di Sergio Rotino
"Io, Giovanni, vidi un nuovo cielo e una nuova terra, perché
il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più."
Giovanni, Libro dell'Apocalisse 21, 1-5
Ricordo tutto di quei giorni, come se li vivessi ora. Mi basta chiudere
gli occhi per un secondo, alla ricerca del sonno. Le immagini si coagulano
e prendono consistenza.
All'inizio c'è sempre quel mostro della Silvia Berardi a dare spettacolo,
bella diritta sulla pedana della cattedra. Sì, proprio la Berardi prof.
in latino e greco, con tutte le sue vocali belle aperte, i capelli biondastri
a scivolo sulla fronte e il libro di greco spalancato fra le mani.
Gli occhi dell'arpia guatavano freneticamente dalle pagine ai banchi, in caccia
di allievi disattenti o disturbatori. Le si leggeva l'intenzione punitiva
nei lampi dell'iride chiara, nascosti dietro i tremolii della palpebra grinzosa
come negli strilli delle parossitone da citazione, ripetuti senza requie.
Io e il mio braccio destro Ferruccio Marcheselli avevamo compiuto diciotto
anni appena una settimana prima, rispettivamente il 14 e il 15 gennaio.
Eravamo i maschi più alti della classe, noi, e senza essere i più
ganzi ne avevamo fin sopra i capelli di tutte quelle castronate da ultima
liceo classico. Non ne potevamo davvero più di tutte le battaglie che
Giove, Efesto e chi so io avevano combattuto, a tal punto che ce la spassavamo
con le peggio riviste per soli adulti stampate in quadricromia.
Ferruccio ne aveva pescata non so dove qualcuna che proponeva una serie di
immagini invereconde, con le modelle più scosciate che il mercato hard
internazionale potesse proporre. Era come entrare in un nuovo mondo per noi
giovani galanti, in costante penuria di femmine con cui intrattenere rapporti
carnali. Vedere queste puledre, schierate una dietro l'altra, nelle più
eclatanti posizioni tantriche era come avere libero accesso al paese del nirvana.
Con sincronica regolarità accadeva che Ferruccio me ne indicasse una
prendendomi alla sprovvista. Il suo indice disegnava cerchietti invisibili
su un paio di seni made in silicone, o su una espressione più spiritata
delle altre. Poi si spostava su un particolare irresistibile, tipo i pantaloni
a cacarella sulle scarpe di qualche attore o lo sguardo falsamente estatico
di un travestito portoricano, e io cominciavo a comprimere la risata che mi
saliva su dallo stomaco. Cercavo di coprirmi in qualche modo, di occultarmi
agli occhi indagatori della Berardi arpia, ma i singhiozzi venivano su potenti,
fatti di sniffamenti e sbuffi di gola. Dovevo torturarmi le gambe a colpi
di micidiali pizzicotti, mordermi le labbra a sangue se non volevo scoppiarle
a ridere in faccia.
Arrivavo alla fine dell'ora completamente distrutto, con quel coyote di Marcheselli
che mi guardava divertito e tirava fuori dal suo zaino consunto qualche vecchio
numero di Rockerilla come per un cristologico miracolo pochi minuti prima
che la campanella siglasse la fine del round. Se lo sfogliava scuotendo la
testa, mostrandomi certi primi piani di darkettoni incredibili o le copertine
riprodotte in bianco e nero degli ultimi album di Cure o Jesus and the Mary
Chain. Be', se volete il mio parere, era veramente il massimo. Certo non la
robetta che passa oggi il convento.
In quegli anni credevo fermamente che non si potesse chiedere niente di meglio
dalla vita. Guardare le acrobazie di Cicciolina e le foto dei nostri amatissimi
gruppi rock, per ore, durante le lezioni di letteratura latina o le spiegazioni
degli algoritmi decimali: questo era vivere. Altro che temere per la propria
esistenza appena l'indice dell'arpia Berardi veniva ad indirizzarsi nel mezzo
della nostra fronte, e si innalzava la sua voce querula, da zitella muffita.
E bastava poco per farci tornare l'appetito dopo una disastrosa interrogazione.
Ferruccio aveva tutta una sua serie di tattiche per ristabilire un corretto
rapporto fra noi e la realtà, come le domande subdolamente sparate
a bruciapelo della serie "Campione d'Italia 1979/1980". Ed io, ancora
un poco scosso dall'ennesima insufficienza in latino: "Internazionale
atipica?" Lui annuiva con un sorriso alla Nicholson post-Shining. "Continua"
diceva. Ed io, rinvigorito dalle mie profonde conoscenze in materia, sparavo
tutto d'un fiato "Bordon in porta, Brini libero, Canuti e Baresi terzino
destro e sinistro, Mozzini stopper. Mediano di spinta il povero Pasinato,
Oriali centrocampo, mezzala Beccalossi (grande Beccalossi!), ala destra il
mediocre Caso, ala sinistra Muraro, Altobelli centravanti".
"Bene" si compiaceva il Marcheselli. "E che mi dici del miglior
marcatore?"
"Bettega Roberto" chiosavo io, senza più alcuna esitazione.
In quel periodo mi facevo vedere in giro piantato sulla sella di una Honda
250, usato garantito. Sfioravo i 120 all'ora, con il motore della bestia che
ruggiva. Me ne stavo tutto impettito, i capelli aperti a raggiera per il vento,
profondamente orgoglioso della mia proprietà, cercando di nascondere
l'angoscioso problema di una terza che ingranava con fatica. Ferruccio mi
vedeva arrivare da lontano, col mio completino in pelle rigorosamente nero,
anche questo usato garantito, recuperato al Balùn in una gita torinese,
e quando parcheggiavo davanti all'entrata del liceo mi veniva incontro cercando
informazioni all'ultimo minuto. Sfogliava rapido versioni di latino o greco,
le copiava prima che i bidelli aprissero il portone con gesti rapidi e disperati.
Era magnifico da vedersi, Ferruccio Marcheselli, coi suoi anfibi da ragazzo
di provincia e il sorriso jolly, proprio come nelle carte da ramino. Era un
amico fidato, Ferruccio Marcheselli, come quella volta in cui restai a letto,
praticamente immobile, con la gamba in trazione, per quasi tre mesi, a causa
di una terza che non ingranò quando avrebbe dovuto sul ghiaietto di
un viale. Chi pensate mi venisse a trovare per narrarmi le ultime evoluzioni
in campo scolastico? E chi si prodigava nel produrre le versioni (approssimative)
da far vistare il giorno dopo alla Berardi manico di scopa? Inevitabilmente
lui, il buon Ferruccio Marcheselli.
Avevamo già i nostri idoli, noi due. Ci piacevano i gruppi della vecchia
Londra, ma anche il grande Zappa e una band americana veramente straordinaria
che aveva fatto tre dischi meravigliosi. Si chiamavano i Padre Ubu, più
o meno, e una delle canzoni del loro album più famoso si intitolava
"Patto di non allineamento": me ne ricordo ancora le parole, se
voglio.
L'estate prima eravamo stati rimandati in latino e greco. Avevamo passato
pomeriggi interi tra luglio e agosto nelle case di vecchi professori dalle
mani tremolanti che impartivano lezioni private, disperandoci per le vacanze
andate a puttane. Alla fine, di straforo, avevamo portato a casa la pellaccia
e le camicie zuppe di sudore. Ci eravamo presentati agli scritti di riparazione
con degli occhi così terrorizzati che nemmeno un cane bastonato. Sfogliavamo
i vocabolari con febbrili gesti di mano, ci rompevamo inutilmente la testa
su qualche enunciato incomprensibile di Tacito e Senofonte, lanciandoci occhiate
piene di sconforto dai banchi messi a scacchiera. In tutto questo parapiglia
di emozioni, quell'aguzzina della Berardi beveva tè bollenti, che il
bidello le portava appositamente, a intervalli di mezz'ora, su un vassoietto
di plastica, in bicchierini usa e getta, direttamente dalla macchinetta a
gettoni installata nei dintorni della presidenza.
Il padre di Ferruccio era vicedirettore nella succursale di una banca in una
piccola località marittima, a pochi chilometri dalla città.
Uno che, secondo il figlio, durante la guerra aveva comandato una Mas, e quando
Borghese era lì lì per dare gli ultimi aveva chiesto un permesso
dal lavoro per raggiungere il capezzale del morente. Lo aveva assistito fino
alla fine e ogni anno, il giorno della morte, cadeva regolarmente malato.
Io non sapevo chi era 'sto Borghese, ma i fascisti sì che li conoscevo.
Ce n'erano dappertutto, e una volta avevo pure scambiato qualche convenevole
con una di quelle testine piene di fantasmi. A quell'epoca poi, ero già
in odore di comunismo. Intendiamoci, non che militassi apertamente per questo
gruppuscolo o per quel partito, ma avevo scelto da che parte stare. Se ti
piacevano Killing Joke e Bauhaus, anche se i vecchi quadri comunisti non la
pensavano così, non potevi che essere di sinistra, credo. Comunque
Ferruccio diceva che suo padre era un fascista fatto e finito, un repubblichino
nostalgico con la divisa ancora nell'armadio protetta dall'antitarme, una
spaventosa collezione di armi ben oleate e funzionanti custodite nelle apposite
rastrelliere e tanta passione per lo sport. E chi ero io per non credere a
quanto andava raccontando il mio migliore amico? Secondo lui, il padre ci
teneva in maniera morbosa a che i suoi due figli lavorassero in piscina o
sui campi da tennis almeno un paio di ore al giorno. Dovevano eccellere nello
sport come nello studio, senza patteggiamenti. Grazie al cielo a Ferruccio
piaceva nuotare, e negli anni si era costruito un fisico da giovane atleta,
di quelli che in spiaggia fanno il loro effettaccio. Io me ne fregavo dello
sport, era solo una perdita di tempo. Sì, da ragazzetto facevo il portiere
nei pulcini della squadra di calcio, ma non ero affatto un estremo difensore
efficiente. Era facile farmi goal, nonostante i miei tuffi da scimmia concentrata
sulla palla. La mia carriera sportiva finì lì, se ben ricordo.
A quell'epoca suonavo la chitarra. Passavo interi pomeriggi a rifare certi
passaggi di London Calling, scimmiottavo alla meglio le pose di uno
dei due chitarristi, Mick Jones per l'esattezza. Evitavo senza pentimenti
di sorta gli esercizi di grammatica latina per dedicarmi alle diteggiature
forsennate sulla mia Rickenbacker, usato garantito. Suonavo a casa, nella
mia stanza, con un piccolo amplificatore acquistato di seconda mano insieme
alla chitarra. Vi lascio immaginare la felicità dei vicini o dei parenti
quando attaccavo con le mie disperate performance.
In classe ne parlavamo parecchio di questa cosa del suonare. Ferruccio diceva
sempre che avrebbe comprato un basso elettrico, prima o poi, e che gli sarebbe
piaciuto imitare i giri che aveva sentito in un album di Robert Wyatt. Ce
ne stavamo intere mezze giornate in questo sancta sanctorum dell'hi-fi che
era la sua stanza, a oziare, bevendo il limoncello fatto in casa da una sua
zia che viveva in provincia di Sorrento e ascoltando musica. Un pomeriggio
era riuscito persino a tenermi davanti al suo giradischi, facendomi ascoltare
per quattro ore filate, mentre il sole fuori digradava, una canzone dei Matching
Mole intitolata O Caroline in cui la voce di Wyatt aveva un timbro
così struggente e privo di forzature da estasiare il mio fido pard.
"Ma non è incredibile, questo?" diceva fra un sorso di limoncello
home-made e l'altro. "Non ti sembra pazzesco che un paralitico
sia riuscito a mettere in piedi una cosa così?"
"Così come" chiedevo io, con fare da deficiente.
Il buio stava invadendo la stanza. Lui si era alzato in piedi, aveva acceso
la lampada sulla scrivania lasciando che il disco girasse a vuoto sul piatto.
Aveva detto "Ma non capisci quante possibilità diverse e pazzesche
ci sarebbero per gente come noi in posti così?" Stavo per dire
di smetterla con le cazzate che apparve suo padre, infilato nella sua giacca
a piccoli rombi da vicedirettore di banca, pretendendo che Ferruccio lo accompagnasse
seduta stante a vedere non so quale incontro di tennis fra Ghigo, il secondogenito,
e un certo campione regionale giovanile della provincia di Asti. Era tutto
eccitato per questa faccenda del figlio minore. Sembrava come se da questo
incontro dipendessero le sorti della nazionale azzurra di tennis in Coppa
Davis. Si vedeva che teneva al figlio minore molto più che a chiunque
altro della famiglia. Lo si capiva da ogni parola pronunciata, dall'occhio
umido al solo pensiero che quel figlio, fascista quanto lui, potesse vincere
quello stramaledetto torneo.
Mi aveva lanciato un'occhiata di traverso, prima di scendere in garage a mettere
in moto la macchina. Sicuramente non gli andavo a genio, quasi certamente
pensava che fossi io il verme anticristo che traviava il suo figlio
maggiore. Allontanandosi diritto come una spada, aveva raccomandato seccamente
a Ferruccio di raggiungerlo in cortile e detto in tono stronzo: "Certo
che siete una coppia di bei perdigiorno, voialtri. Sempre dietro a queste
fesserie della musica". Ferruccio allora si era stretto nelle spalle
e aveva accennato ad un sorriso nella mia direzione. "Ecco, questo è
mio padre" aveva detto fra l'ammirazione e il fastidio. "Ci pensi
cosa significa dover avere a che fare con un tipo del genere, tutti i giorni?"
Si era diretto verso il giradischi e l'aveva spento. "Scusa" aveva
mormorato. "Ma quel fessacchiotto di mio fratello sta aspettando."
Poi si mise le mani nei capelli, sbuffò. "Ci mancava solo 'sta
seccatura del padre stronzo che spalleggia il fratello scemo e campioncino
di tennis. Porca miseria!" Mi aveva passato il giubbotto scuotendo la
testa ripetutamente e accompagnato fino alla Honda 250 giù in cortile,
attraversando il lungo corridoio carico di vetrine dove faceva bella mostra
una serie innumerevole di armi perfettamente lucidate e funzionanti. "Se
potessi lo ammazzerei" aveva mormorato mentre inforcavo la moto, intanto
che il muso nero della Mercedes di suo padre compariva da dietro la serranda
automatica della rimessa.
Ghigo l'avevo visto si e no un paio di volte, in tutti gli anni in cui ero
stato compagno di banco del buon Ferruccio. A parte alcuni caratteri somatici,
era molto diverso dal fratello maggiore. Non aveva nessuno degli atteggiamenti
ironici di Ferruccio, nessuno scarto visibile fra il suo ruolo di ragazzo
sportivo di buona famiglia e il comportamento adottato quando usciva in pubblico.
Era, come dire, rigido, freddo. Niente capelli lunghi o arie da giovane dark
di provincia o vestimenti da filosofo: si vedevano lontano chilometri le differenze
fra lui e Ferruccio. Per tutto questo, in realtà, Ghigo non aveva alcun
motivo di starmi simpatico. Anzi, ero certo che dietro la sua aria di giovane
sano e sicuro di sé, nascondesse una copia appena aggiornata dell'indole
paterna. Ed anche per questo, potendolo, non avrei mai cercato di imbastire
il minimo accenno di conversazione, incontrandolo.
"Mio fratello è uno stronzo, fatto e finito" diceva Ferruccio
certe volte. "Dovresti vedere come se lo portano in palmo di mano, qui
in casa. Gli sguardi di ammirazione che gli lanciano mio padre e i suoi amici
quando discorrono di politica o di sport. E com'è solerte lui a dargli
ragione, ad assecondarlo in ogni suo atteggiamento critico nei miei confronti.
Se mamma fosse ancora viva le verrebbe il vomito per tanta bastardaggine."
Così il mio pard per eccellenza saliva a giorni alterni le scale del
nostro Liceo, con la carriolata dei libri insaccata nel vecchio zaino, voltandosi
ogni tre o quattro gradini per ripetermi "Non hai idea di che ruffiano
sia mio fratello, di che bastardo opportunista e ipocrita stia crescendo nella
mia casa."
"Lascia perdere" lo consigliavo. "Non ti fare sangue acido,
non ci pensare proprio." Ma lui scuoteva energicamente la testa, diceva
"Tu non vuoi proprio capire."
Quel Martedì Grasso stavamo camminando per il corridoio. Eravamo stati
chiusi in bagno più di venti minuti a fumare Pall Mall senza filtro,
ed io avevo un colorito grigiastro da monatto, almeno considerato il modo
in cui mi guardava Ferruccio, ridacchiando e dicendo "Cazzo se sono forti
'ste sigarette!"
"Quasi meglio di un chilum" biascicavo io.
Sapevamo entrambi che se ci fossimo fatti vedere in classe prima della fine
dell'ora, ci avrebbero fatti secchi in qualche materia. Una a caso, non importa
quale. E non sarebbe certo stato un modo simpatico di arrivare all'ultima
ora, specie con qualche voto di merda sulla gobba. Non c'era nessuno in giro.
Attraverso le porte delle aule ci arrivavano i suoni delle lezioni in svolgimento.
La voce da papera della Percossi faceva vibrare le finestre che davano sul
cortile. L'ottuagenario Canalini stava per imbarcarsi nuovamente nel ricordo
di lui, allora ventenne e balilla, che incontra il ragioniere Salvatore Quasimodo,
pronto a partire per Milano con la sua scorta di caciocavallo e dolcetti di
marzapane. La Terza B, rumoreggiava per l'assenza non prevista della perfida
Derossi, prof. di matematica detta 'Jena'. Ferruccio mi aveva tirato indietro
per una manica, facendo cenno che era meglio tornarsene in bagno. Quando mi
ero voltato per seguirlo, stava già infilando l'entrata del rifugio
con una nuova Pall Mall pendula sul labbro. Mi arrivavano lampi di nausea
dallo stomaco alle orecchie, per via delle troppe sigarette. Ma, anche a costo
di improvvisi accessi di vomito, avrei preferito finire quel puzzolente pacchetto
in compagnia del mio socio lì dentro, piuttosto che correre il rischio
di affrontare l'ultimo quarto d'ora di lezione con la tremenda minaccia d'interrogatorio,
da parte dell'orrida Percossi, sulla testa. Così ero corso anch'io
ad imbucarmi, senza tanti pensamenti. Quando lo raggiunsi, Ferruccio stava
già soffiando fumo dalla bocca con una espressione ebete sulla faccia
da vizioso incallito. Faceva questi cerchietti di fumo azzurrognolo e mi guardava
ridacchiando.
"T'è venuto lo scago, eh?" disse.
"Perché, a te no..." avevo risposto. Lui fece il gesto di
passarmi il pacchetto. Storsi la bocca, dissi "No, per piacere, basta
con 'sta roba. Mi viene da vomitare, porca miseria."
"Quanto sei sensibile" mi sfotté Ferruccio, facendo un paio
di mossette sceme. Gettò via la cicca in uno degli orinatoi. Si passò
la mano sulla pancia e disse "Insomma, pure io non è che mi senta
un fiore." Poi tirò fuori da una tasca posteriore dei jeans una
busta da lettera mezza gualcita, agitandomela davanti agli occhi. "Ho
qui della roba che mi piacerebbe farti vedere" disse misterioso.
"Della roba?" feci io senza capire.
"Certo" fece lui. "E pure da far uscire gli occhi dalle orbite."
Sfilò il contenuto della busta e me lo porse. "Sono delle polaroid"
disse guardandomi con la testa inclinata su un lato. "Secondo me sono
foto che scottano, guarda qua che storia!"
Presi le cinque fotografie. Avevano tutte i colori sballati. Le zone che avrebbero
dovuto essere in rosa erano piene di distorsioni rossastre, colme di riverberi
arancioni. Ma il contenuto era inequivocabilmente quello. "Divertente"
commentai. "Di' la verità, dove le hai pescate? Sono gadget di
qualche rivista porno olandese, eh maialino?"
Lui fece cenno di no con la testa agitando nel contempo l'indice disteso della
mano destra. "Hai sbagliato indirizzo, amico mio" disse. "Le
rivistine porno qui non centrano un benamato nulla. Questa è roba di
quello stronzo di mio fratello."
"Ma va" dissi incredulo.
Ferruccio mi si affiancò puntando l'indice su una delle foto. "Guarda
qua, lo vedi 'sta specie di invasato in groppa alla troietta con le tette
al vento? Lui si riconosce benissimo, non ti pare? Io l'ho riconosciuto, almeno."
Guardai meglio le polaroid, scrutando le varie composizioni di figure seminude
che vi apparivano. Nella seconda c'era qualcuno in posa acrobatica, che somigliava
pericolosamente a Ghigo e che se la spassava niente male con due tizie stratosferiche.
Anche nelle altre foto il presunto minore dei Marcheselli ci dava dentro senza
pietà. Ma quello che mi colpii maggiormente di quelle cinque polaroid,
fu il fatto che tutti i partecipanti a quella specie di orgia avessero il
corpo e la faccia ricoperti di chiazze scure, dalla forma irregolare. Sembravano
guerrieri Sioux, ornati coi colori di guerra. Proprio come nei vecchi film
di John Ford.
"Secondo me, non si capisce niente" dissi con scetticismo. "Sembra
Ghigo, ma potrebbe essere chiunque. E poi, cos'è quella roba che hanno
sulla faccia, la mascherina di Zorro?" Riguardai rapidamente la sequenza
di immagini ancora una volta, ridacchiando. Dissi "Bel culo questa qui"
indicando i dettagli anatomici, facendo dei cerchietti su fondoschiena e seni
nudi. "Poi, che cazzo sarebbe" domandai. "Un fottuto ballo
per pervertiti con orgia finale? Guarda, sembrano tutti assolutamente giulivi.
Chissà quanto si sono divertiti questi, no?"
"Divertiti?" disse Ferruccio. Riprese le polaroid quasi strappandomele
di mano. "A me sembrano piuttosto degli invasati con manie esibizioniste.
Ti pare normale che la gente si metta in costume adamitico per farsi immortalare
in queste pose da ricovero psichiatrico? Piuttosto, ti dice niente il paesaggio?"
"Alludi alle cosce o agli attributi da satiro?" domandai ironico.
"Ma quali attributi del cavolo!" esclamò seccato Ferruccio.
Mi si posizionò al fianco aprendo le polaroid a ventaglio. "Dico
il posto, la radura di alberi sullo sfondo. Non vedi che sembra Valle Lata?"
Indicò una curva di vegetazione poco visibile sullo sfondo nero delle
foto, disse "Guarda la grossa quercia sulla parte alta del pendio, la
riconosci?"
"Secondo te, adesso dovrei riconoscere un posto dalle querce" dissi
spazientito dalla sua insistenza. "E poi, non mi sembra affatto Valle
Lata. E quel giuggiolone tutto imbrattato che cavalca con la faccia da ebete
la tipa, non è Ghigo. Ma che tipo di idee ti stanno ronzando per la
testa, si può sapere?"
"Di nessun tipo" rispose. "Ho solo paura. Paura e tanta rabbia."
Si infilò platealmente in bocca un'altra di quelle dannate sigarette
e la accese col suo Zippo a benzina. "Sai cosa credo?" aggiunse
dopo aver fatto un paio di tiri. "Credo che quel pirla di mio fratello
ne stia facendo una, e bella grossa. Sono pronto a scommettere che lui e qualcuno
dei suoi amici del cazzo con le rispettive fidanzate si facciano dei gran
viaggi a base di magia nera, riti satanici, messe blasfeme, rinascita del
Terzo Reich e della buonanima di zio Adolfo, più chissà quant'altro.
E, anche se non ci metterei la mano sul fuoco, là in mezzo c'è
lo zampino degli amici di papà."
Lo guardai riporre le polaroid nella busta mezza gualcita, mettere la busta
nella tasca posteriore dei jeans senza sapere a cosa pensare. Tutta la storia
mi dava l'idea che Ferruccio stesse prendendo di petto i cattivi rapporti
col fratello e col padre, tanto da convincersi che la sua famiglia era peggio,
se non l'esatto contrario, di quello che credevano nel circondario. "Per
me questa è gelosia bella e buona" dissi. "Stai esagerando
i problemi. E poi, dove l'avresti trovate le foto di 'sti quattro invasati.
Proprio addosso a Ghigo?"
"Quasi" fece lui. "Stavano in mezzo a un libro."
"Cioè?"
"All'inizio non ci pensavo proprio" disse con una punta di esitazione
nella voce. "Non avevo nessuna intenzione di mettermi a frugare fra le
cose di quel testa di cazzo. Solo che non trovavo certi dischi, e mi era sparita
una edizione di Moby Dick che non avevo nemmeno aperto. Così,
dopo due ore che stavo buttando all'aria camera mia, mi è venuta l'idea
di dare un'occhiata alle sue cose." Fece una pausa, come per raccogliere
i pensieri. "Tu non lo sai come è fatto Ghigo" continuò
cupo. "Non ha rispetto per niente che non gli appartenga. Prende quello
che gli serve, che gli può interessare, ma guai a toccare le sue cose.
Pensa che ha schedato tutto quello che c'è in camera sua in un file
protetto del computer, il bastardo." Ferruccio rigirò la sigaretta
fra le dita e si schiarì la voce. "Fatto sta che gli ho frugato
nell'armadio, e in certe scatole piene di cianfrusaglie che si tiene sotto
il letto. Stavo rovistando dappertutto, guardando nel suo armadio, aprendo
i cassetti della biancheria. Ero deciso a riavere indietro almeno il libro.
E all'improvviso, sotto una pila di Chester Perry ancora incellofanate, ho
trovato una copia del Mein Kampf. Non so se mi spiego."
"Una che" dissi io non capendo.
"Proprio la summa filosofica prodotta da quella testa gloriosa dello
zio Adolfo" fece lui. "Ho dato un'occhiata alle prime pagine, cercando
di capire dove fosse andato a pescarlo. La copertina era ingiallita e rovinata,
un'edizione tutt'altro che recente insomma. Roba di quarant'anni prima, immagino.
Avrebbe potuto benissimo appartenere a mio padre quando era ragazzo."
"Ed era sul serio un libro di tuo padre?"
"Probabile. Ma non mi sembra questa la cosa fondamentale. Il fatto è
che sotto a quello ho trovato un altro volume."
"Il testamento spirituale di Mussolini?" proposi con ironia.
Ferruccio mi regalò una smorfia di disprezzo. "Peggio" disse.
"Molto peggio, credo. Era un libro stampato con un carattere strano.
Antico, forse. Somigliava al gotico, o qualcosa del genere. Ma non era né
in tedesco né in latino. Non riuscivo a capire in che lingua fosse
stato scritto. Eppure lo strano è che riuscivo a capire quello che
c'era scritto."
Lo guardai senza credere nemmeno a una parola di quanto andava raccontando.
"Ma per favore..." mormorai.
"No, ti giuro" disse Ferruccio con convinzione. "Quando l'ho
sfogliato le pagine erano morbide, avevano la consistenza della pelle umana.
Ognuna conteneva una serie precisa di strofe. Tutte inneggiavano al Grande
Verme, al Potente Signore Sotterraneo che avrebbe scavato nel corpo dei miscredenti
come nel ventre della Terra. Un essere mostruoso che, attraverso le preghiere
dei suoi fedeli servitori, sarebbe arrivato alla superficie per comandare
sul mondo e renderlo schiavo del suo volere. Leggere quelle cose mi ha fatto
venire la nausea. Ho chiuso il libro, ma nel farlo è venuta fuori la
busta con le foto. Ecco tutto."
Rimasi allibito, quello che avevo davanti non era proprio il Ferruccio che
conoscevo, ma un suo replicante imbevuto dei miti cthulhuiani del vecchio
rimbambito di Providence. "Secondo me stai montando una specie di delirio
su questioni ridicole" dissi. "Magia nera, riti satanici e alla
fine anche 'sto Libro del Grande Verme. Si può sapere che ti prende,
Ferruccio? Hai solo trovato delle istantanee porno e due libri del cazzo:
fossi in te non la farei tanto lunga. In fondo Ghigo avrà tutti i difetti
che vuoi, ma le tue fisse sono molto più preoccupanti. Te lo dico sinceramente."
Ferruccio diventò rosso in faccia, scagliò quanto rimaneva della
sigaretta contro le piastrelle del lavandino e si diresse risolutamente verso
la porta del bagno. Era inferocito.
"Cazzo, Ferruccio!" esclamai.
Lui si voltò a guardarmi, gli occhi pieni di risentimento. "Sei
proprio scemo, sai?" disse. "Possibile che tu debba valutare le
cose solo dal punto di vista più ovvio e rassicurante? Non mi sto inventando
proprio niente, non sto nemmeno delirando. Vorrei solo sapere dove vivi. Ti
rendi conto di quale fogna ci ospita? Lo vedi che tipo è mio padre,
o 'ste professoresse da campo di concentramento in miniatura? E ti sembra
talmente assurdo immaginare mio fratello invischiato in qualche storia a metà
fra gli intrugli delle streghe e i raduni sessual-fascisti, che ti rifiuti
persino di prendere atto della realtà. Io te le ho fatte vedere quelle
cazzo di fotografie. Se per te è normale che uno tenga dentro casa
polaroid che lo ritraggono mentre danza nudo con le cugine di Zarathustra
insieme a Dio sa che schifo di libri, allora puoi fare a meno di parlare al
sottoscritto!" Finì la sparata scaraventandosi fuori a testa bassa,
con il rischio di infilzare un professore di Storia dell'arte che transitava
in quel momento. Mi affacciai dalla zona franca dei bagni per vederlo rientrare
in classe pieno di astio nei miei confronti, il suo migliore amico.
Trascorsero un paio di settimane in cui ci tenemmo a rispettosa distanza l'uno
dall'altro, prima di rappacificarci e ricominciare il nostro solito traffico
scolastico. L'incidente sembrava ormai chiuso da secoli, quando Ferruccio
ritornò alla carica con tutte le sue elucubrazioni sulle attività
segrete di Ghigo.
Quel mercoledì era iniziata da poco la seconda ora, che vidi la mia
dolce metà ingobbirsi contro la superficie di fòrmica verde
del banco, pronto a prendere il largo da tutta la situazione. Mi strizzò
l'occhio dicendo a bassa voce "Io me la batto. Ci si vede tra cinque
minuti nel solito posto, al cesso d'angolo. Occhio perché è
una cosa importante."
Non feci in tempo nemmeno a rispondere, che lui si era già alzato in
piedi, aveva avvertito la professoressa Filopanti in Mascheroni che si sentiva
pieno di nausee, che probabilmente aveva preso freddo quella mattina, che
se non usciva immediatamente dall'aula avrebbe vomitato fra i banchi in meno
di due secondi.
Qualcuno s'era messo a ridere sentendo parlare Ferruccio con tanta disperata
urgenza nella voce. Talmente autentico nella sua performance da liceale martire
da meritare almeno un Oscar come miglior attore non protagonista, se ce ne
fossero disponibili. La professoressa fu magnanima, lo lasciò andare
senza molte storie, anzi raccomandandosi perché passasse dalla bidelleria
a chiedere se, per caso, non ci fosse del Buscopan o un altro farmaco che
lo aiutasse a calmare i dolori.
"O, grazie" disse Ferruccio lisciandosi lo stomaco con una mano.
"Ma sono certo che un po' d'aria basterà a farmi stare meglio,
signora." Sgattaiolò via dal banco mezzo piegato in due con la
faccia contrita ed uscì, non senza avermi lanciato prima un'ultima
occhiata fulminante.
Fu facile seguirlo in bagno, con la scusa di verificare che non stesse troppo
male per raggiungere la bidelleria. Trovai Ferruccio che si contemplava il
taglio dei capelli alla Joy Division dentro lo specchio mezzo sbocconcellato,
facendo smorfie con la bocca tipo Mick Jagger.
"E allora" chiesi. "Che cavolo t'ha preso a fare tutta 'sta
sceneggiata." Lo colpii sul collo a palmo aperto. La mano sulla nuca
fece un suono stupendo, da tamburello amplificato.
"Dovevo parlarti" disse Ferruccio, serio. "Ho le prove che
Ghigo non sta giocando."
"No, eh?" feci, spintonandolo via dallo specchio. "Non ricominciamo
con le stronzate da fratello geloso." Lo guardai dal sotto in su con
gli occhi carichi di lampi ironici. "Credevo ti fosse passata, finalmente.
E invece ecco che ricominci daccapo, con tutte queste storie assurde da agente
segreto della porta accanto."
"Hai poco da scherzare" disse lui passandosi una mano sul collo.
"Ho idea che le cose stiano proprio precipitando, caro mio." Venne
vicino, e con fare confidenziale mi prese sotto braccio mormorando all'orecchio
"Lo sto tenendo d'occhio, capisci? Controllo i suoi orari, gli spostamenti,
cerco di sentire quello che dice al telefono. Ed è molto peggio di
quanto credessi. Anzi, a questo punto penso sia necessario vederci più
chiaro in tutta 'sta faccenda... Ma lo sai che la scorsa settimana è
filato via alle tre del mattino?"
Lo guardai perplesso. "E con questo?" dissi alzando le spalle. "Sarà
andato a qualche appuntamento galante con la cenerentola di turno. Quando
gli ormoni chiamano cosa c'è di male a spassarsela con un'amichetta."
"Cristo" sibilò Ferruccio. "Vuoi capirlo o no che la
faccenda è tutta diversa da come ti fa comodo immaginarla?" Mi
scosse il braccio con veemenza. I tratti del viso gli si erano fatti più
duri. "Ho bisogno del tuo aiuto" disse senza un filo di ironia nella
voce. Ho bisogno del tuo aiuto, questa notte."
"Ma che accidenti di intenzioni hai, si può sapere?" chiesi
leggermente ansioso. "Non voglio entrarci nelle tue beghe. Ho passato
tutta la notte sui libri, sono stanco morto e non ho proprio voglia di assecondare
le tue immaginazioni più folli!"
"No" disse lui. "So quel che faccio." Si allontanò
da me, andando a posizionarsi davanti alla stretta finestrella che dava sul
cortile della scuola. La luce del sole ne scontornava la figura di sano ragazzo
di provincia, restituendone una forma nera, irregolare. Si accese una sigaretta,
disse "Domenica scorsa non riuscivo a dormire, mi rigiravo nel letto
come un dannato. Mi intorcinavo sotto le coperte, e più cercavo di
prendere sonno più gli occhi si spalancavano. A un certo punto non
ho resistito, ho scalciato le coperte e sono filato diritto in cucina a bere
un bicchiere d'acqua. Stavo rientrando in camera quando ho sentito questi
suoni incomprensibili, che provenivano da dietro la porta di Ghigo. Lì
per lì ho pensato che stesse parlando nel sonno. Ma in sottofondo c'era
un altro suono, qualcosa di ovattato, come se qualcosa ansimasse. E
mio fratello non dormiva. O, no. La sua voce intonava una specie di cantilena
lamentosa accordata a quello strano ansimare. E' stato più forte di
me: mi sono fermato dietro la porta in ascolto, ho tentato di capire cosa
stesse succedendo lì dentro."
"Non voglio sapere altro" mi affrettai a dire. "Sul serio.
Non mi va di assecondare questo tuo assurdo modo di agire." Gli guardai
gli occhi da pazzo, i lampi di ostinazione con cui cercava in ogni modo di
mettermi a parte della sua confidenza. Quello che vidi non mi piacque, non
era questo il Ferruccio che conoscevo. "Non voglio sentire nient'altro"
dissi e mi avvicinai alla porta.
"Aspetta" disse Ferruccio afferrandomi per le spalle. "Lasciami
finire, porca miseria! Quando mi sono incollato con l'orecchio alla porta
della sua camera, ho avvertito un odore di cose in putrefazione."
"E da quando ti interessi di cimiteri?" feci caustico.
Ferruccio sembrò non sentirmi. Disse "Il bello è quando
l'ho sentito recitare con voce lagnosa 'Ti preghiamo, o Grande Verme. Il tuo
umile servo ti invoca, in nome dell'Ollenrevat in mio possesso e che
ci lega qui, ora, come in eterno'."
"In nome dell'Ollenrevat" dissi scuotendo la testa. "E
che sarebbe 'sta cosa, il fratello di Goldrake o il dio dei cartoni animati
a basso costo?" Gli risi in faccia. Non volevo, ma la situazione lo imponeva.
Quindi, perché non farlo.
"Hai poco da ridere" disse lui compreso nel suo ruolo di cacciatore
di fantasmi. "Ghigo ha ripetuto per tre volte 'Ollenrevat, ovin ad
alovat!' e i sussurri sono diventati talmente rochi, la voce gli si è
così trasfigurata che io stesso ho stentato a riconoscerla. E poi c'era
quell'ansimare continuo, come se un essere gigantesco tentasse faticosamente
di muoversi in un lago di fango. Aumentava o diminuiva seguendo le alterazioni
delle parole pronunciate da mio fratello. Mi è venuta addosso una fifa
della Madonna, sono scappato. Era un rituale in piena regola."
"Rituale?" dissi. "Mi piacerebbe sapere come fai a parlare
in questo modo. Cazzo ne sai tu se era un rituale o lamentazioni dovute al
mal di pancia."
"Erano invocazioni" disse Ferruccio con estrema convinzione. "Erano
invocazioni fatte ai demoni, altro che!"
"fatte ai demoni" ripetei sbertucciandolo. "E va bene, razza
di suonato! Ma anche se Ghigo fosse davvero perso dietro queste cavolate di
magia nera e culi al vento, cosa pensi di dover fare tu. Di che t'immischi
vorrei sapere."
"Ghigo sta portando i demoni dentro casa, dentro casa mia!" esclamò
Ferruccio. "Invoca mostruosità in camera sua, forse è persino
uno stupratore di vergini e tu mi chiedi di cosa mi immischio?!"
"Senti, Lovecraft dei miei stivali. Ne ho abbastanza delle tue mattane!"
esplosi io. "Tu hai forse più bisogno di uno psicoqualcosa che
del mio aiuto. Una mattina arrivi in classe e sostieni che tuo fratello si
fa fotografare nudo nel bel mezzo di qualche baccanale! Le prove starebbero
tutte in un mazzo di polaroid in cui, per quel che si capisce, il tizio che
dici essere Ghigo potresti addirittura essere tu! Mi fai vedere un albero
qualsiasi su un costone roccioso e sostieni che quella è Valle Lata.
La notte non chiudi occhio e credi di sentire voci come Giovanna D'Arco e
puzza di cimitero! Ferruccio bello, sai come si chiama tutto questo dalle
parti di casa mia? Si chiama esaurimento nervoso, caro mio. Esaurimento nervoso."
Ferruccio non fece una piega. Non sembrò minimamente scosso, né
dal mio scetticismo né dalla sfuriata. Disse "Eccome no! Avanti,
continua. C'è qualcos'altro che desideri comunicarmi; altri convincimenti
o prove sul fatto che sto diventando pazzo? Sai cosa penso io, amico caro?
Che tu hai paura. Te la stai facendo sotto all'idea di aprire gli occhi su
quel che succede dietro l'angolo di casa tua, o nell'appartamento del condominio
di fronte."
"Paura io?" replicai un po' piccato. "Onestamente, Ferruccio,
l'unica cosa che mi spaventa qui è la tua salute mentale."
"Ma come sei gentile a preoccuparti per me" disse lanciandomi occhiate
furibonde. "Se davvero ci tieni tanto a farmi uscire da questa specie
di allucinazione paranoica, perché non mi dai una mano questa notte?"
"A far che, per l'amor di Dio?"
"La compagnia di Ghigo si vede a Valle Lata, questa sera. Una bella coincidenza,
non ti pare? Voglio dire con la foto, la vecchia quercia e tutto il resto..."
"Ma non essere assurdo" replicai. "Sai la gente che ci finisce
in quei posti a respirare ossigeno, fare delle passeggiate o un picnic?"
"Alle due di notte? Ossigeno e passeggiate alle due di notte?" disse
Ferruccio, ironico. "Beh, non so chi siano gli altri fuori di testa con
cui deve vedersi, ma una cosa è certa: Ghigo ha un appuntamento su
a Valle Lata, proprio per questa notte."
"E allora" dissi. "Cosa vorresti fare, metterti a spiarlo mentre
sta per comunicare il verbo alla fidanzatina di turno, col freddo che fa?"
"Per essere precisi, voglio seguirlo" disse. "Vedere di persona
se i miei sospetti sono fondati, oppure no. E tu devi venire con me, come
testimone. Così sapremo una volta per tutte come stanno le cose. Se
io sono un visionario la cosa ti farà contento, ma se ho ragione mi
dovrai dare qualcosa di più che semplici scuse."
"Non spererai sul serio di trascinarmi fino a Valle Lata nel cuore della
notte" dissi, con gli occhi spalancati. "Gesù Cristo, Marcheselli.
Ma tu sei proprio pazzo. Sei da ricovero coatto! E poi devo recuperare il
sonno perso. E questa notte, se non mi viene sonno, c'è una replica
di Alien su Rete Sesta. Non riuscirai a trascinarmi in nessun modo nei tuoi
progetti. Neanche morto ci vengo!" Spalancai la porta dei bagni piantandolo
là dentro, lui e tutte le sue espressioni da cane bastonato, mentre
il trillo della campanella di fine lezione invadeva il corridoio con il suo
frastuono metallico.
Quella stessa sera, saranno state le dieci, Ferruccio continuava ad agitarsi
su un fantasma di sedia tutta arrugginita, messa a disposizione dal bar Pinuccio,
ancora perso dietro le sue ossessioni. Faceva quasi pena vederlo così,
intento a montare e smontare gli indizi sull'attività da satanista
incallito del suo fratello minore per mio solo beneficio.
Dopo mezz'ora di questo arrembaggio verbale avevo allargato le braccia, mi
ero spinto indietro sulla piccola spalliera della seggiola e detto "E
va bene. Va bene va bene va bene. Ti ci porto in quella valle fottuta, basta
che la finisci con 'sti casini da neurodeliri".
A quelle parole il volto gli si illuminò di una luce così intensa
da sembrare uno di quei beati, come lo disegnano sui santini da chiesa.
"Sai che figura ci facciamo se scoprono che li stiamo spiando?"
dissi. "Non mi va di fare il guardone mentre gli altri se la spassano,
porca miseria. Non sono proprio affari nostri, Cristo!"
Ma Ferruccio non stava più ad ascoltare, tutto felice per aver ottenuto
quello che voleva. Mentre raggiungevamo la mia Honda, parcheggiata sotto l'insegna
al neon con il nome del bar che si accendeva e spegneva ogni mezzo minuto,
non riusciva a nascondere la contentezza che lo stava invadendo. Disse "Finalmente
vedrai quanto ho ragione. Vedrai se non è vero!"
Io scrutavo il cielo a naso per aria. Guardavo il movimento veloce delle nubi
che filavano sopra la volta colma di buio, coprendo il disco lattescente della
luna e delle rare stelle che facevano capolino con il loro bagliore. "Vedrai
che verrà a piovere" dissi. "Sarà proprio un bel divertimento
se ci prende il temporale mentre cazzeggiamo per gli stradelli della valle."
Il mio pard ridacchiò, sfregandosi gli avambracci. "Avanti portasfiga
che non sei altro" disse. "Andrà tutto per il meglio. Cerca
di vedere le cose da un punto di vista più dinamico."
"Come no" dissi. "Andiamo a spiare una banda di sbarbi suonati,
che si eccitano pregando qualche essere soprannaturale prima di dare il via
ai riti orgiastici, e dovrei vedere le cose più dinamicamente!"
Lungo la strada piena di curve che aggiravano i costoni di roccia e macchie
di vegetazione che ricoprivano le colline sul mare, la Honda andava a pieno
regime rispondendo docilmente ai miei comandi. Con gli occhi invasi di lacrime
per il vento, seguivo il fascio di luce abbagliante del fanale. Vedevo il
ciglio della strada all'ultimo momento, scalciavo rapido contro la pedalina
del cambio cercando di non usare mai il freno. Ce l'avevo soprattutto con
me stesso. Perché più mi avvicinavo al profilo di fitta vegetazione
della valle più sentivo montarmi dentro questa specie di nausea indefinita,
che non era paura, ma disagio. Oppure la certezza precisa che, per assecondare
il mio migliore amico, stavo per ficcarmi in un casino che avrebbe procurato
ad entrambi un danno certo e immediato.
Quando fummo all'imbocco della strada sterrata che portava a Valle Lata, Ferruccio
cominciò a diventare nervoso. Si agitava spasmodicamente sul sellino,
si tirava indietro i capelli con le mani. Non era più la frenesia di
andare a scovare gli altarini del fratello, c'era della rabbia, un accenno
di risentimento. Mano a mano che ci arrampicavamo lungo il sentiero principale,
Ferruccio cercava di riconoscere la pista dai percorsi sterrati che, da direzioni
infinite, attraversavano rade boscaglie e cumuli di roccia. Tentava di non
perdersi in quella ragnatela di circuiti e biforcazioni improvvise, che dai
tratti di costa conducevano per ripidi strapiombi fino al mare.
"Se fai tutto 'sto casino col motore quegli scalmanati ci sentiranno
arrivare a distanza di chilometri" disse a un certo punto. "Forse
converrebbe raggiungere il Miramax Hotel" aggiunse. "Possiamo lasciare
la moto nei parcheggi esterni e proseguire a piedi lungo lo strapiombo che
porta in valle."
Continuava a scrutare il paesaggio, dando indicazioni per risalire al grande
albergo che durante l'autunno e fino a primavera restava completamente abbandonato.
Il Miramax, sorto dalle macerie di un vecchio convento benedettino raso al
suolo grazie ad abbondanti libagioni concesse ai notabili del posto, era,
in quella zona, l'eremo dei vacanzieri francesi e tedeschi, soprattutto. La
scelta non era tanto peregrina poiché l'albergo si trovava completamente
immerso in una zona colma di verde e alberi ricchissimi di foglie, che producevano
un'ombra ristoratrice nei mesi in cui, trenta chilometri più in basso,
la città ribolliva fra le calde vampate dello scirocco.
Riuscimmo a intravedere la sagoma del Miramax quando mancavano pochi minuti
alla mezzanotte. Con la coda dell'occhio vedevo Ferruccio controllare spazientito
l'orologio al polso.
"Si sta facendo troppo tardi, sai?" fece con ansia. "Vai, vai
con 'sta cazzo di moto. Adesso la strada è tutta diritta fino in cima."
Passai il dorso della mano sotto gli occhi cercando di pulire il viso dalle
lacrime. Avrei voluto dirgli "Perché non guidi tu, signor spaccamontagne".
Invece mi ingobbivo ancora di più sul manubrio, mentre rade gocce di
pioggia cominciavano a tagliare diagonalmente il cono di luce del fanale.
Il profilo del Miramax Hotel sembrava sbilanciato verso l'abisso d'acqua sottostante.
Emergendo contro i lampi del fortunale che guizzavano all'orizzonte, l'albergo
acquistava le sembianze di una nave fantasma sul punto di prendere il largo.
Le due massicce torri centrali si ergevano sulla costruzione bassa e essenziale
conferendo all'hotel l'aspetto di uno scafo sormontato da possenti ciminiere.
Il lato destro era talmente proteso sul costone, da imprimere un dinamismo
straordinario a tutto l'edificio. D'estate si doveva godere un panorama incredibile
dall'enorme terrazza aperta proprio su quel lato. Ma adesso, mentre Ferruccio
scendeva dalla moto, facendo ampi segni di seguirlo oltre lo spiazzo dei parcheggi,
il Miramax Hotel appariva come una presenza minacciosa e sinistra.
Sistemai la Honda sul cavalletto, tirai via le chiavi del bloccasterzo con
gesti automatici. Dissi "Ferruccio, non andare avanti da solo, per piacere"
e mi affrettai a raggiungerlo con una corsetta indecisa. Imboccammo uno stradello
semicoperto d'erba rigogliosa e ciuffi di piante selvatiche, oscillanti al
vento del fortunale in arrivo.
Ferruccio mi precedeva con passi cauti lungo quel pozzo buio, divorato sui
lati da macchie di arbusti indistinguibili. Ogni tanto sentivo la sua voce
avvertire della presenza di un dislivello da superare, di una irregolarità
del terreno che avrebbe potuto mettermi in difficoltà. Più e
più volte tentai di afferrarlo per un braccio, convincerlo a rallentare
mentre gocce di pioggia iniziavano a colpirmi ostinatamente il viso. Le sentivo
crepitare tutto attorno sui dorsi delle foglie, sul terreno ricoperto dalla
vegetazione. Provai a dirgli "Che cavolo ci andiamo a fare, laggiù.
Non vedi che fra poco si scatenerà un diluvio? Ormai è troppo
tardi, non troveremo nessuno. Mica saranno tanto fuori di cervello da continuare
i loro teatrini sotto un temporale. Cristo santo, Ferruccio, mi stai a sentire?"
Ma lui non ascoltava. Aveva sollevato il bavero del giubbotto sul collo, se
lo stringeva attorno facendolo aderire con la mano mentre continuava a dare
le sue informazioni sulle asperità del terreno senza preoccuparsi d'altro.
"Cristo" mormorai, chiuso nei mulinelli di vento che si facevano
sempre più impetuosi. "Cosa ci parlo a fare con un mulo del genere."
Lo guardavo avanzare inclinato in avanti lungo il sentiero, riparando il viso
da rami invisibili che gli si paravano davanti improvvisamente. Proseguiva
senza esitazioni in quel paesaggio da quei forti odori marini, che risalivano
con prepotenza dalle spiaggette poco lontane.
Come Dio volle, giungemmo in vista del morbido declivio della valle. Riuscii
a intravedere sul fondo il profilo di roccia, il grande fusto della quercia
che dominava quel tratto di orizzonte sotto i lampi del temporale. Ferruccio
fece il gesto di spostare un intrico di foglie filamentose che spiovevano
dall'alto, intralciando l'ultimo tratto del percorso. Si voltò a guardarmi
con i capelli lucidi di pioggia. Disse "Cosa ti avevo detto?" con
un tono di voce carico di soddisfazione. Indicò la grande quercia in
lontananza, la tempesta di fulmini al largo. Poi si portò le mani sui
fianchi, restando ritto avanti a me, come un capo pattuglia sul punto di decidere
i dettagli conclusivi della missione. Si strinse nelle spalle, disse "Fra
meno di cinque minuti, amico mio. Fra meno di cinque minuti conosceremo la
verità."
Ci addentrammo lungo il declivio della valle, puntando decisi in direzione
del grande fusto di quercia. Camminammo più a lungo del previsto, affrontando
irregolarità del terreno che a quel punto non mi sarei più aspettato.
Apparentemente, infatti, il paesaggio si presentava decisamente meno incerto
e impervio di quello che ci veniva proposto una volta intrapresi i sentieri
dal Miramax Hotel all'imbocco di Valle Lata. Ferruccio e io affondavamo le
gambe nell'erba alta e brillante di pioggia. L'aria era intrisa di sapori
d'acqua frammista a sale. Corte ventate salivano dal mare, governando la traiettoria
con cui la pioggia ci cadeva addosso. Tendevo l'orecchio cercando di avvertire
la presenza di qualche suono umano, in lontananza. Ma ogni percezione era
come assorbita dal rimbombo dei tuoni che rotolavano nel cielo, dal mare fino
alla costa, donando ai nostri gesti una sensazione vaga di vertigine, di acuto
sgomento. Ferruccio mi strattonò per il braccio, imponendo l'indice
della mano destra sulle labbra con fare circospetto. Disse a mezza voce "Li
senti, adesso?" C'era come una nota cupa che si insinuava nel tono di
gioiosa esaltazione della sua voce.
Non sapevo dove guardare, non avevo idea di cosa avrei dovuto distinguere
in quei rumori da tempesta imminente. Provai a concentrarmi sull'ascolto,
ma l'unico risultato fu che il subbuglio di vento e pioggia mi fecero sentire
ancora più preoccupato e solo, colmo di recriminazioni per quel modo
da sprovveduti che ci aveva fatto allontanare così tanto dalla motocicletta.
Guardai Ferruccio senza capire. "Cos'hai sentito, tu?" chiesi, cercando
di tenere un registro di voce normale.
"Stanno cantando" disse. "Devono anche essere in parecchi."
"Cantando?" dissi incredulo.
Il mio pard continuava a tenermi per il braccio, come se fosse l'unico appiglio
di cui potesse fidarsi, là attorno. Improvvisamente smise il suo percorso
rettilineo verso il costone di roccia, e mi costrinse a seguirlo lungo una
porzione di terreno dove l'erba era ancora più alta e folta. Le piccole
lingue di vegetazione mi lambivano le cosce, avevano infradiciato i jeans
per più di metà gamba. Forse Ferruccio tentava di defilarsi
dalla direzione in cui credeva di aver percepito gli strani canti che guidavano
lui e lui solo. Forse voleva approssimarsi all'incerto obiettivo senza correre
il rischio di farsi scoprire dagli officianti. Ammesso che il cervello non
gli avesse dato di volta definitivamente.
"Per di là" disse indicando un'ampia macchia d'alberi posta
sulla destra, a breve distanza da noi. "Dovremmo arrivargli abbastanza
vicino, proseguendo al riparo della vegetazione."
Prendemmo ad addentrarci nel fitto dedalo di grossi fusti, nell'intrico dei
rami rigogliosi su cui innumerevoli foglie brillanti d'acqua si muovevano
scosse dal vento. Attraverso l'intrico del sottobosco che si legava alle nostre
gambe puntavamo sempre in direzione del costone di roccia sormontato dall'immensa
quercia, fino al limite meridionale della valle, mentre la furia del vento
cresceva a ogni passo e l'intensità della pioggia rendeva ancora più
inquieta la nostra marcia.
Feci un ultimo tentativo per convincere Ferruccio ad abbandonare l'impresa,
tornare indietro alla moto e cercare riparo al Miramax Hotel finché
la violenza del fortunale non fosse passata oltre. Inutilmente. Ferruccio
mi guidò con una risolutezza che non gli conoscevo attraverso la macchia
d'alberi, verso il costone e quello che ancora non era svelato ai nostri sguardi.
Fu al termine di quel percorso che credetti di scorgere, al riparo degli ultimi
tronchi, un bagliore di fiamma brillare a due o trecento metri, quasi di fronte
a noi. Iniziai anche a distinguere delle voci. Erano tutte legate fra loro.
Recitavano una cupa nenia che cresceva o diminuiva di intensità attraverso
i suoni del fortunale, giunto a coprire interamente la valle. Vidi Ferruccio
arrestarsi mezzo metro avanti a me, e fare cenno di tenerci nascosti sul margine
estremo della vegetazione.
Mi feci più vicino al mio pard, dissi a mezza voce "Che cazzo
succede?"
"Guarda" disse lui. Alzò la mano indicando le forme umane
che si agitavano attorno alla luce. "Che ti avevo detto?"
Da quella distanza sembrava di vedere delle macchie indistinte agitarsi nell'erba,
attorno a un enorme chiarore, come facevano gli indiani d'America per propiziarsi
la vittoria. Mano a mano che ci si avvicinava a quel ritrovo di scalmanati
il vento portava alle nostre orecchie brandelli di parole, che avevano così
poco di umano da farmi accapponare la pelle. Sembravano tutti come impazziti.
Giravano continuamente attorno a quella specie di grande falò che non
crepitava, non si piegava sotto la sferza del vento né emetteva il
caldo bagliore della fiamma. Quel chiarore pulsava come se possedesse una
vita propria, ben diversa da quella che concepivamo io e Ferruccio.
Inghiottii il groppo di saliva che mi intasava la gola. "Peggio che andare
ad un raduno di figli dei fiori" dissi, cercando di ironizzare su quel
che vedevo. "Saranno un centinaio di mattacchioni surriscaldati dall'alcol
e dalle droghe."
Ferruccio si pulì la faccia delle gocce d'acqua con una mano. Disse
"Molti di più, amico mio. Molti di più. E' un raduno in
piena regola." Aveva lo sguardo di un invasato. "Questa è
la notte dell'Ollenrevat" continuò. "E quei figli
di puttana stanno chiamando il Grande Verme! Se non li fermiamo ora, sarà
la fine del mondo come lo conosciamo."
"Ferruccio, per l'amor di Dio" feci lamentevole, "si può
sapere di cosa vai cianciando?"
"E' la notte del Grande Verme" ripeté lui. "La notte
il cui colui-che-striscia-nelle-viscere-della-Terra salirà in superficie
a regalare ai suoi sudditi il potere su tutte le cose, in cambio del grande
odio compresso nell'anima di un loro nemico. E' una pratica magica che viene
tramandata dalla notte dei tempi. Anche il Terzo Reich ne era a conoscenza.
L'ho letto nel libro che Ghigo teneva nascosto in camera sua. E sai dov'è
il mio fratellino? Lì in mezzo. E' il pazzoide che comanda tutta quella
combriccola di giovani nazisti in fregola."
Mentre parlava, Ferruccio aveva aperto il giubbotto e tirato fuori una pistola.
"Cristo" esclamai. "Che hai intenzione di fare?"
"Quello che è giusto per tutti noi: eliminare questa feccia nazistoide
dalla superficie del mondo."
"Con una pistola?"
"Anche con le sole mani." La pioggia gli imperlava il volto tutto
compreso nella sua folle decisione. "E tu mi aiuterai" concluse.
"Ah, no" esclamai. "Se hai intenzione di fare una strage di
quei deficienti è affar tuo. Io non ci voglio entrare nemmeno di striscio."
"Ma non capisci?" sbottò lui. "A me basta arrivare al
capo. Mi basta eliminare Ghigo. Così mio padre la smetterà di
mettermelo sempre davanti."
"Tu sei completamente andato" dissi.
Ferruccio mi guardò come se avesse davanti un manico di scopa. I suoi
occhi erano freddi e inespressivi. Disse "Allora non mi aiuterai?"
"Nemmeno se preghi" risposi.
Ferruccio perse per un attimo la freddezza folle che lo aveva accompagnato
fino ad allora. Come un bambino che non ha ottenuto quello che voleva, pestò
i piedi in quel terreno sempre più molle. Dalla gola gli uscì
un lamento strozzato.
"Bene allora" disse poi con un sospiro. "Se le cose stanno
in questi termini..." Alzò il braccio verso l'alto facendogli
compiere un mezzo arco prima di farlo ricadere mollemente, colpendomi sulla
tempia con la canna della pistola. Il terreno sembrò franarmi sotto
i piedi, e tutto fu buio. Prima di svenire sentii Ferruccio che diceva "E'
ora di farla finita."
Avevo la testa che mi risuonava come un'orchestra caduta in mano ad una banda
di musicisti impazziti. Per quanto tempo ero rimasto svenuto: dieci minuti,
un quarto d'ora al massimo? Aprii gli occhi verso il cielo. Le nuvole si erano
addensate fino a coprirlo completamente, ma non pioveva più. Anche
il vento si era placato. Tutto era immerso in una calma assurda. Cercai di
far leva su di un gomito per mettermi a sedere. Nelle orecchie pompava un
rumore sordo, la testa sembrava scoppiare. Mi toccai la fronte. Un liquido
vischioso mi era colato dai capelli giù fino alle sopracciglia, impastandosi
coi peli. Pensai "Questa Ferruccio me la paga." Ma dov'era andato
a finire quel deficiente. Mi rigirai con fatica, cercando di inquadrare il
grande chiarore intorno a cui si dimenavano gli adoratori del megalombrico
sotterraneo. Li vidi ancora tutti intenti a ballare e sciorinare la loro litania
senza senso. Solo una mezza dozzina di accoliti sembrava avere adesso altre
incombenze. Si era distaccata dal gruppo e stava entrando all'interno del
chiarore. Se ne stavano tutti tranquilli e immobili, tranne una figuretta
che continuava a scalciare e a dimenarsi più che poteva.
"Ferruccio" esclamai. Quel deficiente di Ferruccio Marcheselli che
aveva voluto trasformarsi nel giustiziere della notte, per fare una carneficina
di fratelli, incomprensioni e gelosie, si era fatto beccare come un bambino
sorpreso con le mani sui dolci. Senza rifletterci troppo iniziai a scivolare
sulla pancia, remigando l'erba a suon di avambracci, intenzionato a salvare
il mio stupido amico e a fargliela pagare cara, quando tutto il casino fosse
passato. Avevo il cuore vicino al collasso e la testa che scoppiava, ma dovevo
salvarlo.
Mi ero appena acquattato sul limite della radura che la nenia si interruppe
di colpo, lasciando il posto ad un silenzio compatto. Si distinguevano solo
gli urli rauchi di Ferruccio che laceravano la calma opprimente scesa sulla
valle. Il poveretto si divincolava penosamente dalla stretta di due energumeni,
ricoperti su tutto il corpo dalle chiazze nerastre già viste nelle
polaroid. Di fronte a questa triade stava un biondino dal fisico atletico,
tutto impettito e tronfio che impugnava una specie di lunga asta metallica.
Se non l'avessi incontrato prima non avrei mai sospettato che, sotto quelle
chiazze disperse per il corpo secondo una topografia bizzarra, albergasse
proprio il più piccolo dei Marcheselli.
Ghigo si avvicinò al fratello e la sua voce mi giunse chiara e ferma,
nella calma che aveva avvolto Valle Lata. Disse "Cercare di uccidermi
è una grande dimostrazione dell'odio che mi porti, fratello. Ma odiare
me è stato come odiare tutti i miei confratelli e avvicinare noi tutti
allo scopo ultimo della nostra vita. Perciò ti dico grazie. Grazie
per averci permesso di chiamare qui, questa notte, il padrone di tutti noi:
il Grande Verme. Grazie per averci donato il tuo odio per nutrire il nostro
Signore."
"Tu sei un pazzo invasato" ringhiò Ferruccio. "Sei completamente
folle."
"Assolutamente" replicò Ghigo. "Sei tu che ti ostini
a non capire, a non vedere il progetto supremo cui miriamo. Ma, in effetti,
tu sei solo un misero strumento affinché sulla Terra abbia inizio una
nuova era, perché possa iniziare il regno del Grande Verme e dei suoi
fedeli servitori. Perché venga annientata ogni altra dittatura e si
instauri il nostro impero. Solo Hitler e i suoi tirapiedi lo avevano intuito,
ma non erano riusciti a trovare la chiave. Pensavano bastassero le sofferenze
inflitte ad una piccola etnia per entrare nelle grazie di Nostro Signore.
Mancava loro il Libro dei Salmi, non conoscevano le preghiere che ogni devoto
deve recitare per ingraziarsi il favore del nostro Supremo Padrone e averne
in cambio potere. Un potere sempre più grande, che piega la volontà
degli uomini rendendoli burattini nelle mie mani e in quelle dei miei confratelli."
Ferruccio schiumava dalla rabbia. "E tu sei stato il primo a dirle, le
preghierine, vero?" disse furente.
"Troppo buono con me, fratello" disse Ghigo. "Ma prima ci sono
stati il nostro padre comune, e i suoi amici, e alcune professoresse per te
insospettabili. Come la rigida Berardi, che tanto ami."
A quelle parole caddero le ganasce a me e a Ferruccio.
"La Berardi?" mormorai appiattito nell'erba.
"La Berardi?" urlò Ferruccio.
Ghigo annuì, con un largo sorriso sulle labbra. Disse "Perché
tanta meraviglia, fratello. Anche lei è una fedele servitrice del Grande
Verme, e da molto prima che noi due nascessimo. Ma io ho fatto molto di più.
Ho procurato la chiave che apre il portale di questa dimensione a Nostro Signore.
E quella chiave sei tu, fratellino."
"Sei solo un demente avido di potere" gridò Ferruccio con
quanto fiato aveva in gola. "Tu e tutti i bastardi come te."
Ghigo gli sorrise con ottusità. "Pazienta ancora qualche minuto,
e vedrai chi ha ragione" disse. Era come in uno stato di euforia alcolica,
si muoveva con gesti disarticolati. Alzò l'asta con un movimento secco,
perpendicolare al terreno. La nenia riprese bruscamente, così come
si era interrotta.
Starnutii col volto schiacciato nell'erba. Tutta quell'umidità mi aveva
fatto intasare il naso e aumentare il mal di testa. Lo starnuto mi liberò
le narici quel tanto che bastava per essere investito da quel fetore. Era
qualcosa di marcio, una carogna in decomposizione, che sovrastava nettamente
gli odori dell'erba e della salsedine.
Con la coda dell'occhio intravidi le macchine degli accoliti parcheggiate
su di un piccolo dosso, alla mia sinistra. Sempre strisciando sull'erba mi
diressi verso le automobili. Fra le tante quattro ruote motrici c'era persino
una jeep originale americana, con pala e piccone legati da cinghie di cuoio
alla carrozzeria. Stavo pensando al da farsi quando Ghigo iniziò ad
incidere il petto di Ferruccio, con un coltello. Il bastardo ci andò
giù bello profondo, a sentire gli urli di dolore del mio compagno.
Poi questo capintesta del lombricone intrise l'asta metallica nel sangue che
colava dalla ferita, e iniziò a tracciare dei segni in un punto ben
preciso, all'interno del chiarore. Trotterellai verso il parcheggio tenendomi
carponi, nella speranza che nessuno mi vedesse. Il cuore mi pulsava frenetico
per la paura di essere scoperto. "Deficiente" mormorai fra me, "cretino
di un Ferruccio. Se ne usciamo vivi, o se me la paghi, questa." Arrivai
alla jeep senza problemi e iniziai a liberare la piccola pala dai legacci.
La terra sotto i miei piedi aveva iniziato a vibrare con sempre maggiore potenza.
L'intero plotone dei pazzi in costume adamitico aveva aumentato l'intensità
della nenia fin quasi ad urlare. Le scosse telluriche aumentavano di intensità.
Appoggiato alla fiancata di una Range Rover vidi il suolo all'interno della
luminescenza lacerarsi, fino a scoprire una voragine da cui risaliva un gemito
disarticolato e terribile. Ferruccio era stato spinto fino al margine estremo,
verso le profondità senza nome di quel baratro.
"Maledetto" lo sentivo gridare. "Maledetto lurido pezzo di
merda!"
Ma Ghigo sembrava preda di un'estasi mistica, in attesa dell'avvento del suo
Signore e Padrone.
Il gemito si era trasformato in un mugghio talmente cupo da far venire la
pelle d'oca. Poi la voragine eruttò qualcosa di lattescente. Era enorme,
non assomigliava a niente che si fosse mai visto sulla faccia del globo. Mi
sorprese l'assurdo biancore di quel mostro, la sua imponenza. Il suo corpo
squamoso continuò a fuoriuscire dalla voragine, come non avesse fine.
La creatura si protese verso il gruppetto, aprendo quella che potrei definire
una specie di bocca. Tutti gli accoliti si inginocchiarono prostrandosi davanti
a quella orrida figura. Ghigo roteò la sua asta di metallo e la forma
mostruosa si arrestò. "Bisogna che ci si dica addio, fratellino"
disse rivolto a Ferruccio. Ma Ferruccio non rispose, incantato dall'orrore
che gli si parava davanti.
Ero atterrito. Ma le mie gambe funzionarono come una molla e, senza sapere
come, avevo già colmato la distanza che separava le auto da quella
masnada di fanatici genuflessi, li avevo superati e saltavo all'interno del
chiarore, andando incontro a quella mostruosità. Colpii il primo degli
energumeni sulla testa, con la pala, di piatto. Il tizio si accasciò
al suolo senza emettere un lamento. All'altro concessi solo il tempo di voltarsi
a vedere cosa lo stesse per colpire. Ferruccio era ancora rigido davanti alla
mostruosità partorita dalle viscere della Terra.
"Ferruccio" urlai. "Prendigli l'asta, perdio. L'asta!"
Gli lanciai la pala. L'attrezzo fece una serie di rotazioni attorno a se stesso,
prima di arrivare nelle sue mani.
L'odio di Ferruccio si era risvegliato all'improvviso, diventando furia cieca.
I lineamenti distorti, brandiva la pala come se fosse una mazza ferrata. Si
fece sotto al fratello, urlando. Dalla bocca spalancata usciva una serie di
bestemmie infinita. Fece saltare la dentiera a un altro dei guardaspalle del
Marcheselli junior, mentre l'ultimo mister muscolo preferiva eclissarsi.
Ghigo non ebbe nemmeno il tempo di scostarsi, che la sua testa venne aperta
in due come un melone dalla pala.
"Crepa" urlò Ferruccio menando il fendente mortale. "Crepa,
bastardo!"
L'asta sfuggì dalla mano dell'ormai defunto fratello, e con lei il
controllo di quell'abominio gigantesco che torreggiava sopra tutti noi.
"Ferruccio" urlai. "L'asta, getta l'asta nella voragine, Cristo
Santo!"
Per un attimo parve comprendere le mie parole. Si piegò a raccogliere
quell'affare di metallo che tanta ascendenza sembrava avere su quella specie
di enorme lombrico albino. Poi mi guardò. Gli occhi erano due fessure
buie, le labbra una striscia senza colore.
"E' mio" urlò. "Il porco è mio!"
"Di qua" dissi sbracciandomi. "Andiamo via da 'sto casino finché
si può."
Il Verme aveva iniziato a flettersi su se stesso. Ondeggiava minaccioso sopra
le teste degli accoliti impietriti dal terrore.
"E' mio!" ribadì Ferruccio. Poi, invece di assecondare i
miei inviti alla fuga, si diresse contro quella mostruosità. Lo vidi
armare l'asta quasi fosse l'arpione di una vecchia baleniera e lanciarsi addosso
al Verme gridando "Maledetto Bastardo. Ti farò tornare da dove
sei venuto!"
Da qui in poi tutto si fa più indefinito.
Nei sogni mi vedo attorniato da una folla di uomini e donne con il corpo segnato
da macchie nerastre che fuggono, urlando. Io guardo verso l'alto e vedo Ferruccio
che cavalca quel mostro infilzandolo con l'asta più e più volte.
La bocca di Ferruccio è aperta in una risata bestiale, il volto privato
da ogni traccia di umanità. Sento un conàto di vomito salirmi
alla gola. La testa mi gira sempre più vorticosamente, mentre i lamenti
del Verme sovrastano tutti gli altri rumori. Gli adepti sono fuggiti verso
le auto o prendendo gli stradelli della valle. Rimaniamo io e Ferruccio che
cavalca ostinato quel mostro, come fosse un cow-boy impazzito. Poi il verme
tace, e in quel silenzio improvviso sento Ferruccio urlare, ridere, cantare
su quella groppa insolita prima che si inabissi nel baratro. Mi pare persino
che pronunci il mio nome. Urla "Ismaele! Ismaele!" E ride, quasi
fosse lì la soluzione di tutto.
















