di Cesare Battisti
Alla prima tirata un pistone si era messo a picchiare contro la testata.
Nonostante i frenetici cambi di marcia su un rettilineo piatto come un tavolo
di biliardo, Zazà non riusciva a spingere l'auto a più di cento
chilometri l'ora.
"Diocane, ce li abbiamo già sul culo! Avremmo dovuto fregare delle
biciclette invece di 'sto catorcio. E adesso, eh? Inculati, ecco... diocane,
fottuti come deficienti per quattro soldi che non bastano neanche per l'avvocato.
Se non ci fanno secchi subito."
Mi voltai. I carburatori della pantera ci ruggivano ai calcagni, ancora qualche
secondo e la sbirraglia avrebbe aperto la danza.
La sghignazzata di Mezzonaso esplose con la cadenza di una vecchia mitragliatrice.
Per un istante credetti che avesse avuto un'idea miracolosa. Ma quella degli
imbecilli con l'improvviso colpo di genio è una cerchia maledettamente
ristretta, inaccessibile perfino all'impeccabile curriculum di Mezzonaso che,
strozzando la risata in un lamento prolungato, si voltò a guardarmi
come se già si trovasse di fronte al giudice istruttore. Non so cosa
abbia potuto leggere sulla mia faccia, però sentii che era veramente
finita al vederlo aprire il finestrino e gettare la pistola di plastica oltre
il ciglio erboso della strada.
Mi vennero in mente i calli di mia madre, secondo lei le si trasformavano
in carboni ardenti ogni volta che io mi trovavo nei guai. La rividi nella
sala colloqui del carcere, con il volto contratto dal pianto trattenuto. Ebbi
una stretta al cuore. Di nuovo in gabbia, con una rapina sul groppo e lo scherno
dei vecchi compagni di cella ai quali avevo promesso fuoco e fiamme. Per liberarmi
del nodo che mi serrava la gola aggredii Zazà, che continuava a bestemmiare
tartassando il volante di pugni. Si azzittì, ma solo per farmi pesare
ancora di più la responsabilità di una catastrofe prevedibile
solo con il senno del poi. Comunque l'idea del colpo era stata mia, e l'unica
pistola vera riposava nella mia cintola. Cercavo disperatamente una soluzione,
un'impossibile scappatoia attraverso quella distesa di campi rigorosamente
seminati, nemmeno un albero per far pisciare un cane né il fremito
d'un filo d'erba. Anche nel cielo, i brandelli di nuvole si erano immobilizzati.
Stavamo vivendo l'incubo dei tre balordi in fuga che pattinano nell'assenza
di movimento. La pantera continuava a tallonarci alla stessa distanza. Gli
sbirri sapevano che non avremmo mai potuto raggiungere il centro abitato e,
giudiziosamente, preferivano aspettare i rinforzi piuttosto che rischiare
la fine dell'eroe. Non avevamo scampo. A meno che... la fabbrica di conserve!
A non più di tre o quattro chilometri, un pennacchio di fumo bianco
si elevava pigramente verso il cielo plumbeo. Mi attaccai a quell'unico segno
di vita con tutte le mie forze.
Qualche anno prima avevo sacrificato le vacanze estive nella raccolta di pomodori,
e ogni sera andavamo a scaricare tonnellate di sudore nelle fauci di quell'orribile
prefabbricato in mezzo ai campi. Per accedere alla fabbrica bisognava raggiungere
il villaggio e prendere la provinciale, che in quel punto correva parallela
a una decina di chilometri sulla nostra destra. Però c'era anche una
scorciatoia, un viottolo tracciato dai contadini che per forza doveva sfociare
in qualche punto davanti a noi. Probabilmente anche la pattuglia ne conosceva
l'esistenza, però c'era la possibilità che ignorassero l'interruzione
dovuta al nuovo canale di scarico della fabbrica. Se fossimo riusciti ad imboccarlo,
e se c'era un santo protettore anche per i rapinatori, avremmo potuti trarli
in inganno. Senza dire nulla agli altri, continuavo a scrutare la strada alla
ricerca del sentiero. Improvvisamente un rumore sordo coprì gli starnuti
del motore. Mezzonaso scrutò il cielo e si strinse nelle spalle come
se stesse assistendo a un film già visto.
"Ecco l'elicottero. Ci fermiamo a spiegargli le regole del gioco o aspettiamo
che ci sparino addosso?"
Mi voltai, dal finestrino della pattuglia era spuntata la canna d'un mitra.
Proprio nell'istante in cui Zazà mollò l'acceleratore gli gridai
di girare a destra.
Le detonazioni secche di una raffica si sovrapposero al martellamento delle
erbacce contro la carrozzeria. Zazà esitò un istante sull'acceleratore,
ma anche volendo non sarebbe riuscito a fermare l'auto che rimbalzava da una
buca all'altra come una palla di caucciù.
Grazie alla sorpresa, e al sacrificio delle sospensioni, inchiodammo sul bordo
del canale con un leggero vantaggio sulla pattuglia. L'elicottero si era lanciato
troppo in avanti ed ora effettuava un'ampia virata sulla fabbrica per ripiombarci
addosso. Ci catapultammo fuori dall'auto e corremmo verso l'argine. Mezzonaso
esitò davanti schiuma giallastra che ci separava dall'altra riva, mentre
Zazà correva a perdifiato sperando di trovare un guado meno immondo.
Un'uniforme spuntò alle nostre spalle. Istantaneamente estrassi la
pistola e le esplosi contro tutto il caricatore. Il poliziotto si gettò
al suolo, però ebbe il tempo di far partire una raffica. Mezzonaso
cadde in ginocchio, fissando con terrore la macchia di sangue che gli s'allargava
sulla coscia sinistra. Lo spinsi violentemente in avanti e saltammo insieme
nell'acqua putrida. Superato il panico iniziale, Mezzonaso aveva smesso di
annaspare come un forsennato e si lasciava trasportare dalla corrente.
Con l'intervento dell'elicottero, l'idea di requisire un'auto e lasciare la
polizia con un palmo di naso sull'altra riva non aveva più senso. E
una fuga attraverso la campagna inesorabilmente spoglia, senza contare la
gamba bucata di Mezzonaso, assomigliava alla ritirata di due scarafaggi lungo
un corridoio di marmo. Quanti minuti ancora prima che le rive cominciassero
a pullulare di divise?
La carogna gonfia d'un cane mi urtò la spalla, ci accompagnò
per un po' girando su se stessa e poi riprese la sua corsa leggera.
Mezzonaso, che grazie al principio d'obesità mi precedeva d'una ventina
di metri, gridò qualcosa d'incomprensibile e si mise a sbracciare freneticamente
per guadagnare la riva. Alla disperata ricerca d'una via d'uscita, e attento
a ingurgitare meno acqua possibile, non mi ero accorto del notevole aumento
di corrente. Rischiai di passargli accanto come un siluro se lui non mi avesse
afferrato per un piede. Un rumore, come l'eco ripetuta di un boato, mi riempiva
il cranio. Col cuore in gola, ignorai i mugugni del mio compagno e perlustrai
inutilmente il cielo alla ricerca del fottuto elicottero. Mi ci volle qualche
secondo per realizzare che Mezzonaso aveva perso la voce e stava facendo di
tutto per attirare la mia attenzione. Seguii il suo indice e, al focalizzare
il punto in cui il canale scompariva nel sottosuolo, le gambe mi si afflosciarono
come due preservativi usati.
Al riparo dei giunchi, superammo un fosso coperto di rovi e ci ritrovammo
all'imbocco del tunnel. Il rumore lasciava supporre una caduta d'acqua di
almeno dieci metri. Sul supporto di cemento, giusto sotto il livello del suolo,
una griglia sgangherata attirò la mia attenzione. Feci segno a Mezzonaso
di rimanere immobile e mi avventurai all'interno del cunicolo. Percorsi qualche
metro a tastoni fino ad afferrare una maniglia di ferro, e da lì feci
scorrere il piede fino al bordo del precipizio. Con l'accendino illuminai
una scala metallica senza riuscire a vederne il fondo. Mi aggrappai ai pioli
e continuai a scendere fino a sentire i primi schizzi d'acqua. A causa della
corrente d'aria, dovetti schioccare più volte l'accendino per illuminare
un'enorme fogna con tanto di marciapiede laterale per gli interventi di manutenzione.
Troppo allettante per non essere ovvio. La polizia non mancava certo di mezzi
e in pochi minuti avrebbero potuto bloccarci lì dentro come topi. Però...
e se glielo avessimo lasciato credere?
Sbucai all'aperto e dovetti gettarmi al suolo. L'elicottero ondulava giusto
al di sopra della mia testa. La faccia stravolta di Mezzonaso spuntò
tra i giunchi. Convinto di aver ripreso l'uso della parola, mimava qualcosa
che se non era "siamo fritti" ci assomigliava molto.
"Ho un'idea. Dai, alzati, ci devono vedere."
Credendo che mi fosse saltata una rotella, Mezzonaso rimase a fissarmi a bocca
aperta. Allora scattai in piedi e gli gridai istericamente di fare altrettanto.
Si appoggiò sui gomiti e piegò cautamente le ginocchia. Al sollevarsi,
la faccia paffuta gli si contrasse in una smorfia di dolore. L'elicottero
sussultò e si girò di fianco per tenerci sotto tiro. Mostrandoci
visibilmente disarmati, i tre poliziotti a bordo sembravano indecisi sul da
farsi. Un potente megafono, caldeggiato da un fucile mitragliatore, ci ordinò
di mettere le mani sulla testa e avanzare allo scoperto. Pallido come un cencio,
Mezzonaso sembrava sul punto di svenire, ma tra noi e la griglia aperta c'erano
solo tre metri.
"Lo so che ti fa un male bestia, però devi fare uno sforzo perché
è la nostra ultima possibilità. Facciamo finta d'ubbidire e
quando ti dico 'vai' ti lanci a capofitto nel cunicolo, intesi?"
Fece per obiettare qualcosa ma un secondo urlo del megafono lo fece desistere.
Mi rivolse uno sguardo disperato e, mani sulla testa, mosse un passo traballante
verso la parete di cemento. Dall'elicottero una voce rabbiosa ci intimò
l'alt. Senza aspettare il mio segnale, Mezzonaso si catapultò in avanti
e io lo seguii a razzo. Avevo ancora un piede fuori quando la gragnola di
colpi si abbatté contro la griglia. Avanzammo un paio di metri all'interno
per evitare le schegge di ruggine e cemento che venivano a schiantarsi troppo
vicino. Il rumore degli spari rimbombava in tutte le direzioni. Ci tappammo
le orecchie e, con il cuore che sembrava volesse schizzare fuori dal petto,
aspettammo che i poliziotti si stancassero di sprecare pallottole.
Ignorando borbottii e strattoni del mio compagno, che avrebbe voluto spingersi
nella fogna, mi concentrai sul rumore del motore. Con la speranza di sentirlo
allontanarsi quel tanto da permetterci di tornare fuori e strusciare fino
al fosso. Poteva funzionare: perché lanciarsi dietro due rapinatori
lungo un budello quando sarebbe stato più facile coglierli come papaveri
all'uscita? Sudai freddo all'idea che non si muovessero di lì fino
all'arrivo dei rinforzi.
Improvvisamente il rombo dell'elicottero si fece assordante. Credetti che
avessero deciso di atterrare e per qualche istante la paura mi serrò
la gola. Tornai a respirare solo quando lo sentii riprendere quota. Ora bisognava
fare in fretta, in fondo avevamo appena qualche metro da percorrere allo scoperto.
Afferrai Mezzonaso per la manica del giubbotto obbligandolo a seguirmi all'esterno,
mentre, con il fiato corto, tentavo di spiegargli la giocata.
Appena più profondo d'una scolina, però abbastanza largo da
permettrci a tratti di camminare appaiati, il fosso aveva il vantaggio di
essere completamente ricoperto da rovi decennali. L'altezza tra l'esiguo rivolo
d'acqua terrosa e la volta di spine, alle quali sacrificammo qualche ciocca
di capelli, ci obbligava a mantenere una faticosa postura curva. Di tanto
in tanto dovevamo fermarci, il tempo di raddrizzare la schiena dolorante,
rinnovare il tampone di fango sulla ferita e ripartire con la sola forza della
disperazione. Continuammo così durante un tempo infinito. Il mio orologio
aveva fatto il pieno d'acqua. Cominciai a calcolare il tempo contando i tralicci
che si succedevano paralleli al nostro tunnel vegetale.
Una sola volta tememmo il peggio. Fu quando Mezzonaso, credendo di essere
ancora muto, mi urlò che c'era qualcuno. Sbirciai attraverso l'intreccio
di foglie e vidi due contadini che guardavano proprio nella nostra direzione.
Restammo accovacciati sul posto in attesa del peggio, mentre i due si consultavano
a proposito di quello strano grido. Infine, grazie alla pigrizia campestre,
o forse magari all'opera dello Spirito Santo, tornarono a incurvarsi sulle
zappe. Tirai un sospiro di sollievo e nello stesso istante mi accorsi del
bambino. A meno di due metri, però divisi dalla spessa barriera di
spine, ci scrutammo l'un l'altro. Temendo che si mettesse a gridare cercai
di assumere l'aria più naturale di questo mondo. Il piccolo sorrise
agitando la manina e io risposi al saluto.
E' difficile orizzontarsi quando si sbuca direttamente dall'inferno. Con Mezzonaso
ormai allo stremo, ci ritrovammo improvvisamente allo scoperto. Dopo una brusca
virata, il fosso si gettava in un moderno condotto d'irrigazione che fiancheggiava
la ferrovia. Da un lato il sole livido che già calava dietro le cime
delle montagne, dall'altro la pianura brulla che si perdeva oltre la linea
dell'orizzonte, fino al mare. Supposi fossero all'incirca le cinque. Eravamo
in fuga dalle dieci del mattino e non era ancora finita. E Zazà...
chissà se era riuscito a farcela? Ero sfinito, dovevo decidere qualcosa
ma il cervello si rifiutava di funzionare. Raggomitolato al suolo, Mezzonaso
mordeva un lembo di camicia e mi fissava con gli occhi umidi. Aveva paura
che lo abbandonassi, era evidente, però se ne stava zitto, come se
il momento temuto fosse arrivato ed ora non gli restasse che rassegnarsi.
Ebbi pena, non solo per lui ma anche per me stesso. Quante volte nelle ultime
ore avevo accarezzato l'idea di disfarmi di quell'inutile ingombro? Mi chinai
per controllare la ferita, ma lui mi afferrò il polso per impedirmi
di toccarlo, gli faceva troppo male. Gli appoggiai la mano sulla fronte gocciolante
di sudore e fango e la ritirai allarmato. Scottava come una pentola a pressione.
Gli chiesi se poteva alzarsi. Fece un tentativo, però la gamba cominciò
a tremargli come una foglia e si lasciò cadere al suolo. Mi guardai
intorno alla ricerca di una casa di campagna, un trattore, una possibilità
qualsiasi. Ma a parte un ponte sulla ferrovia che lasciava supporre il passaggio
di una strada, nessun altro segno di vita. Lui capì e voltò
la faccia dall'altro lato per asciugarsi una lacrima.
Mezzonaso non era mai stato un pozzo d'intelligenza, lo sapeva e col tempo
aveva finito per accettare il ruolo del sempliciotto sempre disponibile. Sopportava
gli scherzi più atroci pur di non rinunciare agli amici, e io non ero
dei più teneri.
Quel suo gesto di pudore mi fece star male. Incurante dei gemiti di dolore
e delle suppliche, lo trascinai fino al bordo dell'acqua e cominciai a lavarlo
freneticamente. Sotto lo strato di fango la ferita apparve come una prugna
marcia, però non sanguinava più. Mi lavai a mia volta, ripulii
la pistola ormai scarica e gli mentii.
"C'è una casa laggiù, a meno di un chilometro. Li sequestriamo
tutti e li obblighiamo a chiamare un medico. Dai!"
Non so se mi credette, comunque si aggrappò alla mia spalla e cominciò
a saltellare.
Raggiungemmo la strada che già cominciava a far buio. Lo adagiai al
coperto del ciglio e mi apprestai a fermare due fari che si approssimavano.
Sbracciai a più non posso, l'auto rallentò sensibilmente e poi
riaccelerò rischiando di travolgermi. Allora decisi di cambiare tattica.
Trascinai Mezzonaso sull'asfalto, in modo che fosse ben visibile, e attesi.
Passarono lunghi minuti, durante i quali tentai inutilmente di accendere quel
che restava del pacchetto di sigarette. Finalmente un faro, anzi, un faro
più le luci laterali d'un motocarro. Non ebbi neanche bisogno di fare
segno, l'Ape rallentò immediatamente e finì per inchiodare davanti
a Mezzonaso.
Era un uomo sulla quarantina, mi superava di almeno venti centimetri, spalle
da scaricatore, le mani grandi come pale che gli penzolavano lungo i fianchi.
Scrutò Mezzonaso, che per una volta poteva assumere il suo ruolo senza
eccessive difficoltà, i dintorni alla ricerca della causa dell'incidente,
ed infine mi esaminò da capo a piedi. La scena dovette sembrargli tutt'altro
che rassicurante, eppure, a parte l'evidente contrazione delle mascelle, non
mostrò altro segno di apprensione. Come se fosse nell'ordine delle
cose, anche alla vista della pistola reagì grattandosi tranquillamente
una tempia. Non c'è niente di più umiliante per un onesto rapinatore
che essere snobbato dalla vittima, soprattutto con un caricatore vuoto. Quell'impassibilità
mi fece montare il sangue alla testa. M'impadronii del suo sguardo e abbassai
lentamente la linea di tiro. Giunto all'altezza del ginocchio tirai su il
cane. L'uomo deglutì ripetutamente e chinò il capo, come se
volesse valutare il danno di un proiettile 7,65 su una gamba di tutt'altro
calibro. Finalmente decise di tenersi la rotula intatta.
"Calmo con il grilletto, mi sa che di guai ne avete già abbastanza.
Andiamo o aspettiamo il pubblico?"
Evitando movimenti bruschi, recuperò il plaid che copriva il sedile
e lo stese sui sacchi di iuta nel cassone. S'informò su dov'era la
ferita e sollevò i settantacinque chili di Mezzonaso senza mostrare
il minimo sforzo.
L'abitacolo era appena sufficiente per la sua stazza. Se mi fossi seduto accanto
a lui, pistola o no, avrebbe potuto schiacciarmi con una sola mano. Strappai
la plastica trasparente che tappava il finestrino posteriore, in modo da tenerlo
sotto tiro stando sul retro. Lui scosse la testa, come chi è costretto
a vederne di tutti i colori, e l'Ape partì in un rumore di ferraglia.
Poco dopo, mentre si arrotolava magistralmente una sigaretta con una sola
mano, gridò scimmiottando un tassista.
"Se lorsignori hanno un percorso preferenziale dicano pure."
"Dove siamo?"
"Abbastanza lontano dai vostri guai, credo, ma non tanto da rischiare
la nazionale."
"Andiamo a casa tua."
La frenata brusca mi scaraventò contro l'abitacolo. L'Ape sbandò
paurosamente e finì per immobilizzarsi al centro della strada. Tirai
di nuovo il cane e gli urlai di non fare scherzi. Si bloccò come un
toro contro la palizzata, con le narici dilatate e il fiato corto. Non me
la feci addosso perché dal culo non mi sarebbe passato uno spillo.
Fissò le luci di un'auto che si approssimava, esitò, tornò
a ingranare la marcia.
Della casa colonica dell'epoca di Mussolini, rimanevano solo la stalla e una
montagna di attrezzi invasi dalle erbacce. Al posto del tipico cubo a due
piani era stata costruita una moderna casetta. La donna in jeans che apparve
sull'uscio sembrò sorpresa dell'andatura con cui l'Ape attraversò
il cortile e filò diretta nel retro. L'uomo scese precipitosamente.
Mi fece segno di tacere, infilò la testa in una finestra gridando a
Rita di preparargli un bagno mentre lui avrebbe scaricato l'avena. Poi accese
la luce del sottotetto e mi rivolse uno sguardo preoccupato.
"Stammi a sentire, ho una bambina di dieci anni e tu in casa con quel
ferro non ci entri. E' chiaro?"
"E io ho un amico che ha bisogno di un medico e subito. E' chiaro?"
Mezzonaso sollevò la testa e con voce impastata chiese dell'acqua.
L'energumeno gli toccò la fronte, gli prese il polso e bestemmiò.
"Anche questa mi ci voleva, due balordi che... Cos'è quella falce
e martello che ti porti al collo? Siete anche comunisti?"
Istintivamente riabbottonai il collo della camicia. In una regione che sapevo
prevalentemente di destra, soprattutto nelle zone rurali, preferii balbettare
qualcosa a proposito di un curioso regalo il cui valore per me non andava
oltre i diciotto carati. Non mi sembrò per niente convinto. Probabilmente
fu un effetto della stanchezza, però ebbi l'impressione che su quel
muso di gorilla avesse brillato un guizzo di simpatia.
"Non hai scelta, ti devi fidare." Così dicendo tornò
alla finestra per chiamare Rita. Ma la donna era già là ed aveva
ascoltato tutto.
"Oddio, è ... è Enrico? Sono amici suoi? Che è successo?"
L'uomo la zittì brutalmente, ordinandole di mettere la bimba a letto.
Accomodato nella vasca da bagno al primo piano, Mezzonaso era passato dallo
svenimento al sonno. La pallottola era entrata e uscita sfiorando l'osso.
Rita, seppure sempre sull'orlo di una crisi di pianto, si era mostrata all'altezza
di un chirurgo, e ora c'era solo da sperare che gli antibiotici bloccassero
l'infezione.
Salvatore, che sua moglie chiamava affettuosamente Totò, si servì
un altro piatto di pasta e fagioli con le cotiche e, puntando il dito contro
la mia falce e martello, si lanciò in una tirata contro "certi
deficienti che ancora credono alla befana e pretendono di fare la rivoluzione."
All'inizio cercai di capire dove volesse arrivare, poi mi resi conto che in
realtà stava parlando a sua moglie per interposta persona. La donna
continuava il suo silenzioso andirivieni tra la cucina e il tavolo e di tanto
in tanto sorrideva timidamente, come volendo scusare il linguaggio del marito.
Nonostante lo zinale e i capelli riuniti sulla nuca come li portava anche
mia madre, non credo che avesse già superato i trent'anni. Piuttosto
ben fatta, piccola di statura e il viso dai tratti delicati, non riuscivo
ad immaginarmela tra le grinfie del molosso.
Al secondo boccale di bianco Totò sembrava aver dimenticato le circostanze
del nostro incontro. Parlava, masticava e beveva come se io e Mezzonaso fossimo
una banale aggiunta ai suoi guai quotidiani. Una situazione a dir poco assurda:
ero seduto a tavola come un vero ospite, mangiavo ed ascoltavo, mentre l'inferno
mi rosicchiava l'anima e un'inutile pistola mi solleticava l'inguine. Mi sentii
orribilmente spiazzato. Il mio posto era tra la canaglia, i pregiudicati,
quelli che capiscono, aiutano e tradiscono in cambio sempre di qualcosa. Provai
a concentrarmi sui miei guai, al modo di uscire da quella situazione. Impossibile,
una giornata così non si può digerire con le cotiche.
Totò parlava con veemenza di un vicino. Un tipo al quale avrebbe spezzato
le reni perché mancava di rispetto a sua moglie. Mentre io, lottando
contro la stanchezza atroce, mi aggrappavo al decoro familiare della stanza:
il tavolo di formica con la tovaglia di plastica a fiori, la foto di matrimonio
sulla televisione, anche il quadretto con piazza San Marco e la didascalia
A Venezia andai, a te pensai... Quell'eterna modestia che avevo barattato
con anni di violenza e di prigione la ritrovavo al capolinea di una tragica
fuga.
Totò tornò ad agitare il boccale vuoto. Aveva ingurgitato una
quantità di vino tale che chiunque altro al suo posto sarebbe già
stato al tappeto da un pezzo. Invece lui, a parte gli occhi infiammati e qualche
incoerenza nei discorsi, si manteneva diritto sulla sedia. L'idea di ritrovarmi
di fronte a un colosso ubriaco, che mi aveva accettato in casa sotto la minaccia
di un'arma, mi restituì allo stato di allerta. Sua moglie parve raccogliere
la mia supplica e si rifiutò di servirlo. Per tutta risposta lui cominciò
a inveire dicendo che Enrico, "il tuo caro fratellino", non era
altro che un incapace e per di più finocchio. La donna trasalì
e si bloccò di netto tra il tavolo e il lavandino. Lasciò cadere
al suolo la pila di stoviglie, lo afferrò per la manica della camicia
e lo mitragliò di insulti. Fino a che i singhiozzi ebbero il sopravvento
e allora se ne andò sbattendo la porta. Lui non accennò la minima
reazione. Svanita la boria, del temibile gigante restava solo l'involucro
dove si smarriva un adolescente imbranato.
Sorridendo come un ebete, Totò mi indicò il divano e la seguì
barcollando.
Caduta la tensione, i muscoli indolenziti reclamavano una tregua. Non appena
provai a stendermi, tutti gli avvenimenti del giorno irruppero in un turbine
d'angoscia. Riaccesi la luce cercando una distrazione. Recuperai il tabacco
di Totò e mi arrotolai un aborto di sigaretta. Poi passai in rivista
la libreria, dove troneggiava la solita enciclopedia comprata per corrispondenza,
un centinaio di Selezione dal Reader's Digest, un incredibile manuale di Golf
in tre volumi, una pila di Rinascita e i Quaderni dal carcere. Le opere di
Gramsci facevano parte delle bibbie comuniste che avrei dovuto leggere a tutti
i costi all'epoca del liceo, quando mio fratello maggiore mi trascinava a
tutte le manifestazioni del PCI con la speranza di coltivare un piccolo Stalin
in famiglia. I suoi mattoni naturalmente non li avevo mai letti, però
quando c'era da far casino in sostegno del Vietnam o qualche bastonata con
i fascisti perché avevano sparato a un tal compagno, ero sempre stato
tra i più combattivi. Chissà, sarei diventato qualcuno, se non
mi avessero ritirato la tessera della FGCI solo perché mi presentavo
in sede con i dischi dei Deep Purple e una banda di capelloni tatuati.
Aprii il libro a caso e lessi distrattamente un paio di paragrafi. Quel genere
di lettura non era mai stato il mio forte, e comunque avevo finito per disinteressarmene
da quando non avevo più trovato una sostanziale differenza tra l'arroganza
pubblica di un fascista e quella privata di un operaio comunista.
Riposi il libro, sbuffando al ricordo del breve passaggio tra le file di Lotta
Continua.
Era successo sei anni prima, quando per oltraggio e percosse a pubblico ufficiale
ero finalmente riuscito a passare l'esame d'ammissione al carcere minorile.
Non era stata propriamente una passeggiata, già al secondo giorno avevo
dovuto massacrare un certo Tempestino che s'interessava un po' troppo alle
mie chiappe. Il focoso inculatore aveva steso un parrucchiere di Ostia che
si era rifiutato di consegnargli l'incasso, e, nell'ambiente, un minorenne
condannato a dieci anni ha più galloni di un padrino. Ne era seguita
una vera e propria battaglia, e se ero riuscito a cavarmela con una sola coltellata
di striscio lo dovevo all'intervento di un esile militante del Manifesto che,
stranamente, tutti rispettavano. Nei giorni seguenti, il mio difensore occhialuto
si era dedicato anima e corpo a spiegarmi che io non ero un delinquente in
galera, bensì un proletario in rivolta sequestrato dal regime. Io non
avevo nessuna difficoltà a crederlo, anzi mi chiedevo come mai non
ci avessi pensato prima. Ma evidentemente il giudice non era dello stesso
avviso, perché mi aveva concesso la libertà provvisoria solo
quando tutti i risparmi di mio padre erano già passati sul conto di
un solerte avvocato. Appena fuori dal carcere, con la testa piena di rivoluzione
e libertà, ero andato direttamente nello scantinato dove sapevo si
riunivano quelli di Lotta Continua. A differenza della Gioventù Comunista,
lì si parlava d'insurrezione, del Che, di musica e di un sacco di altre
cose. Senza contare che si potevano fumare gli spinelli in compagnia di ragazze
che non facevano tante storie. Per un paio di mesi era stato un vero idillio.
Poi i fascisti avevano cominciato a massacrare chiunque di noi si avventurasse
in centro, e un compagno che veniva apposta dalla capitale per insegnarci
il Cammino, ci aveva proibito qualsiasi reazione. Mi sarei piegato alle consegne
se una manganellata squadrista non avesse aperto il cranio del mio migliore
amico. Dopodiché, avevo ricontattato la mia vecchia banda e, dopo un
paio di raid a mano armata, in piazza non c'era più traccia di Ray-Ban.
E se non me ne fossi vantato con i compagni, avrei potuto evitare un'altra
espulsione e continuare a farmi tutte le ragazze che portavano una copia di
Lotta Continua nella tasca posteriore dei jeans.
Da allora, a chiunque mi parlasse di politica e rivoluzione, indicavo la banca
più vicina dicendo "i soldi sono là, vai a prenderli se
sei un uomo." Sì, esistevano un paio di gruppi armati, che parlavano
di rivoluzione e di tanto in tanto facevano un bel colpo. Però mio
fratello, e anche Berlinguer, dicevano che erano mercenari manovrati dalla
C.IA. E io, non avevo avuto nessuna difficoltà a crederlo.
La luna gettava un ponte sulla campagna. Dalla finestra avanzava diritto e
scintillante, restringendosi in lontananza. Sembrava un cammino, o un sentiero,
ma sapevo che neanche lui mi avrebbe portato da nessuna parte. Intanto nella
stanza accanto Totò russava come una trebbiatrice. Accarezzai il laccio
di cuoio con il ciondolo della falce e martello e, finalmente, il sonno mi
trasportò nelle braccia di mia madre che, bontà sua, mi perdonava
sempre tutto.
Dapprima sentii l'odore di caffè e poi l'inconfondibile fruscio di
mia madre, che fa apposta a sgambettare da una stanza all'altra perché
non sopporta che qualcuno possa restare a letto dopo l'ululato della sirena
della fabbrica, alle 7.
Voltandomi dall'altro lato, schiusi gli occhi e la vidi. Era china sul fornello
e con un piede respingeva un gatto grigio che continuava a strofinarlesi contro.
I capelli castani le scendevano a ventaglio sulle spalle esili. Il vestito
da camera a mezza coscia non poteva essere che una reliquia di gioventù.
Di tanto in tanto lanciava delle occhiate nella mia direzione, ma io riuscivo
sempre a richiudere gli occhi in tempo. Poi, una vocina squittì in
cima alle scale e lei si voltò di scatto. La vestaglia priva di cintura
le si dischiuse sul corpo bianco e snello. Sorprese il mio sguardo e continuò
come se non esistessi, solo che ora poteva alzare la voce per incitare la
bambina a sbrigarsi. Si avvicinò furtivamente e, con un'espressione
di disgusto, m'intimò di nascondere "quella cosa". Durante
il sonno la 7,65 mi era scivolata fuori dalla cintola.
Balzai in piedi e chiesi di Mezzonaso.
"La febbre è scesa, ma ci vorrebbero dei punti."
"E suo marito?"
"E' andato al villaggio. Scrutò la mia faccia stravolta dall'agitazione
e si affrettò ad aggiungere: "Stia tranquillo, Totò abbaia
ma non morde. Eppoi non sopporta la polizia."
Abbassai lo sguardo sulle cosce, divine, pensando a un sacco di storie di
fuggiaschi caduti in trappola per molto meno.
"Scusi l'indiscrezione, ma Enrico... è suo fratello, vero? Gli
è successo qualcosa?"
M'impose il silenzio e si precipitò incontro a due treccine bionde
e una cartella a tracolla che scendevano le scale saltellando.
Il pulmino della scuola era appena ripartito quando un'auto frenò rumorosamente
sulla ghiaia del cortile. Mi precipitai alla finestra. Totò scese precipitosamente
da una 128 bianca e chiamò Rita. La donna, ora in jeans e maglione,
si affacciò sull'uscio, ma lui continuava a gesticolare nervosamente
affinché si avvicinasse. Impossibile captare una sola parola della
discussione che seguì, ma non ci voleva molto ad indovinarne il soggetto.
A un certo punto lei si spazientì, ribatté qualcosa di manifestamente
poco gradevole e tornò sui propri passi. Lui sferrò un pugno
sul tettuccio dell'auto, recuperò la borsa della spesa e la seguì
in casa.
Qualche istante dopo entrò in cucina. Con la delicatezza di un bufalo
spostò un sedia, ignorò il mio buongiorno e andò a versarsi
l'intero contenuto della caffettiera. Continuando a darmi le spalle, cominciò
a bere a gran sorsi.
Invaso da una strana sensazione di apatia e indifferenza, seguivo lo sberleffo
di sole che avanzava nella stanza. Sorvolò i resti della colazione
sul tavolo, accese le cacate di mosca su un gran mazzo di fiori eterni, e
si ritirò disgustato.
Totò estrasse un giornale dalla tasca della giacca e lo gettò
sul divano.
"Toh, divertiti! Adesso ti carichi il..." balbettava dalla rabbia
"...quell'altro sozzo che sta di sopra e ve ne andate affanculo. Subito!
E se credi di farmi paura con quella pistoletta... mi fai ridere. Se avessi
voluto, stanotte, ti avrei fatto esplodere la capoccia con una cartuccia da
cinghiali."
Un fucile, come avevo fatto a non pensarci? Mi sentii un dilettante e bluffai.
"E poi dove saresti andato a nasconderti? I miei amici..."
"Chi? Ma fammi il piacere fammi. Leggi! leggi cosa fanno i tuoi cari
amici."
Il fallito assalto al furgone postale occupava mezza pagina della cronaca
locale. All'istante non mi riconobbi nella foto segnaletica, era vecchia,
di quando non avevo ancora un filo di barba. Seguiva un colorito sottotitolo
sulla rocambolesca caccia alla banda e l'ardua cattura di uno dei rapinatori.
Naturalmente gli altri avevano le ore contate. Secondo le dichiarazioni di
un eroico brigadiere, Orlando Motta, in arte Zazà, aveva coperto la
fuga dei complici esplodendo numerosi colpi d'arma, gli agenti avevano risposto
al fuoco ferendolo all'avambraccio e alla spalla sinistra. Trasportato d'urgenza
all'ospedale, e dichiarato fuori pericolo, il denominato Zazà rivelava
spontaneamente agli inquirenti i nomi dei suoi complici e le modalità
dell'impresa criminale. Intanto decine di poliziotti continuavano a sorvegliare
tutte le possibili uscite di un canale sotterraneo, all'imbocco del quale
erano state rilevate tracce di sangue. Il capo della banda, momentaneamente
in fuga, era un pericoloso pregiudicato noto anche per le sue farneticazioni
politiche: nel '74, durante un processo di rapina in un supermercato, negò
l'evidenza accusando i carabinieri di avere manipolato i testimoni d'accusa
e nello stesso tempo giustificò l'atto criminale delirando sul diritto
che avrebbero gli sfruttati di riprendersi il maltolto. Pur scartando la matrice
politica, gli inquirenti non escludevano possibili complicità tra il
malvivente e certi elementi dell'estrema sinistra locale. Chiudeva l'articolo
una zelante tirata sull'inammissibile impunità che permetteva ai delinquenti
di fare il bello e il cattivo tempo in città.
Anche se conoscevo abbastanza il sadismo della polizia per immaginarmi in
quali condizioni l'avessero costretto a parlare, Zazà era ormai diventato
un infame, un infetto che prima o poi sarebbe caduto sotto la lama di un qualsiasi
detenuto a caccia d'onore. Intorpidito più dall'umiliazione che dal
peso di un avviso di ricerca, ripiegai il giornale esattamente com'era e glielo
porsi. Totò grugnì, lo lanciò contro la parete e prese
a camminare avanti e indietro tra la porta e la finestra. Si bloccò
davanti a un mobile, afferrò una bottiglia e, dopo avermi lanciato
un'occhiata furtiva, se la cacciò in gola. Poi s'arrotolò una
sigaretta e spinse il pacchetto di trinciato forte nella mia direzione.
"E adesso? Insomma, qui non potete restare. Enrico va combinando casini
chissà dove e la polizia è già venuta due volte a cercarlo."
"Non ti preoccupare, avete già fatto abbastanza. Vado a spiegare
la situazione a Mezzonaso e... in qualche modo faremo."
"Mia moglie gli sta disinfettando la ferita. A quest'ora deve averlo
già messo al corrente di tutto." Mi fece segno di salire, avvisandomi
che al mattino presto l'avevano traslocato in una camera.
La porta era socchiusa. L'aprii delicatamente e mi ritrovai in una cameretta
intasata di libri, dischi e manifesti sgargianti. Questi ultimi erano stati
visibilmente strappati e rincollati a più riprese. Perfino i vetri
della finestra erano semi coperti da un poster raffigurante un atleta nero
che alzava il pugno chiuso sul podio del vincitore. Rita seguì il mio
sguardo. Con gli occhi umidi precisò che si trattava della camera di
suo fratello e che lei ci teneva a conservarla così com'era perché
un giorno o l'altro lui sarebbe tornato. Mezzonaso era pallido come un cencio,
però non appena mi vide si drizzò a sedere e tentò anche
il suo ridicolo sorriso da duro.
"La frittata è fatta, caro mio. Zazà... quello con tre
palle, hai visto? Basta con queste sparate del cazzo, io ho chiuso. Non devo
dimostrare niente a nessuno io! E anche se credi che mi stia cacando addosso
me ne frego."
"Ma chi t'ha detto niente? Datti una calmata, bisogna trovare una soluzione,
non possiamo restare qui."
Dallo sguardo che scambiò con Rita capii che le aveva confidato un
sacco di cose. E ora vedeva in me il diavolo, quello che l'aveva spinto a
commettere l'indicibile.
"No, non mi vado a consegnare alla polizia, però neanche ho voglia
di farmi ammazzare davanti alla prossima banca. Mi faccio venire a prendere
da mio fratello e poi parto per l'Argentina, ho dei parenti laggiù."
Feci per ribattere, però lui girò la testa dall'altro lato e
pronunciò un secco "buona fortuna".
Rimasi senza parole, inerte come un baccalà. Rita mi sfiorò
la spalla invitandomi a seguirla. Invece di prendere le scale mi dirottò
verso la sua camera.
"E tu... tu sai dove andare?"
"Per il momento no, ma qualcosa m'inventerò."
Sentii lo sguardo che mi frugava dentro, mentre l'ansia le impediva di star
ferma e si torturava le mani con tanta violenza che le nocche erano diventate
bianche. Infine, dal cassetto del comodino prese una foto e mi mostrò
un giovane coi capelli lunghi e i pantaloni scampanati che posava davanti
a una fontana.
"E' mio fratello, Enrico. Potresti... voi avete più o meno la
stessa età e forse anche qualcosa in comune. Anche lui è ricercato,
per tutt'altre ragioni, lui non è... volevo dire che si è messo
delle strane idee in testa e adesso la polizia lo cerca." Tese l'orecchio
sulle scale e continuò: "Senti, Enrico ultimamente è a
Milano e frequenta un centro sociale, se tu potessi raggiungerlo e parlargli,
dirgli che la sua situazione è meno grave di quanto crede, e che se
si presentasse non ne avrebbe per più di un mese o due... Loro sono
organizzati, possono darti una mano, perché la tua situazione è
più grave, e poi tu la pensi come loro, no?"
Sentivo il suo respiro grave, il ritmo cardiaco che le faceva sussultare i
seni sotto il maglione di lana spessa. Ma, soprattutto, percepivo la disperazione
di una donna che non si rassegna all'idea di perdere una persona cara.
Avrei voluto chiederle chi era Enrico, chi frequentava, che faceva e perché.
Però non volevo sminuirmi ai suoi occhi, e poi non potevo certo permettermi
di fare lo schizzinoso. Annuii. A Rita sfuggì una lacrima. Se l'asciugò
in fretta, poi infilò la mano nella tasca anteriore dei jeans e mi
porse alcune banconote avvolte in un biglietto.
"Non dire niente a Totò, lui non capirebbe."
Grugnendo che non voleva farsi notare insieme a uno come me, Totò mi
scaricò a qualche centinaio di metri dalla stazione. Mi allungò
la mano con lo sguardo rivolto altrove. Disse qualcosa, che se non era un
insulto poteva solo essere di buon augurio, e ripartì come una freccia.
Gli facevo pena.
Fissavo i biglietti da diecimila ma neanche Gesù sarebbe riuscito a
moltiplicarli. Non c'è trippa per gatti, era la frase che chiudeva
l'accorato appello che Rita rivolgeva al fratellino smarrito. Piegai il biglietto
in quattro e lo riposi nella tasca dei pantaloni, vistosamente abbondanti.
Enrico doveva fare almeno il metro e ottanta.
Riflesso nel cristallo della porta girevole, poco mancò che scappassi
a gambe levate. Rita ce l'aveva messa tutta per rendermi irriconoscibile.
Però, riducendomi la criniera a una spazzola, da rapinatore fallito
mi aveva trasformato in un matto evaso dal manicomio con gli abiti del direttore.
Mancava più di mezzora al mio treno. L'impiegato della biglietteria
scansò le parole crociate e cominciò a fissare con insistenza
quell'unico passeggero senza bagagli.
Dopo Milano c'è l'America. Questo avevo capito dai racconti di chi
ci era andato per diventare operaio ed era tornato a coltivare il proprio
campicello nel Sud. Le fabbriche, lo smog, le donne facili, i grattacieli,
il cinismo, Milano era l'orgoglio dell'Italia produttiva, quella che si affaccia
al grande Nord. Io mi ricordavo solo la sala d'aspetto della stazione e i
poliziotti che qualche anno prima mi avevano buttato fuori a calci nel culo.
Non appena scesi dal treno quella dell'aspetto non fu più una preoccupazione.
Tra gli emigranti con le valigie di cartone e i balordi che li aspettavano
per fregargliela, il mio look da profugo slavo passava del tutto inosservato.
Era chiaro, il Centro Sociale Leoncavallo non poteva che trovarsi nella via
omonima. La puttana a cui chiesi l'informazione aveva la faccia biliosa e
le cosce come due pagnotte di pane infilate in un collant. Impossibile per
lei competere con le tre stangone bionde appostate sull'altro lato della piazza.
Le puttane leggono nel pensiero e s'incazzano facilmente. Protese il petto
e poggiò le mani sui fianchi.
"Qui non c'è plastica, né un cazzo attaccato in mezzo alle
chiappe, se è quello che cerchi!"
"Ma figurati, avevo capito subito che erano dei travestiti."
Non si prese neanche la pena di rispondere. Agitò la borsetta platinata
scacciandomi come una mosca.
Sotto una pioggerella invisibile però efficace, mi incamminai verso
le luci del grattacielo Pirelli. Che non era così vicino come pareva.
Un taxi rallentò.
All'udire l'indirizzo, l'autista si mise sulla difensiva.
"La lascio un paio di isolati prima. Se non le va bene lo dica subito."
"E' per via dei sensi unici?"
Dal retrovisore mi giunse un'occhiataccia.
"No, sono allergico ai delinquenti, soprattutto quando si spacciano per
comunisti."
"Ah, e ce ne sono molti da quelle parti?."
"Abbastanza da girare al largo. Dipendesse da me..."
Quando mi chiese 3000 lire in più di quanto indicava il tassametro,
mi sfiorò l'idea di spianargli la pistola sotto il naso e farmi consegnare
l'incasso. Ma Milano mi intimoriva ancora.
Gruppetti di giovani, infiltrati da qualche stempiato travestito da nepalese,
stazionavano davanti a un edificio imbrattato di graffiti e fasciato con un
gigantesco striscione rosso, la cui scritta a lettere sbilenche minacciava
Vogliamo tutto subito. Fumavano, discutevano animatamente, entravano e uscivano
correndo, si disperdevano, tornavano a raggrupparsi. Nessuno mi faceva caso.
Scesi una rampa e mi ritrovai in un ampio garage allestito a sala cinematografica
per un sabato sera. Sul palco, una donna in uno sgargiante vestito a fiori
che la copriva fino alle caviglie, protestava vivamente contro l'insidia maschilista
che covava nei testi rivoluzionari. La grassona sapeva parlare, a ogni frase
citava nomi altisonanti. Cominciavo quasi a sentirmi un reazionario, quando,
dalla platea, una voce di donna gridò che con i fascisti e la polizia
dietro il culo e una famiglia da sfamare le disquisizioni della rivoluzione
al femminile si potevano rimandare a dopo. A me sembrò più che
giusto. Però nel locale si scatenò un battibecco infernale,
e solo allora mi accorsi che il pubblico era composto in maggioranza da femmine
stagionate. Mi guardai intorno e scelsi un tipo che aveva la stessa espressione
di Totò.
"Che ne pensi?"
"Che un'assemblea delle mamme di quartiere è più tozza
di un consiglio di fabbrica. Hai visto che grinta? Se a queste gli dai un
mitra in due giorni arrivano a Roma e castrano il governo. Intendiamoci, io
non ho niente contro, anzi sono femminista anch'io, però quella lì,
la cicciona, su una barricata proprio non ce la vedo. A quale collettivo appartieni?"
"Sono un cane sciolto. Sto cercando un compagno, Enrico Lepore, lo conosci?"
Il Totò in versione metropolitana si irrigidì. Dette di gomito
al capellone che gli sedeva a fianco e, con il sorriso franco come un pugno
sul naso, si alzò facendomi segno di precederlo. Semmai avessi avuto
dubbi, il modo in cui mi spinsero nella sala giochi non annunciava certo una
chiacchierata tra amici. Al tavolo di ping pong un biondino e una ragazza
continuavano a giocare come niente fosse.
"Così tu cerchi Enrico Lepore e sei un cane sciolto. Che vuol
dire?"
"Che non ho bisogno delle mamme rivoluzionarie per marciare su Roma né
di un lasciapassare per venire qui a cercare Enrico."
Il capellone mi guardava come chi non crede alle proprie orecchie. Vedendolo
portare la mano alla tasca, feci un balzo indietro ed estrassi la 7.65. Lui
lasciò cadere il pacchetto di Gauloises e rimase a fissarmi inebetito.
Mi addossai al muro in modo da tenere sotto mira anche la coppia di giocatori.
Il mio problema era come raggiungere indenne la strada.
Il biondino avanzò mostrando le mani libere, mi scrutò dalla
testa ai piedi e si piegò in due dalle risa. Quella raffica di singhiozzi
era inconfondibile.
"Max!" esclamai.
Riprese fiato e mi saltò addosso abbracciandomi. Poi si staccò
bruscamente e mi presentò agli altri col primo nome che gli passò
per la mente.
L'incontro con Max mi aveva restituito sicurezza. Non che fossimo grandi amici,
però sei mesi sono abbastanza lunghi per conoscere a fondo il proprio
compagno di cella. E Max, nonostante l'aria da professorino e i discorsi forbiti
sulla condizione umana, nel fondo aveva solo una gran voglia di far casino.
"Ma sei matto a venire armato al Centro, ci sono più poliziotti
che compagni. E poi vieni a chiedere proprio di Enrico Lepore! Ma non li leggi
i giornali? Ieri i carabinieri hanno spianato un covo delle Brigate Rosse.
Lui non c'era però hanno trovato un documento falso con la sua foto.
Lo conosci?"
"Sì, cioè no. E' una lunga storia. Ma prima ho bisogno
di mangiare un boccone."
Al Gatto, un bar dalle parti di porta Venezia con panini e birra a tutte le
ore e per tutti i gusti, raccontai a Max i miei ultimi due anni fino al disastroso
epilogo della rapina al furgone postale. Alla fine mi resi conto che lui sapeva
tutto di me ma io niente di lui.
"Di' un po', mi pare che questo Enrico non ti convince."
"Non si tratta di lui, è che a me i brigatisti non vanno giù!
Col loro manuale di leninismo semplificato pretendono di mettere il cappello
su tutto il Movimento. Sono degli arterioscleroti-ci."
"Può darsi, però agiscono."
"Non sono i soli. E poi, la lotta armata, quella diffusa, si consuma
tutti i giorni nella strada, in fabbrica, e le azioni appaiono nella cronaca,
non nelle pagine Speciale Terrorismo. Il loro è uno scontro tra apparati,
BR 2-Stato 3, come una partita di calcio."
"Insomma ci sei dentro anche tu."
"Dipende. Cosa conti di fare adesso?"
"Siete complicati voialtri. Io ho solo bisogno di documenti, tirar su
un po' di grana e consegnare un biglietto a Enrico Lepore."
"Se proprio ci tieni possiamo contattare il suo avvocato, ci penserà
lui."
"No. Voglio darglielo personalmente."
"Ma perché?"
"Ho promesso a sua sorella che l'avrei incontrato."
Max si grattò furiosamente un'ascella e attaccò con gli sbadigli.
Mi ricordai che faceva sempre così quando rifletteva su qualcosa d'importante.
"Non sarà facile scovarlo, questi brigatisti sono peggio d'una
setta. Tranquillo, ci proveremo. Ma promettimi che non ti farai arruolare
proprio da loro" concluse ridendo. Ma ebbi l'impressione che non scherzasse
affatto.
Aveva smesso di piovere e l'aria era impregnata del tipico odore di cane bagnato.
Seguivo Max, che saltava da un marciapiede all'altro, e leggevo i nomi di
tutte le vie. Cercavo qualcosa che m'impressionasse, un dettaglio, un segno
qualsiasi che sancisse il mio arrivo a Milano.
Max mi disse di aspettare e infilò correndo una bocca della metropolitana.
Un minuto dopo riapparve.
"Non si sa mai, ultimamente gli sbirri sono dappertutto. Giù c'è
una fotomatic, ne abbiamo bisogno per il documento."
Tempo due minuti, intascò la striscia di foto e riprese a sgambettarmi
davanti.
"Siamo vicini a piazza Duomo, vuoi vederla? No, meglio un'altra volta,
sei senza documenti, e poi vestito così..."
Stracciò la multa sul tergicristallo di una R 4 decrepita, che però
partì al primo colpo di chiave, e disse che mi avrebbe portato in posto
sicuro.
"A casa mia non puoi venire, sono schedato. Vedrai, da Fernando ti sentirai
come a casa tua."
Dopo un'ora di prodezze per districarci nel traffico milanese, ci ritrovammo
su una strada provinciale che tagliava in mezzo un villaggio dopo l'altro.
Finalmente ci fermammo davanti a una vecchia casa di campagna. Max s'attaccò
al claxon. Dopo qualche minuto di baccano infernale, un vecchio apparve sull'uscio
agitando la mano.
"Buonasera, dissi."
"E' inutile, è sordo come una campana."
Max s'avvicinò al vecchio e gli urlò che io sarei rimasto a
dormire da lui.
"Che? Parlami all'altro orecchio."
"E' un compagno. Ha bisogno di rimanere qui."
"Ah, un altro?"
"Ti preoccupi?"
"Io! Tu dovevi ancora nascere quando..."
"Ok, quando fregavi le patate ai tedeschi. Però adesso ci sono
i democristiani, e sono peggio."
Max mi spinse all'interno della casa e mi precedette fino a una camera da
letto.
"Ecco, questa è la stanza degli ospiti. Da qui sono passati un
mucchio di ricercati, probabilmente ne conosci qualcuno di fama." Lanciò
un'occhiata al mio abbigliamento e andò ad aprire un armadio. "Non
hai che l'imbarazzo della scelta. Cerca di renderti presentabile, domani passo
a prenderti. Adesso devo proprio schizzar via. Buonanotte. Sì, ho capito,
ti cercherò il tuo brigatista."
Dei suoi discorsi sulle divergenze ideologiche e organizzative con le Brigate
Rosse non avevo capito granché, però l'efficacia con cui Max
si occupava di me faceva inclinare la bilancia a suo favore.
La stanza puzzava di muffa, però tutto era meticolosamente in ordine.
Stavo sfilandomi le scarpe quando mi accorsi di Fernando. Era appoggiato allo
stipite della porta e mi osservava lisciandosi i gran baffi bianchi.
"Appena sbarcato dal Sud, eh! Si vede subito, voialtri terroni avete
la faccia marcata dal vento africano. Ma non ti preoccupare, io sono anarchico.
Hai mai sentito parlare di un anarchico razzista?"
Sorrisi, a denti stretti. E siccome non mi parve sufficiente mi affrettai
a fare un vivo segno di negazione con la testa. Sembrò rinfrancato.
"Allora, state aspettando la mia morte per prendere il potere? Ma non
vedete che la gente è pronta? Gliel'ho detto mille volte a Max, bisogna
infiltrare la marina, far saltare i ponti sul Po e assediare il Parlamento.
Altro che manifestazioni armate! Il vostro difetto è che avete passato
troppo tempo sui banchi di scuola."
"Ha ragione."
"Che dici?"
"Sì, parliamo troppo e la gente non ci capisce niente" gridai.
Come se avessi pronunciato qualcosa di estremamente importante, Fernando drizzò
la testa. Lo sguardo annacquato saettava di malizia.
"Non avrai mica sonno? Vieni di là a bere un bicchiere."
Accarezzai le lenzuola pulite. Un fremito, come un'avvisaglia d'influenza,
mi attraversò il corpo. La stanchezza stava cedendo al delirio. Però
il vecchio Fernando moriva di solitudine.
"Non bevo" dissi rimettendomi le scarpe.
"Un combattente che non beve, ma in che mondo viviamo? Un fucile e una
bottiglia di Barbera fanno miracoli. Invece al Sud bevete il bianco e votate
per la Democrazia Cristiana."
Un tavolo per famiglie numerose, una secolare stufa a legna, un frigo e una
tele accesa, senza audio, componevano l'arredamento della cucina. Dal soffitto,
alto e annerito dal fumo, penzolavano due file di insaccati, sulle pareti
erano incollate una dozzina di bandierine rosso-nere.
"Sei un tifoso del Milan?"
"Ma quale Milan! T'ho detto che sono anarchico, sei sordo?"
Inclinò una damigiana e riempì un gran boccale di rosso. Poi
salì su una sedia e staccò un salame.
"Bevi, fa sangue."
Il vino era scuro e spesso. A ogni sorso lo sentivo cadere nello stomaco con
la delicatezza di un mattone. Fernando beveva e parlava della sua vita. Ogni
volta che tornava a riempire il bicchiere cambiava di soggetto e d'epoca.
A giudicare dall'espressione di disgusto sul viso, il torto più ignobile
che aveva subito era stato il "tradimento" del Partito Comunista,
che nel '46 gli aveva impedito di radere al suolo la caserma dei carabinieri
e impiccare il prete.
"Era tutto pronto, c'era sola da accendere la miccia e buuum. Invece
quei vigliacchi mi sono saltati addosso e poi mi hanno rinchiuso nel comune
per 3 giorni. Ti rendi conto? In trent'anni ne sono passati di preti e carabinieri,
eppure non appena ne sbarca uno nuovo la prima cosa che fa è rompere
i coglioni a Fernando. Per colpa loro ho avuto la pensione con dieci anni
di ritardo. Ma se credono di passarla liscia si sbagliano." Riempì
il bicchiere fino al bordo, lo sollevò con due dita e tracannò
d'un fiato. "Gli faccio vedere io, Fernando è vivo ed ha ancora
la mano ferma" concluse con gli occhi iniettati di sangue.
La foga del vecchio contro tutto e tutti "questi intellettuali che pretendono
fare la rivoluzione cercando le pallottole nel dizionario", incontrava
tutta la mia approvazione. Il vino mi scaldava le tempie. L'avviso di ricerca,
la prospettiva di diventare uno di quei terroristi di cui parlavano tanto
i giornali, ora non mi parevano più un dramma. Mi sentivo euforico.
Ridevo e riuscivo a esprimermi come supponevo dovesse farlo un rivoluzionario
sperimentato.
Fernando era alle stelle, finalmente gli avevano affidato un vero compagno.
Con passo fermo, tornò a mungere la damigiana.
"Di' un po', voi giovani che siete al corrente di tutto, esiste davvero
questa nuova legge secondo cui non potrebbero più mettere in galera
qualcuno che ha superato i 70 anni?"
Non ne sapevo niente, ma piuttosto che deluderlo avrei raccontato qualsiasi
cosa.
"Sì, però vale solo per i padroni in pensione accusati
di violenza carnale."
"Normale. Vieni, ho qualcosa da mostrarti."
Mi alzai di scatto e dovetti afferrarmi al tavolo per non cadere. Con le gambe
che non volevano saperne di ubbidire, riuscii a seguirlo all'esterno. L'aria
fresca fu come una staffilata in pieno viso. Col pretesto di una pisciata
andai in fondo al giardino, dove vomitai mezzo salame e un litro di vino.
Quando lo raggiunsi nella stalla mi sentivo nettamente meglio. Lo aiutai a
spostare una gabbia di conigli che nascondeva una botola. Dentro c'era una
gran cassa di metallo. Fernando fece saltare il lucchetto rugginoso a colpi
di pala, sollevò faticosamente il coperchio e si fece da parte per
mostrarmi il suo tesoro. Gli Sten e le Lüger parevano ancora utilizzabili,
però le bombe a mano tedesche erano in condizioni tali che rischiavano
di esplodere solo sfiorandole.
"Allora, bastano per occupare il villaggio?"
"Penso di sì, però..."
Scoppiò a ridere. Si chinò sull'arsenale e cominciò a
rovistare tra i residui bellici con la stessa accortezza di uno straccivendolo
al mercato. Istintivamente, feci qualche passo indietro e andai ad urtare
la gabbia. Un coniglio bianco, cogli occhi rossi e le orecchie pendenti, batté
le zampe posteriori in vivo segno di protesta.
Intanto Fernando borbottava a proposito di una scatola di detonatori che,
non c'erano dubbi, aveva lasciato lì trenta anni prima. Mi obbligai
a tornare al suo fianco. Perché un rivoluzionario non si lascia spaventare
come un coniglio. Gli posai una mano sulla spalla, nell'istante in cui lui
agitava con aria trionfante una scatola di conserve.
Non sentii il rumore dell'esplosione, né il minimo dolore, solo una
forza inaudita che mi risucchiava fuori, verso Milano, il treno, e giù,
giù fino al Sud. Dove la gente beveva vino bianco e votava a destra.











Come assaggio della prosa aspra ed efficace di Cesare Battisti, abbiamo scelto i primi due capitoli di un romanzo di prossima uscita presso le edizioni Rivages, con la Série Noire la più prestigiosa casa editrice francese di polar.






