacker sono
in pericolo, perché una bipmap, simile alla nebbia di un video guasto,
passando dal nervo ottico riesce a sconvolgere le strutture profonde del cervello.
Milioni di uomini sono stati già infettati e ridotti in schiavitù,
sono quasi tutti sul Raft, l'immensa zattera fatta di navi e imbarcazioni
di ogni tipo che dopo un giro del mondo ha raccolto i disperati di tutto il
pianeta. Grazie allo Snow Crash, la super droga virale, sono tutti schiavi
di L. Bob Rife, il miliardario monopolista padrone del parco media planetario.
Presto invaderanno l'America. I riferimenti alle pagine più inquietanti
delle peggiori utopie negative possono sembrare di maniera. C'è però
un elemento di originalità che va oltre l'immagine delle antenne innestate
nel cervello degli schiavi telecomandati: dietro l'emigrazione/invasione di
cui sono protagonisti si nasconde l'ennesimo dispositivo antropofago dell'economia-mondo.
L'America aspetta i profughi del Raft a fauci aperte per divorarli. Spiega
L. Bob Rife: "Be', la funzione del Raft è portare nuova biomassa.
Per rinnovare l'America. Per la maggior parte i paesi sono statici, tutto
quello che devono fare è continuare a fare bambini. Ma l'America è
come questa grossa e vecchia macchina sferragliante e fumogena, che procede
raccogliendo e inghiottendo qualsiasi cosa penetri nel suo campo visivo. Si
lascia dietro una scia di immondizia lunga un chilometro. Ha sempre bisogno
di nuovo carburante".
CYBORG E AVATAR
Un'altra vecchia storia di corpi
La fantascienza dello scorso decennio è stata un formidabile laboratorio
della visione in grado di esasperare molte idee già precedentemente
elaborate. L'uomo artificiale appartiene alla storia del genere, il cyberpunk
ha innalzato il cyborg a paradigma di una condizione post-umana: il corpo
immerso nei flussi del reticolo planetario dell'informazione ha acquistato
un nuovo statuto. Ma lo scenario descritto non si è fermato agli effetti
delle tecnologie pervasive, guadagnando sul terreno dell'immaginario consapevolezze
ancora più radicali: la presenza disincarnata dell'hacker nello spazio
della simulazione elettronica ha rappresentato la tappa finale del processo
di mutazione del corpo. L'abbandono dell'involucro organico e la conquista
di un nuovo supporto immateriale, forse più maneggevole. Gli avatar,
i corpi immateriali del Metaverso descritti da Stephenson, rispecchiano questo
procedimento. Trasparenti fantasmi di byte fuori dal Sole Nero, possono essere
scelti tra tanti modelli disponibili. Nell'ambiente allucinatorio indotto
elettronicamente nel Metaverso si può decidere di diventare un Clint
o una Brenda, i cloni avatar prodotti serialmente, oppure si può rifiutare
l'omologazione e scegliere di diventare un grande pene parlante, di avere
una supernova di luce al posto dei capelli oppure di rimanere semplicemente
se stessi.





