Fanta-giustizia fra presente e futuro prossimo

di Daniele Barbieri

Leggi perfette e giudici incontestabili sono gusci vuoti. Le regole del gioco, i riti inquisitori, chi sia soggetto e chi oggetto di giustizia, forme e contenuti delle pene variano a seconda di luoghi, epoche, convenienze e soprattutto rapporti di potere fra le classi. Se sia più grave rubare una mela o inquinare un fiume, se sia legittimo - anzi giusto, utile - trasmettere in diretta-tv le "esecuzioni capitali" (come nell'Ohio) o castrare chimicamente i "bruti", se Internet sia censurabile e i semi brevettabili, se "uccidere il pedone sia consentito quando il semaforo è rosso" Christiane Rochefort) e se sprecare il seme sia punibile, tutto - o quasi - in ultima analisi dipende quasi esclusivamente dai meccanismi culturali, emotivi e politici di una società (compresa la possibilità e capacità di partecipare ai "pubblici affari") piuttosto che dall'evidenza, da una "legge naturale" o da sentimenti unanimemente condivisi.

SE SAPESSIMO GUARDARE...

Se sapessimo guardare al passato ne troveremmo infinite conferme: è legittimo seppellire i morti? (Antigone); si possono avere rapporti sessuali la domenica? (per secoli fu proibito e/o deprecato dalla Chiesa cattolica); i nativi americani hanno un'anima e dunque diritti? (nel 1537 Paolo II decise di sì). Per l'8 marzo '97 Luisa Muraro sul manifesto ci rammenta che il dio Apollo assolve Oreste, reo confesso d'aver ucciso la madre "perché essa è un semplice contenitore della vita, che è opera essenzialmente di lui, il padre". E un mito degli antichi Romani ci svela che Mercurio scrive le colpe d'ogni essere umano su un coccio che ripone alla rinfusa in una cesta affinché Giove possa leggerli e giudicare; così i cocci vengono estratti a casaccio e Giove non sceglie i processi in base a un criterio ma solo sulla scorta del caso.

Se sapessimo guardare al presente, la pretesa certezza del diritto uscirebbe ridicolizzata non meno dal Processo di Kafka che dalla pratica quotidiana dei tribunali. Quanto vale una vita nei tribunali italiani? Dipende: vale 22 anni di carcere per Bompressi, Pietrostefani e Sofri quella del commissario Luigi Calabresi, assassinato nel '72; vale zero quella dei ragazzi morti a Casalecchio perché nell'appello i giudici hanno assolto il pilota dell'areo, reo-confesso come l'Oreste del mito; vale zero anche quella di Francesco Lo Russo, ucciso l'11 marzo '77, dal carabiniere Massimo Tramontani, anch'egli reo confesso ma secondo il giudice sparare alle spalle "è uso legittimo delle armi"; vale assai poco (4 anni di condanna ai fratelli Arienti, sedicenti "imprenditori" ma 2 anni sono condonati dal giudice e gli altri 2 mai scontati) la vita dei 13 operai morti come topi a Ravenna, il 13 marzo 1987, nella stiva della nave Mecnavi; vale poco la vita degli "eroinomani" quando vengono uccisi dai genitori se è vero che Ilio Triscornia è stato graziato dal presidente Scalfaro, che Franca Corti fu graziata dall'allora presidente Cossiga, come pure Giovanna Lettini; vale poco in Italia la vita di una donna uccisa "per onore" ... sino a 30 anni ma per qualche giudice (che dà le attenuanti del "tradimento") anche oggi. Se sapessimo guardare al futuro... ma forse possiamo util mente farlo, attraverso le suggestioni della narrativa d'anticipazione. Naturalmente tenendo conto che persino gli utopisti e gli scrittori di fantascienza non possono sfuggi re più di tanto a questa supremazia della "politica" (ovvero i rapporti di forza storicamente dati, ecc) su un astratto diritto. Quando, nel 1515, Tommaso Moro scrive la sua Utopia s'arrovella sulla giustizia: riesce a immaginare come "nel luogo che non c'è" la pena abbia per obiettivo la rieducazione - ed era una tesi rivoluzionaria per l'epoca - ma dà per scontata l'immutabile esistenza degli schiavi e la deprecabile condizione delle donne. Prima di arrivare alla science fiction (straordinaria quanto sottovalutata chiave per scrutare il domani prossimo che germina nell'oggi), ricordiamo tre inconsapevoli sfi-men che, nel giro di 15 anni, ci raccontano la sostanziale insensatezza di molte leggi e come la giustizia in vigore possa comunque essere "tirata" e interpretata sino a essere rovesciata. Nel 1865 l'Alice di Lewis Carroll passa in una porta (un "universo parallelo"?) per finire sotto accusa e sentirsi dire dalla Regina: "No, no. Prima la sentenza, poi il verdetto". Sette anni dopo, l'Erewhon di Samuel Butler dedica un intero capitolo ai tribunali speciali che puniscono chi è perseguitato "da sfortuna, miseria e malattie". Infine, nel 1880, leggiamo: "Il giudice prese vivissima parte, s'intenerì, si commosse e quando il burattino non ebbe più nulla da dire, sentenziò: questo povero diavolo è stato derubato di 4 monete d'oro, pigliatelo dunque e mettetelo in prigione" (Pinocchio di Carlo Collodi). Proiettiamoci ora in qualche clamoroso processo o considerazione giuridica di alcuni dei nostri futuri possibili. Buon viaggio.

GLI USA CONTRO I ROBOT

Che prima o poi le corti di giustizia dovranno occuparsi dei diritti e dei doveri delle "macchine" è cosa ovvia. Non ci sono già sentenze su figli di più madri e (fin dal 1967) sulla proprietà dei corpi celesti? Il più celebre dibatti mento sulla legittimità o meno di un robot a definirsi umano è immaginato da Isaac Asimov nel suo bellissimo L'uomo bicentenario, persino troppo noto per riassumerlo qui ma se non lo conosceste correte a leggervelo. Se il buon Asimov parafrasa via-robot i diritti umani negati agli afro-americani o ad altri alieni (chi ha un handicap per esempio), Clifford Simak si è divertito a mostrarci le complicazioni di un procedimento giudiziario su/contro il post-umano. In How-2 (in italiano Adesso tocca a noi, in un'antologia ormai introvabile) del 1958, Simak narra di come Gordon Knight si veda recapitare per errore dalla "Chifadasé" il robot sperimentale Albert e volendo tenerselo riceva una citazione dalla ditta. Subito Albert costruisce tre dozzine di robot-avvocati (oggi diremmo: sistemi esperti) e sorge la prima spinosa questione procedurale: i robot hanno il diritto di sedere in aula e "assistere" il signor Knight? Ma se la società accetta le medicine, la settimana corta (grazie alle macchine, no?) e il diritto di chi ha più soldi (si chiami Silvio Berlusconi, O. J. Simpson oppure Bernard Tapie) ad avere i migliori legali, può rifiutare che avvocati "meccanici" contribuiscano a un'efficace difesa processuale? La corte accoglie questa argomentazione e il procedi mento entra nel vivo. La difesa di Knight contesta alla "Chifadasé" di dirsi padrone dei robot perché essi "in quanto specie, sono stati privati di inalienabili diritti". Il giudice s'indigna: "un robot non è che una macchina". Ma proprio qui sta il problema: se si possa dimostrare che "è qualcosa di più d'una semplice macchina". Giorno per giorno, il tribunale si scontra con quesiti inquietanti: se le macchine robotiche siano dotate di libero arbitrio (vi sembra un quesito più indecente della capacità giuridica di un feto?), se possano "riprodursi", se abbiano "il senso dei valori spirituali", se ... "E venne infine il giorno della decisione". Knight e i robot si seggono davanti alla tv per ascoltare la sentenza. "Questa è la decisione più difficile della mia carriera - dice il giudice - perché seguendo la lettera della legge devo sovvertirne lo spirito (...) Ho deciso in favore del convenuto, Gordon Knight. Ha dimostrato che i robot non costituiscono oggetti di diritto e che pertanto essi non possano essere proprietà di alcuni. Devono in tal caso essere considerati soggetti di diritto". Vitto ria! Ora la razza di Albert gode di garanzie, responsabilità e doveri analoghi agli esseri umani. E inevitabilmente Knight-Simak si chiede se saranno amici o padroni, ora che non sono più servi.

Il SUD-AFRICA E I NEGRI-SALAMANDRE

Nel 1936, il padre (letterario) dei moderni robot, il cecoslovacco Karel Capek scrive uno splendido romanzo allegorico-avveniristico, La guerra delle salamandre (ristampato nel 1987 da Lucarini editore). Le salamandre intelligenti, impiegate - cioè sfruttate - in ogni lavoro, hanno diritti o no? A un personaggio che osserva "Le sala mandre sono salamandre" viene ribattuto "e 200 anni fa si diceva che i negri erano negri". Inevitabilmente s'arriva al primo processo che, per un'ironia letteraria (Capek certo non poteva avere tale capacità predittiva) si svolge a Durban, ovvero in uno dei pochi luoghi al mondo - il Sudafrica - dove ancora (sino a poco tempo fa Mandela era un carcerato, ricordate?) si poteva leggere nelle leggi che "i negri sono solo negri". Le questioni salamandresche giudicate a Durban appaiono perlopiù tecniche e - nel romanzo di Capek - sono invece i singoli Stati che, anziché farsi cogliere in contropiede dai tribunali, anticipano la questione diritti-doveri con apposite legislazioni. Ogni Stato a suo modo, ovviamente; si tenga conto che Capek scriveva nel 1936, all'epoca del nazi-fascismo. Così "in Germania furono severamente vietate le vivisezioni di qualsiasi tipo, ma soltanto agli studiosi ebrei", mentre in Francia i partiti di sinistra "chiedono ferie di due setti mane per le salamandre al tempo dell'accoppiamento di primavera" e in Italia "vengono irregimentate in una speciale corporazione, composte da datori di lavoro e gerarchi". Negli Usa mentre i tribunali si trovano a giudicare "pretesi stupri da parte di salamandre-maschi su ragazze" si diffonde la pratica del linciaggio (con ogni evidenza Capek pensa al Ku Klux Klan): "Sorse allora il Movimento contro il linciaggio delle salamandre (...) con centinaia di migliaia di seguaci che però erano, quasi senza eccezione, negri". Prima che i tribunali o i Parlamenti sciolgano tutti i nodi giuridici sui diritti-doveri delle salamandre scoppierà la guerra.

I VIAGGI DEL TEMPO IN TRIBUNALE

L'avvocato Hudson - siamo nel racconto Con il permesso della corte di Noel Loomis - deve invece occuparsi di una causa che riguarda la compagnia d'assicurazioni Gilbratar Surety. "Sarà il primo caso inter-temporale mai trattato in tribunale. La sentenza costituirà un precedente per le cause sui viaggi nel tempo". Anche qui, subito, una questione di competenza: "è convinzione della corte che il principio della diversità di cittadinanza possa applicarsi anche ai residenti nei cosiddetti diversi periodi di tempo, ovvero come se le due parti in causa fossero residenti in diversi Stati". Dopo lunghe schermaglie, la corte decide di essere competente solo quando verrà effettuata una dimostrazione in aula. Il passo successivo sarà una rigida regolamentazione dei viaggi nel tempo, anche per evitare "l'inquinamento delle prove". Ma se è facile per il presunto reo tornare nel passato e far sparire le prove, chi garantisce che la pubblica accusa non userà a sua volta questa possibilità per "fabbricare" indizi di colpevolezza? La questione risulta assai più importante (e attuale) di quanto appaia a prima vista perché il controllo del tempo è già la questione decisiva dei nostri processi. Come molti ci hanno suggerito (e forse Jean Paul Sartre nel modo più netto) si può guarda re al passato come qualcosa fissato per sempre e dunque che non si può mutare oppure si può pensare il nostro "ieri" come continuamente cambiato da ciò che noi facciamo e scegliamo ora, nel tempo presente. Ogni nuova azione nell'oggi dà diversi significati al passato. Non c'è bisogno di una "macchina del tempo" (o di universi paralleli) perché esistano due diversi mondi possibili - due Italie in questo caso - in cui i giudici possono decidere che, nel dicembre del 1969, l'anarchico Giuseppe Pinelli si è suicidato o invece sia stato assassinato dai poliziotti che lo inter rogavano. Molto, quasi tutto dipende dal controllo della memoria, non a caso - anche sul versante processuale - una delle massime preoccupazioni di Palazzi e Poteri.

"VI SIETE PENTITI OGGI?"

Cosa sarà punibile o meno, quali saranno le garanzie dipenderà - anche domani - dai rapporti di potere. Se, come temeva Philip Dick nei suoi romanzi, gli Usa diverranno uno Stato di polizia, i tribunali ovviamente accetteranno come prove non solo le impronte vocali, le carte d'identità parlanti, i micro-robot spioni e i nano-trasmettitori inseriti sotto la pelle ma anche le testimonianze dei poliziotti telepatici (i quali - ironizza Dick - saranno però obbligati ad avvertire "Da questo momento tutto ciò che penserà può essere usato contro di lei"). Ecco cosa autorizza il giudice "ambulante" descritto da Raphael Lafferty in L'equazione del giorno del giudizio: "quando viene concesso un prestito, nel cranio del debitore viene inserita una scheggia; al saldo la scheggia viene rimossa (...) se non paga entro 12 giorni la sua testa esplode". Sarebbe la fine di Berlusconi e forse dell'intero capitalismo moderno. Invece per Robert Heinlein, scrittore e reazionario di prima grandezza, sarà normale - e a suo avviso auspicabile - che i tribunali di domani condannino alla fustigazione. Le corti di giustizia (questo il timore di Ben Bova, del citato Simak o di Donald Westlake) potrebbero considerare perseguibile l'evasione "da medicinali" o tranquillanti e dunque legittimo l'inserimento di ricetrasmittenti nel corpo umano che all'occorrenza procurino dolore... se non si ottemperano i "consigli" dei medici o del governo. Questi ultimi due esempi sono già quasi scavalcati dalla realtà; pensate al "braccialetto elettronico" per i detenuti già in vigore negli Usa (anche il pugile Tyson lo ha sperimentato ed è grazie a ciò che la cosa ha avuto risonanza) e in altri Paesi. E' costituzionale la legge sull'"eguale possibilità per la conservazione della melanina" che vieta di sposarsi fra persone che appartengano al medesimo gruppo etnico? Certo, risponde Terry Bisson con un occhio agli eccessi del "politically correct". Sappiamo già che possedere libri - di qualunque tipo - diventa crimine nel Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. E, se l'imperativo morale/economico è consumare, saranno punibili i refrattari (come nello stra-citato Morbo di Mida di Frederik Pohl) ma anche coloro che aggiustano gli oggetti o rammendano vecchi abiti (Il mondo nuovo di Aldous Huxley). Nel 35ø secolo iper-affollato sarà un grave delitto il voler vivere tutti i giorni ed ecco Il sistema Dayworld di Philip Farmer: a ogni individuo è concesso di vivere per un solo giorno alla settimana, negli altri 6 viene ibernato. Quasi tutto l'appa rato giudiziario dunque s'impegna nella repressione dei "viola-giorno"; del resto, commenta un protagonista camminando lungo la Kropoktin Avenue, "questo governo, come tutti i governi dall'epoca dei Sumeri, è schizoide". Nel prossimo-venturo Stato di polizia tutti saranno colpevoli prima di avere dimostrato il contrario e ovunque gli altoparlanti urleranno ininterrottamente "Vi siete pentiti oggi?" (Thx 1138 del citato Bova). Condannati da robo-giudici, corti-computer o giurie umane dunque. Ma condannati a che? Ampia la "scelta". Alla condizione d'invisibilità (Robert Silverberg). Deportati nello spazio o nel lontano, inabitabile passato. Trasformati in bestie, usati come banche-organi (e anche qui siamo in pericolosa rotta d'avvicinamento). Privati del corpo e con la mente incatenata al computer di un'astronave. Oppure con ricordi e personalità cancellati ma il corpo "salvato"; per ripulirsi in una nuova, riciclata identità. Nell'America maccartista-stalinista del futuro descritta da Dick (in molti romanzi e particolarmente in Redenzione immorale) i robot-spioni denunceranno i rei a tribunali-assemblee condominiali e la peggiore sentenza possibile sarà, in una società sovraffollata, lo scioglimento del contratto d'af fitto. Tutto ciò però non accadrà nella New York del 2175 disegnata da Alfred Bester (in Golem 100) perché "i processi sono in arretrato di 79 anni. I giudici ricevono la nomina, prestano servizio, vanno in pensione e davanti a loro non giunge mai un procedimento iniziatosi durante il loro periodo di servizio (...) I nipoti di accusatori e accusati, di colpevoli e vittime, giudicati dai nipoti dei giudici". Esagerazioni? Non poi tanto: in Italia l 'ultima sentenza per la strage "annunciata" del Vajont - 19 ottobre 1963 con 1899 morti - si è avuta all'inizio del 1997. Può anche darsi che i presunti colpevoli della strage di Piazza Fontana (1969) siano processati fra qualche decennio e che i magistrati al lavoro sulla "catastrofe" di Ustica nel 1980 abbiano (dalla Nato e/o dall'aeronautica italiana) i "tracciati radar" giusti solamente 19 o 20 anni dopo oppure nel... Forse il governo lancerà una lotteria per la data esatta, con il 10% degli incassi da devolvere alle famiglie delle vittime.

I VANTAGGI DELLA CRIMINALITA'

La fantascienza annuncia solo foschi futuri di Inquisizione e città-prigione? Ovviamente no, esistono anche idee, suggestioni, sogni di una giustizia "altra" come queste che ci regalano Frederik Pohl (l'effervescente Gli anni della città, Editrice Nord) e Alfred Bester (lo stupendo L'uomo disintegrato, Mondadori) o l'interessante - e apparente - paradosso di Robert Sheckley (il racconto Criminali cercansi). Gli abitanti del pianeta New Delaware - c'informa Sheckley - hanno un problema: per 200 anni i rapporti con la madre Terra si sono interrotti ma ora vengono minacciati di "adeguarsi in fretta ai modelli terrestri, come li descrivo no i vecchi libri" per non scontentare un temibile Ispettore che sta per arrivare. Così il sindaco chiede a Tom se vuole diventare un criminale e gli spiega: "E' una parte molto importante della società terrestre. Il criminale è importante come il postino o il capo della polizia. Diversamente da questi, il criminale è impegnato in un lavoro sociale, cioè opera "contro" la società. Se non c'è nessuno che lavora "contro" la società come ci può essere qualcuno che lavora "per" la società?". Gli appassionati del genere avranno forse individuato la fonte (un celebre scrittore di fantascienza, oggi dimenticato) alla quale Sheckley s'è abbeverato. Confrontate infatti questa citazione con il dialogo precedente: "Un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche. (...) Un delinquente produce delitti. Ma il criminale, insieme ai crimini, produce anche il diritto penale e quindi il professore che tiene la cattedra di diritto penale, produce inoltre tutta l'organizzazione poliziesca della giustizia penale (...) Mentre il delitto sottrae una parte dell'eccessiva popolazione dal mercato del lavoro, la lotta contro il delitto assorbe un'altra parte della stessa popolazione". Lo avete riconosciuto? Non è Verne, non è Wells, non è Mary Shelley o Capek; è Karl Marx.

COME TRATTARE I CRIMINALI?

Il caustico Pohl ci guida nella New York, verde e "fricchettona" del 2150. Dei nove giudici della Corte Suprema due sono "gemelli di latta" cioè androidi, mentre il giudice-capo si fa uno spinello dietro l'altro. Giudici si diventa dopo un corso semestrale eppure non c'è molta richiesta, anche se il lavoro non è pesante e si è ripresi spesso dalla tv. Un ex-giudice, disonesto e legato alla mafia sindacale, ibernato ai giorni nostri, si ritrova stupefatto nel 2150 davanti a coloro che ricoprono il posto che fu suo e così li apostrofa: "Ai miei tempi un tribunale era presieduto da un giudice, che aveva una preparazione legale, di solito con molti anni di esperienza come avvocato penalista o civilista. Mi trovo davanti a voi! Nessuno è avvocato. Non siete certamente giudici. Siete normali cittadini... beh, per essere sincero, nessuno di voi è quello che chiamerei "normale". Vi hanno scelti per questo compito, mio Dio, non so, come se foste arruolati. E' stato un computer... senza offesa per voi due signori... a tirar fuori i nomi da un cappello, ed ecco la Corte Suprema! Mio Dio!". Ed ecco cosa gli obietta uno dei gemelli di latta: "Vorrei rispondere alle sue osservazioni. Primo, noi siamo la Corte Suprema perché non ce n'è un'altra. L'unica necessaria, perché non vi sono più molte leggi e quasi tutte le faccende vengono sistemate al momento. In secondo luogo, noi conosciamo bene la legge, o almeno la conoscono i computer della Corte e gli impiegati ci fanno sapere quello che dobbiamo sapere. Terzo, la ragione per cui ascoltiamo i casi strampalati come il suo è perché non abbiamo niente altro da fare". Una deregulation decisamente interessante (e non reaganiana), considerando che la partecipazione è massima nel 2150 di Pohl. Altra giustizia non punitiva o inquisitoria è quella di Bester che capovolge il senso morale della condanna e la giudica controproducente per la società: "Un uomo che ha il talento e il fegato di sfidare la società è potenzialmente un uomo di valore (...) Se non si sfruttassero i valori che sono in lui, ebbene ci si renderebbe colpevoli di un criminale spreco". Come liberare un criminale dagli aspetti più negativi e pericolosi? La risposta di Bester ha la forza della semplicità: "Un criminale è un ammalato. Naturale che lo si porti in ospedale e gli si mandino regali. In che altro modo si potrebbero trattare i criminali?".