di Wainer Marchesini
La scena del Vecchio Continente è stata movimentata in questi ultimi mesi da diversi avvenimenti, che danno la sensazione che qualcosa si sia inceppato nella marcia trionfale dell'Europa di Maastricht. Un breve esame degli ultimi fatti può aiutare a capire se questi abbiano qualcosa in comune, se siano cioè sintomi di un cambiamento di fondo sul piano economico - sociale a livello europeo, e quali possano essere le linee di tendenza nel prossimo futuro.
1)Le elezioni francesi hanno visto la vittoria di uno schieramento che, anche
se non sempre in modo lineare e coerente, pone il problema di come opporsi
ad una visione tecnocratica ed economicista della società.
La realtà francese era, anche prima della vittoria delle sinistre,
quella che aveva maggiormente approfondito la critica alle posizioni neoliberali,
sia a livello teorico(1) che nella prassi. Gli ultimi
anni infatti hanno visto fiorire non solo prese di posizione contrarie all'Europa
di Maastricht da parte di importanti settori intellettuali, ma anche lotte
popolari fortissime, portate avanti dagli impiegati pubblici, dai camionisti,
dagli studenti, dagli immigrati ricacciati nella clandestinità da scelte
legislative razziste. Lotte con contenuti diversi ma con un tratto comune:
la consapevole difesa di una struttura sociale coesa e coerente e della sopravvivenza
di una sfera pubblica e collettiva nell'agire sociale, incarnata anche in
una struttura statale ricca di tradizione ed abbastanza efficiente.
Che questa consapevolezza sia presente nella società francese risulta
evidente solo che si guardi alla simpatia ed alla solidarietà che lotte
apparentemente categoriali hanno suscitato in settori della popolazione che
non solo non vivevano in quel momento gli stessi problemi, ma che spesso erano
danneggiate, nell'immediato, da queste stesse lotte: basti pensare alle conseguenze
del blocco del pubblico impiego (trasporti collettivi compresi) per un mese
nel 1995, o dello sciopero dei camionisti.
La stessa vittoria della destra alle presidenziali del 95 ha avuto connotazioni
particolari: il programma chiracchiano infatti non proponeva esplicitamente
una linea di politica economica e sociale di tipo neoliberista, ma piuttosto
metteva in evidenza toni populisti, promesse di ricomposizione del tessuto
sociale del paese duramente messo alla prova, negli anni precedenti, dalle
politiche di rigore messe in atto dai governi di "sinistra" degli
ultimi anni di presidenza Mitterrand, egemonizzati dalla tecnocrazia monetarista.
Lo stesso elettorato che aveva dato credito alle promesse di Chirac non ha
esitato a voltargli le spalle non appena dal populismo di facciata si è
passati al programma "lacrime e sangue" su cui il presidente lo
aveva chiamato in pratica a pronunciarsi con le elezioni anticipate.
Il disagio della popolazione francese viene quindi da lontano, ed è
tale da trovare espressione, tra i settori culturalmente più deboli
della popolazione e nelle zone in cui maggiori sono la disoccupazione ed il
disagio sociale, persino nel consenso per le posizioni del Front National,
formazione fascista a cui tuttavia non è certo imputabile una particolare
simpatia per l'Europa dei banchieri.
In questo quadro, la sinistra francese ha vinto in primo luogo presentandosi
come portatrice di un'etica, di un progetto con connotati umanisti, decisamente
alternativo nei suoi presupposti al progetto neoliberale. Al di là
di quanto e di come il programma elettorale socialista verrà realizzato,
è indubbio che si tratta di un tentativo di ricondurre l'economia al
suo ruolo di strumento per il miglioramento delle condizioni di vita della
popolazione, togliendole l'aura sacrale che le è stata costruita attorno
in questi ultimi anni.
Le singole misure proposte (riduzione dell'orario di lavoro, rilancio del
ruolo dello stato in economia, attenzione per l'occupazione e lo sviluppo
piuttosto che per la stabilizzazione monetaria) non rappresentano certo, in
sé e per sé, un programma rivoluzionario: prefigurano in effetti,
più che un ordine "altro" delle cose, un aggiustamento dell'esistente
nella miglior tradizione socialdemocratica. E tuttavia, persino un tale programma
minimo risulta talmente estraneo a quello che si vuol imporre oggi come senso
comune da tradursi nel classico grido: "Il re è nudo!". Ed
il re, in questo caso specifico, è rappresentato dall'ideologia dominante,
che pretende di assolutizzare un primato storico e morale di concetti come
"mercato", "libera impresa", "competizione",
trasformandoli, molto al di là del loro significato concreto, in puri
simulacri che occultano un sistema di dominio, materiale ed ideologico, violento
e pervasivo come mai prima nella storia dell'umanità.
Nello specchio della realtà francese la politica economica cessa di
essere un Moloch intoccabile, e può essere vista di nuovo come ciò
che per natura è ed è sempre stata: un insieme di scelte, e
non di passaggi obbligati, influenzate da molti fattori, uno dei più
importanti dei quali è rappresentato dall'insieme dei rapporti di forza
all'interno della società: insomma, una questione eminentemente politica.
2) Forti segnali di malessere pervadono anche la Germania, il paese che più
di ogni altro ha incarnato, fin dal primo momento, lo spirito dell'Europa
di Maastricht(2). È in Germania che si stanno
rivelando nel modo più esplicito due grandi contraddizioni: l'incompatibilità
tra il rispetto dei vincoli macroeconomici imposti da una politica rigorosamente
monetarista ed il mantenimento dello stato sociale, nonché la natura
strumentale del dibattito sull'Euro. L'unico che continua a spendersi senza
riserve a favore dell'unificazione monetaria, tanto da imprimere, con l'attiva
collaborazione del governo italiano, un'accelerazione all'intero processo
è un Kohl che, prigioniero della sua stessa retorica e pressato da
una crisi sociale ed economica senza precedenti nel dopoguerra, si aggrappa
al Trattato di unione monetaria in modo ossessivo, facendone una questione
di prestigio alla quale legare i propri destini (peraltro parecchio incerti).
La posizione della Bundesbank, che ha sostenuto ultimamente in modo piuttosto
chiaro il rinvio dell'Unione Economica e Monetaria (UME) rende chiaro come
l'Euro, in quanto moneta tangibile, sia stato nel corso di questi anni poco
più di un feticcio: ciò che contava realmente era arrivare ad
una "sincronizzazione"(3) delle politiche
economiche in ambito europeo, imporre il verbo neoliberale come unico orizzonte
di pensiero possibile. Questo, nei fatti, è già largamente avvenuto,
e la Bundesbank si può così permettere di sostenere il rinvio
sine dia della sparizione del marco(4), venendo
oltretutto incontro ad un'opinione pubblica tedesca che, non avendo mai metabolizzato
fino in fondo il trauma dell'iperinflazione degli anni '30, si dimostra quanto
mai diffidente nei confronti della nuova moneta, e riluttante ad abbandonare
la propria per qualcosa che si teme possa costituire un fattore di instabilità,
e che di fatto richiede già oggi alti prezzi e sacrifici. L'aumento
della disoccupazione, i tagli allo stato sociale già applicati e quelli
promessi, il peggioramento generale delle condizioni di vita e di lavoro imposti
dalle politiche neoliberiste non fanno che consolidare questa diffidenza,
generando tensioni e malcontento.
Non dimentichiamo che, se è vero che in Germania il dibattito, sul
piano politico generale, non è al livello di quello francese, né
ha dato vita, per il momento a una proposta dello spessore di quella elaborata
dalla Gauche(5), il sindacato tedesco tiene fede
ad una tradizione di difesa delle condizioni di lavoro e di riduzione dell'orario
che, pur essendo robustamente socialdemocratica, è difficilmente riconducibile
alla retorica neoliberale e, soprattutto, contribuisce a mantenere la legittimità
della categoria del conflitto all'interno di una società che si vorrebbe
invece omogenea e pacificata sotto il dominio indiscusso delle ragioni del
capitale.
3) Ad un avvenimento apparentemente simile (la vittoria di uno schieramento
di "sinistra") corrisponde in Inghilterra una situazione profondamente
diversa rispetto a quella francese. Lustri di thatcherismo non sono passati
invano: quella società civile che rappresenta una delle principali
risorse nella situazione francese qui è stata azzerata. Alle grandi
società inglesi ed alle multinazionali sono state offerte possibilità
inaudite per moltiplicare i loro profitti, attraverso privatizzazioni selvagge
(che hanno portato il costo di alcuni servizi a livelli record in Europa),
l'umiliazione dei sindacati, l'impoverimento di vasti strati sociali. Questo
ha avuto come conseguenza il decadimento del sistema di istruzione pubblica,
la dequalificazione progressiva della forza lavoro, la decadenza di intere
aree del paese, nelle quali infuria la disoccupazione e l'emarginazione. I
durissimi colpi inferti al sindacato hanno avuto inoltre l'effetto di inaridire
l'elaborazione politica della sinistra, che in Inghilterra ha avuto da sempre
tratti estremamente pragmatici e stretti vincoli con il miglioramento delle
condizioni di lavoro e la promozione delle condizioni di vita generali dei
lavoratori, attraverso i meccanismi di ridistribuzione della ricchezza sociale
noti come welfare state.
Eppure, gli indicatori macroeconomici disegnano un quadro affatto diverso:
disoccupazione ridottissima, bassa inflazione e deficit pubblico, bilancia
dei pagamenti sana... una situazione apparentemente contraddittoria, di sfacelo
sociale e successo economico. Com'è possibile?
La contraddizione è appunto solo apparente: nel modello neoliberale
lo sfacelo sociale è condizione necessaria per il successo economico(6).Sia
i dati sociali che quelli economici sono "veri", ma è solo
dal loro incrocio che emerge la realtà nella sua interezza. Il basso
indice di disoccupazione, ad esempio, è il risultato di un modo di
stilare le statistiche diverso da quello in uso in altri paesi europei (tra
cui l'Italia), e che permette di includere tra gli occupati lavoratori a tempo
parziale, a tempo determinato, con contratti atipici ecc.. Lavoratori, insomma,
che non solo fanno della precarietà la cifra determinante della loro
condizione, ma che sono spesso occupati in mansioni dequalificate e scarsamente
retribuite.
L'economia britannica ha subito, in modo più intenso ed accelerato,
la trasformazione che viene auspicata anche per il resto del continente: riduzione
del costo della forza lavoro e flessibilizzazione di quest'ultima, agevolazioni
fiscali alle imprese, diminuzione delle imposte per i redditi più alti,
politica monetaria deflazionista, abbattimento delle garanzie per quanto riguarda
la sicurezza e le condizioni di lavoro, privatizzazione del maggior numero
possibile di servizi pubblici ecc.. Non bisogna dimenticare che la rivoluzione
conservatrice, comunemente associata al nome di Reagan, ha avuto in realtà
origine qui, a partire dall'ascesa al potere di Margaret Thatcher.
In effetti, oggi l'Inghilterra è uno dei pochi paesi in Europa che
sarebbe perfettamente in regola con i parametri di Maastricht (anche se la
classe dirigente di questo paese non mostra particolare entusiasmo verso l'entrata
nell'Unione Monetaria). Pure, quest'opera di decostruzione ha prodotto una
tale prostrazione del corpo sociale da mettere seriamente in discussione la
possibilità di continuare a mantenere le posizioni raggiunte sul mercato
internazionale.
La vittoria elettorale del "New Labour" di Tony Blair si inquadra
in questa situazione, a partire dalla svolta elaborata da questo personaggio
nel quadro di demobilitazione e sconfitta storica della sinistra inglese accennato
in precedenza.
Blair è riuscito ad offrire una speranza di cambiamento ad un elettorato
arcistufo dei conservatori, tranquillizzando allo stesso tempo le classi dirigenti
con l'abbandono di qualsiasi velleità antagonista e la sostanziale
accettazione del paradigma neoliberale, appena temperato da misure volte a
migliorare, più che le condizioni di esistenza della forza lavoro,
la sua qualità in vista di una sempre miglior competitività
nel quadro internazionale.
Questo rischieramento del Labour in senso neoliberista viene appena velato
da fumosi accenni ad una nuova uguaglianza basata sulle opportunità
di accesso al mercato (immediatamente mutuata, come vedremo, dalla nostrana
pseudosinistra governativa), ad un nuovo patto di cittadinanza ed altre amenità
simili. Ciò che si viene prefigurando in Inghilterra appare quindi
molto più simile ad una specie di "thatcherismo senza Thatcher"
che ad una riscossa della sinistra.
4) Ai fermenti ed alle inquietudini presenti negli altri grandi paesi europei
fa riscontro in Italia una situazione di stagnazione culturale impressionante.
Molto più che negli altri paesi, i presupposti del pensiero unico sono
condivisi in modo fideistico, quasi religioso, e costituiscono l'elemento
di fondo indiscutibile e cogente, il convitato di pietra a cui anche chi sta
sulla scena politica con qualche pretesa di critica all'esistente non può
pensare di sfuggire.
Al di là dell'apparente litigiosità di cui la maggioranza di
governo dà sfoggio di tanto in tanto, il dato reale è che il
governo Prodi sta portando avanti una ristrutturazione globale del paese che
per coerenza di contenuti e rapidità di attuazione può avere
un precedente solo nell'esperienza di governo di Margaret Thatcher.
Tutto l'armamentario tecnico - ideologico del neoliberismo ha trovato posto
nell'azione del primo "governo di sinistra" del dopoguerra, a cominciare
da una politica economica ferocemente deflattiva e dall'assunzione assoluta
ed acritica della "necessità" della ritirata dello stato
prima dal settore economico, poi anche da quello dei servizi. Chi si è
reso in modo più coerente interprete ed esecutore di questa linea è
proprio il sedicente primo partito della sinistra, quel PDS che ha fatto della
vocazione al compromesso con i poteri forti, che già aveva caratterizzato
il PCI dalla metà degli anni 70 in poi, l'unico cardine di una politica
non solo "deideologizzata" (ma solo nel senso di priva di idealità,
in quanto la piaggeria verso il neoliberismo ha egregiamente sostituito il
culto della personalità di baffoniana memoria), ma anche priva di principi,
volta solo all'occupazione del potere, a qualsiasi prezzo.
La rotta è tracciata: è la conciliazione assoluta con l'esistente,
l'abbandono completo di ogni radicamento sociale, ipocritamente giustificato
negando l'esistenza di conflitti di interesse all'interno della società.
Una negazione che non si limita all'oggi, ed arriva a riscrivere intere pagine
della nostra storia recente, fino alla comprensione per i "ragazzi di
Salò" massacratori e torturatori, nell'intento di creare un senso
artificiale di comune appartenenza nazionale.
L'unico conflitto di cui viene ammessa l'esistenza nel corpo sociale è
quello tra privilegiati e non privilegiati, una grottesca riedizione della
contrapposizione tra garantiti e non garantiti propria del movimento del '77.
Solo che, in questo caso, questa contrapposizione viene invocata non in nome
di uno spostamento in avanti degli equilibri sociali, di una lotta per riappropriarsi
di quote di potere, ma al contrario per eliminare, in nome dei supremi interessi
del mercato e della competizione tra sistemi - paese(7),
quel minimo di garanzie di cui ancora godono settori delle classi subalterne,
fomentando oltretutto a questo fine una devastante contrapposizione generazionale.
Strana sinistra, quella che si dà da fare per eliminare le disuguaglianze
togliendo, a chi ha già poco, anche quel poco che ha, in nome del cosiddetto
"welfare delle opportunità", trasposizione politica dell'ipocrisia
economica marginalista che non vuole vedere i rapporti di forza che sottendono
a qualsiasi relazione sociale.
In realtà, come altrove, dietro alla retorica dell'ingresso in Europa
e del risanamento economico si nascondono colossali processi di ridistribuzione
della ricchezza: la privatizzazione dei servizi sanitari, delle pensioni,
della scuola costituiscono delle immani fonti di profitto per fondi pensione,
cliniche private, scuole confessionali, mentre il risparmio in termini strettamente
economici di cui dovrebbero beneficiare le casse pubbliche in seguito a questo
trattamento di shock è tutto da dimostrare. Per quanto riguarda la
tanto decantata riduzione degli interessi sul debito pubblico, c'è
da dire che i tassi di interesse reali (cioè depurati dell'inflazione)
restano alti, avvantaggiando così chi investe in titoli di Stato a
scopo speculativo(8), e spingendo viceversa migliaia
di piccoli risparmiatori, che usano le cedole del loro piccolo capitale per
campare, nelle braccia degli speculatori di Borsa.
Il guaio è che questi processi vanno avanti nel silenzio più
totale di coloro che, per natura, sarebbero destinati ad esercitare il diritto/dovere
di critica. Intellettuali, giornalisti, economisti si distinguono per piaggeria
e conformismo. Le poche voci discordanti, nel coro che magnifica le sorti
della nuova Italia moderna ed europea, si contano sulle dita, e vengono regolarmente
emarginate. Il governo "di sinistra" usa il ricatto di un possibile
ritorno di una destra cialtrona e fascistoide per zittire e neutralizzare
qualsiasi ipotesi critica; la cosa comica, se non fossimo in piena tragedia,
è che un esecutiva di destra che avesse osato mettere in atto una qualsiasi
delle misure prese in quantità da questo governo avrebbe scatenato
un putiferio: basti pensare a quanto successe a Berlusconi con la riforma
delle pensioni, che non conteneva certo misure peggiori di quelle a cui stanno
pensando Ciampi e Prodi.
Il punto è che oggi a reggere le sorti del paese sono i rappresentanti
della tecnocrazia europeista, che godono del consenso dei centri di potere
internazionali che contano: non si tratta di una sinistra, quindi, né
di un centro sinistra, ma di una destra a pieno titolo, la destra del capitalismo
finanziario. Dini e Ciampi sono stati, in modo diverso, altissimi esponenti
di Bankitalia, e fanno parte a pieno titolo dell'élite bancaria che
oggi domina la scena europea; Prodi è espressione di circoli intellettuali
che da anni tentano di conciliare neoliberismo in campo economico e assistenzialismo
in campo sociale, contemperando le esigenze del padronato e della Chiesa;
il PDS garantisce l'appoggio di una parte sostanziale del movimento sindacale,
peraltro già da lustri cosciente partner del grande capitale nell'opera
di "risanamento" del paese. Quello che si è determinato è
quindi un blocco solido, che gode di credito e fiducia presso i maggiori potentati
nazionali e sovranazionali.
Il fatto che questo blocco di potere sia stabile non significa però
che le politiche che attua non creino disagio e sofferenze. Il problema è
che il disagio non trova una sponda, politica o sindacale che sia: Rifondazione
è ancora prigioniera di una concezione "sovietica" del partito
e del suo rapporto con i movimenti, e cade con troppa facilità nella
trappola del governismo per potersi far carico del fatto che in Italia, oggi,
lo scontro non è tra sinistra e destra, ma tra destra tecnocratica
e destra po(pu)lista. La sinistra extraparlamentare è divisa e confusa,
priva di un progetto politico comune. Il malessere sociale provocato dai processi
di riallineamento neoliberale trova così altri canali di sfogo, apolitici
o prepolitici, dalle madonne pellegrine alla decomposizione criminale del
Napoletano, al fenomeno Lega.
5) A questo punto, possiamo azzardare alcune conclusioni. In primo luogo,
è molto probabile che l'Euro si faccia. È pur vero che lo scopo
ultimo del dibattito sulla moneta unica era quello di arrivare, come si diceva
prima, ad una "sincronizzazione" delle politiche economiche e monetarie
a livello europeo, e soprattutto all'assunzione a livello continentale del
"pensiero unico" come ideologia di riferimento; tuttavia non bisogna
dimenticare che, nel quadro della competizione economica tra blocchi che caratterizza
il mondo del post guerra fredda, il fatto di poter disporre di un segno monetario
comune può risultare vantaggioso per i paesi con le monete più
deboli. A ciò si aggiunga che per Kohl, vista la pesante situazione
economica del paese, è indispensabile presentarsi alle elezioni del
prossimo anno con dei risultati almeno sul piano dell'immagine.
Questo scenario di competizione economica tra blocchi ci porta direttamente
ad un'altra considerazione. E cioè che, se pur il neoliberismo ha trovato
validi e diligenti discepoli in Europa, chi oggi detiene l'egemonia, in senso
gramsciano, nell'ambito di un mondo dominato dal pensiero unico sono gli Stati
Uniti. Non solo perché è là che vengono elaborate e perfezionate
le teorie monetariste e marginaliste, ma soprattutto perché è
là che tali teorie vengono applicate nel modo più pieno ed efficace.
In un'ottica di competizione capitalista, sono oggi gli USA ad ottenere i
migliori risultati in assoluto, attraverso un dominio pieno ed incontrastato
sulla forza lavoro, unito alla capacità di controllo del mercato finanziario
internazionale.
Dominio sulla forza lavoro significa precarizzazione ed allo stesso tempo
coinvolgimento ideologico; significa mettere in conto guasti sociali enormi
provocati da politiche discriminatorie ed escludenti(9).
Il nuovo sistema di relazioni sociali statunitense ha inglobato il toyotismo,
paradigma produttivo ideale nell'era del capitalismo dispiegato in quanto
"pensa la fabbrica come organismo mobile capace di adattarsi istante
per istante alle esigenze del mercato"(10), supremo
ordinatore della produzione e regolatore delle esistenze umane. Tuttavia,
nell'inglobarlo, lo ha superato e contaminato con il clima di atomizzazione
ed esasperato individualismo che caratterizza oggi una società statunitense
sempre più improntata al darwinismo sociale.
Pur nel suo essere antagonistico rispetto al fordismo, il sistema toyotista
condivideva con quest'ultimo il presupposto dell'esistenza, intorno all'universo
produttivo, di una società coesa; prevedeva inoltre, in un mondo in
cui l'idea di conflitto era vigente ed aveva una sua legittimità, una
serie di compensazioni per il lavoratore e per la società nel suo insieme
(la stabilità del posto di lavoro, le prestazioni sociali accessorie
offerte dalla ditta ecc.), in cambio, certo, dell'incondizionata fedeltà
del dipendente.
Il modello americano (diverso dal modello giapponese quanto questo era diverso
dal fordismo) pretende questa stessa incondizionata fedeltà ma elimina
ogni forma di protezione e di garanzia; lascia ogni individuo isolato ed esposto
agli spiriti animali del capitalismo, in una lotta spietata di tutti contro
tutti, della quale solo chi riesce a giungere al vertice della piramide sociale
si avvantaggia. Una società dei due terzi rovesciata, in cui chi trionfa
lo fa in modo sempre più plateale a spese di una maggioranza che si
impoverisce sempre più(11) ed in cui la middle
class, un tempo spina dorsale e centro del sogno americano, perde la sua identità
ed il suo ruolo, soppiantata dal capitale finanziario e dai suoi nuovi miti.
Mentre l'ambito lavorativo viene investito da questo terremoto, il controllo
sulla gestione della cosa pubblica nel suo insieme, e segnatamente dell'economia,
viene tolto ad un'opinione pubblica assimilata sempre più ad una platea
di potenziali clienti, piuttosto che ad un consesso civile, e consegnata nelle
mani di istanze elitarie e completamente prive di controllo: l'Organizzazione
Mondiale del Commercio, la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale,
che impongono le loro ricette indiscriminatamente ai paesi poveri ed a quelli
ricchi, appoggiandosi alle élite di tecnocrati locali(12).
Non è difficile scoprire la stessa logica in un percorso di unificazione
europea che, programmaticamente, mette al centro la moneta, piuttosto che
la politica; crea, a partire da banche centrali nazionali sottratte a qualsiasi
controllo e responsabili solo verso se stesse e le proprie omologhe, una banca
centrale europea ancor meno controllata ed ancor più irresponsabile,
alla quale si vanno attribuendo poteri di gestione e di controllo sulla politica
economica che vanno ben al di là della pur fondamentale politica monetaria.
E non è difficile scoprire la stessa logica di dominio sulla manodopera
nella feroce polemica contro il Welfare State, negli attacchi forsennati ai
cosiddetti "ceti privilegiati", nel lucido cinismo con cui si prepara
e si fomenta la guerra tra generazioni. L'America insegna: dopo la caduta
del Muro, la redistribuzione sociale della ricchezza prodotta non è
che piombo nelle ali dell'Impresa(13), un costo
privo di contropartite, visto che la stabilità sociale può venire
assicurata ormai con metodi che prescindono dalla ricerca del consenso.
Qui si apre un ulteriore finestra sulla natura del neoliberismo come sistema
autoritario che ha bisogno di una società repressiva per potersi dispiegare
pienamente. Se prendiamo infatti in esame i paesi in cui questo paradigma
si afferma in modo più netto, vediamo che, in modo diverso ed in vario
grado, portano la cifra dell'autoritarismo. Dal Cile, su cui non c'è
bisogno di fare commenti, agli USA, in cui, a parte l'evidente involuzione
del sistema giudiziario, è la società stessa ad essere fortemente
normativa e repressiva; il controllo sociale più efficace è
quello esercitato dai vicini, dall'associazione scolastica dei padri di famiglia,
dalle chiese ecc.: si pensi solo alle periodiche crociate che scuotono il
paese in nome di un'opprimente omologazione alla moralità standard
(la campagna antifumo è solo l'ultimo esempio). In Europa, il luogo
in cui il verbo neoliberale incontra meno opposizioni è l'Italia: un
paese che, oltre ad essere infestato in campo giuridico da una cultura emergenzialista
ormai incancrenita, vede dispiegarsi forme di autoritarismo strisciante che
paralizzano il mondo della cultura e che, attraverso un sistema televisivo
selvaggio (cresciuto non a caso in simbiosi con il potere politico), informano
di sé un'opinione pubblica sempre più forcaiola e fascistoide,
affascinata dal mito dell'uomo forte e rincoglionita dai lustrini del consumismo
sfrenato; un paese in cui in ogni cervello è stato fatto crescere un
piccolo gendarme, che reprime ogni pulsione antagonista o velleità
critica ancor prima che abbia il tempo di manifestarsi.
In questo quadro, le diversità che vengono espresse oggi sulla scena
europea acquistano, sul piano delle alternative concrete immediatamente praticabili,
un peso molto più relativo. Non a caso il governo francese è
costretto, visto l'isolamento in cui si trova (e di cui le forze sedicenti
di sinistra al governo in Italia sono le principali responsabili) ad annacquare
molto le misure concrete con le quali dà attuazione al proprio programma
elettorale. Ed è facile per gli osservatori "neutrali" di
casa nostra profetizzare l'insuccesso del tentativo di Jospin mentre fanno
di tutto per farlo fallire.
Il quadro resta quindi preoccupante: la c.d. "globalizzazione",
concetto tanto più nebuloso quanto più viene abusato da mass
media e politicanti, costituisce la copertura ideologica per il più
colossale trasferimento di poteri e di risorse della storia umana. La finanziarizzazione
dell'economia agisce sia da collante per la classe dominante, che da strumento
di potere. Il denaro, reso astratto ed assolutizzato come simbolo di potere
e dominio, viaggia in tempo reale in lungo ed in largo per il pianeta, in
buona misura slegato dai valori dell'economia reale, ed impone i tempi e i
ritmi dell'economia finanziaria a un'umanità sempre più deprivata
del diritto a decidere della propria esistenza. Il potere diviene, contraddittoriamente,
sempre più impersonale, in quanto i suoi detentori restano nell'ombra,
sconosciuti al grande pubblico e non coinvolti nei processi di selezione della
classe dirigente, e sempre più personalizzato, concentrato nelle mani
di pochissimi individui a livello mondiale.
Un processo di resistenza a queste dinamiche può venire innescato solo
riproducendo, a livello europeo, la fertile interazione sperimentata in Francia
tra movimenti di massa ed intellettualità, tra coscienza dei propri
diritti e dei propri interessi e critica razionale dell'esistente, unica condizione
possibile perché dalla miseria dell'esistente possa emergere una speranza
per un futuro libero dai tanti vampiri che vogliono succhiare, oltre che il
nostro sangue, anche la nostra umanità. Condizioni queste, purtroppo,
che in Italia sembrano ben lontane dal verificarsi.
NOTE:
1. Basti pensare ad un'opera come L'orrore
economico, di Vivianne Forrester, un'opera divulgativa (e proprio per questo
di grande valore), che presenta in modo assolutamente accessibile al grande
pubblico la faccia nascosta del neoliberalismo, quella fatta di lacrime e
sofferenza; un'opera non specialistica, e che tuttavia sarebbe stata impensabile
senza il solido retroterra dato dalle analisi e dalle discussioni sviluppatesi
a tutti i livelli tra intellettuali ed economisti. torna
>>
2. In modo, tra l'altro, assolutamente profittatorio:
l'avere di fatto imposto, attraverso la retorica dell'unione monetaria, il
marco come moneta di riferimento per lo spazio economico europeo, ha permesso
alla Germania di scaricare sugli altri paesi buona parte dei costi dell'annessione
(ché di questo si è trattato) dell'ex RDT. torna
>>
3. Uso il termine non casualmente: "Gleichschaltung"
(Sincronizzazione) venne definito dai nazisti il processo di allineamento
ideologico imposto ai vari organi dello Stato dopo la presa del potere. torna
>>
4. Questo anche se la definizione di uno spazio monetario
comune potrebbe portare grossi vantaggi all'economia tedesca, specie nei settori
tecnologicamente più avanzati, rispetto alla concorrenza di paesi come
l'Italia. Si veda a questo proposito M. De Cecco, "Industria, una sfida
per due sistemi", in Repubblica - Affari e Finanza del 22/9/97 torna
>>
5. Finora SPD e Verdi sembrano piuttosto vivere alla
giornata, preoccupandosi più di acuire le contraddizioni all'interno
della coalizione di governo che di definire un insieme organico di proposte
politiche ed economiche di segno antimonetarista, senza offrire quindi una
sponda politica al malcontento generalizzato che vada oltre il sostegno alle
posizioni euroscettiche fatte proprie negli ultimi tempi dalla Bundesbank.
torna >>
6. Per gli economisti marginalisti, il lavoro è
una merce che, come ogni altra, per trovare il proprio "giusto"
valore deve venire affidata agli equilibri del mercato, equilibri che vengono
turbati non solo da qualunque forma di intervento pubblico volto a regolare
in qualche modo il mercato del lavoro, ma anche dal fatto che i lavoratori
collettivamente organizzati possano imporre un prezzo della manodopera, o
limiti al suo sfruttamento incondizionato. Il fatto che la principale turbativa
del corso ideale del mercato sia costituita dai rapporti di forza stabiliti
all'interno della società, e che non sono minimamente rappresentabili
in termini di grandezze matematiche, non turba molto i nostri brillanti Chicago
Boys. torna >>
7. Curioso che coloro che più insistono sui
concetto di "comunità di interessi" nell'ambito della nazione
e di "sistema - paese" siano gli stessi che si affannano a spiegare
che, nel mondo dell'economia globalizzata, capitale ed impresa possono e debbono
muoversi da uno Stato all'altro senz'altro vincolo che non sia quello della
ricerca del massimo profitto... torna
>>
8. Chi cioè reinveste gli interessi sui titoli
posseduti in altri titoli o attività finanziarie alternative torna
>>
9. Basti pensare al fatto che le spese per il mantenimento
dell'ordine pubblico (in senso lato: costo dei corpi di polizia, spese per
il sistema carcerario, spese per vigilanza privata ecc.) aumentano, negli
USA, più di quelle per la gestione del sistema educativo; od a leggi
come quella detta "Three strikes and you're out", che prevede l'ergastolo
automatico per chi subisca la terza condanna, basate sulla logica dell'assoluta
irrecuperabilità del deviante e della sua espulsione dal consesso civile.
torna >>
10. M. Revelli, Le due destre, Torino 1996, p.134 torna
>>
11. Nella mitizzazione della "Job machine"
statunitense, si omette sempre di citare il fatto che, anche se il numero
degli occupati ed il PIL in questi ultimi anni sono aumentati, il valore del
monte salari è rimasto costante, cioè un numero di persone maggiore
si è diviso una percentuale inferiore della ricchezza prodotta nel
paese. torna >>
12. Significativo il caso della carne agli estrogeni:
gli USA hanno accusato la CEE di fronte all'Organizzazione Mondiale del Commercio
di turbare il libero mercato, in quanto sul mercato europeo è proibita
l'importazione di carne agli estrogeni, abbondantemente usati dagli allevatori
statunitensi, per via dei fondati dubbi sugli effetti di queste sostanze per
la salute umana. L'OMC ha nominato, per l'arbitrato, una commissione di tre
"esperti" il cui giudizio sarà vincolante per le parti. Le
sovrane decisioni del Parlamento Europeo e di vari parlamenti nazionali, eletti
a suffragio universale da svariati milioni di persone, e la salute di questi
stessi milioni di persone sono quindi affidate, in un quadro di mancanza di
informazione pressoché assoluta, ad un ristrettissimo gruppo di sconosciuti,
responsabili solo di fronte ai dirigenti di un'organizzazione non elettiva
e non sottoposta ad istanze di controllo. torna
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13. O meglio ancora, della rendita finanziaria: il
sistema è infatti tarato sulle esigenze di questa ancor più
che su quelle delle imprese che producono beni. torna
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