
di Silverio Novelli
I maestri dell'economia e gli strateghi dell'economicismo, confindustriali di ferro o sinistrati della sinistra di governo, amano ostentare la propria concezione bottegaia della democrazia. Inutile, dicono, pragmatici, cianciare di razzismo, xenofobia e intolleranza oppure, specularmente, di solidarietà, multiculturalismo e cittadinanza. Di mani operose i fondachi di Casa Italia hanno pur oggi gran bisogno. L'europeismo wasp si costruirà - come la ratio postfordista e flessibilista vuole - facendo il filo ai calli di mani nere, olivastre, gialline o biancosporche. Poche chiacchiere: si diventerà cittadini d'Italia sgobbando. Là dove manca la mano d'opera indigena, ormai passata alle mani-cure del consumismo affluente (voglio dire: la mano d'opera che ce l'ha fatta; per chi ha messo il piede in fallo, per i regrediti sotto il livello di sicurezza, è arrivata invece la vera, silenziosa alluvione che tutto copre, anche col silenzio), la merda del lavoro nero, malpagato e malcagato verrà spalata dalla mano d'opera estera. Affamati di soldo e di vita, darwinianamente coatti, i migranti migrati tra di noi (invisibili e visti soltanto quando scazzano e si trasformano in belve pedofile o assassine) conquideranno il suol della nostra patria - il pezzettino che lor compete; e noi questi, paternalisti e sorridenti, li premieremo poi, forse, con un'italica pacca sulla spalla - cominciando col lavare le nostre opulente latrine.
Penso all'estate appena trascorsa. Men vo in montagna con amici e figliolanza.
Sono sul colle (si fa per dire, siamo sui due e otto di altitudine) del Nivolet,
al confine tra Piemonte, Valsavarenche (Valle d'Aosta) e Francia. Arrivati
in macchina, in mezzo a millanta altri italioti e stranieri colorati e dindosi,
provvisti di macchinoni scorreggianti che immelmano l'aria fina, dopo caratteristico
caffè con genepy condiviso con una selva di turisti della domenica,
sgambiamo verso l'alto, via dalla pazza folla. A mano a mano che si sale,
s'affaccia la cresta arrotondata del Gran Paradiso, col manto del ghiacciaio
candido. La pazza folla non è scema: i più tonici affollano
anche il sentiero alla ricerca di vera y solitaria natura. Sembra di
stare in via del Corso (Roma), in Galleria (Milano), in via Roma (Torino),
alla Vucciria (Palermo). Guidati da un amico really piedmontese, scartiamo
per un sentiero meno battuto. C'è selezione nel gruppo, per fortuna.
Dietro di noi rimane alla vista soltanto un gruppetto di milanesi lustro,
griffato e straparlante (mi scuso, vengon fuori i residui campanilistici:
sono torinese con cittadinanza romana, una miscela esplosiva antimeneghina).
Si arriva ad un alpeggio. Lì si fa la fontina. A cento metri di distanza
già si sente il balsamico fetore di letame. Mio figlio storce il naso.
Una milanese disinfettata, dietro, trilla: "Ecco il vero profumo della
montagna! Senti che buono!". Com'è come non è, Beppe, il
mio amico montanaro di Monastero Lanzo, ci porta dentro le stalle.
Due lunghe file di mucche, nella semioscurità. Il piancito cementato
le spartisce ai due lati con un canale centrale di scolo-merda. Beppe spiega.
Intanto, le voci dei milanesi giungono attutite, prudentemente lontane. Poi,
mentre usciamo, i furmagé, i casari, ci passano accanto. Gentili,
ci chiedono se desideriamo qualcosa, in francese. Sono neri. Due senegalesi,
un marocchino, un nigeriano. L'alpeggio è in mano a loro. Hanno lo
scagn, il sediletto di legno con una sola gamba centrale - che va puntellata
a terra mentre si munge da seduti, ondeggiando - legato sotto il sedere con
un'imbracatura elastica. Il senegalese più alto, ridendo a tutta dentatura,
mi dice che la fontina più bianca viene dalla cacca più nera.
Gli altri tre vanno diretti a ficcare le braccia sotto la panza delle vacche,
niente voglia di ridere.
I milanesi (uno col cannone fotografico impugnato) sono rimasti a bocca aperta.
Il più anziano (un palestrato con occhialetti alla Matrix e rolexino
al polso, che non accetterebbe mai di essere chiamato "anziano")
scuote la testa, una smorfia di ribrezzo sul volto. Il cumenda è
scandalizzato perché la fontina la fanno i nègher e non
i vecchi, scontrosi e rustici valdostani dei bei tempi andati. "Chisà
che schifèssa", conclude voltandosi per andare via. Un'altro,
quello con la macchina foto, giovane e paraculo, ha capito come gira il (bel)
mondo: "Qui il Toscani ci faceva subito un poster per la Benetton".
Il cumenda tra una settimana andrà a spolpacciarsi il suo astice
da "Aimo e Nadia" a Milano, raccontando ai propri pari la storiella
della fontina negra. Intanto, nella cucina del raffinato locale meneghino,
i cuochi pakistani staranno sgobbando per lui. Ma il cumenda non lo
sa, l'importante è non vedere. L'Italia sta già cambiando sotto
il culo di tutti. Il nuovo proletariato cambierà anche le nostre facce,
i nostri cibi, le nostre abitudini - almeno, lo spero. Come ieri, quando mi
ritrovo in metrò due ragazzotti neri che aprono bocca e attaccano con
un romanesco da lupanare. Mi metto a ridere, mentre la gente intorno li guarda
come fossero alieni o infetti.
Spero solo che dopodomani non votino per Berlusconi o chi per lui.



