di Alice Koerner
"Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi,
e non vi sarà più morte, né lutto, né grido
né pena esisterà più,
perché il primo mondo è sparito"
Apocalisse 21,4
Fuori non c'è il sole. Il cielo è coperto, una lieve brezza
fischia tra le nuvole di novembre, ma non abbastanza per spazzarle via. Lo
so che giorno è oggi, uno come gli altri. Già, io me ne sto
qua a fare riflessioni mentre dovrei essere là fuori
cosa un po'
impossibile visto che sono in carcere. Possibile che non mi ci sia ancora
abituata? Del resto, non penso che i giudici vogliano farmi marcire qua dentro.
No, vogliono farla finita e via, le condanne di questo genere piacciono al
popolo, sono esemplari e forniscono un piacevole diversivo alla pesante vita
quotidiana. Non è che siamo cambiati poi così tanto, non siamo
molto diversi da quella gente di Roma che faceva ammazzare gli schiavi tra
di loro nei circhi e nel Colosseo.
Stavolta un motivo c'è, un condannato deve essere giustiziato. Ovviamente
non si può saltare il processo, sarebbe contro la legge, questa bella
legge che condanna chiunque per qualsivoglia motivo. Dipende da come gira
al Tribunale. Ma mi dà l'idea che sarà la solita farsa.
Ne ho visti molti di questi processi, abbastanza per avere un'idea del copione.
E' come assistere ad uno spettacolo teatrale. Qualche volta ho pensato che
anche i condannati recitassero, lo ammetto. Ma dopo aver visto quella luce
nei loro occhi, diversa dalla luce degli inquisitori
luce di speranza,
di disperazione, di orgoglio o di pentimento sincero, davanti a un Dio in
cui credevano, e che li ha poi portati al rogo o alla decapitazione, dopo
aver visto ardere Giordano Bruno, ancora fermo dopo la tortura, dopo il carcere,
dopo tutto quanto
dove sei Dio, stai guardando ciò che accade
qui?
La porta si apre con il solito stridere. Le casse della curia hanno ben altro
da fare che sborsare soldi per il mantenimento delle prigioni, che ogni giorno
di più rigurgitano di prigionieri. Gente che ha provato a vivere, gente
che non accettava lo scorrere del tempo fra una messa e l'altra senza almeno
leggerla, la Bibbia.
Militari con tanto di corazza e alabarde mi intimano senza una parola di seguirli.
Allora il processo è stato anticipato. Posso permettermi il lusso di
una speranza? Percorriamo silenziosamente i corridoi del convento. I pavimenti
non me li ricordavo già più, come nemmeno le pareti affrescate.
Marmo di diversi colori risuona dei passi metallici delle guardie, il rumore
urta quelle scene idilliache dipinte sui muri e si perde nelle volte a crociera
color della notte. Attraversiamo il chiostro, per un momento l'aria fresca
e carica di profumo di foglie ingiallite mi accarezza la faccia. Qualche monaco
passeggia recitando sommessamente un Ave Maria. Alla mia vista si fermano
e abbassano il volto, non dopo essersi segnati come se avessero visto la bestia
in persona.
Ho ottenuto la notorietà, non capita certo tutti i giorni di vedere
una donna con una tonaca domenicana indosso. Una donna che per sette anni
si è nascosta benissimo riuscendo a farsi passare per un uomo. Penso
che la curia non manderà giù tanto facilmente l'ammettere di
essere stata presa per i fondelli in tal modo. Mi fanno quasi pena questi
novizi con i loro libercoli stretti in mano. Ragazzi spesso monaci non per
loro scelta, destinati a diventare ottusi cardinali o vescovi, troppo pieni
di minacce, illusioni, voglia di potere e frustrazione per rendersi conto
di chi veramente sono. E quelli che aprono gli occhi alla realtà diventano
necessariamente eretici.
L'ultima porta prima della sala del tribunale, l'ultimo istante per preparare
le orecchie a ciò che dovrò ascoltare. Le guardie si schierano
all'ingresso, l'inquisitore mi fa cenno di sedermi sul seggio in mezzo alla
stanza. Quando lo guardo in faccia è del tutto spiazzante. Gli inquisitori
che ho visto all'opera fino ad allora, compreso quello che aveva presieduto
al mio primo processo, erano quasi tutti uguali. Volto affilato, occhi penetranti
e scuri, labbra sottili e volto impassibile.
Questo no. E' diverso. Alto di statura, ben proporzionato, capelli biondissimi,
quasi come l'oro, e un volto così ben fatto che sembra preso da una
divinità classica. Ma la cosa più incredibile sono gli occhi:
sembrano due cristalli di ghiaccio tanto sono azzurri, e non sono quegli occhi
allungati e taglienti dell'inquisitore, ma gli occhi sereni di un ragazzo.
Deve essere abbastanza giovane. In vita mia non ho mai visto una persona tanto
sprecata per il lavoro che svolge. E se avessi qualche incertezza
? Mi
siedo ed egli si prepara ad affrontare il discorso di prassi e ad emettere
la sentenza - perché è quello che mi riveleranno. E io mi chiedo
se riuscirò a sostenere un processo presieduto da quest'uomo.
-In nome della Santissima Chiesa di Roma e del nostro pontefice
- il
mio difensore, padre Marco, mi guarda con apprensione, probabilmente ha paura
che io mi comprometta ulteriormente. Povero Marco, eppure sa benissimo anche
lui cosa mi aspetta. Un reato come il mio non è certo cosa di tutti
i giorni. Lo conosco da quando riuscii a farmi novizio nel convento di domenicani
nel quale cominciai la mia nuova vita. Probabilmente lui aveva sempre saputo
chi ero, ma la rigida regola monastica non aveva mai ucciso l'amicizia che
provava per me. Quando si è scoperto che una donna era entrata in un
convento di frati ed aveva vestito per ben sette anni l'abito monastico domenicano,
la curia aveva gridato allo scandalo.
Come potevano sapere loro, così impegnati a distribuire costose indulgenze,
che anche a una fanciulla è dato il dono di voler conoscere ed apprendere,
e che quella era la conseguenza più ovvia, se solo ai monaci è
dato di poter conoscere le opere degli antichi senza dover necessariamente
essere ricchi? Ovviamente dopo aver studiato, appreso, conosciuto, tradotto
e copiato manoscritti, come non potevano affascinarmi le idee di tutti quei
grandi pensatori? Come non avrei potuto iniziare a pensare fuori della mia
giurisdizione, senza accorgermene? A pensare gli scritti diversamente da padre
Remigio, il decano? A pensare che forse il mondo non andava come mi volevano
far credere, che non era quella la legge di Dio?
Perché è questo il bello del giudizio ecclesiastico, condanna
chi pensa molto più secondo la sacra legge. Questa è l'inquisizione.
E dopo i processi inquisitori a cui ho assistito, non potevo più continuare
a cantare le laudi al Signore, dopo aver visto che permette che questo avvenga!
Almeno a questo Signore, quello di padre Remigio e di tutti gli altri frati,
cardinali e vescovi!
-La qui presente frate Andrea da Innia, il cui nome di battesimo ci è
sconosciuto, è giudicata sotto la volontà di nostro Signore
Gesù Cristo per aver dissimulato la propria persona femminile entrando
nel sacro ordine dei domenicani sotto mentite spoglie. E' inoltre accusata
di eresia, stregoneria e predica di tesi eretiche presso il convento nel quale
ella risiedeva e di aver collaborato con l'eretico giustiziato due anni a
questa parte, Filippo Giordano Bruno. Pertanto, per ordine ricevuto dall'eccellentissima
Santità il nostro papa, essa è dichiarata colpevole e viene
condannata a morte, arsa in un pubblico rogo da eseguirsi entro questo pomeriggio.-
L'inquisitore biondo mi guarda ancora una volta in faccia, e fa qualcosa che
mi rivela la sua vera indole. Sorride. Capisco infine che razza di persona
realmente è, una bestia sadica travestita da splendido ed innocuo cervo,
un animo corrotto dalla troppa violenza a cui ha assistito. E che pensa solo
a procurarne altra. Non è come gli altri. E' peggio.
Sento la mano di padre Marco sulla spalla, la sua presenza in un certo qual
modo mi conforta, ma non riesco a fare a meno di pensare che in effetti sono
arrivata alla fine. Accompagnata dalle guardie, mi dirigo di nuovo verso la
mia cella. Poco dopo che le guardie mi hanno lasciata, compare proprio Marco
sulla porta. Entra e si siede.
-Mi dispiace.- Come se quelle parole potessero fare qualcosa. -Ho visto la
tua espressione di fronte all'inquisitore Alberto da Genova. Nessuno si aspettava
che sarebbe stato lui a prendere questa causa. E' conosciuto come uno degli
inquisitori più spietati nonostante la sua giovane età, tanto
che anche molti cardinali lo temono. Riuscirebbe a far condannare tutta la
curia e dichiarare eretico anche il papa, tanto è abile ed intelligente.
Non è qui da poco, in questi ultimi tempi ha esaminato la tua situazione
a fondo, indagando in tutte le carte che il precedente inquisitore, padre
Simone da Trento, aveva redatto. E più a fondo andava, più era
soddisfatto, come se ci provasse gusto a leggere le tue accuse e stesse già
preparando la sentenza.-
Gli faccio cenno di smetterla, queste cose mi rendono nervosa. Un breve commiato
e poi gli do il mio ultimo addio. E mentre lo guardo andare via, non riesco
a smettere di pensare che forse, anzi, di sicuro, Marco è stato l'unico
amico che io abbia mai avuto in tutta la mia vita, e che lo sto perdendo per
sempre. Ormai manca poco.
E' passata un'ora, la piazza è stata allestita per il rogo, il circo
montato per il grande pubblico che vuole il suo spettacolo. E l'attrazione
principale sta per arrivare. Sento in lontananza i passi delle guardie, e
per la prima volta mi sovviene una morsa allo stomaco e un nodo alla gola.
Per la prima volta in vita mia ho paura della morte. Arrivano davanti alla
mia cella, ma lasciano passare un minuto buono prima di aprire la porta e
tirarmi fuori. Evidentemente anche loro si divertono a farmi cadere nell'angoscia.
No, non darò loro questa soddisfazione. Aprono la porta e mi trovano
perfettamente calma, non c'è nemmeno bisogno che mi trascinino, come
fanno per molti altri eretici. Arrivati nel cortile, mi legano i polsi e mi
fanno salire sul carro. Il tragitto non sarà lungo, dobbiamo arrivare
nella piazza davanti alla cattedrale, almeno da quanto capisco dai discorsi
delle guardie e da quanto mi ricordo dai precedenti roghi. Le vie della città
scorrono davanti a me, la gente al nostro passaggio, si segna e sputa sul
carro, lanciandomi epiteti, correndo di fianco a noi.
Alla fine arriviamo nella piazza. E' davvero gremita di gente, arrivata per
lo spettacolo. Intorno alla catasta di legna ci sono ancora le tracce nere
di legna e materia umana carbonizzata, tutti i precedenti esseri umani orrendamente
uccisi.
Mi fanno scendere e mi fanno salire sul mucchio di sterpi e legna incatenandomi
al palo. Di fronte a me, su di un pulpito improvvisato, sta Alberto da Genova
l'inquisitore, le mani giunte sotto le larghe maniche della tonaca. I nostri
sguardi si incrociano per un momento, avverto il suo disprezzo per il mio
silenzio nel processo, e lo ricambio con uno sguardo indifferente. No, la
paura ha lasciato il posto all'odio ormai. E un frate accanto a lui legge
la domanda che viene rivolta ad ogni eretico prima dell'esecuzione: -Frate
Andrea da Innia, riconosci i tuoi peccati innanzi alla santissima Trinità
e ti penti per poter essere perdonata dal Signore nella sua infinita grazia?-
Un monaco mi si avvicina porgendomi un crocifisso. Sussurra: -Pentiti, figliola,
Dio ha misericordia di chi riconosce i propri peccati.- E nello stesso tempo,
padre Alberto aspetta con un sogghigno la mia umiliazione. No, questo, no!
Sputo sul crocifisso tutta la mia rabbia, lanciando poi un ultimo ruggito
pieno di furore e odio. Il monaco accanto a me vacilla e si allontana in fretta
spaventato, mentre l'inquisitore, con un lampo di stupore, e poi rabbia per
lo smacco, sbraita che si accenda il rogo.
Il fuoco inizia ad avvolgere la catasta. Sento le catene che mi legano al
palo farsi più calde, mentre l'aria diventa irrespirabile. E la brezza
sparge il fumo nella piazza, mentre la folla innalza grida di gioia e laudi
al Signore. Le catene sono ormai incandescenti, sento che il mio spirito si
distacca dal corpo e rivolgo un ultimo sguardo di affetto a padre Marco
Della catasta non è rimasto più che un mucchio di braci, il
palo è ormai nero come il carbone, e i lavoranti smontano il pulpito
nell'attesa di una nuova esecuzione. Il cielo è ancora più oscuro
di prima, si avvicina la sera e con lei l'inverno. Ormai la piazza è
vuota, il salmodiare della folla ha lasciato il posto alle bestemmie dei servi
che compiono il loro lavoro per l'ennesima volta lamentandosi dell'imminente
freddo. Una figura incappucciata si avvicina al mucchio di ceneri, legno e
carne ed ossa tutto confuso assieme, e rimane là per un lungo momento
come in meditazione. Cadono le prime gocce di pioggia, e la figura abbassa
il cappuccio, lasciandosi bagnare il volto.
"Mi ero sbagliato." Pensa padre Alberto l'inquisitore, mentre la
brezza tiepida lascia il posto alla fredda pioggia di novembre.












Alice Koerner
Nata a Bordighera (IM) l'8 marzo 1984. Frequenta la seconda liceo classico ed è politicamente impegnata nella sezione della Sinistra Giovanile di Ventimiglia. La sua più grande passione è in assoluto la musica, suona la chitarra (ne ha ben 4) e la batteria. Ha cominciato a leggere quando era molto piccola e i suoi genitori l'hanno sempre incoraggiata alla lettura. Questo è il suo primo racconto compiuto, nato dopo lo studio della vita (e la visione del film) del filosofo Filippo Giordano Bruno.