Il Tiranno dei Mondi

di Valerio Evangelisti

Siamo molto lieti di avere da questo numero, tra i redattori di Carmilla, Vittorio Curtoni. Sono pochi, tra i lettori anche occasionali di fantascienza, a ignorare chi sia. Fondatore di Robot, una rivista entrata nel mito, e di molte altre testate; traduttore abilissimo; scrittore raffinato; critico e polemista tra i più acuti. Chi ancora non lo conoscesse, può scoprirlo dalla sua antologia Retrofuturo, pubblicata pochi mesi fa dalle edizioni Shake. Lettura d'obbligo, del resto, per chiunque si interessi di narrativa fantastica al suo più alto livello.
Due racconti, compresi in quella raccolta, impressionano per la loro bruciante attualità. Si intitolano La sindrome lunare e La volpe stupita. Narrano di una futura guerra mondiale combattuta con l'ausilio di sostanze allucinogene. Il risultato è un'umanità desolata, che ha perduto la percezione della realtà e anche di se stessa. L'incomunicabilità che ne risulta è totale, il riconoscimento del prossimo come proprio simile è negato. Lo junghiano inconscio collettivo, che forniva agli uomini una sostanza comune, è ormai cancellato per sempre, sostituito da brandelli di visioni, sogni confusi, ricordi vaghi di ciò che era prima. E' lo smarrimento dell'Io, connotato distintivo della schizofrenia, fattosi generale e irreversibile.
Credo che pochi esempi possano dimostrare in maniera altrettanto efficace la potenza dirompente della letteratura fantastica quale descrizione, sia pure metaforica, della realtà. Sì, avete capito bene: della realtà. Qualcosa che la narrativa pretesa realistica oggi ignora, malgrado il proprio nome e la propria ambizione di essere la sola letteratura "vera", l'unica possibile.
Le effimere classifiche dei bestsellers italiani sono spesso fitte di storie esili e senza tempo, in cui non esistono né computer né fax, né fumetti né trasmissioni via satellite; perché il sublime non ammette di questa ferraglia, come avrebbe detto il dottor Imbruglia di Mai dire goal. Peggio ancora, nelle languide storie di amori, tradimenti e nostalgie che danno il la alla narrativa "seria" italiana mancano riferimenti alla guerra, al razzismo, alla criminalità, alla devianza sessuale, alla manipolazione culturale. Simili temi violenti turberebbero la ricerca del sublime, o le vendite del mediocre gialletto provinciale destinato a un'immediata traduzione in film o in fiction televisiva.

Torniamo ai racconti di Curtoni che ho menzionato. Perché li ho definiti di un'attualità bruciante? E' presto detto. Mentre scrivo queste righe, la Nato (leggi gli USA, più un certo numero di Stati ai loro ordini, tra cui l'Italia) sta scaricando da quasi settanta giorni una valanga di bombe su un paese di undici milioni di abitanti. Ne ha distrutto tutte le fabbriche, le centrali elettriche, i ponti, le vie di comunicazione, i servizi essenziali. Ne uccide di tanto in tanto i cittadini, singoli o a gruppi. Tenta di infiltrarvi "guerriglieri" fabbricati per l'occasione, provenienti come sono da una storia che ha poco a che fare con l'irredentismo e molto con la delinquenza comune. Per cessare il massacro, la Nato chiede che quel paese rinunci alla propria sovranità e accetti il controllo di truppe straniere. Destinate, è ovvio, a regnare su un cumulo di rovine.
Un delitto così spaventoso normalmente provocherebbe indignazione. Ecco dunque la necessità di una campagna allucinogena, che impedisca di afferrare ciò che sta realmente accadendo. Si mobilitano gli intellettuali, le televisioni, le agenzie di stampa, i quotidiani. Si dà vita a rappresentazioni di stampo quasi teatrale, la cui falsità sarebbe palese se i destinatari dell'informazione fossero ancora autorizzati a fare uso della logica; ma quest'ultima, nella guerra allucinogena, è rigorosamente vietata.

Esco dal generico ed entro nel merito. E' chiaro che sto parlando della Serbia o, per meglio dire, della repubblica federale jugoslava. I governanti di quest'ultima ne hanno fatte di cotte e di crude, anche se non hanno le responsabilità dei governanti, che ne so, turchi, israeliani, afghani o statunitensi (sì, avete letto bene: c'è chi non si scorda del Cile, dell'Argentina, del Nicaragua ecc.). I governanti serbi (parlo di governanti, non di popoli o etnie), imbevuti di nazionalismo, hanno dato un colpo decisivo all'unità dell'ex Jugoslavia, quella vera; si sono accordati con la Croazia per spartirsi la Bosnia; hanno a lungo appoggiato squadre di autentici macellai serbobosniaci responsabili di atroci delitti, tra cui il macabro tiro a segno, durato quattro anni, sui civili di Serajevo.
All'interno della loro stessa federazione, i governanti serbi - evito l'ormai vieta espressione "il tiranno Milosevic", visto che costui è stato eletto e confermato per ben tre volte, e non è dunque più "tiranno" di Ciampi - hanno dato prova di una rivoltante brutalità sia verso le opposizioni interne, sia verso la popolazione albanese abitante la regione del Kosovo. Al Kosovo venne anzi sottratta, nel 1989, l'autonomia di cui godeva.
Ma qui la storia si complica un poco. L'autonomia fu sottratta al Kosovo a seguito del riaccendersi delle vessazioni della maggioranza albanese contro la minoranza serba, iniziate fin dalla seconda guerra mondiale. Ciò non giustifica nulla, ma se non ci si vuole perdere nella nebbia, non si può perdere il filo degli avvenimenti. Nel Kosovo sono due nazionalismi che si scontrano, con violenze da una parte e dall'altra, e con poche isole di coesistenza pacifica in contesto urbano, tuttora esistenti. Nelle campagne faide ancestrali si sovrappongono a patriottismi male intesi, con villaggi a predominanza serba assediati dagli albanesi e villaggi albanesi fatti oggetto delle rappresaglie serbe. Con l'esito di ricorrenti esodi delle due popolazioni. Un intrico di vipere indecifrabile dall'esterno.
Chi è meno titolato a decifrarlo è l'Occidente, ormai sotto guida americana. E invece scende in campo, prende partito. Coerente, in questo, con la politica di "pulizia etnica" che ha adottato da un pezzo. Dopo avere accelerato il crollo della ex Jugoslavia, ne ha ridisegnato la mappa secondo criteri di ceppo e religione. Ha consentito alla Croazia (la figlia prediletta) di liberarsi dei serbi che l'abitavano. Ha consentito ai serbo-bosniaci di costituire proprie enclaves libere da musulmani (libere in superficie, visto che il sottosuolo è pieno di musulmani fatti cadavere). Ha disegnato - assieme all'infernale trio Tudjman, Milosevic, Iezerbegovic - una mappa pazzesca, fatta di macchie di colore che si intersecano disegnando tutto, salvo che un paese. Tra la soddisfazione generale: un altro brandello di socialismo (non importa la sfumatura, né se fosse socialismo vero) liquidato per sempre.
A completare la distruzione di un paese mancava un solo tassello. La federazione jugoslava (caricatura della precedente) mantiene una propria identità contorta. La leva albanese può scardinarla. Si grida alla pulizia etnica (da che pulpito…), in parte vera e in parte no, almeno fino ai bombardamenti. Si sceglie quale interlocutore privilegiato l'UCK, segnalatosi fino a quel momento per avere sequestrato quasi 400 cittadini serbi, e averne fatto ritrovare in vita un centinaio. A Rambouillet si impone alla Serbia di accettare truppe Nato (leggi americane) su tutto il proprio suolo, con l'obbligo di nutrirle e di assisterle in tutto. Quando la Serbia - come farebbe qualsiasi Stato - rifiuta, si inizia a bersagliarla di missili.
Il governo di Milosevic, sulle prime, reagisce in piena coerenza col proprio nazionalismo esasperato: in maniera "israeliana". La sua polizia caccia in malo modo dalla propria terra, nelle zone in cui è più attivo l'UCK, l'intera popolazione albanese, e ne distrugge le case. Si tratta di "togliere l'acqua al pesce", e semplificare il conflitto riducendolo al solo nemico che cala dal cielo. Una trovata quasi animalesca, già sperimentata, oltre che dagli israeliani, dal governo turco coi curdi, da quello iracheno sempre coi curdi, da quello statunitense in Guatemala, da quello francese in Algeria.
Ma nessuno ricorda questi precedenti. Siamo nell'epoca della guerra allucinogena. Anche quando l'esodo forzato viene sostituito o incrementato da un altro dettato da identico terrore, ma non dalla minaccia diretta dei fucili (con treni e pullman presi d'assalto, pagando il biglietto), occorre mantenere alta l'indignazione del pubblico. Ed ecco che i giornalisti si scatenano. In Italia, soprattutto quelli delle testate filo-governative, da La Repubblica al TG3. Veniamo sommersi da immagini ossessive, purtroppo reali, di carretti di profughi che giungono in Albania o in Macedonia, zeppi di bambini in lacrime. Meno reali sono le notizie che vorrebbero spiegarne il significato. Eccone alcune:
- I serbi avrebbero sequestrato 700 bambini albanesi e li sottoporrebbero a trasfusioni forzate di sangue (TG3, La Repubblica). Poco conta che un'operazione del genere sia virtualmente impossibile;
- I serbi avrebbero ucciso a colpi di mazze da baseball gli abitanti di un villaggio (La Repubblica, il TG3, il ministro della difesa tedesco). Poi si apprende che la foto relativa, in cui figurano uomini in divisa, si riferisce a uno scontro con armi da fuoco avvenuto mesi prima tra esercito serbo e uomini dell'UCK (né La Repubblica né il TG3 ovviamente rettificano: lo faranno il TG5 e Il Giorno);
- Ripetuti bombardamenti di Mig su villaggi albanesi (solo un cretino, in quelle condizioni, avrebbe alzato in volo i Mig);
- Migliaia di civili albanesi ammassati negli stadi (GR1, La Repubblica). Come se ciò non fosse documentabile con foto aeree (è stato documentato, ma in Italia);
- Deportazione forzata degli albanesi di Pristina, documentata dalle foto scattate di nascosto da un reporter albanese. Nelle foto si vede un gruppo di persone con valigie, senza nessun militare attorno. A Pristina metà della popolazione che tuttora sopravvive nella città distrutta è albanese.
- Fosse comuni di albanesi in varie località del Kosovo (tutti gli organi di "informazione"). Nelle foto si vedono fosse ben allineate e individuali. Di qualsiasi cosa si tratti, non sono "fosse comuni";
- Privazione forzata delle targhe jugoslave dalle auto dei profughi, per togliere a questi ogni identità. Ciò è vero, ma se si trattasse di identità personale avrebbe poco senso. Nessuno ha badato alla spiegazione fornita dai serbi: temono che con quelle targhe i militanti dell'UCK possano circolare liberamente in Serbia. Stessa cosa per i documenti sequestrati ai fuggiaschi, facili da falsificare;
- Ovviamente stupri a volontà, nessuno dei quali comprovato. Da notare che La Repubblica parlava di "stupri etnici di massa" fin dal secondo giorno di guerra.

Evito di continuare, anche se potrei. La guerra allucinogena fa sì che ogni violenza serba sia amplificata all'eccesso, mentre ogni violenza della Nato si riduca a un "danno collaterale". Con i giornalisti che fanno a gara a rincarare la dose. Memorabile Giuliano Scardova, del TG3, dopo che la Nato ha bombardato per errore, il 27 aprile, un convoglio di profughi. Arriva alla frontiera un carrettino e il giornalista si precipita. "Chi è stato?" "Sono stati i serbi." "Dunque è confermato: i serbi sono gli autori del massacro". Il giorno dopo, la Nato ammette la propria responsabilità.
Poi Santo della Volpe, sempre del TG3. Il 14 maggio la Nato ha fatto fuori una settantina di albanesi riparati in un capannone. Quindi è uscita la tesi ricorrente degli "scudi umani". Solito carretto, solita corsa del giornalista. "Lei c'era?" "C'ero." "Cos'è successo?" "Le autoblindo serbe hanno circondato i nostri trattori, e ci hanno usato come scudi umani". Nelle immagini televisive non si vedevano trattori di sorta. E tanto meno autoblindo, ovviamente.
Basta, viene la nausea. Meglio cercare di riprendere il filo.

Il crimine serbo, quello autentico, è il crimine di tutti: ragionare in base alle etnie, alle differenze di nascita, di campanile, di villaggio. Perdere la nozione di quanto siano effimere le differenze culturali, a paragone della comune sostanza umana. Imbevute di etnocentrismo, le guerre balcaniche assumono l'aspetto di guerre medioevali, con la popolazione civile stretta attorno al proprio castello e a qualche centinaio di ettari di terra. Così come medioevale è l'assedio mondiale alla Serbia: si bombarda chi sta dentro le mura propagandovi fame, morte e malattie, fino a ottenere una resa senza condizioni dovuta a sfinimento.
Chi è il criminale, in questo quadro? Il solo Milosevic? E' buffa detta da Clinton, l'uomo che interruppe la campagna elettorale per fare condannare a morte un povero idiota, e strappare così qualche voto in più a cittadini che reclamavano sangue. E che dire dei Blair, dei D'Alema, dei Jospin, degli Schroeder? Il presunto "socialismo" moderno ed efficiente che rappresentano non esita di fronte al crimine pur di ricondurre l'assetto del mondo entro parametri di mercato. La loro sensibilità di fronte ai diritti delle minoranze è tanto accentuata che, dopo un palleggio grottesco, non hanno esitato a restituire Ocalan ai suoi aguzzini. Il metro che vale per il presunto comunista Milosevic non vale per il governo fascisteggiante della Turchia; per quello sinistro della Croazia; per quello criminale dell'Afghanistan.
Il fatto è che la teoria economica di cui costoro sono alfieri - il neoliberismo - presuppone proprio il venir meno di quella nozione di comune sostanza umana che si concretizza in solidarietà, cioè nell'antitesi alla competizione. E' un mutamento epocale, quello che sta avvenendo. Dei tre capisaldi della Rivoluzione Francese - libertà, eguaglianza, fraternità - gli ultimi due sono oggi non solo negati, non solo vilipesi, ma trasformati in parolacce. Quanto alla libertà, be', è evidente a tutti che oggi il mondo ha un solo tiranno. Che non è Clinton, non sono gli Stati Uniti, non è la Nato. E' il mercato, giudice inappellabile di salvezza o perdizione, di guerra o di pace, a seconda che si accetti o meno il suo comando universale.

Sono andato fuori tema? Non credo proprio. Ero partito dalla menzione di un paio di racconti classificabili come fantastici. Tutto il ragionamento successivo ne è disceso a cascata.
Sarebbe accaduto lo stesso se avessi preso a base Gialloparma di Bevilacqua oppure Otranto di Cotroneo? Ho qualche dubbio.
Oggi più che mai la "sottoletteratura" assomiglia a una bandiera. Da sventolare con orgoglio.

 

 

 






 

 

Valerio Evangelisti