Catena di San Libero n.94
1 ottobre 2001

di Riccardo Orioles

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Mafia 1. Fra due paesi confinanti - il Pakistan fondamentalista e
sostenitore dei talebani, governato da un generale che si e' eletto da
se' e l'India democratica e nemica dei talebani, governata da un regime
elettivo parlamentare - Bush, dopo le bombe, ha scelto il Pakistan. Bin
Laden ha conseguito un primo risultato; assassinare l'America, a quanto
pare, paga.
Dopo le dichiarazioni del generale Powell ("Vogliamo catturare degli
assassini, non cambiare il governo afgano") la "guerra al terrorismo"
e' praticamente finita e continua essenzialmente per rabbonire
l'incazzatissima opinione pubblica americana. La classe politica
statunitense, che per alcuni giorni era sembrata raccogliere l'urlo di
rabbia dei cittadini dopo l'undici settembre, alla fine ha fatto i suoi
conti e stabilito delle priorita': niente abbattimento del governo
talebano, perche' costerebbe troppo e infastidirebbe i pakistani.
Niente sanzioni ai sauditi, perche' dei sauditi c'e' bisogno per il
petrolio. Niente sanzioni ai pakistani, che vengono anzi premiati
(servono a tenere a bada l'India) per aver contribuito a sostenere gli
assassini che hanno ammazzato seimila cittadini americani. Niente
intervento dell'Onu, popolata da troppi negri, e niente controllo dei
paradisi fiscali dove viaggiavano i soldi di Laden, perche' le banche
pretendono riservatezza.
Ventiquattr'ore dopo le bombe, l'Fbi ha chiesto e ottenuto di mettere
sotto controllo le lettere che viaggiano attraverso Hotmail; il
controllo avviene piu' cercando le parole "bombe" e "terrorismo" che i
terroristi, evidentemente, usano quando scrivono "noi terroristi
vogliamo fare un attentato". I controlli bancari invece sono al punto
in cui erano prima, e cioe' a zero.
* * *
Con molta facilita', nei giorni piu' drammatici, Bush junior e' stato
paragonato a Roosevelt nei giorni di Pearl Harbour. Buffo paragone. Se
Bush fosse stato Roosevelt, non avrebbe affatto dichiarato guerra al
Giappone, per non offendere i tedeschi, ne' avrebbe lanciato il New
Deal, per non infastidire le banche. Avrebbe arrestato qualche
giapponese qua e la', avrebbe fatto molti proclami e alla fine avrebbe
bombardato l'isola di Pasqua. Gli sarebbe mancato solo un Berlusconi
per battergli le mani.
Gli americani hanno avuto la sventura di ritrovarsi nel momento piu'
drammatico del dopoguerra col presidente piu' inconsistente del
dopoguerra. D'altra parte, e' stato Bush padre - da presidente e prima
ancora da capo della Cia - a creare il meccanismo del terrorismo
talebano-saudita. Bush figlio lo sta semplicemente tollerando.
* * *
Le "guerre" di questi giorni, che costeranno vite umane, non hanno
nulla a che fare con la lotta al terrorismo. Servono essenzialmente a
far rialzare la Borsa, che e' la funzione principale di quasi tutte le
guerre.
Il terrorismo invece, una volta deciso che non e' indispensabile
sradicarlo davvero, si nascondera' per un po' ("calati juncu ca passa
la china") e poi riprendera' come prima, con tutte le sue strutture
finanziarie intatte, coi suoi paradisi fiscali piu' disponibili di
prima e con gli stati che lo sostengono (Pakistan e Arabia Saudita in
primo luogo) piu' liberi e piu' autorevoli di prima.
Vano chiedere la cura al medico che contemporaneamente guadagna
vendendo alla borsa nera le medicine.
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Mafia 2. Italia C'e' una svolta decisiva nei rapporti con Cosa Nostra
ed e' l'annuncio, discretamente, pubblicizzato, delle "rivelazioni" di
Calo'. Non fa nomi e, ufficialmente, non si "pente"; dichiara di
dissociarsi da Cosa Nostra e porta in dote una dichiarazione di valore
inestimabile. "All'interno di Cosa Nostra - dichiara dunque Calo' - la
Commissione in realta' decideva poco e niente. In particolare, non
decideva assolutamente gli omicidi e le stragi. Queste ultime erano
ordinate da singoli esponenti, non dall'insieme di Cosa Nostra. Chi
sono? Non sono un pentito e quindi non faccio nomi. Ma i terroristi
erano loro e non la Commissione".
La battaglia giudiziaria di Falcone e Borsellino consistette proprio
nel dimostrare che c'era un'organizzazione chiamata Cosa Nostra,
gestita da una commissione di coordinamento fra i vari boss, che
portava avanti una strategia unitaria. La tesi opposta era che queste
erano tutte fantasie e che la mafia, se proprio esiste, non e' che una
serie di individualita' criminali non coordinate. A quest'ultima tesi
(di cui l'esponente piu' autorevole era il giudice Carnevale) porta
avallo, con la sua autorevolezza di grande boss, il "dissociato" Calo'.
Calo', a mio parere, sta trattando (ed e' un aspetto della piu'
generale trattativa fra stato e mafia che va avanti ormai apertamente
da quasi due anni): io vi porto la testimonianza che vi consenta di
sostenere la tesi che vi conviene, cioe' che la mafia non ha nulla a
che vedere col potere e che Falcone aveva torto; voi in cambio
togliete, prima o poi, tutte le restrizioni carcerarie e legali imposte
a noi mafiosi.
Ed e' una trattativa che funziona. Fra alcuni mesi, vedrete, uscira'
una "rivelazione" nuova e poi un'altra e un'altra ancora, tutte
contrattate. Usciranno preferibilmente nel momento in cui l'opinione
pubblica sara' distratta o assorbita - come ora per la guerra - da
emergenze maggiori.
* * *
In queste settimane, in Italia, la "guerra al terrorismo" (cui il
governo italiano contribuisce efficacemente, facendo incazzare gli
arabi con le gaffe del presidente e rendendo piu' complicate le
indagini sui reati finanziari internazionali) sta coprendo molte cose.
Sta coprendo, come sapete, le leggi (falso in bilancio, rogatorie
internazionali) fatte su misura per i processi di Berlusconi, sta
coprendo la persecuzione fisica contro i magistrati dell'ex pool Mani
Pulite (lasciati senza scorta per ordine del governo), sta coprendo la
messa a regime totale dell'informazione (la storia di La 7 e' l'ultimo
chiodo sulla bara).
Ma di tutte queste cose, ciascuna in se' grave, la piu' grave di tutte
e' la chiusura definitiva del capitolo mafia, la decisione consapevole
di salvare gli interessi di Cosa Nostra da ogni possibilita' d'indagine
presente e futura, colpendo le testimonianze, i "teoremi" giuridici, i
magistrati. Sicuramente il governo Berlusconi non e' mafioso: ma non si
vede che cosa potrebbe fare di diverso da quello che gia' ora fa, se lo
fosse.
* * *
Mucca pazza? Non c'e' piu' (c'e' appena stato il trentesimo caso, a
Parma: ma chi ne sa niente?). Caso Bayer? Non piu' una riga sui
giornali. E Genova? Il sindacato italiano dei giornalisti ha appena
mandato un dossier di denuncia alla Federation Internationale des
Journalistes, cio' che di solito avviene per la Turchia o la Colombia -
eppure non ne ha parlato quasi nessuno. Il sottosegretario all'interno
continua a difendere, per interposto studio legale, i mafiosi; e oramai
nessuno dice nulla. Chi rispondera' penalmente, se le indagini su
Berlusconi dovessero essere interrotte dall'eliminazione fisica
dell'inquirente, il giudice Boccassini, o se l'autore delle indagini su
Sindona e su Mani Pulite, il giudice Colombo, dovesse improvvisamente
"subire un incidente"? Il ministro che ha tolto loro le scorte:
"Berlusconi - dichiara - non ne sa niente". Ma neanche Mussolini
"sapeva niente". Pero' Matteotti e' morto lo stesso.
* * *
Matteotti? Si', Matteotti. Tutti garbatamente sorridono, ma qui siamo
all'inizio di un regime. Il numero delle notizie che hai diritto di
conoscere diminuisce sempre di piu'. Non c'e' ancora la censura
ufficiale: ma certe cose finiscono gia' d'autorita' confinate in poche
righe nelle pagine interne. Fra le curiosita', fra i trafiletti. A
Milano, il processo contro Previti e'stato sospeso per un po'...
perche' uno sconosciuto s'era seduto al posto del pubblico ministero
Colombo. A Palermo, un pentito chiama di nuovo in causa il braccio
destro locale di Berlusconi, Dell'Utri. A Genova un intero centro
sociale, il Pinelli, e' stato messo a fuoco. La Philip Morris e'
incriminata per una frode finanziaria di piu' di duemila miliardi.
Nessuna di queste notizie (che abbiamo elencato a caso) presa a se', e'
fondamentale. Ma, tutte insieme, fanno un panorama. Ed e' un panorama
che e' assente dai telegiornali. Questo silenzio grida, e grida forte.
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Mafia 3. Dell'industriale catanese Scuto ci siamo occupati il 17 aprile
e il 10 settembre, e l'autocitazione e' necessaria perche' se aspettate
i giornali e le televisioni non saprete mai chi e' Scuto. E' uno degli
uomini piu' ricchi della Sicilia, padrone - ufficialmente - di una
serie di supermercati, e un paio d'anni fa un giovane procuratore
catanese, Marino, gli ha mandato i carabinieri sotto l'accusa di
riciclaggio del denaro mafioso. Apriti cielo. La procura ha annullato
l'arresto, il giudice e' stato cazziato per scorbutichezza,
esagerazione e indagini giacobine, e un giudice piu' anziano che aveva
preso le sue difese (Scida') e' stato messo sotto processo dal Csm per
medesimi e ancor piu' gravi reati. Al Csm, Scida' ha detto: "Guardate
che a Catania cose del genere succedono ogni giorno": i consiglieri
l'hanno guardato, si sono guardati fra loro e hanno pensato... di
trasferire d'autorita' prima Scida' e poi Marino.
Il povero industriale cosi' ingiustamente perseguitato dai giacobini
non e' rimasto solo: l'hanno difeso a spada tratta quasi tutti i
politici (molti "di sinistra") i giudici piu' attaccati alla poltrona,
e naturalmente il padrone dell'unico giornale ammesso in citta', il
famoso Ciancio. Non solo: i politici piu' amici suoi gli hanno fatto
dare un premio, il "Rosa d'argento", che si da' ogni anno ai cittadini
piu' probi e meritevoli e che gli e' stato difatti consegnato un mese
fa con una solennissima cerimonia. E insomma, c'e' una giustizia a
questo mondo! ha esclamato Scuto.
L'altro giorno pero' i carabinieri sono tornati a prenderselo:
associazione mafiosa, riciclaggio e compagnia. Stavolta l'arresto e'
stato ordinato dal procuratore generale in persona. E adesso che
faranno, trasferiranno anche quello?
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Civilta' inferiori. Eppure, per firmare un assegno a uno stalliere
mafioso, serve lo zero. E lo zero ce l'hanno insegnato gli arabi,
guarda un po'. Almeno per questo, il signor B. dovrebbe riflettere un
momento prima di dire (in pubblico) che quella e' una civilta'
inferiore.
L'altr'anno, invece che di arabi, si occupava di gay. "La cura per
quelli malati di Aids? Le sabbiature. Cosi' s'abituano a star
sottoterra". Bush e' texano. Lui e' brianzolo. Tutt'e due, a
delicatezza...
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Cronaca. Roma. Pregiudicato di Ponte Nona, agli arresti domiciliari per
ricettazione si presenta ai carabinieri. "Non ce la faccio piu' a
sopportare mia moglie. Fatemi tornare dentro". Ora e' a Regina Coeli.
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Cronaca. Oristano. Rubato l'ultimo pezzo di una colonna di epoca romana
nel villaggio nuragico di Mal di Ventre, l'isola-parco a tre miglia
dalla costa. Prima di allontanarsi i ladri hanno inoltre distrutto il
blocco di pietra noto come "la roccia dei fidanzatini".
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Cronaca. Roma. Una senza-casa ucraina ancora non identificata, sui
quarant'anni, e' stata rinvenuta cadavere nei locali ex-Fs dietro la
Tiburtina. Si ritiene sia stata colta da malore.
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Governi. Secondo la dottrina classica a un governo, per essere
riconosciuto come tale, occorrono tre requisiti: il territorio, la
popolazione e l'effettivita'. Questa dottrina fu elaborata - come
comportamento pratico, molto prima che come teoria - dalla diplomazia
britannica fra il Sei e il Settecento. Non aveva e non voleva avere
alcun contenuto morale (per riconoscimento s'intendeva semplicemente la
presa d'atto che un dato governo esisteva, a prescindere da qualunque
altra valutazione) e serviva semplicemente a "catalogare" in maniera
realistica le varie fonti di potere nel mondo. E' diventata senso
comune, e noi oggi istintivamente associamo il concetto di territorio
geografico a quello di soggetto politico internazionale.
Nel mondo antico non era esattamente cosi'. L'impero romano, ad
esempio, per la buona parte della sua durata non fu affatto un impero,
ma l'associazione di fatto fra una serie di soggetti teoricamente molto
differenti. L'Egitto, ad esempio, era proprieta' privata
dell'imperatore, che lo amministrava tramite una specie di suo
consigliere delegato (come se la Sardegna venisse gestita direttamente
da Felice Confalonieri e appartenesse a Mediaset). Nell'ambito della
citta' di Roma, i principali poteri dell'imperatore derivavano
essenzialmente dal suo status di tribuno della plebe (come se
Berlusconi fosse "anche" segretario generale della Cgil).
E anche in politica internazionale, c'erano soggetti diversissimi, non
tutti rispondenti a tutt'e tre i requisiti. Alcuni stati mancavano
quasi completamente di popolazione e territorio, eppure nessuno metteva
in discussione il loro essere soggetti di relazioni. L'isola di Rodi,
ad esempio, su alcune questioni trattava alla pari con Roma e il
diritto della navigazione era molto piu' rodiota che romano. Alcune
citta'-stato, nominalmente indipendenti, avevano poche centinaia di
abitanti eppure, in teoria, erano alleate a pieno titolo di Roma.
Quest'ultima mandava alle volte regolari ambasciatori presso i regni-
pirati dell'Adriatico o dell'Egeo, la cui unica attivita' conosciuta
consisteva nel depredare il traffico marittimo al largo delle loro
coste. Molti secoli piu' tardi, del resto, i principati magrebini come
Tunisi, Algeri o Salo' (che vivevano di attivita' analoghe) avevano i
loro bravi consolati delle grandi potenze europee, pronti a trattare
secondo i casi rappresaglie militari e riscatto di schiavi.
Nel nostro mondo, il concetto di governo e' stato sempre associato -
diciamo, dal Congresso di Vienna in poi - ai tre requisiti di cui
dicevamo. Un governo e' una cosa che governa una popolazione, di alcuni
milioni di esseri umani, che risiede su un territorio, visibile a
occhio nudo sulla carta geografica. Tutti i poteri del pianeta
coincidono, con trascurabili eccezioni, con dei governi e la politica
internazionale e' fatta esclusivamente dai governi stessi.
Questa concezione e' entrata in crisi di fatto verso la fine degli anni
Settanta. In quel periodo alcuni soggetti internazionali non-
governativi hanno raggiunto un livello d'accumulazione di risorse tale,
da conseguire una sorta d'autocoscienza, e da cominciare a vivere di
vita propria. Nelle aree di confine dell'Occidente, la politica di
alcune multinazionali (il termine e' entrato in uso piu' o meno allora)
ha cominciato ad essere abbastanza indipendente da quella dei
rispettivi governi. In Giappone, il governo legale ha cominciato ad
essere percepito come una struttura di servizio del governo di fatto,
consistente nelle grandi corporation verticali. Ma il fenomeno piu'
interessante si e' verificato in Italia: una grande struttura
transnazionale come Cosa Nostra, dotata di leggi interne e di
strutture, con obiettivi non solo non coincidenti ma addirittura
opposti a quelli dello stato ospitante, a un certo punto ha deciso di
fare un salto di qualita' e di "agire da stato", in tutto e per tutto.
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Io trovo profondamente significativo che proprio in questo momento
vengano fuori le rivelazioni del "pentito" Brusca (e credo che non
siano le sole) sull'esistenza di una stagione di trattative fra settori
dello stato italiano e la struttura quasi-statale di Cosa Nostra;
Borsellino, secondo Brusca, sarebbe stato ucciso principalmente perche'
faceva da ostacolo a queste trattative. Significativo per due motivi:
uno storico, di documentazione dei filoni reali della transizione
italiana; e l'altro di pura coincidenza, di curiosita' culturale (ma le
"pure coincidenze", in genere, hanno un loro messaggio e invitano alla
lettura).
La coincidenza consiste in questo, che le conferme dell'esistenza di
trattative e rapporti fra uno Stato ufficiale ed uno invece di fatto
vengono fuori proprio nel momento in cui un altro Stato di fatto
(quello, diciamo provvisoriamente, di Bin Laden) e' sanguinosamente
venuto fuori dal guscio e si erge come interlocutore ufficiale davanti
a tutti. E' la stessa situazione, su scala molto piu' vasta, dei nostri
anni Novanta. La' Cosa Nostra "trattava", con bombe e attentati, con
l'Italia. Qua Laden (il mondo di Laden) tratta ferocemente con l'intero
mondo.
Di questa "trattativa", a suo tempo condotta, sappiamo le meccaniche e
i frutti. L'Italia sbaglio' tutto, si perse solo dietro i killer,
trascuro' completamente il background finanziario e gli obbiettivi
reali, e infine - un passo dopo l'altro - rinuncio' completamente a
intervenire sulle radici del potere mafioso. Della "trattativa" in
corso (che "trattativa" ci sia non dubitiamo) ignoriamo tutto. Ma, al
di la' dei proclami, percepiamo un sentore che e' quello, perdente, di
Italia vs Cosa Nostra.
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Il prossimo CD di Michael Jackson verra' prodotto con tecnologie che ne
impediscano completamente qualunque forma di circolazione in rete. E'
il primo caso di divorzio esplicito fra musica e internet, anzi fra
musica e tecnologia tout-court, dall'inizio degli anni Novanta.
Senza troppo clamore, intanto, le principali case discografiche hanno
gia' immesso sul mercato milioni di CD masterizzati in modo tale da
impedirne la duplicazione via computer e la conversione in formato MP3
(quello ormai standard sull'internet). La massima riservatezza e' stata
mantenuta su questa operazione, ma i dati trapelati disegnano uno
scenario impressionante. Macrovision, quest'estate, parlava gia' di
centomila CD SafeAudio immessi sul mercato gia' a luglio da due delle
principali major. Nessuna indicazione in proposito risulta sulle
copertine dei CD trattati, nessuna comunicazione viene rilasciata dagli
uffici-stampa delle case produttrici e fino a questo momento l'unico
titolo "trattato" di cui si e' a conoscenza con certezza e' "Puur" di
Volumia (Bmg).
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Da un sondaggio Demoskopea (mille intervistati fra i 14 e i 70 anni)
gli italiani si aspettano qualcosa di buono, dalla tecnologia,
soprattutto nell'utilizzo domestico: un intervistato su due si dichiara
interessato soprattutto a tecnologie di supporto alle faccende di casa.
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Brevetti. E' stato regolarmente brevettato "Un metodo per indurre i
gatti a giocare, dirigendo un fascio di luce invisibile generata da un
laser sul pavimento o muro in prossimita' del gatto e quindi muovendo
il laser creando sbalzi di luce mobile in modo tale da affascinare il
gatto o qualunque altro animale con istinti predatori" (Brevetto Usa
5443036).
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Lettera ai giornali: <Vorrei prendere l'aereo con la certezza che non
venga dirottato grazie ai controlli a terra, e comunque nessuno potesse
entrare nella cabina di pilotaggio e se anche ci riuscisse gli fosse
assolutamente impossibile dirigerlo fuori dalla rotta prevista. La
tecnologia e i servizi di sicurezza lo possono garantire. Ma se pure
non fosse cosi' fatecelo credere lo stesso, convincendo noi e qualunque
ipotetico terrorista.>
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Giampiero Mazzone wrote:
<Vorrei raccontarvi l'avventura di un musicista che si muove
all'interno del panorama discografico italiano tra difficolta' ed
ostacoli a volte incredibili.
Quando vivevo ancora a Catania - fino al 1984, anno in cui mi sono
trasferito nella capitale - l'ambiente ed i mezzi per fare musica erano
privi di sale prove e di registrazione; le occasioni per esibirsi dal
vivo erano rare, episodiche e limitate ai festival dell'Unita' o della
Stampa alternativa (chi si ricorda ancora?) per pochissime lire che
spesso non venivano neanche date. Mi occupavo allora di musica popolare
facendo parte di diverse formazioni come la "Taberna Mylaensis", "Le
fronne"; ho collaborato col "Meridiano 15"; ho scritto musiche per il
teatro in occasione di diverse iniziative tra cui il "Gruppo Maria
Campagna" o il "Teatro di Reviviscenza" a Vizzini.
Mi battevo, allora (ed ero tra i pochi) per l'affermazione della
dignita' della musica popolare in una situazione in cui si cantava in
inglese o si faceva piu' o meno del jazz o della fusion. Era il periodo
dei Denovo e prima ancora (anni '70) del movimento all'interno del
quale si sviluppavano esperienze musicali legate molto alla politica.
Ad un certo punto, dopo aver riproposto brani appartenenti alla
tradizione meridionale, mi sono messo a comporre io dei brani che,
ispirandosi alla musica popolare, cercavano di trovare una strada nuova
di composizione mischiando il popolare con altre esperienze che allora,
a livello nazionale, si facevano strada: Canzoniere del Lazio,
Carnascialia, Mauro Pagani, Musicanova ecc.
Ho scritto brani come "Dormi e vola" e "Si li me' paroli", oggi - mi
dicono - tra i cavalli di battaglia ad esempio del gruppo catanese
"Lautari", ma allora poco compresi se non addirittura rifiutati.
Mi si criticava, allora, l'uso del dialetto con argomenti poveri e
stupidi: "il dialetto non e' comprensibile da tutti", mentre si suonava
(quando si suonava) solo in Sicilia ed in un periodo in cui Pino
Daniele e la NCCP riempivano le piazze e vendevano tanti dischi
cantando in dialetto. Una volta trasferitomi a Roma il "problema"
dialetto non e' piu' esistito, anzi!
In una sera del gennaio 1984 viene assassinato dalla mafia Giuseppe
Fava. Io ero venuto a Roma per questioni personali, al mio ritorno
cercai di organizzare un concerto con vari gruppi per Giuseppe Fava. Mi
sembrava una giusta iniziativa da parte dell'ambiente musicale catanese
per manifestare la propria indignazione e la propria presenza contro la
mafia. Ebbene non vi riusci'. Le adesioni furono sparute e persino
all'interno del mio gruppo la maggioranza fu contraria.
Da quella volta il mio rapporto con l'ambiente musicale catanese non e'
stato dei migliori e continuo a sostenere che, nonostante le apparenze,
non sia nella sostanza cambiato di molto.
A Roma, una volta ambientatomi, fondai i "Tuckiena", formazione che
trovo' subito una casa discografica ed un'accoglienza da parte della
stampa ottima. Dopo questa esperienza e dopo il primo disco non
riuscimmo pero' a trovare un altro contatto perche' - ci dicevano - che
quel tipo di musica, definita etno-rock un po' arbitrariamente, era
superata. Oggi, invece, sembra quasi che chi non fa musica etnica (che
brutto e inappropriato termine) non ha alcuna possibilita'.
Conclusasi quella esperienza ho collaborato con Kaballa', Carlo
Muratori, la NCCP ed altre formazioni in qualita' di autore di testi.
Nel frattempo ho partecipato all'antologia di autori siciliani
"Mastrarua" con il brano "Calura", dedicato a Giuseppe Fava.
Poi, nel 1998 ho partecipato e vinto il Premio Speciale della Critica e
della Siae alla IX edizione del Premio Citta' di Recanati, un
riconoscimento prestigioso di cui mi vanto.
In mezzo a queste esperienze ho continuato a scrivere, registrare
provini e spedirli a non so piu' a quante etichette discografiche
ufficiali (le famose majors) e cosiddette "indipendenti" (che poi si
comportano, non tutte certo, come le majors) senza ricevere risposte
ne' positive ne' negative e quelle poche che mi rispondevano
sbrodolavano argomenti tipo: "belle canzoni ma poco commerciali" oppure
"il mercato richiede altro" oppure addirittura "la canzone d'autore
ormai... e poi lei ormai ha un'eta'... si insomma oggi vanno i
giovani"!
Naturalmente non mi sono arreso e non ho alcuna intenzione di farlo,
anche se qualche volta sono stato tentato di farlo. Cosi', assieme ad
un pugno di musicisti e di un altra figura importante per me e non solo
musicalmente, decidemmo ugualmente di autoprodurre un Cd con i pochi
mezzi che avevavmo a disposizione, ma con una componente di entusiasmo
e di serieta' davvero fortissima.
Sono trascorsi quasi due anni dalla registrazione, anni in cui abbiamo
fatto ascoltare il disco a giornalisti e addetti ai lavori (cioe' altri
musicisti di grosso livello nazionale) raccogliendo consensi
lusinghieri. Soltanto i nostri discografici non hanno mai risposto.
Tuttavia abbiamo continuato a cercare, provare, spedire ecc. fino a
quando (questa e' storia recente) un'etichetta romana indipendente si
e' fatta avanti e, assieme ad essa, un'agenzia di management piccola ma
agguerrita che, senza porsi problemi di mercato, di immagine ecc. hanno
guardato alla qualita' del prodotto, ai contenuti, al progetto,
all'idea.
Il disco si intitola "L'avvicinamento" ed uscira' quanto prima
(probabilmente a novembre).
Dimenticavo. Ho provato anche con due etichette catanesi (di cui
preferisco non fare i nomi). Una mi ha risposto di non avere la forza
di appoggiare e seguire un progetto come il mio. La seconda (che poi e'
quella che ha prodotto l'ottimo Cesare Basile), invece, si e' mostrata
entusiasta, ma, dopo avermi preso in giro per molti mesi, d'improvviso
non si e' fatta piu' viva. In tutti e due i casi devo dire che: non si
trattava di produrre un disco per intero, ma solo di stamparlo e
pubblicarlo, operazione con un costo minimo rispetto ad una produzione
per intero. Non solo. Ma hanno entrambe mentito, perche' poi ho saputo
che hanno prodotto altri artisti di cui non se ne sa nulla in giro ed i
cui prodotti anch'essi sono poco commerciali.
Mi chiederete perche' ho voluto raccontare questa storiella.
Semplicemente perche' mi andava di farlo, perche' sono stufo di
assistere in silenzio a situazioni come la mia; perche' anche il
panorama musicale italiano e siciliano riflette un malcostume, una
maleducazione, una mancanza di rispetto e di cultura che e' presente
nella nostra bella patria! Si puo' definire questa mia esperienza una
sorta di metafora? Non rubo altro spazio ed altro tempo.
Grazie a chi ha avuto la pazienza di leggermi.
Saluti.>
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Dessert

Quelli che tenevano le porte aperte
quelli che amano gli operai se polacchi
quelli che nel conflitto a fuoco col topo d'auto
Quelli che si sono pentiti
quelli che non avevano nulla di cui pentirsi
quelli che si sono annoiati
quelli con l'orecchino e la cravatta
quelli che ora bocciano nel liceo occupato
quelli che sono diventati realisti
quelli che sono rimasti utopisti
ma vendono bene la loro utopia
quelli che hanno quarant'anni
quelli che ne hanno diciannove e con coscienza
studiano per quarantenni
quelli che non hanno mai corso molti rischi
ferocemente
educatamente
fraternamente litigano
fra la frutta e il caffe'
Il cameriere
che e' la' da vent'anni e ne ha viste tante
ancora una volta rassicurato
sogghignando
porta il conto

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per liberarsene, basta scrivere a ricc@libero.it -- Fa' girare.
"A che serve vivere, se non c'e' il coraggio di lottare?" (Giuseppe
Fava)
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Riccardo Orioles

ricc@libero.it

E' stato caporedattore della rivista "I Siciliani", diretta
da Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia catanese di Nitto Santapaola nel 1984.
Ha fondato, insieme con altri intellettuali, politici e giornalisti, il
settimanale "Avvenimenti", di cui è stato a lungo caporedattore.
Corrispondente di varie testate italiane ed estere, attualmente collabora
con Il Nuovo e con Clarence. Scrive e diffonde in rete l'e-zine, "La catena
di San Libero".