Il futuro? Là in fondo a destra

di Daniele Barbieri

"Quando avevo la tua età, mi esercitavo sempre per mezz'ora al giorno. Ebbene, qualche volta sono riuscita a credere fino a 6 cose impossibili prima di colazione."
Lewis Carroll


C'era una volta il futuro. Progressista e radioso. Una certezza. L'attesa (ingenua e messianica) dell'inevitabile, insomma della "Gerusalemme rimandata" , del socialismo nel segno della scienza. Marx, Spartaco e Keplero: che bel trio!
Nel fosco dì del secolo morente, la locomotiva - Guccini, fuochista - sembrava innarrestabile, lanciata verso un mondo "giusto". Perfino all'anagrafe se ne trovava conferma: a inizio secolo chiamare i figli Libero Avanti, Scintilla, Progresso, Libertà, Ribelle, Turbina, Comunardo esprimeva una certezza più che un auspicio. Elettrificazione e soviet, ricordate? Lenin e Taylor appunto. Sul treno del progresso sarebbe certo salita Signorina (anzi Cittadina) Eguaglianza. Tutto sarebbe cambiato e le macchine avrebbero avuto un ruolo determinante, non appena il proletariato se ne fosse impadronito: per usare, a favore dell'umanità e non contro, "il molto che s'inventa" di cui recita il famoso Meti di Bertolt Brecht . L'inevitabile uscita dalla "preistoria umana". Macchine, masse, socialismo: che bel trio!
Ebrea, polacca, zoppa, intelligente e donna - dunque tutte le ragioni per essere rivoluzionaria e lucidamente pessimista - Rosa Luxemburg ci aveva messo in guardia: la scelta è fra socialismo e barbarie. A chi poi siano servite le macchine, la scienza ce lo raccontano Auschwitz, Hiroshima, l'escalation sul Vietnam, le bombe "intelligenti" su Baghdad. Intanto i sogni si sono trasformati in soap. La cultura in quiz. Le masse in neo-zombies. L'inconscio è stato coca-colonizzato. Lo ha ben detto Philip Dick (e chi se no?): "posso immaginare tutto, ma non universi senza Coca Cola". E i Sex Pistols non celebrano locomotive ma cantano: "Nessun futuro per te, nessun futuro per me". Armi nucleari, ecocidio, sterminio per fame: che bel trio!


IL PRESENTE ACCHIAPPATUTTO


"Non posso ricordarmi le cose prima che avvengano" fece notare Alice. "E' una memoria di scarso valore quella che lavora solo per il passato" osservò la regina. "E voi quali cose ricordate meglio?" domandò Alice. "Oh, cose che sono accadute fra 2 settimane" replicò la regina.
Lewis Carroll


Mentre il futuro è divenuto fosco, incerto o impossibile, il presente ha accelerato, senza fermarsi un attimo, per vincolarci e incatenarci su sentieri obbligati. L'unico futuro è la continuazione del presente: insensatezza logica oltre che sintattica. Eppure noi - prigionieri di questo iper-presente, reietti di un altro pianeta - avevamo una scappatoia: la fantascienza, futura umanità. Che fine ha fatto quella sovversiva (spesso, suo malgrado) letteratura che doveva, per statuto, dirci che ci sono altri futuri possibili che non siano solo Mike Bongiorno/2 o scegliere fra Khomeini e Wojtyla? Mentre sembra - attenzione! non sempre ciò che sembra... - esaurirsi la "spinta propulsiva" della science-fiction, ecco la sorellastra (saggia e antipatica?) come da copione: la futurologia. Prima le ambigue esperienze para-scientifiche del gruppo francese (De Jouvenel, Pauwels, Bergier) e dei vari Hudson Institute degli Hermann Kahn che studiano gli scenari del domani. Le differenze fra i più noti "previsologi" - Zbigniew Bryezinski, Wassilli Leontef, Daniel Bell, David Riesman o l'ex marxista Alvin Toffler (quello che ha coniato l'espressione "Lo choc del futuro" e che oggi è un ascoltato nume dell'estrema destra Usa) - esistono, non sono di poco conto: ma li unisce l'idea che più di tanto non si possa cambiare. Ancor più li unifica il portafoglio: le loro ricerche sono finanziate da governi e organizzazioni militari e/o multinazionali. Sono i profeti - intelligenti, ci mancherebbe altro - dei "50 mila della borghesia mondiale" secondo la definizione di Parboni . Che muti la forma del dominio (l'Onu sovranazionale o la frammentazione locale) conta poco per i 50.000 signori: a loro interessa la sostanza del dominio.
Basta scorrere in Italia la rivista "2000 giorni al 2000" (guarda caso l'idea viene alla Fiat) oppure un qualsiasi catalogo di casa editrice - particolarmente le collane "Trends" della Franco Angeli o della Sperling & Kupfer - per accorgersi del nuovo boom per progetti, scenari, modelli, previsioni. Tutti diversi e tutti uguali nella loro povertà, ovvi, deboli, non-desideranti. Incatenati all'immodificabile presente dove il nostro destino si legge nelle viscere di animali o nei rapporti del Censis; dove c'è poco posto per l'utopia, per il vero mutamento, per i sogni deflagranti.
Esempi? Quanti ne volete. Le sinistre (quelle che si fanno chiamare così, sinistramente) per definire alternative minime e ridicole all'immobile hanno bisogno di tragedie. Sono solo "post": post-Seveso, post-Chernobyl, post-muro, post-industriale. W il meno peggio. Del futuro non sanno nulla, non viene loro neppure in mente che si possa pensare, sognare, progettare. Se un Bookchin o un Rifkin provano a indicare la Luna che cade, loro - gli imbecilli - guardano il dito. False sinistre come vere destre. "La differenza fra uno Stato assistenziale e un despota benevolo è minima" ci aveva messo in guardia un altro scrittore di science-fiction, Alfred Bester. E per favore non parlate di esempi macroscopici, perché è proprio un macroscopio - un apparecchio per guardare l'infinitamente complesso con occhi nuovi - ciò che ci manca.
Fantascienza dove sei? "Per conquistare il futuro, bisogna prima sognarlo" . Ogni tanto qualche idiota loda la science-fiction (Verne o Wells, magari) perché ha previsto - stile sfera di cristallo o Maga Magò? - qualcosa che poi è successo "veramente". Sai che merito!?! C'è sempre qualcu-no che ha immaginato qualcosa: moltiplica per tutta la storia umana e troverai sempre ciò che cerchi. Ma il merito della fantascienza è un altro: costringerci a pensare che possano esistere sentieri diversi, visioni pericolose, ragionamenti laterali, culture altre, alienità in noi e negli altri, infinite probabilità, ricchezze perdute, nuove umanità (soprattutto nel senso in cui Dick usa questa parola nel racconto Umano è), magari metalli urlanti e umanoidi associati.


SPAZZATURA AL 90 PER CENTO


"Quando io uso una parola - disse Humpty Dumpty in tono alquanto sprezzante - essa significa esattamente ciò che io voglio che significhi... né più né meno". "Qui sta il problema - disse Alice - se potete fare sì che le parole significhino cose differenti". "Il problema è - disse Humpty Dumpty - chi deve essere il padrone... ecco tutto".
Lewis Carroll


Tutta la fantascienza ha fatto questo, ci ha offerto cioè infiniti sentieri? Ovviamente no, perchè - dice Theodore Sturgeon - "il 90 per cento della science fiction è spazzatura, ma del resto il 90 per cento di ogni cosa esistente è spazzatura". Anzi sarà bene precisare che l'immaginario "politico" (e scientifico) di molti autori era/è di destra. Spiega, con sacrosanta cattiveria, Ursula Le Guin: "L'unico cambiamento sociale che presentava la maggior parte della fantascienza è stato in direzione dell'autoritarismo, della dominazione delle masse ignoranti da parte di una élite potente (...) Il socialismo non viene mai considerato come un'alternativa e la democrazia viene quasi dimenticata. Le virtù militari vengono considerate come virtù morali (...) Il capitalismo basato sulla competi-zione della libera iniziativa privata è il destino economico dell'intera galassia. La science-fiction americana ha accettato una gerarchia permanente di persone superiori e inferiori, con in cima i maschi ricchi, ambiziosi e aggres-sivi, poi un grande vuoto, e alla base le masse povere, non istruite, senza volto, e tutte le donne. (...) Un perfetto patriarcato come quello dei babbuini, con il Maschio Alfa a capo, che di tanto in tanto viene rispettosamente azzimato dai suoi inferiori. E' speculazione questa? E' immaginazio-ne? E' estrapolazione? Io lo chiamo reazionarismo scervella-to" . Bisogna cercare il 10 per cento sepolto nella spazzatura: lì troveremo i nostri cristalli sognanti, le penultime verità, le ambigue utopie, la persistenza della visione, forse perfino "le leggi dell'umanica" .
Occorre di nuovo attingere al patrimonio dell'inconscio: per concimare nuovi sogni, per frantumare l'iper-presente in primo luogo dal nostro immaginario. Nei suoi punti più alti la science-fiction (letteratura utopistica, avveniristica, il sogno d'una migliore società: chiamatela un po' come vi pare) ha continuato a offrirci possibilità più che previsio-ni, a costruire laboratori onirici, think tank (serbatoi di pensiero), a essere progettuale partendo dall'idea che in un mondo senza utopie non valga la pena vivere. Ha anche fotografato il nostro dopodomani, individuando - per tempo - alcune tendenze, "canovacci" della storia, oggi clamoro-samente sotto i nostri occhi: il paradosso di una tecnologia senza più scienza e le conseguenti tecnofobie, i corpi inquietanti, la robotizzazione degli umani, la fine del lavoro, la confusione fra vita e non-vita, i mondi paralle-li, l'orrore nella normalità e nelle regole, le macchine del tempo (intese come tentativo di controllare e riscrivere il passato per condizionare il presente, "memorie del fuoco" direbbe Eduardo Galeano), l'agorafobia e l'autismo di massa; infine il dubbio se - non le macchine, ma - gli esseri umani possano (ancora) pensare; se gli uomini (non i robot) sappiano che "ribellarsi è possibile, è giusto, è ora" come suggeriva un grande scrittore di fantascienza cinese. Si potrebbe persino ribaltare - l'immagine rovesciata dello specchio conferma anzichè smentire - ciò che dice oggi dal Chiapas un altro utopista, il sub-comandante Marcos: "un popolo che dimentica il suo passato non può avere futuro" ma è altrettanto vero, pur se paradossale, che un popolo che dimentichi il suo futuro non avrà presente.