di Riccardo Orioles
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daniele.jennarelli wrote:
<Gentile Riccardo, immediatamente dopo i tragici fatti di Novi, la
popolazione del paese se l'e' presa con tutta quella genia di immigrati
(negri, zingari, albanesi) che sola aveva potuto commettere un delitto
tanto efferato - mica poteva trattarsi di un autoctono: la colpa era
sicuramente dei tanti, troppi immigrati che avevano invaso la
cittadina. Poi, la sospresa: il carnefice e' locale, una persona
"normale", e saltano le gia' pronte manifestazioni contro gli
immigrati. Immigrati, pero', ai quali nessuno chiede scusa per averli
accusati e condannati a priori. Mi chiedo: siamo davvero tanto
razzisti? Ciao>
* * *
Questa lettera, naturalmente, e' di parecchi mesi fa: l'argomento di
cui parla tuttavia a quell'epoca era un "fatto di cronaca", carne
cruda, ed era quasi impossibile parlarne (almeno per me) razionalmente.
Possiamo parlarne adesso, man mano che i particolari sbiadiscono e che
le urla dei media inseguono altre cose. Due particolari, che non hanno
alcuna importanza e che tuttavia non riesco a cancellare, sono questi:
i due ragazzi si sono incontrati per la prima volta a una giostra di
paese; uno dei due, appena giunto in carcere, per prima cosa ha chiesto
dei Topolino. Io penso alla mia adolescenza con Topolino, l'Intrepido,
i tirassegno e gli autoscontri e le fiere di paese: e questo mi basta
gia' per non potere alzare la voce e dunque non poter essere -
nell'immediatezza - un giornalista.
* * *
Daniele, ovviamente, afferra l'aspetto "politico" di quanto e'
successo. Un ragazzo albanese, assolutamente innocente, e' sfuggito al
linciaggio solo grazie alla serieta' professionale di magistrati e
carabinieri; se ci fosse stato uno sceriffo americano o "padano",
sarebbe stato impiccato. I leghisti (che ora ci governano) non hanno
perso un istante nell'usare la tragedia per scatenare le
manifestazioni-pogrom alla luce delle torce.
Tutto questo e' verissimo, ed e' quello che avrei scritto io stesso, il
mio punto di vista di buon cittadino di sinistra. "Buttarla in
politica", civilmente, visto che la politica gia' c'era: sarebbe stato
giustissimo, e tuttavia fuorviante e inutilmente consolatorio verso noi
stessi. La politica infatti c'entra, ma molto piu' profondamente e
molto piu' coinvolgendoci di quanto noi progressisti non sospettiamo.
La storia di Novi Ligure, intanto, e' una storia datata. Pochi anni fa
l'Universita' di Tor Vergata ha fatto un'indagine sociologica su un
campione di 670 omicidi avvenuti in Italia. Di essi, 151 risultavano
aver radice in una maniera o nell'altra in ambito familiare. La
famiglia e' violenta, potremmo dire; o tende ad esserlo piu' che nei
decenni precedenti. Non e' la prima volta che succede (pensiamo alla
vecchia famiglia contadina di fine Ottocento) ma succede ora: nella
scala della patogenicita', che storicamente ha i suoi alti e bassi e i
suoi cicli, la famiglia odierna si colloca ai valori alti. Vorra' dire
qualcosa.
Nel caso di Novi Ligure l'ambiente patogeno - la radice dei
comportamenti, la pedagogia della violenza - e' costituito con ogni
evidenza dalla comunita' territoriale. Non ho elementi statistici per
dirlo. Ma ricordo benissimo, alla tv, i visi degli intervistati nei
giorni fra l'omicidio e la risoluzione del caso. Il tabaccaio, la
casalinga, il passante - gente comune. Non avevano alcuna informazione
su quanto era successo, ma avevano le idee molto chiare. Con voce
sommessa e sorrisetti imbarazzati, da intervistati, chiedevano senza
esitazione rastrellamenti, pogrom, pene di morte. Avevano voci chiare e
angoli facciali distorti. Dicevano cose orribili, serenamente, e le
loro facce, soddisfatte di se' ed inumane, erano esattamente quelle del
paesano tedesco degli anni trenta. Facce di mostri.
Politica, leghisti, imbarbarimento di destra? Forse si' in parte, ma
non principalmente. Non so chi abbia vinto le elezioni a Novi, ma la
storia della comunita' e' quella di una piccola cittadina operaia, con
una sinistra relativamente forte, con un common sense solidaristico
fino a pochi anni fa. Quelle stesse persone, tuttavia, avrebbero
tranquillamente assassinato degli innocenti, senza pensarci troppo, e
l'avrebbero fatto senza dividersi fra destra e sinistra; l'avrebbero
fatto con la stessa feroce innocenza di un qualunque paesino
dell'Alabama degli anni trenta.
Certo, non ci sono arrivati da soli a tutto questo. A parte la
politica, i media hanno fatto la loro parte nel decivilizzare la
"gente". Le locandine gialle con gli ultimi strilli sui giovani
"mostri", la compunta morbosita' delle tivvu' appostate, l'elegante
macelleria di giornalisti civili e snob (penso alla Stella Pende di
Panorama) sono stati un modello da scuola di new giornalismo, coi pezzi
di carne cruda gettata all'audience. Alla fine, il risultato era che
non ci trovavamo piu' a Novi Ligure (gli operai, la Resistenza, la vita
civile, le relazioni) ma in un qualunque paesino della Bassa Baviera o
dell'Alabama o del veld sudafricano: comunita' senza storia, i cui
unici impulsi collettivi sono quelli della difesa anti-estranei e del
pogrom. Comunita' che, per loro natura, *debbono* ciclicamente generare
dei mostri. E sono i piu' teneri, i piu' indifesi - l'adolescente
hitleriano; o i due ragazzini che andavano alle giostre - ad essere
piu' facilmente fatti tali.
* * *
E' come ritornare da un lungo viaggio e scoprire, dentro il proprio
paese, una popolazione malata. La colpa principale, in questo
meccanismo che ritorna, non ce l'ha Bossi o Feltri, ma ce l'abbiamo
noi. Noi, della generazione del Sessantotto, siamo stati gli unici, per
una serie di circostanze, ad avere la possibilita' di trasformare
davvero il sentire profondo di questo paese. In parte l'abbiamo fatto.
In parte vi abbiamo rinunciato. Siamo riusciti a imporre - poiche'
abbiamo voluto farlo - i comportamenti "moderni" compatibili con
la
tranquilla continuita' dei ceti medi, a cui noi apparteniamo. Non siamo
riusciti a imporre - poiche' non abbiamo voluto farlo - quei
comportamenti e quei modi di essere che avrebbero potuto mettere in
discussione i privilegi di cui, gia' da ragazzi, godevamo.
A Novi, come in ogni altro luogo d'Italia, i ragazzini si vestono come
vogliono, passano le serate a modo loro, godono di un'indipendenza
sostanzialmente acquisita: questo e' cio' che abbiamo dato loro, e non
gli impedira' affatto di essere - quando saranno grandi - stronzi e
infelici come noi siamo stati. A Novi, come in ogni altro luogo
d'Italia, i ragazzini ubbidiscono alla televisione, s'impauriscono
davanti a cio' che non conoscono, deridono i piu' poveri di loro,
ignorano il loro corpo e se stessi, si aggrappano a quelle piccolissime
cose (oggi il telefonino, domani l'automobile) che non danno e non
daranno mai loro un briciolo di felicita' ma che gli danno un minimo di
grigia sicurezza: esattamente quel che gli abbiamo insegnato noi
cinquantenni, e che essi insegneranno, quando sara' il loro tempo, a
loro volta.
Noi pero', che abbiamo avuto diciott'anni nel Sessantotto, avremmo
avuto delle altre cose da insegnare, che abbiamo visto e vissuto, e che
sapevamo essere vere. Per vilta' e quieto vivere, non l'abbiamo fatto.
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Open source 1. Su www.securityfocus.com,
il sito dedicato al
monitoraggio della sicurezza informatica, i sistemi operativi Windows
NT 2000 e Windows NT 4.0 vengono classificati rispettivamente al primo
e al secondo posto nella classifica dei "sistemi piu' vulnerabili del
2000".
Invece secondo Umberto Paolucci, responsabile Microsoft Europa, "un
sistema costruito con elementi noti solo al produttore aumenta la
sicurezza contro le frodi, le intrusioni e le violazioni, migliora
l'impenetrabilita' e l'affidabilita'".
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Open source 2. Cominciano a diffondersi anche nelle citta' italiane i
"centri GNUtemberg", punti d'incontro informali dove si possono
trovare
i manuali (cartacei) delle applicazioni open source. Questa
possibilita' e' importante per gli utenti di base di Linux, ma
soprattutto per gli utenti avanzati e i programmatori: alcune
applicazioni open source sono ormai standard di fatto in diversi
settori professionali e il loro principale punto debole era fin qui
costituito dal fatto che la relativa manualistica era disponibile a
basso costo quasi esclusivamente on line.
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Sms-air. La compagnia aerea di Singapore aggiorna i propri clienti
praticamente in tempo reale sui ritardi di voli, con comunicazioni che
rispecchiano la situazione degli aerei con un margine di uno-due
minuti.
Le comunicazioni vengono effettuate tramite e-mail, tramite alert
personalizzato sul computer o sul cellulare tramite Sms. La
registrazione al servizio viene fatta direttamente all'atto della
prenotazione e da quel momento tutti gli eventi relativi all'aereo
scelto vengono monitorati direttamente dal cliente fino al momento del
volo.
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Viaggi, sesso & affari. Su Network Solutions e' uscito l'elenco dei
dieci nomi piu' richiesti per ciascuna delle nuove estensioni decise
quest'anno. Per ".info", ad esempio, l'elenco e' questo:
1) travel.info
2) sex.info
3) business.info
4) internet.info
5) money.info
6) computer.info
7) music.info
8) realestate.info
9) web.info
10) news.info
Il sesso non e' piu' al primo posto fra I miti americani. I soldi sono
precipitati addirittura al quinto posto. L'informazione vivacchia al
decimo...
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Etna Valley: l'altra faccia.
E' finito da poco il quarto meeting nazionale degli hacker giu' a
Catania (in un centro sociale, l'Auro, quello dei ragazzi che insegnano
gratis l'informatica a tutti: ultimamente se n'e' parlato piu' del
solito perche' quasi contemporaneamente sono arrivate le notizie del
Comune che lo vuole sgomberare e dell'Unesco che invece lo mette al
primo posto fra i link della sua home-page per l'Italia...)
Una tre giorni piuttosto intensa, con scambi tecnici ad altissimo
livello, ma anche con una serie di storie umane open e sorridenti, di
quelle che non ti aspetti se gli hacker li hai visti solo al cinema.
Hai presente il ragazzino con gli occhiali che pensa solo al computer e
non leva mai il naso dal monitor e parla per acronimi e da grande
diventera' Bill Gates? Beh, all'Auro non c'era. Piu' una robusta dose
di arte di arrangiarsi (quella che oggi si chiama self-management,
nuova imprenditorialita' o come volete voi: non una lira di sponsor,
non un assessorato), eppure la baracca ha filato (piu' di cento
computer in rete) come un convegno di manager giapponesi. Alla fine
naturalmente - visto che non s'era in Giappone, ma in Terronia profonda
- il convegno ha toccato l'argomento piu' viscerale: il lavoro.
"Le forme del lavoro - e' stato l'intervento, ad esempio, di un
programmatore ventiseienne - sono molto strane in quest'ambiente. Io
stesso non so di certo se sono un autonomo o un precario".
Nessuno gli ha potuto dare una risposta ultima e definitiva, ma in
tanti hanno fornito elementi di confronto. Qualcosa alla fine si e'
delineato: il sistemista o il programmatore medio non ha ancora
compiuto trent'anni, lavora da solo o con un paio di amici e prende
commesse dalle aziende mediante partita iva. Il suo ambiente di lavoro
non e' una fabbrica e non ha molta possibilita' di incontrare i suoi
colleghi fuori dalla rete, non e' sindacalizzato, e' pagato "bene";
il
lavoro in questo periodo e' tanto, ma senza mai certezza che ce ne sia
anche domani.
Non e' nato il sindacato (a proposito, lo sapete che i pochi assunti
sono dei "metalmeccanici"?), ma si comincia a ragionare insieme.
E non
solo in rete.
Bookmark: http://www.ecn.org/sortal
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Operai
Molti operai di quella fabbrica prima di diventare operai erano stati
pescatori, quando i branchi di cefali passavano ancora al largo del
paese e dalla spiaggia dell'Acquaviola, di notte, partivano le barche
con le lampare. Poi si comincio' a parlare della fabbrica e la gente
pensava che con la fabbrica tutti sarebbero stati meglio, ci furono
dimostrazioni e cortei e anche qualche tafferuglio e una volta
fermarono Enrico il barbiere e quello della camera del lavoro e li
portarono al commissariato. A quel tempo i signori del paese avevano
case antiche in cima alla collina e la sera stavano sul marciapiede del
corso, davanti alla porta del circolo, su vecchie poltrone impagliate.
Essi non sapevano che cosa avrebbe portato la fabbrica, ne' lo sapevano
gli uomini che intrecciavano le nasse sul muretto del lungomare, ne' i
ragazzi che correvano dietro il pallone del prete sullo spiazzo dietro
il castello. Non lo sapeva neppure il vecchio padre Bonaventura, nella
sua cella ai cappuccini, che conosceva tutti i libri che esistono e
anche ne aveva scritto.
Ora le vedevi da molto lontano, le luci della fabbrica, venendo dalla
parte di Messina. Le luci della fabbrica nel buio, e poi il promontorio
piu' lontano.
Il primo, al cancello dove una volta c'era la spiaggia dell'Acquaviola,
era quasi sempre Bastiano. L'ombra dell'uomo sulla bicicletta
attraversava il piazzale verso i due punti di luce dei guardiani che
fumavano. Appoggiava la bicicletta alle sbarre del cancello e in
silenzio aspettava le sette. Quelli del turno di notte uscivano da un
altro ingresso, sulla statale.
Avevano poi messo una baracca, su un lato del piazzale della fabbrica,
con una lamiera per tetto e tavoli di legno sgrossato. Era la' che
Bastiano, aprendo con attenzione l'involto, tirava fuori delicatamente
il pane, la frittata della sera prima e le olive, esattamente come
aveva sempre fatto all'ora di mangiare stando in mare. Il mare qui lo
vedevi, oltre le quattro incastellature di metallo, pieno di petroliere
e non era un mare che avesse molto a che fare con la vita di Bastiano.
* * *
Ci sono delle altre fotografie; Bruno della commissione interna, che
veniva dalle isole e aveva, al tempo di quella foto, ancora circa un
anno di vita. Sorride con fiducia mentre dice che stavolta gli
ficcheremo in testa che il contratto si fa insieme. Non essendoci
abbastanza sedie, la maggior parte di loro e' appoggiata con le spalle
al muro, ascoltano Bruno che parla dell'inquadramento unico. Filippo e'
seduto al tavolo, sotto il calendario del sindacato, un altro vicino a
lui sta dicendo qualcosa a Salvatore che scrive in fretta sul retro di
un volantino. La stanza si riempie di fumo man mano che viene la gente
dalla fabbrica: li senti vociare ancora, stando fuori sul marciapiede,
e poi in silenzio entrano e ascoltano attenamente la discussione.
Spesso in tre o quattro si vedevano, la sera, a casa di Salvatore, di
fronte alla spiaggia di ponente a duecentometri dal mare. Era una
stanza grande e umida, divisa da tramezzi e scalini di legno, e dietro
c'era un piccolo giardino. Nel giardino aveva messo, appesa al ramo
grosso dell'unico albero, l'altalena per le bambine e poi alcuni
sgabelli di legno per gli amici. Non ricordo se ci fosse anche un cane.
I libri di Salvatore erano accuratamente allineati su due scaffali
fatti da lui, quasi tutti edizioni economiche con Carlo Levi, i manuali
sindacali, il libro su Camilo Torres, le poesie di Pavese, don Milani.
Non si usava molto allora, in quel paese e salvo che per lavoro, tenere
dei libri in casa, neanche nelle case con lampadari di cristallo. Dopo
cena accendeva la lampada e cominciava a leggere, immedesimandosi in
quello che leggeva e cercando di capire come si sarebbe dovuto fare per
portare tutte quelle cose al suo paese; ma spesso c'era il turno di
notte e doveva accontentarsi, fra una stretta a un bullone e un quadro
da controllare, di pensare a come sarebbe stato difficile portare qui
tutte quelle cose dei libri, e per incoraggiarsi gettava un'occhiata
amichevole al mare.
Via via che gli anni passavano, il piazzale della fabbrica - prima le
biciclette arrugginite, poi vespe e motorini, infine le prime
automobili - diventava sempre piu' affollato, e anche nella stanza del
sindacato (c'erano diversi sindacati, anche a quei tempi, ma allora ci
si riuniva tutti insieme) si faceva fatica, verso la fine delle
riunioni, a trovare posto. Gli operai uscivano da quella stanza a due a
due, a tre a tre, a quattro a quattro e si ritrovavano nella piazza che
apparentemente era rimasta la stessa ma loro in realta' sapevano quanto
fosse cambiata. Sulle poltrone di paglia davanti al circolo non c'erano
adesso che alcuni vecchi quasi sempre silenziosi, facevano un po' pena
a quelli che scendevano dal sindacato. Altri vecchi fumavano seduti con
il berretto di lana in testa e l'ago per riparare le reti sui gradini
dell'ex-Albergo dei poveri o su quelli della statua nel lungomare.
Dentro la fabbrica erano gia' morti due operai, uno giu' da
un'incastellatura tenuta col fil di ferro e uno per una scheggia
partita da un disco rotante, molti altri erano rimasti in varie maniere
feriti. Quelli che si vedevano in giro per il paese, la sera, erano
adesso per lo piu' operai della fabbrica; camminavano con aria sicura e
spesso, fra gli alberi del lungomare o sul mardiapiede davanti
all'edicola, parlavano fra di loro della loro vita. Molti di essi erano
assai giovani.
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-- Fa' girare.
"A che serve vivere, se non c'e' il coraggio di lottare?" (Giuseppe
Fava)
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Isole - I
Isole lievi lontane Respirava
sommessamente la marea lottavano
piccoli granchi sullo scoglio nero
a fiore d'acqua libero leggero
il vento fra le gambe nude - Mai
saremmo morti amore mai lontani
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Riccardo Orioles
E'
stato caporedattore della rivista "I Siciliani", diretta
da Giuseppe Fava, ucciso dalla mafia catanese di Nitto Santapaola nel 1984.
Ha fondato, insieme con altri intellettuali, politici e giornalisti, il
settimanale "Avvenimenti", di cui è stato a lungo caporedattore.
Corrispondente di varie testate italiane ed estere, attualmente collabora
con Il Nuovo e con Clarence. Scrive e diffonde in rete l'e-zine, "La
catena
di San Libero".