di Anna Maria Pelella
Il cinema è sempre stato in primo luogo un mezzo espressivo. La maggior
parte dei lavori, anche quelli apparentemente definibili leggeri, è
portatrice di un messaggio. A volte l'autore è volutamente ermetico,
altre volte lascia chiaramente emergere il senso del messaggio che intende
inviare, ma inevitabilmente un lavoro ben fatto è quello che fa risuonare
dentro di noi gli echi di ciò che esso rappresenta. Ovviamente la percezione
dell'emotività, insita in un film, è influenzata da molti fattori:
primo tra tutti la nostra disponibilità a percepire il senso dell'opera
che andiamo a visionare, e inoltre la nostra apertura verso il tipo di tematiche
di cui essa è portatrice.
Ritengo che ci siano film che, più di altri sono destinati a rimanere
nella storia del cinema per la loro capacità evocativa e per il senso
che essi hanno all'interno dell'epoca storica in cui sono stati prodotti.
Molti sono i film che mi vengono in mente, a questo proposito ma sono pochi
quelli che mi sentirei di indicare come realmente significativi.
Dovendo fare una selezione, per cominciare un discorso su alcuni di questi
film occorre tracciare dei binari all'interno dei quali definire delle categorie
per un'analisi a tema. Morale e redenzione all'interno di un discorso sulle
scelte esistenziali dei protagonisti mi sembra molto calzante, specialmente
in registi come Robert Bresson, Abel Ferrara e David Cronenberg.
Ad un primo esame questi tre registi non hanno nulla in comune ma, se andiamo
a guardare da vicino i protagonisti dei loro film scopriamo che sono tutti
personaggi molto singolari, con storie fuori dagli schemi comuni e, inoltre
sono tutti ad un bivio cruciale per le loro esistenze.
Bresson ha aperto la strada a rappresentazioni del disagio umano usando modi
angosciosi ed attuali per raccontare quella che si può definire l'eclissi
del sacro, ha testardamente riproposto i suoi personaggi emblematicamente
perduti nell'assenza di senso e nel vuoto esistenziale. La sua rappresentazione
del "Silenzio di Dio" ha fortemente influenzato cineasti della generazione
successiva, senza che mai venisse riconosciuto il debito nei confronti del
geniale regista.
Guardando più da vicino i suoi protagonisti scopriamo sempre che il
dolore di vivere è il filo conduttore che li lega e che attraversa
tutti i film senza mai mutare di grado o intensità.
La coscienza morale spesso è rappresentata da un commissario, in "Pickpocket"
esterrefatto spettatore di un delirio e in "Il Diavolo Probabilmente
"sgomento,
come pure lo psicoanalista di fronte all'enunciazione della filosofia nichilista
del protagonista. In realtà quello che salta all'occhio in primo luogo
è lo scostamento dalla morale corrente; il suicidio è la via
maestra per la redenzione o dannazione, a secondo del punto di vista, che
i personaggi di Bresson scelgono di perseguire. Siamo lontani anni luce dalla
morale cattolica di Nicholas St. John e di Abel Ferrara, qui l'esplicito dibattito
sul bene e il male diventa una diatriba sulla fede in Dio, "ho creduto
in Dio per tre minuti" ci dice Michel in risposta ad un'esplicita domanda
di Jeanne. Non si può non cogliere l'assoluta disperazione di un simile
discorso, Michel come pure Charles sono dannati e nel contempo impossibilitati
ad uscire dalla loro posizione di passiva compiacenza, il loro modo di uscirne
è in realtà una fuga, il primo attraverso un delirio di controllo
della situazione e l'altro con il suicidio. La soluzione operata da Charles
è la più comprensibile di fronte alla disperazione e al dolore
di vivere che lo attanagliano, il suo modo di perseguire il fine che si è
prefissato è, ancora una volta passivo: lascia che sia un altro ad
occuparsene e non coglie neanche il momento in cui tutto sta per accadere,
la vigliaccheria non è che un aspetto della faccenda, l'altro e più
importante è la delega laddove il senso del tutto non viene colto né
motivato da nulla. Le vie tentate sono molte, tutte fallimentari; il tentativo
di cogliere un senso politico degenera in rissa verbale, la diatriba religiosa
acquisisce caratteristiche di messa in discussione totale, la ricerca psichiatrica
discetta senza costrutto sulla teoria della devianza. Il suicidio di Charles
è un processo di attualizzazione di una dinamica antica, il suo disagio
è asserito con forza, condiviso ma non compreso, argomentato e dibattuto,
ma infine risolto nel modo più esistenzialista possibile, il dolore
e l'angoscia del nulla, un niente che contiene il tutto, monade unica e solitaria
che rende immortale il suo celebratore. Possiamo cogliere qui tutti riferimenti
possibili ad un lato Ombra demoniaco e irrazionale, pertinente all'Altro nel
senso di Doppio e come tale complementare e sotterraneo, colui che guida il
gesto risolutivo e nel contempo lo motiva. Bresson ci racconta una storia
di movimenti interiori di natura anarchica le cui motivazioni reali sono destinate
a rimanere oscure, e il cui senso va colto solo nell'accettazione del fatto
che " il vento soffia dove vuole " e quindi il pessimismo del "
silenzio di Dio " non è che l'inizio di un processo la cui fine
è l'assoluta mancanza di capacità di redenzione ultima, al di
fuori di una comprensione reale del disagio di vivere.
Naturalmente tematiche come queste oggi sono ampiamente rappresentate, ma
il modo e soprattutto l'epoca storica in cui Bresson ha iniziato il suo discorso
ne fanno un precursore della celebrazione del vuoto esistenziale, disincantato
cantore di angosce ancora oggi attuali. Idealmente questo discorso può
essere seguito in altri film successivi, come quelli, ad esempio di Abel Ferrara.
Le angosce esistenziali sono state da sempre il tema preferito anche da Ferrara.
Egli ha elevato ad arte la capacità di rappresentare il dolore di chi
vive al di fuori della grazia divina o anche dalla morale corrente, se è
per questo. I suoi protagonisti, come anni prima quelli di Bresson, sono diabolicamente
in contatto col dolore del vivere e con la lacerazione di chi non sa esistere
al di fuori della violenta autoaffermazione del Sé. Ferrara è
un regista controverso, i suoi film sono oggetto di grandi passioni sia in
positivo che in negativo, insomma non lascia mai indifferenti, raramente annoia
e quasi mai i suoi messaggi non vengono colti. Del resto la duplice natura
di tutti i suoi testi cinematografici è palese anche ad un osservatore
occasionale, "The Addiction" al Mystfest di Cattolica scatenò
un putiferio a causa del fatto che le fu attribuito il premio della critica,
le persone presenti in sala manifestarono apertamente il loro disappunto cosa
che raramente accade ad una manifestazione e per un premio così marginale,
come può essere considerato appunto quello della critica. Le tematiche
affrontate da Ferrara sono sempre molto dure ed il suo contributo è
molto personale quasi viscerale, direi nel senso che le cose che dice sono
originate da emozioni, la tecnica viene dopo e dopo viene anche il modo di
raccontare; in primo luogo c'è l'emozione che quasi mai lascia il campo
ad altro, come nel caso di registi tecnicamente più perfetti i quali
hanno dalla loro sicuramente la perfezione espressiva ma non sempre l'intensità
che si richiede ad un'opera d'arte.
Alcuni suoi protagonisti restano impressi nella mente, anche molto tempo dopo
la visione del film.
In "The Addiction" e ne "L'Angelo della Vendetta" la protagonista,
in entrambi una donna, è risoluta e molto al di sopra del concetto
di morale; la prima per apprendimento della filosofia attraverso l'esperienza
di vita, la seconda per essere stata vittima di violenza. Entrambe vivono
da sole la trasformazione, da essere comune a vampiro o a killer vendicativo,
ed entrambe hanno dalla loro la capacità di ritorcere verso l'esterno
quello che hanno subito. Il punto nodale del film è sempre quello in
cui la protagonista decide che, per dare un senso alla sua esperienza occorre
che ella stessa la superi e le dia il carattere di esperienza totalizzante,
come è stato per lei sarà per gli altri. In "The Addiction"
la catarsi è totale nel corso della festa di laurea. Dopo l'incontro
con sé stessa nella sua vittima, la donna a cui lei può rinfacciare
la sua debolezza, e quello con il vampiro che le insegna l'estremo limite
dell'essere immortali Kathy non può che mettere in pratica ciò
che la vita le ha insegnato. Partendo da Feuerbach con la sua visione del
mondo in un certo modo religiosa nel senso di organo che coglie il divino,
arriva a Sartre e all'annichilimento del Sé, come a dire che l'uomo
si annulla nella sua impossibilità di essere Dio. E non c'è
che da portare fino in fondo questo tema per vedere che Kathy è ancora
una volta pronta per la trasformazione. Stavolta è la redenzione, quella
vera, attraverso il passaggio dalla morte alla catarsi e alla distruzione
delle sue illusioni di studentessa in filosofia completamente a digiuno della
vita pratica; distruzione che avviene anche attraverso la violazione del rito
con cui avrebbe dovuto glorificare il suo passaggio al mondo adulto. La morale
iniziale viene capovolta a favore di un concetto esteso di dipendenza, un
concetto che Kathy impara da subito, dipendenza dall'idea di sé e dalla
propria natura umana, dipendenza che si risolve solo con il passaggio catartico,
la festa come rito di passaggio, in cui ella può dichiarare la propria
estraneità alla così duramente conquistata vita adulta. E se
l'attrazione a subire il male è legata al piacere del cedimento sessuale,
allora Kathy non può che sentirsi matura per il passaggio successivo,
e cioè la redenzione attraverso la rinuncia al potere che le permette
di uscire dallo scacco della sua natura umana. Diverso è il discorso
per Thana, la protagonista de "L'Angelo della Vendetta". Essa viene
da subito messa in condizione di capovolgere la morale corrente, se sono vittima
posso diventare carnefice, sembra dire il suo personaggio, ma alla fine la
cosa le sfugge di mano e lei manca di poco il passaggio verso la redenzione,
che le viene sottratto quando, durante la sparatoria ella si fa fermare da
una donna, quasi un tradimento verso di lei, la vendicatrice delle violenze
subite dalle donne. Il senso di un tale passaggio è dato dalla eccessiva
strumentalizzazione del discorso di partenza, nel senso che da vendicatrice
Thana si trasforma in mietitrice di vite maschili, in omaggio ad una dea femminile
della vendetta ed è proprio il carattere femminile della divinità
a distruggerla, ella non si aspetta di essere fermata da una donna, così
come si aspetta solo violenza dagli uomini. Detto così pare un manifesto
femminista di altri tempi, in realtà il punto è che la protagonista
è incapace di superare lo scacco subito se non nei termini di un discorso
di natura primordiale, la vendetta non come catarsi bensì come annullamento
del gesto che l'ha scatenata. Ma la vendetta, in realtà è solo
l'inizio del cammino, diverso è la fine dello stesso, se uccido per
vendetta allora posso anche essere clemente con chi mi ha colpita, e superare
così il dualismo che oppone la violenza alla capacità di perdonare.
Questo concetto risulta molto più chiaro ne "Il Cattivo Tenente"
dove la suora spinge il protagonista a chiedersi il motivo di un perdono mai
invocato, ma concesso a partire da una spinta amorevole verso chi può
solo sottrarre, e mai chiedere. Il cattivo tenente è troppo assorbito
dalla sua vita al di là della morale e al di sopra delle regole per
capire i motivi che spingono al perdono, egli è il cultore del vizio,
e nello stesso tempo il tutore dell'ordine altrui, che egli stesso sovverte
e viola di continuo. Ma l'incontro con la suora, vittima di violenza inaudita
ed ingiustificata che, in un eccesso di misticismo perdona e capisce, aprirà
una falla nel suo sistema di vita, un buco attraverso cui tutto scivola via
e perde importanza. La crisi mistica del tenente è una delle più
grandi invocazioni a Dio della storia del cinema, siamo con lui nel delirio
e ancora lo seguiamo quando piange ed invoca, infine crolliamo con lui quando
decide per la sua vita, e la sua decisione è la sola possibile in un
universo completamente indifferente. Un mondo fatto di violenza e sopraffazione,
abitato da gente come lui che considera gli altri meno di niente. La suora
non è che una vittima la cui volontà opposta al concetto di
vendetta e, pertanto incomprensibile viene manifestata per gradi, ella dapprima
si confessa, poi dichiara il suo desiderio di perdonare ed infine, con la
sua ascetica rinuncia apre uno spiraglio nel dolore e nell'insoddisfazione
di un uomo corrotto, un uomo senza nome che viene portato suo malgrado, attraverso
un cammino strascicato e claudicante, verso la morte e la redenzione. La sua
decisione finale non può che rappresentare la redenzione attraverso
il sacrificio, egli acconsente alla volontà della suora di aiutare
chi l'ha colpita e per questo muore, dal momento che chi cede alla spinta
caritatevole all'interno del mondo che lui ha costruito per sé, è
destinato ad essere sopraffatto. Ma la sopraffazione, in questo caso è
volontaria e pertanto ha valore di sacrificio o espiazione, il tenente non
conosce altre strade, se non quelle che ha finora battuto e, quindi saranno
quelle che dovrà percorrere in senso inverso, stavolta da solo magari
senza poter fare a meno di continuare a chiedersi il motivo del perdono e
dell'espiazione laddove la vendetta sarebbe stata possibile.
Un altro esempio di redenzione che porta alla morte è dato nel film
dentro il film "Occhi di Serpente", la "Madre degli Specchi".
In esso Madonna è solo il tramite di un concetto esteso di dannazione
e redenzione impossibile. Fuori dal set le cose sono ugualmente contrastanti,
Frank e Sarah si odiano e si desiderano, lui la maltratta e lei si fa consolare
dal regista, ma il punto nodale è che in ogni caso lui non comprende
la redenzione di lei ed ella morirà per questo. Lo sfinimento dei protagonisti
del film rispecchia quello di chi oscilla tra la volontà di peccare
e quella di salvarsi dal peccato stesso. Non c'è redenzione per chi
non riconosce la propria volontà di peccare, e quindi Frank ucciderà
Sarah e attraverso lei la sua possibilità di redenzione. Il senso ultimo
di questo omicidio è quello di cancellare la possibilità di
una visione del mondo diversa, una visione possibile solo attraverso le lenti
del cambiamento e del riconoscimento di un desiderio di redenzione. La parte
centrale del film è tutta sul dissidio tra il regista e sua moglie,
da una parte e quello tra Frank e Sarah, dall'altra, la controversia è
di natura morale ed è impossibile uscirne, la moglie invita il regista
ad insegnare al figlio a mentire, se lui ritiene che sia giusto farlo, e nello
stesso tempo Sarah invita Frank a farle del male, prima per guadagnare potere
su di lui e poi per rendere evidente l'abisso che li separa. In entrambi i
casi le polarità si accentuano e l'incontro è reso impossibile
proprio da tanto affannarsi a parlare di quello che non va, e più si
parla e più ci si allontana, ed alla fine si è così lontani
che bisogna urlare.
Ferrara sceglie di accompagnarci attraverso questo delirio di violenta lacerazione
interiore, dove tutto quello che viene costruito è destinato a franare
e le sole cose che restano in piedi sono i muri che i protagonisti innalzano
intorno a sé. Ma la nostra visione non è esterna, come nel caso
di un'occasionale visita, bensì viviamo la stessa lacerazione dei protagonisti,
lo stesso dolore che li attanaglia si impossessa anche di noi. Forse è
questo il segreto di tanta ambivalenza nei confronti di un così geniale
autore, la sua incredibile capacità di coinvolgere lo spettatore anche
contro la sua volontà di identificarsi col dolore di uomini e donne,
che vivono storie narrate con tanta partecipazione da non poter lasciare indifferenti.
Idealmente si potrebbe seguire il filo del disagio del vivere, lanciato da
Bresson e successivamente raccolto anche da Ferrara, fino ai film di David
Cronenberg. La prima cosa che salta all'occhio in una disamina dei suoi lavori,
tralasciando per un attimo tutte le chiacchiere sulla nuova carne e l'uso
del corpo nei suoi film, è l'impossibilità per i suoi protagonisti
di una vita cosiddetta normale. Il disagio ultimo dei suoi personaggi è
dato da una totale incomprensibilità delle regole del vivere comune.
In "Inseparabili" il problema è la simbiosi irrisolta tra
i fratelli, il dolore della solitudine mai affrontata e del bisogno mai dichiarato,
in "Crash" è l'impossibilità di accettare la morte
come destino ultimo e il desiderio di trascenderla con esercizi di assuefazione,
ancora in "eXistenZ" il desiderio della mente di esercitare funzioni
al di fuori della cosiddetta realtà.
"Crash" è un fantastico esempio di quello che in Cronenberg
è divenuto celebrazione del diverso, un discorso iniziato anni fa con
i primi film e che è sfuggito ai più a favore di una facile
individuazione di una tematica di superficie come quella della poetica della
nuova carne. La chiave di lettura di "Crash" è da ricercarsi
in una volontà di rappresentare i riti di passaggio nel corso della
vita. Tutto il film è incentrato sulla sopravvivenza del mito alla
morte violenta, in questo senso i protagonisti del film vivono tutti un tempo
preso a prestito, dunque territorio assoluto del mito. Il rito dell'incidente
stradale è la chiave per accedere al mondo mitico rappresentato, la
sessualità è il mezzo per affermare la propria sopravvivenza
e il modo per celebrare il tempo in più che i protagonisti sottraggono
alla morte. La chiave d'accesso per comprendere al meglio il discorso sul
rito di passaggio è nella rappresentazione dell'incidente di James
Dean. La morte di Dean dovuta ad un incidente automobilistico lo ha consegnato
al mito, i protagonisti del film, in quanto sopravvissuti ad un incidente
d'auto sono essi stessi mitici, nel senso che hanno in comune sia la sopravvivenza
che la menomazione, ma sono anche coscienti che per entrare nel mito bisogna
aver avuto un'esperienza che, in qualche modo gli ha cambiato la vita, la
rappresentazione ha la valenza di acclamare chi riesce a sopravvivere più
volte, sia all'incidente in sé che al passaggio attraverso l'esperienza
mitica che simula la morte, il cui superamento li fa sentire vivi e non più
mortali, non immortali però, la differenza sta nel fatto che loro possono
morire, ma non ne sentono più la paura.
Questo rappresenta chiaramente un passo avanti rispetto alle tematiche celebrate
in
"Inseparabili" dove sembrava impensabile il superamento della paura,
anzi l'intero film non rappresentava altro che il desiderio di Incesto Uroborico
dei protagonisti, tale condizione di partenza era oggetto di nostalgia durante
tutto il corso del racconto e neanche la tentazione rappresentata da Claire
risultava abbastanza forte da attirare i due verso la separazione e la cosiddetta
normalità. Chiaramente in queste condizioni il problema non è
più la morale di partenza o la redenzione, se così si può
dire come punto di arrivo, il tutto è capovolto a favore di un discorso
sulla capacità di coesistenza dell'una e dell'altra in una condizione
di totale alienazione dal reale. "Inseparabili" è il punto
di incontro della paura di vivere con il desiderio di essere nel tempo, nel
senso che i due fratelli coltivano sia l'illusione di potere data dal desiderio
di controllo che esercitano sulle donne, che il culto della staticità
all'interno di un'illusione di autosufficienza che verrà negata con
forza nel finale dove la morte è il tentativo ultimo di mantenere lo
status quo. Se in "Inseparabili" la scelta finale ha il sapore di
sconfitta e la redenzione risulta irraggiungibile, in "Crash" il
tutto è capovolto ancora una volta, la morte non è più
la soluzione, bensì il problema che viene mascherato da una sessualità
iperattiva, una sessualità che nega la morte, in contrapposizione con
essa e che alla fine diventerà il veicolo del contagio, come nel "Demone
Sotto la Pelle". La redenzione è ancora una volta irraggiungibile,
almeno attraverso la strada percorsa dai protagonisti, i quali fanno dell'assenza
di senso una bandiera e della negazione della morte l'ultimo baluardo da condividere
nel delirio onirico che pervade il film. Il delirio onirico diventa a questo
punto la base dell'ultimo film di Cronenberg, "eXistenZ" nel quale
risultano evidenti alcune manipolazioni di natura tecnica alle sue ossessioni
basilari. Il punto di partenza è ancora una volta il corpo, che viene
fornito di bioporta, come a voler suggerire che il gioco può essere
una funzione dello stesso, senza moralismi né tentativi di interpretazione,
il corpo oltre a sognare può anche giocare. Partendo da questo fatto
fondamentale ecco dipanarsi il nuovo tentativo di Cronenberg di farsi strada
al di là delle convenzioni comuni, il gioco è il nuovo veicolo,
come in passato egli aveva usato la televisione ora ci regala una visione
del gioco virtuale che sembra suggerire un futuro di funzioni abusate e di
snaturamento della realtà. Come Max in "Videodrome" Allegra
si fa risucchiare nel vortice rappresentato dal nuovo gioco, solo che questa
volta si coglie una condanna sottile all'ipocrisia di chi vede nel gioco un
pericolo per la realtà, poiché Allegra stessa sembra godere
del suo duplice ruolo di vincitrice del gioco e vendicatrice dei sostenitori
della realtà a tutti i costi. La morale è palesemente ostentata
nel finale dove il tutto sembra richiamare l'attenzione sul rischio degli
estremismi, gioco e realtà sono solo il pretesto che Cronenberg usa
per dichiarare la sua personale visione del mondo dove chi agisce per conto
di ideologie esterne non può sfuggire comunque al fascino di ciò
che condanna. Mai siamo stati più lontani dalla redenzione, Allegra
e i suoi amici sono la porta attraverso cui il mondo futuro di Cronenberg
erompe nelle nostre tranquille esistenze urlandoci l'impossibilità
di uscire dal dualismo normalità/appiattimento da una parte e unicità/distruzione
dall'altro.
Siamo molto lontani dal punto di partenza, se con Bresson avevamo esplorato
il dolore del tramonto del sacro, e i suoi personaggi ci avevano raccontato
storie di quotidiano disagio di fronte alla consapevolezza dello scarso significato
dell'essere; con Ferrara siamo entrati in un discorso di degrado sociale e
di condanna di quelle che sono le modalità attuali di soluzione dell'angoscia
di fronte all'annichilimento del Sé. Ed è con questa evoluzione
del discorso che precipitiamo nel futuro che Cronenberg individua per noi,
un futuro dolorosamente meccanicistico in cui l'unica possibilità di
sopravvivenza è l'adattamento dell'uomo alle prospettive di alienazione
che esso stesso ha preparato per sé.












Anna Maria Pelella
Psicoterapeuta e psicologa, svolge attività di consulenza per il provveditorato agli studi e si occupa di psicologia del ciclo di vita.
Ha collaborato alla stesura dell'antologia Passi nel Delirio e collabora attivamente al sito Horror.it.