In dirittura d’arrivo il videogioco su Eymerich

by Eymerich 19. giugno 2012 12:20


E’ prevista per novembre l’uscita del videogioco NICOLAS EYMERICH, INQUISITOR: THE PLAGUE. Potete vederne il trailer. Altre foto, notizie e filmati sono sul sito www.eymerich.it .

Creato, scritto e diretto da Ivan Venturi, è il videogioco più costoso e ambizioso mai prodotto in Italia (da Ticonblu-Gruppo Armonia e Imagimotion). Progettato per diverse piattaforme, avrà diffusione internazionale e traduzioni in varie lingue, tra cui il latino.

Più avanti altre anticipazioni.

Tags:

Esce in Francia, per la prima volta, IL CASTELLO DI EYMERICH

by Eymerich 16. giugno 2012 16:11

E’ appena uscito in Francia, pubblicato dalle edizioni La Volte (www.lavolte.net), il romanzo LE CHATEAU D’EYMERICH, inedito per il pubblico transalpino. La traduzione è di Sophie Bajard e Doug Headline. Riportiamo il testo della quarta di copertina:

1341. Dietro ordine segreto del papa, un gruppo di cinque domenicani, che si chiamano tra loro il Francese, il Castigliano, il Catalano, il Tedesco e l’Italiano, si appresta a sfidare la dannazione eterna per infliggere un colpo mortale al nemico ancestrale della religione cattolica.

1369. La peste si diffonde per l’Europa. L’inquisitore Nicolas Eymerich indaga nel castello di Montiel, in cui si è rifugiato Pietro il Crudele, re di Castiglia, assediato dall’armata di Enrico di Trastamare e dai mercenari di Du Guesclin. Quel castello dall’architettura strana, avvolgente, labirintico, stretto fra dieci torri e innumerevoli gallerie, si rivela essere una tana infame, in cui i muri tremano, e nel quale l’impossibile mosaico umano fatto di abitanti cristiani, di servitori ebrei e di soldati maomettani non attende che un pretesto per franare. Bambini dissanguati, apparizioni demoniache, raschiamenti sordidi sotto le fondamenta, mura incise con i simboli della Cabala: il reticolo dei segreti si fa più fitto a ogni passo. L’impenetrabile inquisitore Eymerich non teme di affrontare l’odio; teme semmai il sentimento contrario. Un sentimento che non osa nominare e che lo assale nei recessi del castello, in cui si nasconde lo sguardo sereno e determinato di una donna ebrea che Eymerich aveva, in passato, sottoposto a tortura.

Inverno 1944. Lo  Sturmbannführer delle SS Viktor von Ingolstadt, responsabile della sicurezza del campo di concentramento di Dora, aiutato dal professor Nitsche dell’ufficio T4, è sul punto di realizzare, grazie ai progressi della scienza, un progetto di ambizione smisurata: la creazione del soldato tedesco del futuro, il guerriero perfetto, replica dei cavalieri medievali.

Dall’Europa della peste nera a quella della peste bruna, i tempi si incrociano di nuovo sotto la penna acida di Valerio Evangelisti. Questa nuova inchiesta di Nicolas Eymerich porta la sua ricerca di verità ai bordi di un abisso senza fondo, in cui si gonfia e si agita un odio millenario.

Tags:

In Francia tutto Eymerich, in Olanda i fumetti, su Radio Rai 2 gli sceneggiati radiofonici

by Eymerich 11. marzo 2012 15:40

Pare che sia in corso un revival di Eymerich. In Francia, le edizioni La Volte (www.lavolte.net) hanno cominciato a pubblicare i dieci volumi delle sue avventure. I primi cinque erano usciti presso l’editore Rivages, che però avevano chiuso la collana in cui erano apparsi, lasciando incompleta la collezione. Adesso La Volte è intenzionata a completare il lavoro. Sono già usciti, in un’edizione molto elegante, “Nicolas Eymerich, inquisiteur” e “Les Chaînes d’Eymerich”. E’ annunciato per le prossime settimane Le Château d’Eymerich, inedito in Francia e molto atteso dai lettori.

In Olanda esce intanto il fumetto di David Sala e Jorge Zentner, tratto da Nicolas Eymerich, inquisitore e Il corpo e il sangue di Eymerich. E’ in quattro volumi, che saranno presentati in cofanetto.

 

Quanto a Radio Rai 2, riproporrà, a partire da lunedì 12 marzo, gli sceneggiati radiofonici di Valerio Evangelisti, scaricabili in podcast (www.rai.it/dl/Radio2/podcast.html) al ritmo di una puntata al giorno. Si tratta de “La scala per l’inferno”, “Il castello di Eymerich” (che vinse il Premio Italia per la radiofonia), “La furia di Eymerich”. Si parte con “La scala per l’inferno”, tratto dal romanzo “Picatrix”. Evangelisti fu obbligato a sostituire i protagonisti del romanzo, americani o spagnoli, con altri italiani, e ad accettare un finale più consolatorio di quello che aveva ideato. Si trattò comunque di un grande successo.

Seguiranno notizie più dettagliate.

Nel frattempo è in corso di elaborazione un videogioco su Eymerich. Qualche anteprima nel sito www.eymerich.it. L’uscita è prevista per l’autunno.

Tags:

Sul suo Blog, DANIELE BARBIERI recensisce ONE BIG UNION

by Eymerich 3. marzo 2012 08:58

Su “One Big Union” di Valerio Evangelisti
di Daniele Barbieri (danielebarbieri.wordpress.com)

 

E’ «una specie di fantasma», un «uomo ombra» che «acquista vita concreta solo quando si finge qualcun altro» Robert William Coates, detto Bob. Ne è consapevole e – verso la fine della sua “carriera” – alla domanda «Ma tu chi sei?» risponde la verità: «Non sono nessuno».

Una vita da spia, da infiltrato, da provocatore con occasionali ruoli di picchiatore e sparatore o di capo delle squadracce anti-rossi. Inizia a 14 anni (nel 1877) facendosi reclutare per dare una lezione ai sovversivi della Comune di Saint Louis, «una massa di miserabili», e finisce – da assassino e torturatore – nel 1919. Eppure il Coates, quasi inventato da Valerio Evangelisti, è figlio di un operaio irlandese immigrato negli Usa. Si vende ai padroni certo, tradendo quelli come lui (“la sua classe” avrebbero detto socialisti e anarchici) ma quel che più colpisce è la sua convinzione di essere dalla parte del giusto, un «soldato dell’esercito del bene»: gli operai sono fannulloni anzi «sfaticati di professione, senzadio, sovversivi, accattoni nati» (come scrive la sorella di Coates, giornalista filo-padroni); se si vietasse il lavoro minorile sarebbe una tragedia nazionale; bisogna «attenersi all’ordine cristiano del mondo, al rispetto della proprietà privata» se occorre ingannando e violando le leggi; per la «feccia», la «mandria umana» (cinesi, slavi, negracci, ungheresi, scandinavi, tedeschi e «dagos» cioè italiani, una razza dannata) ci vogliono «legnate» o peggio; se in acciaieria «muore in media un operaio al mese e moltissimi restano feriti» (o si ammalano) è una ineluttabile fatalità; e se i padroni vogliono licenziare, abbassare i salari, fare trattenute per le parrocchie, pagare in buoni da spendere solamente nei loro spacci, vietare le rappresentanze dei lavoratori… sono nel loro pieno diritto. Verità ripetute da «autorità, Chiese, i giornali più diffusi, gli intellettuali illustri, i politici migliori» spiega Coates a Sam Dreyer, una specie di gorilla che risponde: «Tanto meglio, picchierò con più convinzione».

Quando spia o bastona, Coates è convinto di farlo per l’America e anzitutto per moglie e figli, da bravo cristiano. «In fondo la famiglia era una società in formato piccolo» e se la giovane donna che ha sposato si ribella va picchiata, «come spesso il pastore raccomandava ai mariti», anzi – così riflette – «sarebbe stata un’estensione domestica del suo mestiere quotidiano». Eppure un tanto buon figlio di Dio non avrà amori felici (muore la prima moglie, scappa la seconda). Quanto ai due figli, così diversi per carattere ed esiti, sono destinati male. Per i suoi errori, crimini o ignoranze mai Coates si farebbe un’autocritica ma trova sempre un capro espiatorio, di preferenza ebreo.

«Un detective deve essere un attore» dice Thomas Furlong al giovane Coates che nella sua vita riesca a ingannare molti. Soprattutto deve essere incapace di avere dubbi dunque ingannare anche se stesso.

Perché “quasi” inventato? Alla fine della bibliografia, Evangelisti accenna di aver trovato in un libro del 1937 un breve accenno al vero Coates e al suo ruolo di infiltrato reo confesso e di averlo eletto a protagonista del suo romanzo, «One Big Union» (Mondadori: 444 pagine per 18 euri) uscito a novembre.

Con ogni evidenza le vicende di Bob Coates servono a Evangelisti per raccontare la storia del movimento sindacale degli Usa: «l’ipocrisia» del Workingmen’s Party; il corporativismo dei Knights of Labor; l’ambiguità di Afl (American Federation of Labor) e American Railway Union; poi nel 1905 la sconvolgente novità del sindacato “orizzontale”, i duri dell’Iww (Industrial Workers of the World) che credono nella «one big union», un solo grande sindacato senza distinzioni di razza o mansioni.

Attraverso lo sporco mestiere di Coates, il romanzo racconta le grandi lotte del periodo 1877-1919: la battaglia di Homestead; lo scontro alla Pullman con il boicottaggio e i figli degli scioperanti “adottati” temporaneamente dai lavoratori di altre città; Spokane e la battaglia (durissima ma vittoriosa) per «la libertà di parola»; Lawrence; Wheatland; lo sciopero di Ludlow stroncato a colpi di mitragliatrice; Everett; il soviet di Seattle nel 1919… Quasi sempre gli attacchi armati di squadracce (e qualche volta crumiri) contro i lavoratori servivano da pretesto per fare intervenire le polizie, gli sceriffi o addirittura la Guardia nazionale. Ma allora cos’è la democrazia? «In sostanza una catena di interessi» enuncia candidamente Burns allo “scolaretto” Coates. «Al momento decisivo lo Stato è sempre dall’altra parte», con i padroni che – spiegano gli Iww – si comprano quasi tutti i giornali e i giudici.

Nel suo lungo viaggio lo spione Coates incontra Joseph Gould (celebre la sua frase: «Io posso assoldare metà della classe operaia perché faccia fuori l’altra metà»), Joseph Buchanan, Eugene Debs, Daniel De Leon, Bertha Thompson detta Boxcar, gli agenti di Pinkerton (fra i quali il giovanissimo Dashiell Hammett che diventerà un grande scrittore e un “rosso”), l’anarchica Emma Goldman, Ben Reitman, Alice Freeman Palmer («fautrice dell’accesso femminile agli studi»), John Reed ma soprattutto Mamma Jones, «Big Bill» Haywood, la nera Lucy Parsons, Charles Moyer, George Pettibone, il boscaiolo Frank Little, Vincent Saint John, Elizabeth Gurley Flynn, l’italiano Joseph Ettor, Walter Nef… insomma l’anima degli Iww. Ma incrocia anche alcuni che proletari non sono (o non più) però vogliono esser loro compagni di strada come – per citarne tre soltanto – : Jack London, Upton Sinclair e Frank Norris (di quest’ultimo io ignoravo persino l’esistenza).

Sullo sfondo i morti del 1886 a Chicago e il processo-farsa che ne seguì; la massa degli hobos (che si sposta sui treni) e gli stagionali, braccianti, ferrovieri, minatori, muratori, portuali, raccoglitori di luppolo… Risuona uno slogan «Vogliamo il pane e le rose» che è incomprensibile per Coates e altri come la canzone «Se ben che siamo donne» urlata dalle italiane.

Al centro della scena, quasi un nodo che gli Iww cercano di sciogliere, è sempre il che fare: se serva più Marx o la dinamite, il voto o lo sciopero generale, le canzoni o i libri, i militanti professionali o i semplici ribelli, mantenere l’identità nazionale o riconoscersi come senza patria, il «gallo rosso» (sabotaggi e incendi) o un programma per la società futura. E ancora: per difendersi dagli assalti armati bisogna non farsi trovare disarmati ma questo facilita e moltiplica le provocazioni?

Qui si racconta di sconfitte durissime ma anche di sogni a portata di mano con vittorie storiche (le 8 ore). A mio parere conoscere queste vicende storiche è importante – ancor oggi – quanto saper leggere, scrivere e far di conto.

Ognuna/o troverà qui i riferimenti all’oggi che ritiene più adatti al suo modo di vedere e/o alle informazioni delle quali dispone (poche e confuse nel tempo del governo internazionale banchier-petrolifero). Quando l’autore confezionava «One Big Union», il governo Monti era di là da venire ma certo il giochino dell’unità nazionale davanti alla “crisi” e il ruolo delle banche sono collaudati da oltre un secolo come certe comode scomuniche del Vaticano o le bugie della stampa, perfino la definizione di guerra «umanitaria». Comunque si giudichi l’oggi, slogan del tipo «Un torto fatto a uno è un torto fatto a tutti» o le canzoni di Joe Hill potrebbero tornarci utili se avessimo ancora voglia di capire che chi lavora ha interessi comuni opposti a quelli di chi lo sfrutta. «Il padrone peggiore è quello che si dice vostro amico. E’ chi parla di comune interesse, di crescita collettiva, di collaborazione per il bene nazionale»: questa la convinzione dei wobblies, cioè degli Iww. E’ evidente la simpatia di Evangelisti per loro, anche se non ne nasconde le divisioni e gli errori. Nel loro quartier generale c’è chi pensa che esistano limiti di fondo negli Iww: «un sindacato che faceva appello ai rivoluzionari ma era modellato sulla figura del ribelle stentava a gestire la fase dell’arretramento». Ma evidentememte è un discorso che qui si può solo accennare.

Il romanzo «One Big Union» in pratica finisce quando inizia (con un attentato) l’ultimo film di Clint Eastwood, «J. Edgar». Le agenzie investigative private lasciano posto allo statale e “scientifico” Fbi, la privata paranoia (e ipocrisia sessuale) di Hoover si confonde con la schizofrenia pubblica e di massa degli Usa o meglio delle “vespe” («wasp» che è anche l’acronimo di White Anglo-Saxon Protestant) vere o presunte. La bellissima idea di Eastwood però non riesce a concretizzarsi in un affresco storico e le ambiguità politiche del regista gli impediscono di capire se quella crudele esplosione iniziale è in un certo senso una risposta, la disperata difesa contro l’Amerika che cerca di soffocare l’America. In una scena di «J. Edgar» si intravede Emma Goldman, buttata lì come un personaggio senza importanza: francamente non mi aspettavo tanta sciatteria da un regista come Eastwood. Chi ama il cinema avrà subito pensato a «1929, sterminateli senza pietà» di Scorsese o persino a «L’imperatore del nord» (sugli hobos) di Aldritch, capaci di stravolgere le regole di Hollywood per raccontare almeno qualche frammento della lotta di classe negli Usa. La struttura di quest’ultimo romanzo di Evangelisti è molto semplice (assai più di altri suoi libri): sarebbe la base per un ottimo film … se ci fosse un Eastwood di sinistra.

 

UNA BREVE NOTA

Con questo romanzo Valerio Evangelisti torna sui temi di «Antracite» e del bellissimo «Noi saremo tutto». Ma anche i due romanzi storici messicani («Il collare di fuoco» e «Il collare spezzato») incrociano, in altro contesto, il sindacalismo rivoluzionario. Chiuso questo libro, può darsi che vi assalga la voglia di sapere qualcosa di più su quell’America che i libri di storia non raccontano: in primo luogo tenete conto della bibliografia suggerita da Evangelisti ma per colmare in fretta le lacune principali è fondamentale – quanto di facile lettura – la «Storia popolare dell’Impero americano a fumetti» (288 pagine per 10 euri) di Mike Konopacki e Paul Buhle sui testi di Howard Zinn, appena pubblicata da Hazard Edizioni in co-edizione con il quotidiano «il manifesto».

Tags:

Su IL MANIFESTO, Mauro Trotta recensisce ONE BIG UNION

by Eymerich 25. dicembre 2011 11:38



La guerra a bassa intensità per distruggere i wobblies

di Mauro Trotta (da Il manifesto, 24 dicembre 2011)

Dopo il cosiddetto ciclo del Metallo, dopo la rivoluzione messicana, dopo le lotte dei portuali americani, era probabilmente inevitabile che la penna di Valerio Evangelisti si misurasse prima o poi con il mito forse più potente della lotta di classe in America, ovvero con l'epopea degli “Industrial Workers of the World” (Iww), gli irriducibili wobblies. Ora, con l'uscita del suo ultimo romanzo, One Big Union (Mondadori, pp. 442, euro 18,50) il momento è finalmente arrivato.  

La strada scelta per raccontare una storia che si dipana per circa quarant'anni, dal 1877 al 1919, è quella utilizzata in tanti romanzi dello scrittore bolognese, ovvero mettere al centro della narrazione un vilain, un cattivo, e, attraverso lui, seguire il succedersi degli avvenimenti. Questa volta il protagonista si chiama Robert Coates ed è una spia, un infiltrato all'interno delle organizzazioni sindacali statunitensi. Attraverso i suoi occhi assistiamo al dissolversi delle vecchie organizzazioni come i “Knights of Labor”, al ripiegare su posizioni a dir poco moderate, per arrivare poi all'”intelligenza col nemico” di classe dell'Afl, l'American Federation of Labor, al sorgere improvviso degli Iww. 

Coates può ricordare in qualche modo l'Eddie Florio, protagonista di Noi saremo tutto, anche lui un “cattivo”, una spia. A differenza di quest'ultimo, però, Coates non rinnega le proprie origini. Se Florio si distacca da una famiglia impegnata nelle lotte cambiando anche nome, il protagonista di quest'ultimo romanzo si muove in continuità con le scelte del padre, diventato reazionario dopo la militanza sindacale, perché convinto di essere stato abbandonato dai propri compagni in un momento di difficoltà. Non solo, Coates è anche orgoglioso della sua origine irlandese e protestante. È inoltre convinto delle sue idee, pensa davvero di lavorare per il bene del suo paese. Insomma risulta essere un personaggio psicologicamente più sfaccettato, capace anche di provare amore o di essere preda di sensi di colpa. Certo, tali sentimenti sono riservati solo a persone appartenenti alla sua famiglia. Nei confronti degli altri il discorso cambia. Eppure nel lettore mi sembra non possa suscitare lo stesso disprezzo assoluto che invece provoca Florio. E proprio questo lo rende in realtà molto più inquietante. 

Attorno a questo personaggio ruotano tanti altri personaggi, resi magistralmente dalla scrittura di Evangelisti con tratti rapidi ed efficaci. Ci sono i proprietari delle varie agenzie per cui Coates lavorerà o con cui avrà a che fare. I padroni, arroganti e/o paternalisti, decisi a sfruttare in maniera sempre più pesante i propri sottoposti e ad approfittare del periodo di crisi per rimodellare i rapporti lavorativi, sottraendo diritti e incrementando i profitti. Ci sono anche scrittori famosi, come Jack London, con le sue idee socialiste, e Dash Hammett, che lavorò per l'agenzia Pinkerton. E poi ci sono i militanti, i proletari, gli agitatori, i sindacalisti. E soprattutto loro, i wobblies, con la loro nuova idea di un unico grande sindacato, rivolto a tutti i lavoratori: non solo a quelli professionali o regolarmente inquadrati, ma anche, e soprattutto, ai taglialegna, ai vagabondi, ai braccianti, ai disoccupati, ai manovali a giornata, ai neri, agli immigrati, insomma a tutti i precari. Capaci di utilizzare canzoni e fumetti per diffondere idee e lotte o di inalberare striscioni con su scritto: “Vogliamo il pane e le rose”. Orgogliosi nel rimarcare la loro distanza anche dalla politica: «Siamo gli Industrial Workers of the World. Conteniamo già l'organizzazione che verrà». Convinti di rappresentare il futuro, di essere, come afferma uno di loro, «la società nuova che nasce nel seno della vecchia. Non era quello che auspicava Karl Marx? Gli wobblies mettono in pratica il suo pensiero senza troppe complicazioni dottrinarie».  

Ci saranno vittorie, a volte veri e propri trionfi, ma anche sconfitte, divisioni, scontri. Ma attraversando questa storia, la storia di un movimento di classe di circa un secolo fa, quello che sorprende di più sono le affinità con la situazione attuale. Dall'emergere sul palcoscenico delle lotte di figure di precari, non garantiti, immigrati, con il tentativo di crearne un'organizzazione e con i passi avanti, ma anche indietro lungo tale strada, con gli errori, ma anche con l'invenzione di nuove forme di lotta, la solidarietà - “An injury to one is an injury to all" cioè "un torto fatto a uno è un torto per tutti» era il motto degli Iww - ma anche le dispute e i protagonismi. Fino al tentativo da parte del capitale di far pagare il prezzo della crisi a quello che oggi si definirebbe il 99% in lotta contro l'1%. Il tutto raccontato dallo stile dark, nero e dalla scrittura secca e cristallina di Valerio Evangelisti, una scrittura senza orpelli e capace di tenere il lettore letteralmente incollato alla pagina. 

Completa il libro una bella bibliografia a cui forse andrebbe aggiunto il volume La rivista Primo Maggio a cura di Cesare Bermani (DeriveApprodi, Roma 2010) a cui è allegato un dvd con la collezione completa della rivista che spesso si occupò degli Iww e che probabilmente ha contribuito, al pari di altri studiosi, alla conoscenza degli wobblies in Italia.

Tags:

Su IL FATTO QUOTIDIANO, Antonella Beccaria intervista Valerio Evangelisti su ONE BIG UNION

by Eymerich 26. novembre 2011 08:50

Evangelisti presenta il suo nuovo libro: “L'ultraliberista Monti? Non cambierà nulla”
di Antonella Beccaria
(Da Il Fatto Quotidiano, edizione di Bologna, 15 novembre 2011)


In tempi di nuovi emarginati, indignati e flash mob sotto il segno della “v” di vendetta, quella che fa Valerio Evangelisti nel romanzo appena uscito One big union è la rievocazione di un'utopia. E per parlarne parte con una richiesta: “Non chiedetemi di Eymerich, è morto”. L'inquisitore protagonista di molti suoi libri precedenti sarà anche passato a miglior vita, ma il suo creatore per adesso non sembra sentirne troppo la mancanza perché è la volta di raccontare del sindacalismo rivoluzionario statunitense arrivato a fine corsa degli anni Venti del secolo scorso. Ma che ha lasciato il segno, distinguendosi da un sindacalismo socialista o anarchico soprattutto per la valenza visionaria: arrivare a un'organizzazione che rappresentasse anche i non rappresentati e che di qui modificasse l'assetto sociale, oltre che lavorativo. 

I sindacalisti rivoluzionari si muovevano tra boscaioli mutilati, ferrovieri costretti a calarsi sulle rotaie per azionare gli scambi o proletari di campagna. Gente senza importanza nel sistema economico americano di allora perché senza specializzazione. Si infilavano tra cinesi, russi, italiani (definiti i crumiri per eccellenza) e non erano pacifisti. “In realtà subirono la violenza più che praticarla”, dice Evangelisti, “si pensi per esempio a quando erano vittime di tiratori scelti nelle zone minerarie. Ma ci provarono a cambiare”. E ci provarono con strumenti diversi: il fumetto come medium per veicolare contenuti sindacali in mezzo all'analfabetismo e la musica, riscrivendo i testi di canzoni allora in voga come accaduto con l'inno dell'esercito della salvezza, l'unico autorizzato a sfilare pubblicamente. 

One big union sembra quasi una voce dal passato per parlare oggi di disoccupazione, flussi migratori, povertà in aumento. “Quella del sindacalismo rivoluzionario”, spiega ancora l'autore, “è stata una voce fuori dalle ideologie preponderanti del tempo, il marxismo dogmatico e l'anarchismo puro. È una storia, la storia che volevo scrivere”. 

C'è bisogno di un ritorno a quel tipo di sindacalismo oggi? 

“Identico non può essere, però sicuramente occorre una forma di organizzazione di chi non è rappresentato. Parlo di immigrati e precari, per esempio, e in questo senso l'esperienza americana di quegli anni può in parte essere ancora attuale. Lo scopo è quello di farsi forza collettiva”. 

Intellettuali come Franco “Bifo” Berardi parlano, a fronte della situazione politica attuale, del fallimento della democrazia rappresentativa. È una constatazione condivisibile? 

“La democrazia si costruisce giorno per giorno attraverso un processo in cui ognuno agisce in autonomia riuscendo a modificare anche l'assetto istituzionale. Sicuramente la democrazia rappresentativa ha fallito, ma al momento non è visibile una forma alternativa immediata. Una volta Toni Negri, che peraltro non è un mio referente, parlava di modificare la costituzione materiale, cioè non tanto le leggi quanto la loro applicazione. Questo è possibile solo partendo dal basso. Ora non saprei dire se sono a favore di un governo Monti o di uno Berlusconi rifatto, non è quello il problema. Occorre invece riflettere sul cambiamento del quotidiano”. 

Chi invece urla al ritorno a un pericolo terrorismo - e tra questi ci sono tanto l'ormai ex ministro del lavoro Maurizio Sacconi quanto esponenti del mondo della cultura - interpreta una minaccia reale o cavalca un pretesto? 

“Dalla mia bocca non uscirà una sola parola di condanna della violenza in genere, ma queste affermazioni sono strumentali. Parlare di terrorismo inteso come lotta armata è come parlare di marziani. Oggi come oggi, quando l'Eta o l'Ira e tante altre organizzazioni rinunciano a strumenti del genere, non è che si possa pensare che riappaiano in Italia. Vedo invece l'importanza di una lotta di massa che avrà le forme che riuscirà ad assumere. Tutto il resto, gli allarmi facili o le emergenze urlate, mi sembrano un gridare al lupo per puntare in realtà ad altro. Si vuole trovare un pretesto per schiacciare il movimento reale, che è qualcosa di totalmente diverso dalle Brigate Rosse o simili”. 

Un ritorno alle vecchie politiche di gestione dell'ordine pubblico che predicava il presidente emerito Francesco Cossiga quando stava al ministero dell'interno? 

“Sì. Cossiga fu un genio in questo campo. Ha ammesso lui stesso per esempio che si infilavano bustine di eroina in tasca ai presunti terroristi per arrestarli e interrogarli. Attenzione alle tasche, quindi. Per il resto affidiamoci al movimento reale, che avrà tantissime incertezze e sicuramente non ha un'ideologia ben definita per il momento. Ma oggi è l'unico che c'è, secondo me crescerà e si tratta di un movimento mondiale. Dopodiché chi vuole mettere un cappuccio e imbracciare un mitra lo farà, ma forzando la realtà per i propri fini”. 

In tutto questo Silvio Berlusconi è stato un'anomalia del sistema come in molti anche da sinistra sostengono o ne è stato un frutto diretto con cui fare i conti? 

“Nessuna anomalia. Berlusconi era la punta estrema e in questo senso caricaturale di un assetto sicuramente europeo. Fra la sua ideologia e quella del premier francese Nicolas Sarkozy non è che ci siano grandi differenze. Uno è più rozzo, l'altro è più gentiluomo, però la loro impostazione è la stessa, una specie di populismo di destra che, se guardiamo ai Paesi dell'est, ha avuto veri e propri trionfi, come accaduto in Ungheria. Smettiamo di concentrarci su Berlusconi, perché sparito lui chi arriva? Mario Monti, un esponente dell'ultraliberismo. Stante la situazione, non so se cambierà veramente qualcosa. Temo che cambierà solo il costume, meno volgare di prima. Avremo insomma un nuovo leader di buoni costumi personali e basta. Bene, siamo tornati a Robespierre.”

Tags:

Prossima l'uscita del nuovo romanzo di Valerio Evangelisti: ONE BIG UNION

by Eymerich 15. settembre 2011 12:09

Sta per uscire il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti, ONE BIG UNION.
Ecco il testo del risvolto di copertina:

Robert Coates, di origine nordirlandese, non è realmente cattivo. E’ legato alla famiglia, assiduo alle funzioni religiose, saggiamente conservatore. Condivide però molti dei pregiudizi che circolano, negli Stati Uniti, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Ciò lo induce a diventare fin da giovanissimo una Labor Spy: uomo di mano di una delle tante agenzie che infiltrano informatori nel movimento operaio americano ai suoi inizi. In questa veste, assiste e partecipa a scontri sociali di inusitata violenza. Scioperi che si prolungano mesi, stragi di operai, duelli degni di un film western.

Prende parte, soprattutto, all’epopea degli Industrial Workers of the World: il sindacato rivoluzionario che cerca di organizzare precari, vagabondi, immigrati, braccianti, disoccupati, manovali a giornata. Con lo scopo di dare vita alla One Big Union: il solo, grande sindacato che rechi in sé il modello della società a venire. Un’idea che sarà sconfitta, ma non senza un’accanita resistenza.

Robert Coates, nel tentativo di sabotare dall’interno quel progetto, incontrerà personaggi memorabili: Eugene Debs, Jack London, Dashiell Hammett e tanti altri. Questo non riscatterà la miseria progressiva della sua vita privata, sotto il segno della solitudine. Chiunque lo accosti troppo da vicino è perduto. Una spia non può avere affetti.

Una storia “nera”, dunque, ma perché nera è la vicenda che tratta: quarant’anni di storia del movimento sindacale americano, a partire dalle origini.

Tags:

Powered by BlogEngine.NET 3.1.0.1
Theme by MoonEclypse

Calendar
<<  giugno 2017  >>
lunmarmergiovensabdom
2930311234
567891011
12131415161718
19202122232425
262728293012
3456789

Vedi i post nel calendario più grande
Month List