Da "Sangue Vivo" alla "Capagira"
Specialino sul nuovo cinema indipendente pugliese

di Francesco Scalone

Spiegare che cosa sia la "pizzica pizzica" a chi non è nato o almeno non sia stato neanche una volta nella parte più a sud della Puglia è arduo ma non impossibile. Perché al limite si può sempre consigliare di andare a vedere "Sangue vivo", seconda opera di Winspeare, registra di madre scozzese e padre salentino (ovviamente). La pizzica è qualcosa a metà strada tra un genere musicale, una danza popolare, un rito prepagano e una forma di superstizione. Per secoli, nelle campagne del corno salentino, le donne "pizzicate" dalla tarantola erano possedute dallo spirito dell'insetto e costrette a ballare senza sosta per giorni interi. Accorrevano parenti e amici, l'intero paese, e tutti suonavano e danzavano. Se è vero che uno dei ritornelli più famosi del repertorio diceva "ballati tutti quanti ballati forti ca' la taranta è viva e nun è morta", oggi quello spirito sembra essere tanto più vitale. Tra moda e movimento, ogni anno si contano centinaia tra gruppi, concerti, feste e altre iniziative. "Sangue vivo", in qualche modo, documenta e rappresenta una filiazione diretta di questa riscoperta culturale e di questo clima, visto che proprio la "pizzica" ne è la colonna sonora ma in qualche modo è anche il collante di tutta la storia. Ambientato e girato tra i tanti paesini del leccese, il film racconta la vicenda di una famiglia e di due fratelli toccati dalla tragica perdita del padre, che come tutte le storie "di pizzica", vivono una ridda di sentimenti contraddittori, fatta di rimorsi, sensi di colpa e incomprensioni. Un fratello, "il più sensibile" (o il più debole) smette di suonare e si arrende alla droga, ed è dunque anche il racconto di un vuoto esistenziale e di una voragine incolmabile. Come tutti i film neorealisti, "Sangue vivo" è dunque anche un'opera di denuncia. Oltre allo spessore psicologico dei personaggi, è ben colto e descritto impietosamente anche il paesaggio sociale che fa da sfondo all'intera vicenda: i tanti costretti a vivere alla giornata o di contrabbando, i traffici tra le due sponde dell'Adriatico, i balordi che rapinano gli uffici postali e la grande criminalità dal volto rispettabile che abita ville lussuose. Ma non solo: se l'occhio della cinepresa riesce nel fissare la verità dei volti (pensiamo a quelli anziani della madre e del padre) e nell'imprimere sulla pellicola la bellezza dei paesaggi e dei luoghi, ugualmente sa cogliere la vita onirica di alcuni dei protagonisti. Il sogno è nel film una forma di premonizione e preveggenza - come del resto è nella cultura popolare di questi luoghi - ed ancora una volta è il ritmo della "pizzica", che scandisce in maniera ossessiva gran parte della storia, a rappresentare il tramite tra quotidiano e soprannaturale. Il finale sebbene tragico è sicuramente conciliatore. Diversi i tratti dominanti di "La capagira". Anche questa volta è la Puglia a fornire l'ambientazione, ma l'occhio della cinepresa si sposta dai paesini agricoli del leccese alla periferia urbana di Bari. Anche questo film, come "Sangue vivo", è interamente recitato in dialetto e sottotitolato in italiano con molto attori presi direttamente dalla strada. La narrazione cinematografica, comunque, è ancora più scarna: la colonna sonora è ridotta all'essenziale, sono assenti i tanti paesaggi da cartolina, risultano più spogli i dialoghi, e più elementare appare anche la storia e la psicologia dei personaggi. In questi termini, la cifra estetica del realismo sembra essere portata all'estremo ed il contesto sociale appare ancora più difficile, duro e senza speranza. Sullo sfondo, infatti, ritornano anche qui la realtà del contrabbando, degli sbarchi di clandestini, dello spaccio di droga e del gioco d'azzardo. Ma qui per i protagonisti non sembra esserci nessuna ipotesi di salvezza o riscatto, il tessuto sociale è completamente disgregato. Se in "Sangue vivo", la vicenda ruota intorno a degli elementi comunque positivi (l'affetto tra parenti, la grande umanità del protagonista, il senso vivo delle tradizioni popolari), ne "La capagira" i personaggi si dibattono come degli automi in un contesto sociale di totale degrado. Ci sono due chiare visioni della Puglia a confronto: una arcaica ed arretrata legata ad un mondo agricolo dove la modernità stenta ancora ad arrivare, ed un'altra urbana e periferica insieme dove la modernità è arrivata, è stata mal digerita, ha cancellato tutto. In entrambi i film, alla fine, due dei rispettivi protagonisti sono uccisi con un colpo di pistola.