di Luigi Bernardi
Un piccolo saggio sui rapporti fra polar francese e sinistra? Bello, se avessi davvero voglia di scriverlo. Invece ho scarsa propensione a mettermi qui, spulciare dentro archivi, riportare biografie, date, titoli, trame. Ancora meno mi appassiona l'idea di indossare il linguaggio con il quale si scrivono i saggi, con quelle belle parole lunghe, i periodi ricchi di subordinate, e le note a piè di pagina, o alla fine del testo. No, nessuna voglia, però qualcosa mi va di scrivere lo stesso, in piena libertà, come dovessi organizzare un discorso che non farò mai. Intanto, per capire e collocare molto del polar francese bisognerebbe cominciare dal sessantotto e dalla storia dei movimenti e dei gruppi politici che vi si svilupparono. Discorso impegnativo, troppo, sarà sufficiente ricordare che l'utopia (le utopie) fu sconfitta, duramente e senza tanti tentennamenti, come in Italia del resto. Qui da noi gli sconfitti seguirono strade diverse, alcuni tentarono di rientrare nel gioco politico, altri sbandarono verso la lotta armata, altri ancora appesero l'ideologia al chiodo e diventarono bravi cittadini, un po' eccentrici a volte, ma bravi cittadini. In Francia successe più o meno la stessa cosa, tranne che la lotta armata non sedusse mai più di tanto e che molto delle energie bruciate nel tentativo di fare la rivoluzione furono reinvestite nella scrittura di romanzi polizieschi. Detta così sembra grossa, però leggetevi Manchette e poi ditemi se non è così. Una prova: dieci anni fa è uscita a Parigi una bella antologia dal sottotitolo intrigante (22 racconti sul maggio) e un titolo emblematico (mi si passi il termine): Black exit to 68. Alcuni racconti erano notevoli, altri meno, (c'erano anche il tedesco -ky e - abbastanza inspiegabilmente - il nostro Loriano Macchiavelli), ma la cosa più interessante erano le biografie degli autori, tutte molto simili: qualche riga per sottolineare le sconfitte politiche, qualche altra per esaltare la gloria letteraria. Venivano tutti dalle barricate, quegli scrittori, prima di scalare le classifiche di vendita e di conquistarsi il cuore e l'intelligenza dei lettori, sembrava impossibile ma era proprio così. Naturalmente c'era anche il retroterra. Il noir in Francia ha sempre avuto una tradizione di tutto rispetto, a partire dai feuilleton di Ponson du Terrail, a quelli di Gaston Leroux, all'Arsène Lupin di Maurice Leblanc. E poi al Fantômas di Marcel Allain e Pierre Souvestre (due anni fa mi era venuta voglia di dedicare il resto della mia vita alla traduzione integrale di tutti i romanzi della serie, poi ho pensato che qualcosa di meglio potevo ancora fare, però l'idea è ancora lì che sfrigola dentro i circuiti, per cui chissà), a Fantômas, dicevo, prototipo degli eroi neri, degli eroi contro, che si fanno beffa del sistema, delle polizie e delle magistrature. Mica per niente i surrealisti l'avevano eletto a loro idolo (e mica per niente l'unica stagione impudentemente riottosa del fumetto italiano [di solito infingardo e pasciuto, parafrasando Fofi] è stata quella degli eroi neri, Kriminal, Spettrus e Satanik più ancora di Diabolik, che al prototipo narrativo francese dovevano molto [e mica per niente la generazione che lanciò i primi ruggiti sessantottini qui da noi era quella che nell'adolescenza si era nutrita delle gesta criminali di quegli efferati eroi in maschera e calzamaglia]) Insomma, c'era stato Fantômas, poi Léo Malet e Simenon (il primo finto proletario, il secondo finto aristocratico, com'è buffa la vita, a volte), poi c'era stato il cinema di Melville, Sautet, Becher, Chabrol, infine Sanantonio a dare una rinfrescata al linguaggio, lordandolo dei primi scarichi industriali nocivi finiti dentro la Senna (povero Manzoni, dovesse sciacquarli oggi, i suoi panni in Arno). Insomma c'era quel che si dice un bel po' di retroterra culturale (e poi gli estimatori di Hammett erano molto più numerosi e agguerriti di quelli di Chandler, condizione quest'ultima necessaria, seppure non sufficiente, per scrivere buona letteratura), e c'era anche un'editoria pronta a rinnovarsi, pur nella continuità data un quarto di secolo di vita. Così la "Série Noire", "La Masque" e le collezioni Fleuve Noir cominciarono a pubblicare sempre più spesso autori francesi, giovani, agguerriti, un po' violenti e un po' romantici, sempre comunque cagacazzi. Avevano trovato un bel modo, quei barricadieri sconfitti, per battere i gendarmi, rompere i coglioni al sistema, prendersi, in definitiva, una bella rivincita in un campo dove il nemico non poteva schierare brigate in motocicletta, impiegare gas lacrimogeni, menare fendenti con manganelli dall'anima dura. Il primo è stato Manchette, un autore che ha influenzato tutta la generazione successiva in Francia, e poi gli spagnoli (Montalban, Andreu Martin e Juan Madriz in testa), i sudamericani (Taibo e colonia), i tedeschi (-ky), gli inglesi (Robin Cook, un genio scomparso, uno che non ha niente a che vedere con quello scrittore che si chiama nello stesso modo e produce thriller ospedalieri), gli scozzesi (William McIllvanney, già, ma nessuno lo traduce qui da noi) e un bel po' di altri, italiani esclusi, la ragione ve la dico alla fine. Manchette è troppo grande, però, perché se ne possa parlare qui, scopritelo da soli. Mi ringrazierete. Poi, cosa vuole dire essere di sinistra per uno scrittore? Bella domanda, vero? Leggete questa epigrafe: "Dimenticando il passato, siamo costretti a riviverlo". Apriva Meurtres pour memoire (A futura memoria) di Didier Daeninckx. Ecco un primo modo: non dimenticare, scavare nella storia e nella memoria per riportare alla luce cadaveri seppelliti troppo in fretta sui quali si è saldata la cappa di piombo della vergogna, del silenzio, della perdita di memoria. In una parola, mantenere in perenne stato di agitazione il potere, costringerlo a dormire sonni poco tranquilli. Daeninckx ha scritto Meurtres pour memoire nel 1984, riesumando fatti accaduti nel 1961 (Parigi, martedì 17 ottobre, uno dei giorni più neri della storia francese: una manifestazione di algerini sfocia in un bagno di sangue, la polizia spara nel mucchio, una carneficina scellerata i cui numeri si faranno raccapriccianti anche a causa dei corpi di feriti gettati a morire nella Senna o falciati nei locali della Prefettura. Un'autentica follia che la ragione di Stato cerca di cancellare dalla cronaca prima e dai libri di storia poi. I dati ufficiali parlano di sei morti, sessantaquattro feriti, undicimila arresti. La verità è che i cadaveri si sono contati in più di quattrocento). Oggi, 1997, il Tribunale di Parigi sta per condannare il responsabile di quei fatti, il vecchio prefetto della città. Al di là dei trentasei anni trascorsi perché quelle vittime ottenessero giustizia, il fatto che se ne parli tuttora significa proprio ribadire il concetto dell'epigrafe: leggere nella giusta prospettiva gli avvenimenti del passato. No, non sto cercando di suggerire che tutti dovrebbero mettersi a fare controinformazione narrativa, dio ce ne scampi, però in alcune occasioni la duttilità dello strumento letterario può trasformarsi in un'arma davvero potente. Del resto il panorama degli scrittori francesi non si esaurisce certo in Daeninckx e nelle sue tematiche. Qualche nome e qualche tema, forzatamente sintetici: Daniel Pennac (Belleville e dintorni), Marc Villard (giovani sbandati, droga, ghetti), Jean-François Vilar (il marciume dei bei mondi dell'arte e della comunicazione), Frederic H. Fajardie (reietti di ogni tipo in una scrittura quasi stenografica), Hervé Jaouen (la provincia, la Bretagna soprattutto, nido di tensioni esplosive), Thierry Jonquet (Parigi, la provincia: même combat), Tonino Benacquista (i ritals, gli "italiani", dannata razza di immigrati anche questa), Patrick Raynal (il patron della "Série Noire", la costa azzurra, Nizza, fra vecchie dame e giovani che non si accontentano), Jean-Claude Izzo (Marsiglia, dove si scontrano "famiglie" e nuove generazioni, alleati solo quando si tratta di dare la caccia all'arabo), Maurice Dantec (Daniel Pennac più William Gibson, l'addizione più imprevedibile del secolo), Jean-Bernard Pouy (nato sotto il segno della iena), Serge Quadruppani (di lui Daeninckx ha appena denunciato una passata appartenenza al gruppo dei negazionisti [coloro che non credono alla realtà storica dell'olocausto]: è il caso del momento in Francia), Daniel Picouly (mezzosangue, protetto di Pennac, le cose viste dall'altra parte), Cesare Battisti (esule italiano, usa la penna come un'accetta, e colpisce), e altri ancora, compreso uno dei miei preferiti, Richard Matas, che non ha trovato di meglio che uccidersi dopo un po' di testi di forte intensità. Qualche anno fa avevo preparato l'ipotesi di un'antologia sul noir francese, si sarebbe dovuta intitolare Paris, ville noire e avrebbe dovuto contenere una dozzina di racconti dei più importanti scrittori emersi a partire dalla metà degli anni Settanta fino alla conclusione del decennio successivo. Poi l'ipotesi è diventata progetto, poi il progetto si è dissolto sia per lo scarso interesse degli editori, sia per la difficoltà di riunire insieme autori tanto vicini eppure singolarmente così lontani, sia anche perché qualcuno il racconto era disposto a regalarlo, mentre qualcun altro sembrava far dipendere dalla cifra di cessione la sussistenza di sé e dei propri cari. Niente antologia, quindi, ma, nonostante la diceria che "i francesi non vendono", molti degli autori di cui vi ho parlato si trovano (o si troveranno presto) in libreria. Buona lettura. Mi chiedete dell'Italia? Avete mai letto un romanzo italiano nel quale parli un extracomunitario, un albanese, una prostituta dell'est? Quando qualche scrittore si degna di inserire simili elementi perturbanti (sia detto con ironia) in un suo romanzo è solo per squartarli nel giro di un paio di pagine. Questo, purtroppo, la dice lunga sulla povertà della produzione polar italiana, sostanzialmente e irrimediabilmente legata alle fascinazioni della destra statunitense, Tarantino ed Ellroy in testa. Basta perché sto andando oltre.





