1. Vivere in provincia
Chi legga le pagine culturali dei grandi quotidiani raramente troverà
recensiti volumi classificati come appartenenti alla "narrativa di genere".
Oddio, qualche volta può apparire un trafiletto di segnalazione, oppure
un articolo, più di costume che letterario, su qualche noto autore
anglosassone di bestsellers, tipo Follett o Forsythe. Quasi mai, invece, uno
scritto di ampio respiro o un'analisi ponderata, positiva o negativa che sia.
Soprattutto se si versa nel campo della letteratura fantastica, autentica
cenerentola del mondo delle lettere nazionale.
Il fatto è che l'Italia, sotto il profilo culturale, è provincia,
e tra le più miserabili. Qui la maggior parte degli scrittori di "letteratura
alta" sono mezze seghe, recensiti e venerati da altre mezze seghe. Gli
uni e gli altri escono da scuole fradice e polverose, in cui Croce continua
a dettare legge e un Gramsci involgarito da Togliatti a fargli da spalla.
Per non dire di un'università in cui l'accademismo è ancora
in voga, e gruppi di mandarini togati selezionano le nuove leve di docenti
con meccanismi fatti apposta per premiare i peggiori.
Il modulo narrativo accettabile come "letteratura" dev'essere obbligatoriamente
verista o vagamente trasognato, preferibilmente pomposo; riguardare mediocri
situazioni familiari, amorazzi da due soldi o piccole tragedie in piccoli
ambienti (o anche in grandi ambienti: è la tragedia che deve essere
piccola); svolgersi in un contesto di provincia lontano dalla metropoli, o
in una città che della metropoli non abbia le caratteristiche. Molto
gradita una scrittura fiacca ed estenuata, estetizzante, con tinte a pastello
e qualche esperimento linguistico moderatamente ardito. Non è un caso
se l'antologia Giovani cannibali, che (con i suoi alti e bassi) contraddiceva
tutto questo, è stata accolta addirittura con livore. Ma, poiché
formalmente non si rifaceva né al fantastico né alla letteratura
di genere, quanto meno è stata commentata. Altrimenti sarebbe passata
sotto un infastidito silenzio.
2. Vivere in ginocchio
Sotto il profilo politico-ideologico, poi, è d'obbligo il più
totale conformismo. Il governo in carica (la cui vera natura emerge dall'articolo
di Wainer Marchesini presente in questo numero) ha addormentato anche i pochi
intellettuali che mantenevano una qualche parvenza di vitalità e di
spirito critico. Più nessuno cerca di guardarsi intorno. Due terzi
dell'umanità sono ai limiti della sussistenza, le metropoli occidentali
trasudano follia, guerre e massacri insensati insanguinano intere nazioni,
le strade sono piene di tossicodipendenti e di giovani e innocenti assassini,
ma la letteratura deve starne alla larga, e rifuggire da prese di posizione
coraggiose e radicali. Il massimo dell'impegno previsto è il consenso
al governo e a questo o a quel suo ministro, nello splendore della comune
marcia trionfale verso l'Euro (spacciato per Europa) o del comune muro contro
i secessionisti brianzoli e bergamaschi.
Sulla pagina scritta, comunque, nemmeno questa flebile caricatura di impegno
dovrà risultare. Per fare letteratura basterà il solito dramma
nella "sonnolenta provincia padana", magari tinto vagamente di giallo
(senza per questo diventare "un giallo"). E quando uno scrittore
di genere come il nostro amico Carlo Lucarelli riesce, per la formidabile
qualità della sua scrittura, ad attirare l'attenzione, sì dirà
che il suo prodotto "non è realmente un giallo", è
"qualcosa di più", "evade dai confini del genere".
Definizioni che Jean-Patrick Manchette definiva l'essenza stessa della coglioneria.
3. Vivere rinnegando
Quando poi è un accademico o un critico letterario transfuga dai ranghi
a scrivere un horror o un poliziesco, quest'ultimo non è tale, ma è
per definizione qualcosa di più e di meglio, specie se lo infiora di
barocchismi e di considerazioni esistenziali d'accatto che lo rendano quasi
illeggibile. Si direbbe che la discriminante positiva sia la noia. In realtà
è l'assenza di materiali "bassi": sangue, violenza, paura,
perversione, pazzia. Gli stessi materiali che sono la norma nella vita quotidiana
del mondo occidentale, e soprattutto dei paesi e dei popoli che subiscono
le conseguenze della sua avidità eretta a sistema economico.
Robaccia post-moderna, diceva Goffredo Fofi su Il sole 24 ore del 28 settembre,
fustigando le scelte della collana Einaudi "Stile libero". Prima
di occuparsi di letteratura, costui si occupava di cinema. Per anni stigmatizzò
come borghese e reazionario praticamente ogni film in uscita, finché
non ebbe la grande illuminazione. Il film ideale era una pellicola cinese,
in cui i contadini di una comune smascheravano l'autore di gravi crimini (tipo
il possesso di libri pornografici) sulla base di un indizio lampante: era
il figlio di un ex proprietario terriero, dunque colpevole per natura e per
sangue. Un intero numero della rivista diretta dal nostro fu dedicato a questa
boiata colossale.
Poi il suddetto critico sì è pentito (è lo sport nazionale)
e adesso pontifica sull'assenza di buon gusto dei pochi scrittori italiani
che hanno qualcosa di pregnante da dire e da denunciare. Gli unici scrittori
ad accorgersi che esiste una società dai costumi sempre più
barbarici, e a rifletterne le tracce nei loro scritti. Come la narrativa "di
genere" fa da quando è nata.
Ma sono affari loro. Questa rivista non si occupa di libracci pallosi destinati
a vita effimera, ma di ciò che dura veramente: la letteratura popolare,
corposa, sanguigna, piena di idee a ogni pagina e di immagini che restano
incise nella memoria. Come i film di Sergio Leone che, quando uscirono, tutta
l'accademia di destra, di sinistra e di centro si affannò a denigrare.
4. Vivere in Francia
E allora continuiamo la nostra esplorazione dei "generi". Una larga
sezione di questo numero di Carmilla è dedicata al noir. Cioè
a quella variante della lettura poliziesca che ha al proprio centro non tanto
l'indagine su un delitto, quanto la psicologia di delinquenti e investigatori
pubblici e privati.
Ciò può stupire, nell'ambito di una rivista prevalentemente
dedicata alla letteratura fantastica. Stupisce meno se si riflette a quanto,
dentro la narrativa sprezzantemente definita "di consumo" (come
se l'altra non fosse anch'essa destinata al consumo), siano labili i confini
tra narrativa fantastica e narrativa realistica, e anche tra un genere e l'altro.
Ma tutto ciò è stato detto ampiamente da Loriano Macchiavelli
nel n. 2, e non ci torneremo. Se abbiamo deciso di interessarci al noir non
è per la componente fantastica che contiene, ma proprio per quella
realistica; ed è quest'ultima il raccordo esistente con gran parte
del genere fantastico.
Suona come un paradosso, ma non lo è se ci si riflette un attimo. Che
cos'hanno in comune Stephen King e James Ellroy? Una descrizione fedele fino
alla crudezza della società statunitense, incluse le zone più
tenebrose. E questa è anche la caratteristica della narrativa, solo
un po' più metaforica, di un William Gibson, di un Mark Laidlow o di
un John Shirley. Insomma, noir, fantascienza, horror ecc. sono accomunati
proprio da ciò che manca, specie in Italia, alla letteratura definita
"alta": il coraggio, e la conseguente capacità di sporcarsi
le mani col presente e con la società.
Non vale per tutta la narrativa fantastica, così come non vale per
tutto il noir; vale però per il fantastico e il noir che ci interessano
di più. In almeno un paese, poi, l'aderenza del noir al reale è
voluta e programmatica. Ci riferiamo alla Francia, dove sono ormai in parecchi
a pensare che i volumetti Gallimard dalla copertina nera contengano buona
parte dell'autentica letteratura francese del nostro tempo. La Francia è
del resto il paese in cui ogni buona libreria ha la propria sezione dedicata
al fumetto, ricchissima di titoli, cosa sconosciuta dalle nostre parti; e
in cui il compassato Le Monde non esita, in occasione dell'anniversario della
Série Noire, a offrire al lettore un intero romanzo breve di Maurice
G. Dantec (chissà se un giorno qualcuno anche da noi si accorgerà
di questo straordinario autore di noir e di fantascienza, forse il più
interessante in Europa). Aspettiamo che la grande stampa italiana faccia qualcosa
di analogo. Ma sappiamo già che aspetteremo un pezzo.
Il nostro omaggio al noir francese comprende una rassegna di Luigi Bernardi,
già direttore della benemerita Granata Press; un articolo sul grande
Dashiell Hammett, caposcuola dell'hard boiled, scritto da un altro grande,
il già menzionato Jean-Patrick Manchette; e una presentazione dello
scrittore più scomodo e scandaloso che possa esistere, Cesare Battisti,
tanto popolare in Francia quanto sconosciuto in Italia, dove sarebbe arrestato
non appena passasse la frontiera.
Battisti non è l'unico "sovversivo" operante oltralpe nel
campo del cosiddetto polar. Sulle tracce di Manchette, autore di una straordinaria
galleria di poliziotti cinici e corrotti, un'intera leva di scrittori francesi
ha saputo fare del più popolare dei generi popolari una palestra di
critica sociale e di attacco ai poteri forti. Certo, come in ogni ambito gauchiste,
non sono mancati e non mancano gli opportunismi, i settarismi e persino le
psicopatologie suicide. Sta di fatto che, da quelle parti, la non acquiescenza
al sistema è divenuta tratto distintivo di un intero genere letterario.
Che proprio per questo nessuno, oggi, può permettersi di definire marginale.
5. Vivere resistendo
Sia chiaro, ai redattori di Carmilla non frega un accidente dell'ideologia.
Chiamateci marxisti, marziani, mazziniani, quell'accidente che vi pare. Sarà
sempre una definizione incompleta. Ciò che ci preme è far capire
che esiste ancora chi comanda e chi è comandato, chi sfrutta e chi
è sfruttato, chi colonizza e chi è colonizzato. Su scala planetaria.
E il dominio sull'immaginario è, oggi, non solo il suggello, ma il
presupposto indispensabile di questo stato di cose.
Non abbiamo ricette da offrire o soluzioni da avanzare. Non è il nostro
mestiere. Ma una letteratura che si limiti a titillare la fantasia con favolette
consolanti o presuntuosi arabeschi verbali, ignorando che lo specchio deformante
che copre il reale nasconde il dominio più ferreo e spietato che la
storia ricordi, costituisce l'ennesimo tassello offerto alla compattezza di
un sistema che ha saputo riconoscere come essenziale il terreno dell'immaginario.
Ditelo al narratore o al critico mainstream. Non ci capirà un fico.
Ma noi siamo altro. Siamo la letteratura popolare. Siamo chi sa contaminarsi
e contaminare. Siamo chi fa vedere, o intuire, le cose come stanno. Siamo
l'antitesi del consumo o della perdita di tempo: siamo la resistenza.





