di Claudio Asciuti
0.
"Shtetl" è un termine yiddish con cui si è soliti
indicare le comunità ebraiche di un tempo, che nell'Europa orientale
vivevano strette a sé; termine comprensivo non solo di mutua solidarietà,
comunanza religiosa, politica e razziale, tendenza all'autogoverno e all'autodifesa,
ma di tutto ciò che, nella Diaspora, contrastava maggiormente l'assimilazione
- quest'ultima massima minaccia all'identità ebraica.
Ebbene, il celebre "ghetto" della fantascienza, di cui generazioni
di scrittori, appassionati e fan si sono costantemente lagnati, oramai si
configura non più come tale - se hanno sdoganato i fascisti, figuriamoci
la fantascienza - ma deve invece diventare uno shtetl, ultimo baluardo dell'identità
del fantascientista assalito dalla "tentazione" assimilatrice; poiché
la fantascienza, come tutti sappiamo, ha perduto il suo carattere specifico,
deceduta per morte ontologica, si è de-essenzializzata e non ha potuto
fare a meno che diluirsi ulteriormente nel celeberrimo topos della contaminazione.
Il che potrebbe anche andare, ma se la centralità della fantascienza
è esplosa, non va affatto bene la sua lateralità; i generi -
il giallo, il noir, il fantasy, l'horror - centrifugano vorticosamente temi,
libri, sceneggiature, testi inediti ed editi, le idee delle persone e i nostri
corpi sempre più espropriati e privatizzati, quelli sì, da un
globalismo ancor più trionfante. La contaminazione dei generi altro
non è che la forma culturale della globalizzazione economica, e la
perdita dell'identità del fantascientista, forma surrogatizia della
perdita d'identità nazionale e politica.
1.
I tempi sono cambiati, si dice con la solida compattezza dei luoghi comuni.
È vero, la Feltrinelli, che ad opera di Un'Ambigua Utopia pudicamente
pubblicò Nei labirinti della fantascienza, cercando di nobilitare
il più possibile il contenuto, ora affida agli hackeriani Gomma e Valvola
la cura della collana Interzone, che pubblica anche gli inediti di saggistica
dickiani, come se fossero grandi novità di tendenza; altrettanto vero
è che la Mondadori, che con la mefitica coppia Fruttero e Lucentini
tarpò le ali alla nascente fantascienza italiana, ora (grazie alla
dipartita del temibile duo, aggiungiamo) pubblica regolarmente volumi di autoctoni,
vincitori e no del premio Urania - il fatto che poi il 90 per cento di queste
pubblicazioni faccia schifo (Grasso, Mongai, Petroselli, etc.) da leggersi
come una riprova della mai sufficientemente apprezzata legge di Sturgeon per
cui il 90 per cento della fantascienza è spazzatura; entra cioè
in valutazioni di gusto, e non di ontologia; verissimo, infine, che la Nord,
fiutato in tempo che il mercato avrebbe retto gli italiani, si è indaffarata
a pubblicarli con l'identico orrorifico tasso spazzaturale del 90 per cento
(Forte, Bonsi, etc.). La stessa Mondadori comunque pubblica in edizione da
libreria i testi che aveva già pubblicato in edizione rivista, cambiando
vigorosamente target, riappropriandosi di una fetta di mercato non ancora
utilizzata, conferendo, se vogliamo parafrasare alla rovescia Novalis, all'ignoto
la dignità del noto; Adelphi, che ha sempre guardato alla fantascienza
come si guarda a qualcuno che vi venga a profferire parole sconce, ha infilato
nel suo catalogo - sebbene di straforo, e con le forme di snobismo che gli
sono proprie - prima Lewis, e ora, di recente, Sturgeon. E che dire dell'Einaudi,
che ha preso sotto le sue ali Daniele Brolli come curatore di antologie, che
ha pubblicato prima Longo e Carabba, e dopo Evangelisti, la stessa Einaudi
che timidamente inserì, ad opera di Solmi, Le meraviglie del possibile,
per poi cancellare la fantascienza dai suoi programmi futuri - se non in qualche
occasione "alta" e come tale non riconoscibile: Burgess, Levi, Volponi,
Vassalli...
La fantascienza diventata, bene o male, un prodotto che vende; basta ficcare
il naso in una qualunque libreria, per scorgere banchi e banchi di narrativa
fantascientifica, d'ogni tipo, genere e mole; lasciando da parte il cinema,
naturalmente, che è un settore a parte. La fantascienza vende, e se
vende, acquisisce dignità letteraria, poiché la dignità
letteraria non è data dal valore intrinseco della letteratura ma dalla
sua vendibilità; valore di scambio, e non d'uso. O se vogliamo: non
un valore culturale, ma tossicologico. La fantascienza, scrisse una volta
Harlan Ellison in un'intervista, ha punti di contatto con la droga, e noi
aggiungiamo che la fantascienza, in Italia, era una droga leggera e illegale;
proprio come i derivati della cannabis, qualcosa di euforizzante e liberatorio,
e quindi proibita; ora si avvia a diventare una droga pesante ma legale, un
intossicante, come l'alcool; legale perché renumerativo, culturale
perché vendibile.
Quando la fantascienza era un ghetto e una droga leggera, il suo statuto ontologico
era quello di una clandestina fraternità, e noi appassionati di fantascienza
ricordiamo come e quanto fummo, per la nostra insana passione, irrisi al di
fuori di questa fraternità. Chi di noi non è incocciato in qualche
coglione d'insegnante che di fronte alle apocalissi ballardiane cassava lo
scrittore inglese in favore di un Cassola o di un Fenoglio - e questo al di
là del valore reale di suddetti scrittori? Chi non è mai stato
beffeggiato perché leggeva Bradbury anziché Moravia? Ancora
una decina d'anni fa, ho sentito affermare da una collega tristemente nota
per le sue simpatie letterarie, che in fondo King non era male, perché
gli studenti cominciano a leggere King e passano a Moravia, capirai il salto
di qualità. Adesso la norma è che gli insegnanti parlino di
King, di Dick e di Ballard, che scoprano che costoro nulla hanno a che vedere
con gli scritti italioti, che fra un Ballard e un Moravia un Ballard tutto
sommato ci sta bene.
Beh, quello era il ghetto: ma ripeto, non l'avevamo scelto noi - ci eravamo
stati rinchiusi dentro, e se alcuni (molti) in esso ci stavano con piacere
perché conferiva una gran riconoscibilità sociale, altri (pochi)
dal ghetto volevano fuggirne; i pochi, inoltre, stavano dalla parte di chi
voleva - come sempre ci rinfacciano i nostri socialdemocratici avversari -
"distruggere la fantascienza". Peccato che non ci siamo riusciti,
ma il nemico, ai bei tempi, era l'editore che badava solo ai soldi, il capitalista,
lo stato borghese che "si abbatte non si cambia", erano i fascisti
che di suddetti nemici erano il braccio secolare, la letteratura pastorizzata
che ci veniva iniettata a scuola e poi all'università, l'immobilismo
culturale, i berlingueriani che rilanciavano il costante mito della cultura
operaia e dell'educazione del popolo. Ora, sebbene gli editori badino sempre
ai soldi, ci considerano maggiormente e quindi sono meno nemici di un tempo;
i capitalisti hanno vinto e noi tutti ci siamo arresi, abbiamo scoperto una
strana omogeneità con lo stato borghese perché abbiamo scoperto
di essere anche noi borghesi, e c'è chi insegna alla scuola e all'università
forme più o meno pastorizzate di letteratura, e i berlingueriani imperano
sempre, addirittura in modo ministeriale e anziché di cultura resistenzial-operaia
parlano di non meglio identificate connessioni statoaziendali di stretta osservanza
italoforzuta.
Il ghetto ora non esiste più, se non nelle intenzioni di quelli che
ci sono rimasti a celebrare le stesse litanie del nulla che già allora
celebravano; il ghetto si è dissolto, ed in modo assolutamente inopinato,
attraverso una serie di combinazioni aperte dal premio Urania (sempre lo stesso)
che ha visto il rimanente 10 per cento dei premi assegnati, quello che è
letteratura vera e non spazzatura, imporsi al pubblico e aprire una breccia
nel mercato; tutti fenomeni che i sostenitori del ghetto naturalmente fingono
di non vedere... mi hanno raccontato di recente le bellezze delle celebrazione
del venticinquennale del ghetto, tenutasi a San Marino in occasione dell'ennesima
quanto inutile convention... peccato, aver perduto una così importante
riunione... un'ottima occasione per far cultura e impararar qualcosa... anche
perché sarebbe stata l'occasione buona per valutare, al di là
dell'inutilità di tali convention (tema oramai analizzato in tutti
i modi) l'idea che il ghetto ha di sé; contano i venticinque anni di
vuoto (di idee, di cultura, di pubblicazioni, di celebrazioni) e non gli ultimi
anni, in cui lo sdoganamento ha aperto le porte del ghetto...
Ebbene, credo che ora più che mai sia importante che la fantascienza
respinga il ghetto da una parte, l'assimilazione dall'altra, diventi una cittadella,
una fortezza, uno shtetl nel quale rifugiarsi proprio per non perdere la caratteristica
specifica di questo genere.
Qualcuno potrebbe pensare che tutto ci derivi da un improvviso attacco di
demenza senile dell'autore di queste note, notoriamente provato da anni di
frequentazione del ghetto, e da esso fuoriuscito, quando le barriere dell'impero
alla fine della decadenza cominciarono a cadere, essendo, l'autore, costituzionalmente
incapace di comporre acrostici indolenti mentre le orde del caos espugnavano
la cittadella. Forse. Ma il problema, al di là del tono con cui queste
cose possono esser dette o provate, più ampio. E' un problema ontologico,
appunto.
2.
Pensiamo a Jean Paul Sartre. Per il filosofo francese, l'uomo è l'unico
ente in cui l'esistenza precede l'essenza - Jean Genet fu ladro, collaborazionista,
galeotto e poi nell'esplicazione della sua libertà trovò la
sua essenza, lo scrittore. La fantascienza, storicamente, una di quelle sub-culture
in cui l'essenza precede invece l'esistenza, eri un appassionato di fantascienza
prima di essere un Io, un Tu, un Altro-da-Sè. La penosa spaccatura
fra i due assi del Patto d'Acciaio Courmayeur-San Marino, non ne sono forse
l'esemplificazione pratica? Sei un tecnocrate o un mistico, sei un fantascientista
o un fantasista, sei un robota nervoso o, come direbbe Eco, il mago Otelma
della destra, sei, comunque, una non-persona, ma ciò non ti esime dal
prendere una posizione. Ad un livello più arcaico, i socialdemocratici
della fantascienza sostenevano con ardore che bisogna unire i fantascientisti,
e non dividerli; a chi domandava perché, nessuna risposta veniva fornita
- intendo una risposta intelleggibile. In realtà temevano che distruggessimo
la fantascienza, e con essi loro, perché gli individui non erano tali
ma prima di tutto fans, e anche nei migliori dei casi: pigliate uno qualunque
dei critici dell'Età di Mezzo, Pagetti e Palusci, i "Red e Toby
amici-nemici" Caronia e De Turris, oppure quelli del Grande Vecchio Inisero
Cremaschi e la sua armata Brancaleone di pseudo-critici che ebbe successo
nel bagliore di un minuto, oppure guardate ai curatori di riviste e antologie,
alle "strane coppie" Curtoni-Montanari e Curtoni-Lippi, De Turris-Fusco
e Fusco-Pilo, ai cani sciolti come Nicolazzini o Pergameno o Voglino, insomma,
chiunque vogliate prendere a parametro e quanti me ne possa dimenticare -
tutti comunque in un modo o nell'altro erano fans. Erano dickiani contro lewisiani,
farmeristi contro asimoviani, lovecraftisti contro moorcockiani, zelaznyoti
contro delanysti. Prima di tutto, la loro essenza era quella del fan, e l'esistenza
un sovrappiù; avrebbero pure continuato ad essere non esistendo, tant'è
vero che per quelli che smisero di occuparsi di fantascienza, venne il dimenticatoio;
cessata la loro attività fantascientifica cessarono tutti di esistere
come tali, in una specie di animazione sospesa, nella Zona Fantasma dell'immaginario
collettivo; quelli che invece esistono, esistono in virtù della loro
essenza.
3.
Mi accadde, un paio di anni fa, d'incocciare, in biblioteca, in un personaggio
che pareva uno di quei poeti-filosofi magistralmente descritti da Giuseppe
Culicchia. L'ameno tipo, sui venticinque-ventisei anni, discettava baldanzosamente,
sproloquiando di Dick e Gibson e del cyberpunk come, dieci anni prima avrebbe
sproloquiato di Baudrillard, della Heller e di Lacan, e ancora prima di Trozkij,
di Freud e di Marx; una graziosa compagna lo rimirava imbambolata; era implicito
il richiamo sessuale, il narcisismo di fondo, l'inadempienza, il parlare non
per comunicare ma per attrarre l'attenzione; ma ciò che mi colpì
era il fatto che il tacchino universitario usasse il nostro mondo per i suoi
scopi. Cosa che nessuno di noi avrebbe mai fatto, perché, ai nostri
tempi, parlare di fantascienza era come mettersi addosso da soli il magen
David, la stella ebraica, nella versione gialla con la scritta Jude, era autoproscriversi;
ma ecco che nel nuovo ordine delle cose la fantascienza diventa un metalinguaggio,
un modo per comunicare, ha perso il suo stigma di diversità e a noi
non resta che vedere con estremo orrore lo spettro delle età future
che si avanzano scarnificando il già rosicato specifico della fantascienza.
4.
Di fronte al pericolo dell'assimilazione, già nel 1885 gli ebrei ortodossi
crearono Mea She'arim, "le cento porte", un quartiere di Jerushalaim
strutturato come un vecchio shtetl orientale, dove ancor oggi si vive seguendo
i ritmi e i costumi di allora. La mia proposta è questa: seguiamo i
saggi ortodossi di Mea She'arim, torniamo alla purezza originaria, rifondiamo
ontologicamente la fantascienza. Cioè distacchiamo la fantascienza
da tutte le altre forme di "paraletteratura" riaffermando l'originarietà
ed il valore specifico di essa, sostenendo una sua centralità che le
altre paraletterature non hanno, negando ogni forma di commistione di linguaggio;
proibiamo alla gente di parlarne, se non hanno alle spalle anni di militanza.
Perché mai tutti debbono citare e a sproposito Dick, o Ballard, o Vonnegut?
Perché la saggistica dickiana finisce in mano alla "banda Bonnot"
di Gomma e non ad un sano dickiano della prima ora? E Benni? Perché
la folla che già lo osanna, come un novello messia, si inchina alla
sua riscoperta dickiana? Per anni l'umanità è vissuta allegramente
senza conoscere la fantascienza, e che si continui in tal modo; nessuno si
avvicini a ciò che non gli è concesso, usiamo l'interdetto.
Impediamo inoltre che la gente ne scriva; inibiamoli. In una società
in cui tutti si credono scrittori, è aumentata anche la fascia di scrittori
di fantascienza in erba, e tutti, chi più chi meno, si sentono grandi;
le pasticciate fanzines sono state sostituite dalla rete, e la megalomania
si stampa a caratteri cubitali sulla fronte dei protagonisti, come le lettere
dell'alfabeto ebraico ai protagonisti di Una lettera a Babilonia di
Borges. Rispondiamo alla loro megalomania di parvenu con il nostro originario
marchio di Caino, altrettanto impresso sulla nostra fronte oltre che nella
nostra coscienza. Fermiamo gli scrittori esordienti, blocchiamo quelli che
esordienti non lo sono più. Anziché allargare le frontiere del
mondo fantascientifico, rimpiccioliamole, restringiamole, aspettiamo ordinatamente
l'ultima carica. Chi di noi vuol scrivere, si rifiuti categoricamente di scrivere
a comando, di scrivere per il mercato, per le antologie, per i concorsi, per
un qualche editore, e scriva solo gli abomini che più gli aggradano,
gli orrori più perversi che la sua fantascientifica animaccia gli suggerisca
e tutti assolutamente invendibili, acciocché della fantascienza rimanga
solo il valore d'uso e non quello di scambio. Solo in questo modo sarà
possibile una ricostruzione ontologica della fantascienza, solo quando, cioè,
la sua essenza di letteratura artigianale, settaria, popolare e maudit rifluirà
e ricomporrà quello che si va naturalmente perdendo. E, soprattutto,
vigiliamo i nostri confini. Il morbo sacro della contaminazione letale. Mentre
scrivo, ho sott'occhio un numero de L'Espresso da cui risulta la creazione
di abiti d'alta scuola, tutte cose da modelle anoressiche e gente per bene,
abiti di tipo "spaziale", insomma, con gran riferimento al linguaggio
e all'estetica più o meno fantascientifica. Vent'anni fa ci sarebbe
uscito sicuramente un articolo su qualche fanzine, e avremmo gridato al trionfo...
la fantascienza entra nel mondo normale! Buttate un occhio alla pubblicità
televisiva, vera "summa teratologica" del settore, e scoprirete
che dopo che Gabriele Salvatores ha inventato le pubblicità fantascientifiche,
legioni di imitatori lo hanno seguito. Chi si ricorda quando dal ghetto dello
SFIR venivano premiate le pubblicità di non ricordo, fortunatamente,
quale prodotto (forse gli interruttori Bi-Ticino?) per gli stessi motivi in
cui ora guardiamo con ribrezzo a questi spot? Per quale astruso motivo i tondellini,
cioè Demarchi e i suoi protetti, debbono espropriarci nella loro antologia
Coda II, (infausto omaggio, come il precedente Coda, ai grandi Led Zeppelin!)
con una copertina squisitamente fantascientifica e molto retrò, e la
scritta "La nostra nuova antologia spaziale"? Non ho mai avuto simpatia
per i tondellini, ma ancora meno per gli usurpatori.
Alle armi! Serrate le "Cento porte"! Stanno preparando un nuovo
pogrom!







