di Valerio Evangelisti
Prendiamo il caso di Luigi Motta. Pochi lettori di oggi ne ricorderanno
il nome. Eppure, dagli inizi del secolo agli anni 30, godette di una
certa popolarità quale scrittore di avventure di stampo salgariano.
Firmò anzi numerose collaborazioni postume, alquanto dubbie,
con Emilio Salgari (Il naufragio della Medusa, Lo scettro di Sandokan,
La gloria di Yanez, Le ultime avventure di Sandokan, ecc.) e,
di suo, produsse un fiume di romanzi suggestivi fin dal titolo: da I flagellatori
dellOceano Indiano a La Malesia in fiamme, da Il re della
jungla al lungo feuilleton Il figlio di Buffalo Bill. Storie di
pirati, di cowboys, di rivolte e di vendette.
Perché vado a ripescare Luigi Motta, considerato anche ai suoi tempi
un artigiano abbastanza modesto? Perché Motta ebbe la sorte di essere,
tra le altre cose, un ribelle e un convinto antifascista. Mentre la larghissima
maggioranza degli intellettuali italiani di prestigio aderiva con maggiore
o minore entusiasmo al Regime (salvo distaccarsene al momento delle leggi
razziali, se ebrei, oppure cambiare fronte quando il crollo del fascismo apparve
imminente), mentre solo un pugno di docenti universitari rifiutava di giurare
fedeltà a Mussolini, Luigi Motta, lo scribacchino, tenne duro. Ciò
gli costò persecuzioni, anni di carcere e limpossibilità
di continuare a pubblicare. Quando, dopo la Liberazione, poté riprendere
la propria attività, era ormai vecchio e i tempi erano cambiati. Le
sue collaborazioni sempre più dubbie col fantasma di Emilio
Salgari (tipo Sandokan, rajah della jungla nera) avevano ancora un
loro oscuro mercato poco remunerativo, ma la scena intellettuale ignorava
la presenza di un Motta qualsiasi. Alla ribalta cerano coloro che avevano
a suo tempo piegato la schiena, salvo trasformarsi in antifascisti allultimo
minuto: i Montanelli, i Malaparte, i Piovene. Motta morì nellanonimato,
e oggi a nessuno verrebbe in mente di ristamparlo.
Ho scelto questo esempio per cercare di far capire che non sempre la letteratura di genere, di cui Motta è stato un esponente ante litteram, significa disimpegno. Pochissimo tempo fa un tizio, sullEspresso, scriveva testualmente che in Italia la narrativa di genere, come in tutti i paesi civili, si comincia a coltivarla come un hobby (al pari di vela e modellismo) e a nessuno con un po di sale in zucca viene di scambiarla per la Novità di finesecolo.... Lignoranza asinina di certa gente sconcerta. Intanto nessuno ha mai cercato di far passare la narrativa di genere per una novità. Esiste, se Dio vuole, da prima di tutta laltra letteratura. E poi, chi ha saputo descrivere meglio il proprio tempo e i suoi problemi? Sue o Mérimée? Manchette o Françoise Sagan? Dick o Updike? Ellroy o Leavitt? Lucarelli o Cotroneo? Via, non scherziamo...
Torniamo a Motta e al suo triste destino. Non credo che le sue prese di posizione,
pagate tanto care, possano essere distinte dalle sue scelte narrative. Nella
letteratura popolare, anche quando scritta da fior di reazionari, cè
qualcosa di sovversivo, di refrattario, di irriducibile al potere. Linterlocutore,
innanzi tutto. Ci si rivolge al lettore occasionale promettendogli di farlo
sognare, di coinvolgerlo in avventure che non potranno lasciarlo indifferente.
Mica male, in unepoca in cui la materia onirica e fantastica viene scoperta
dal sistema quale terreno da dissodare con attenzione, perché lo stesso
sogno, divenuto comune a tutti, abbia riflessi direttamente economici e produttivi.
Affermazione individuale, stile di vita edonistico, disprezzo per chi non
riesce a tenere il passo: questo è il sogno che viene proposto, e che
cela dentro di sé linsidia di una norma esistenziale. Norma che,
come tutte le norme, comprende delle esclusioni. Per esempio lozio,
i piccoli piaceri, la cultura stessa quale bene autosufficiente, ormai visti
come altrettanti ostacoli alla finalizzazione completa e definitiva della
vita di ciascuno agli obiettivi del momento: concorrenzialità, mercato,
predominio del più forte. Per di più spacciati non come scopo
contingente, ma come valori eterni e imperituri.
Il lettore, casuale o non casuale, di gialli, fantascienza, horror ecc. ha,
secondo me, minori probabilità di essere sedotto e addomesticato del
consumatore abituale di letteratura alta. è abituato a
immergersi in piccoli o grandi inferni metropolitani, a penetrare in galassie
rette da regole pazzesche, a esplorare mondi alternativi, a scorgere lincubo
nascosto dietro la normalità apparente. La sua narrativa preferita
è narrativa del coinvolgimento: è fatta apposta per non
lasciare indifferenti. Ed è narrativa dello straniamento dal
proprio reale, per immergersi in un altro che può essere bizzarro o
esotico, ma che può anche essere, e spesso è, una diversa visione
prospettica di quello che egli stesso vive.
Inoltre è una narrativa forte, massimalista, viscerale, in cui
la violenza non è dato incidentale, ma componente ineliminabile del
contesto. E talora, quando si sposta sul versante fantastico, può essere
narrativa metaforica, che senza inutili pedagogismi offre chiavi interpretative
di portata vertiginosa. Tutto il contrario, insomma, di un futile passatempo.
Tematiche come il razzismo, la guerra, la fame, il disagio urbano, linvadenza
dei mass media, lautoritarismo, larroganza del potere ecc. sono
per la narrativa di genere pane quotidiano. Si può dire
lo stesso per la letteratura che da noi è considerata alta?
Ma mi facciano il piacere, avrebbe risposto Totò.
Lo scrittore di genere è a sua volta un tipo anomalo.
Ha in mente scopi che certo mettono i brividi al letterato accademico. Ovviamente
i quattrini, ma altrettanto ovviamente non solo quelli. Ovviamente divertirsi
e divertire, ma altrettanto ovviamente nemmeno questo basterebbe. Più
che altro segue i flussi del tempo, con occhio attento. Sa che la sua posizione
è lì, non nelleternità o in un sublime imperituro.
Sa che il suo primo interlocutore è il pubblico, e non la critica letteraria,
che di solito lo trascura (salvo magari rivalutarlo post mortem). Un
pubblico che costituisce il suo mercato, ma che può facilmente scomparire,
se non riesce a sedurlo e conquistarlo calandosi nel suo terreno e nella massa
viva delle sue paure e delle sue pulsioni.
Ne deriva che la collocazione temporale dello scrittore di genere
è sempre e comunque il presente. Anche quando parla del passato. Anche
quando parla del futuro. Anche quando tratta temi che sembrano avere poca
attinenza con la quotidianità. Magari è un menefreghista, e
si limita al banale. Se però vede nella realtà che descrive
delle contraddizioni, le amplifica, perché spera che il lettore sia
catturato dallassonanza problematica. Se poi ha in mente dei discorsi
che gli premono, li spiattella senza remore, tanto non cè nessuno
- a parte i lettori stessi - che faccia le pulci al suo predicozzo. Ecco perché
lo scrittore di genere finisce con lessere progressista,
sovversivo, rivoluzionario, magari controvoglia. Sue non sospettava minimamente
di essere socialista, finché non si accorse che i suoi lettori lo interpretavano
come tale. Il passaggio da Les Mystères de Paris, a Le Juif
errant (che qualcuno, prima o poi, si deciderà a riconoscere come
un capolavoro), a Les Mystères du Peuple, così ben descritto
da Umberto Eco, è il percorso di un narratore di genere
rimasto impigliato nel suo stesso campo letterario, e trascinato a divenire
portabandiera di una rivolta che non auspicava affatto.
Jules Vallès, ne Linsurgé, ha descritto alla perfezione
come in occasione della morte in duello del giornalista Victor Noir, il fratello
Louis, un oscuro feuilletoniste del Secondo Impero, si trovasse suo
malgrado eletto capopopolo durante il funerale, sfociato in disordini che
preludevano alla Comune di Parigi. Il fatto è che la narrativa popolare,
data la stretta simbiosi con i suoi consumatori, è per forza di cose
narrativa di opposizione. Se poi ne diventa consapevole, si trasforma in una
bomba. Come il grande feuilleton francese, come la fantascienza
sociologica americana degli anni Sessanta, come il Noir di Hammett,
di Manchette, di Derek Raymond, di Ellroy e Thompson. Il genere
ha una sua logica distruttiva incoercibile. Distruttiva verso il sistema.
Da qualche anno è nata in Italia una letteratura fantastica, e soprattutto
di fantascienza, gradita ai lettori. Nellambito del giallo e del Noir
era tendenza già operante da tempo. Nessun editore serio rifiuterebbe
oggi di pubblicare un Loriano Macchiavelli, un Carlo Lucarelli, un Andrea
Pinketts, un Altieri, una Vallorani e nomi del genere.
Invece, nel campo della fantascienza, la battaglia è stata dura, anzi,
durissima. Combattuta su due fronti. Su quello degli editori, certo, convinti
che il lettore italiano rifiutasse automaticamente (a torto o a ragione) il
romanzo o il racconto scritti da un connazionale. Ma combattuta anche sul
fronte degli appassionati di fantascienza di vecchia data, che pretendevano
a ogni costo laggancio a una tradizione sotterranea, e lomaggio
ai maestri dei passati decenni, anche quando autori di storie
fiacche da far paura, e artefici del loro stesso disastro.
Carmilla - che pure riconosce il proprio debito verso quattro grandi,
grandissime riviste: Gamma di Valentino De Carlo, Robot di Vittorio
Curtoni, Unambigua utopia del collettivo omonimo, Isaac Asimov
SF Magazine di Daniele Brolli - non è nata né per rinverdire,
né per contrastare tradizioni precedenti. Vuole essere la voce di chi
oggi si muove nel campo della narrativa fantastica, a prescindere dalletà
e dalle attività trascorse. Vuole scoprire nuovi autori e imporli allattenzione
delle nostre sonnolente case editrici. Vuole, soprattutto, indagare a fondo
sul tema della narrativa di genere quale cultura di opposizione.
Il che non significa che chiunque vi scriva debba condividere i punti di vista
della redazione. Niente affatto. Specie nelle sezioni narrative, non è
affatto detto che gli autori debbano essere in sintonia con gli editoriali
e le rubriche. Possono coltivare idee diverse e persino contrarie. Limpostazione
di base segue però la vicenda esemplare di Luigi Motta. Che magari
scrisse cazzate per tutta la vita, senza però piegarsi al Regime. E
non si sarebbe piegato a nessun regime, qualsiasi esso fosse.
Un settimanale, peraltro amico, ha scritto che Carmilla sarebbe nata
per rintuzzare legemonia della destra sulla narrativa fantastica. é
inesatto, per non dire falso. Se Dio vuole non siamo in parlamento, e non
siamo obbligati a confrontarci con questo o con quello. Infatti non vogliamo
confrontarci con nessuno. Se nella sezione Polemiche si troveranno,
in questo numero, dibattiti del genere, è per autonoma scelta dei curatori.
Per quanto ci riguarda, come redazione complessiva, i seguaci di Evola, ex
direttore de La Difesa della Razza, non esistono nemmeno. Vadano a
farsi sdoganare altrove.
Quel che ci preme, piuttosto, è riallacciarci alla corrente europea,
e non solo europea, che vede la letteratura fantastica quale veicolo naturale
di tematiche antagoniste. Il dossier sulla fantascienza francese che
pubblichiamo dovrebbe essere eloquente. Ne seguiranno uno tedesco, uno spagnolo,
ecc. Si vedrà come, senza ideologismi e politicismi, di cui si fa volentieri
a meno, le impostazioni libertarie prevalgano ovunque, quale segno distintivo
della narrativa di genere. E mai vogliano dire adesione a un governo
di sinistra, o presunto tale (nel caso italiano, molto presunto).
Basta, credo di avere detto tutto. Adesso, buona lettura.












Valerio Evangelisti