Su IL GIORNALE Massimiliano Parente commenta DAY HOSPITAL

by Eymerich 30. maggio 2013 03:52

IL VERO AUTORE? ALLONTANA LA MORTE RACCONTANDOLA.

Il maestro del “fantastico” italiano descrive la cosa più reale (e dolorosa). E ci consegna un grande libro.
di Massimiliano Parente (da Il Giornale, 27 maggio 2013)

Non è facile scrivere sulla propria pelle e fare del proprio corpo un diario quando si è colpiti da una malattia mortale, tantomeno per uno scrittore.
Altrettanto difficile mantenere lo stile, come riuscì a fare Hervé Guibert, il grande scrittore francese che descrisse in una manciata di libri bellissimi lo sfacelo fisico dell'Aids di cui sarebbe morto a soli 38 anni. Il contraltare italiano, negli stessi anni, fu l'ultimo libro di Dario Bellezza, umanamente tenero, letterariamente inutile. La più spavalda Oriana Fallaci: era capace di intervistare se stessa e parlare del suo tumore come un nemico, con cui alla fine aveva quasi fatto amicizia. Tra i recenti diari di morte il più commovente e tragico è Mortalità di Christopher Hitchens, dove purtroppo il cancro ha vinto sulla narrazione lasciando l'opera incompiuta e compiuta al tempo stesso: il libro si chiude per lutto, più realistico di così si muore per finta.
Viceversa, sul fronte di chi ce l'ha fatta, in questi giorni esce Day Hospital di Valerio Evangelisti (Giunti). Autore di fantascienza tra i più notevoli e conosciuti fuori dall'Italia (il suo Metallo urlante è considerato da Michel Houellebecq uno dei romanzi di fantascienza fondamentali), il 7 marzo 2010 scopre di avere un linfoma, un micidiale tumore al sistema linfatico. Da lì ha inizio un day hospital interminabile, la chemioterapia, le TAC, le risonanze magnetiche, la prevista perdita dei capelli, l'imprevista perdita parziale della mobilità. Come la metamorfosi di Guibert («Sono uno scarafaggio rigirato che si dimena sulla schiena») e il brutto risveglio di Hitchens in albergo con un dolore paralizzante al torace («Una deportazione ferma e gentile oltre il desolato confine della terra della malattia»), per Evangelisti comincia una metamorfosi kafkiana. In poco tempo la realtà diventa quasi irreale e le terapie chemioterapiche hanno un'onomastica fantascientifica come il protocollo R-CHOP 2, suona come un elicottero americano o un titolo di Vonnegut.
Se questo è un uomo, nel lager della malattia, e la natura in quanto campo di concentramento di massa è peggio del nazismo. Dovendo poi fronteggiare, dopo l'ospedale, invalidità impreviste e progressive, quando le azioni più semplici diventano imprese: scendere le scale, attraversare una strada, la vasca da bagno che si trasforma in un labirinto scivoloso da cui è impossibile uscire.
È per questo che diari del genere sono interessanti: al contrario della salute, la malattia mette in scena la tragicità fisica della condizione umana, assomiglia al risvegliarsi nei panni di Gregor Samsa, allo strisciare sul pavimento di Molloy. Con un elemento terapeutico e forse apotropaico: l'autore allontana la morte scrivendone, il lettore leggendola. E comunque sia la morte stimola la nostra attenzione più della vita, per ragioni evolutive, lo sanno bene i neurobiologi, e pure i giornali.
Nella disperazione si presentano soluzioni geniali: i medici gli dicono di bere almeno due litri al giorno, e Valerio beve due litri di birra. Gli dicono di smettere di fumare e lui col cavolo, se deve morire tanto vale morire fumando, non fa una piega. Né mancano alcuni vantaggi dell'essere malato, a cominciare dalle prove di affetto. Tuttavia «diverso è il caso quando l'interlocutore, che magari non sentivi da anni, o addirittura da decenni, chiede insistentemente di incontrarti. Dai, vediamoci. i vengo a trovare. Usciamo a bere qualcosa. Il sospetto è che la domanda di un contatto personale nasconda fini di esame antropologico, per non dire entomologico». Altri, viceversa, spariscono completamente, o ti danno per morto, e sembra che a scappare, secondo la statistica evangelistica, siano più le donne degli uomini, belle stronze.
In ogni caso Evangelisti non cede un millimetro all'autovittimismo e non è seguace di «religioni organizzate», dichiarazione per me molto sospetta, infatti poi si professa neoplatonico, seguace di Plotino e credente dell'anima mundi, hai detto niente. In sostanza pensa che i suoi atomi, una volta morto, si disperdano nell'universo, portando con loro «una memoria», boh. Non ho mai capito neppure a cinque anni quali consolazioni siano quelle così campate in aria, cioè tutte, ma forse Valerio semplicemente nella disperazione sarà incappato in qualche omeopata. Oppure avrà visto troppe puntate di Fringe. Oppure avrà incontrato uno di questi nuovi pseudofisici spiritualisti che ti rifilano la speranza in formato quantistico, l'anima atomica. Alla fine creda in cosa vuole, e conta solo sia guarito e possa scrivere ancora romanzi. Di Day Hospital basta questo, da leggere.

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DAY HOSPITAL: la recensione di MARCO BELPOLITI su LA STAMPA - TTL

by Eymerich 2. maggio 2013 12:40

IL CORAGGIO DI EVANGELISTI CONTRO LA SCORTESIA DEL MALE (da TTL del 27 aprile 2013)

Una carta da gioco, l'asso, stampigliata a rilievo sulla copertina plastificata, dentro un cuore vero: asso di cuori; meglio, il disegno scientifico di un cuore, replicato nell'aletta, con tanto di legenda: ventricolo, arteria, ecc. Day Hospital, questo il titolo, è la cronaca di una malattia e della sua cura. L'autore, Valerio Evangelisti, celebre scrittore, padre di Nicolas Eymerich, protagonista di un fortunato ciclo narrativo, nel corso del 2010 è stato colpito da un linfoma e costretto a sottoporsi a sedute di chemioterapia che hanno sconvolto la sua vita quotidiana. Un diario, ma anche una riflessione, un racconto e insieme un manuale  d'uso: Evangelisti raccoglie giorno per giorno i dettagli della sua malattia e degli esiti progressivi. Guarito dal linfoma, deve affrontare le conseguenze delle cure, in particolare sull'equilibrio e la motilità. Nel frattempo Evangelisti  mette in cantiere e compone tre libri, mentre  si manifestano gli effetti devastanti della chemio. Ma perché quel cuore in copertina? Forse perché è l'organo pulsante del nostro corpo, la pompa fondamentale? Perché ci vuole cuore per affrontare un male simile, e raccontarlo sulla pagina? Perché è il cuore l'organo che si ferma nel corpo di Vittorio Curtoni, scrittore di fantascienza, scopritore dell'autore, nel 2011? O forse il cuore è collegato all'Inquisitore protagonista di vari romanzi, fumetti, videogiochi?

Rosso è il colore di questo asso-cuore, come il nome e cognome dell'autore (in blu scuro il titolo). Una copertina molto bella che cattura subito l'attenzione sui banchi delle librerie e in vetrina. Evangelisti fa avanzare il suo diario attraverso un doppio movimento: parti di cronaca personale in tondo e riflessioni in corsivo. Espone gli esiti delle cure, racconta il suo ricovero per le chemio in ospedale - Day Hospital -, poi riferisce delle ricerche in Internet sulla prognosi del male; e ancora ricorda la malattia del padre e la morte della madre.

Sotto accusa è, se così si può dire, in un libro che non accusa ma riferisce, la medicina e i suoi custodi, i medici. Esperienze comuni a molte persone di ricoveri provvisori, diagnosi intermittenti, piccole e grande scortesie. Non c'è ansia, o angoscia, nelle pagine di Evangelisti, ma solo una autoscopia continua, attenta, maniacale. Il dettaglio è il vero protagonista del racconto che esce nella collana italiana il cui logo spicca in basso sulla destra della copertina.

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Su AFFARI ITALIANI intervista a Evangelisti su DAY HOSPITAL

by Eymerich 26. aprile 2013 14:15

Il 24 aprile è uscito presso l’editore Giunti il libro di Valerio Evangelisti Day Hospital. Riportiamo l’intervista all’autore che, per l’occasione, ha realizzato il giornalista Antonio Prudenzano, per il quotidiano on line Affari Italiani.

Valerio Evangelisti, classe '52, tra i più apprezzati scrittori italiani di fantascienza, fantasy e horror (ricordiamo, tra gli altri, il ciclo di romanzi dell'inquisitore Nicolas Eymerich e la trilogia di Nostradamus), ha deciso di raccontare in un breve romanzo autobiografico ("Day Hospital", Giunti, nella collana Italiana, diretta da Benedetta Centovalli) l'improvvisa scoperta di un linfoma non Hodgkin di tipo B aggressivo che ha sconvolto la sua vita negli ultimi anni. Affaritaliani.it ha parlato di "Day Hospital" con  lo scrittore bolognese, che ora ha "domato" la malattia.

Evangelisti, non manca l'auto-ironia in questa sorta di diario del calvario (cominciato nel maggio 2009) di esami e sedute di chemioterapia che ha affrontato: la malattia ha cambiato il suo atteggiamento nei confronti della scrittura, e della letteratura?

"No, non è cambiato nulla. Però direi che il fatto di scrivere mi è stato di molto conforto nei momenti peggiori. Potevo evadere dalla mia condizione".

Negli ultimi mesi sono stati pubblicati molti testi autobiografici - spesso diventati dei bestseller - in cui gli autori raccontano storie di dolore e rinascita. Anche il suo "Day hospital" si inserisce in questa tendenza? Quando ha deciso che quest'insieme di corrispondenze scambiate con lettori e amici sarebbe diventato un libro da pubblicare?

"Tutto nacque quando il Corriere della Sera mi chiese un racconto da allegare al giornale. Non ne avevo sottomano, così decisi di parlare di me stesso. Misi però subito in chiaro le mie intenzioni. Non volevo trattare di sofferenze o rinascite, ma solo narrare una storia nella maniera più semplice e stringata possibile. Senza posare a vittima o eroe".

Pensa che la lettura di  "Day hospital" possa aiutare chi, personalmente o indirettamente, sta facendo i conti con una grave malattia?

"Io ci spero. La parte sconosciuta ai più è cosa accade dopo che la malattia è domata (non propriamente sconfitta: serve un tempo molto lungo per essere ragionevolmente certi che non si riaffaccerà). Sul 'dopo' anche i migliori medici sono reticenti. Io ne parlo senza fronzoli. A qualcuno potrebbe servire".

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Su FANTASY MAGAZINE Emanuele Manco recensisce CARTAGENA

by Eymerich 10. febbraio 2013 14:21

Da Fantasy Magazine, febbraio 2013.

I Pirati dei Caraibi di Valerio Evangelisti non sono come Johnny Depp o Orlando Bloom. Cartagena è il terzo romanzo che lo scrittore bolognese dedica ai Fratelli della Costa dopo Tortuga (2008) e Veracruz (2009) e ormai penso che tutti avranno le idee chiare su come vengano caratterizzati.
I pirati di Evangelisti sono amorali se li guardiamo dal punto di vista della cosiddetta "civiltà", ma hanno molto più rispetto delle regole che si sono dati all'interno di quanto non ne abbiano coloro ai quali delle leggi sono state imposte dall'alto.
Sono un vero esempio di democrazia interna e meritocrazia, visto che i loro comandanti comandano finché godono del consenso della ciurma. Insomma non sono "buoni", ma definirli "cattivi" sarebbe un errore tanto quanto definire tale un predatore come un leone o uno squalo.

Quando li ritroviamo sono però quasi addomesticati, hanno abbandonato la Tortuga e vivono stanziali a Hispaniola, ma su sollecitazione nientemeno che dell'ammiraglio De Pointis, emissario di Luigi XIV, ossia il Re Sole, vengono chiamati a una ultima gloriosa impresa: la conquista della colonia spagnola di Cartagena.
Attirati dall'equa spartizione del bottino, sotto il comando del governatore Ducasse, l'eterogeneo esercito di avventurieri intraprenderà quest'avventura con la consapevolezza che in ogni caso il proprio tempo sta per finire, e tanto vale bruciare in un lampo piuttosto che spegnersi lentamente.

Non è un'alleanza che si basa sulla fiducia reciproca quella tra i parrucconi francesi e i pirati, prova ne è che De Pointis infiltra tra i pirati come comandante un suo uomo fidato, Martin d'Orlhac, dal passato turbolento.
Sarà lui il punto di vista quasi alieno sul mondo dei Pirati, del quale però subisce il fascino, trovandolo simile a quella Corte dei Miracoli dei ladri parigini della quale ha fatto parte.

Mentre gli eventi si succedono, tra battaglie di terra, di mare, tradimenti, reciproci inganni, a complicare la faccenda arriva ovviamente una donna fatale, che affascina il povero Martin sin da subito. Si tratta di Donna Teresa, moglie di Don Sancho Jiméno, comandante spagnolo.
Che la donna sarà fonte di guai sembra non capirlo solo Martin, irretito oltre ogni logica misura, confuso dal caldo, dal fascino che i pirati esercitano su di lui, dal constatare quanto meschini siano invece i suoi capi, espressione di una nobiltà che non ha onore. Siamo nel 1697, la Rivoluzione Francese è ben lontana, ma la decadenza e l'indifferenza alla vita reale c'era giù tutta.

In un quadro di personaggi a loro modo travolti, prigionieri di ruoli confusi in un tempo che sta cambiando come i pirati e lo stesso Martin, o il mellifluo De Pointis, l'unico personaggio il cui percorso è coerente è proprio Teresa, le cui azioni sono appaiono sempre logiche e mirate all'intenzione di sopravvivere alla bufera.

Con una prosa scorrevole, che stavolta non inciampa sulla terminologia marinaresca, ormai usata con ottimo senso della misura, siamo davanti a una degna conclusione per il ciclo piratesco. Un romanzo con capitoli brevi e avvincenti che si leggono in veloce successione con piacere.
Dimenticate le banali logiche bene/male, Evangelisti non affibbia ad alcun personaggio un qualche allineamento positivo o negativo. Inoltre non si può negare che oltre a Teresa, Evangelisti faccia vincere il premio della coerenza anche ai pirati, perché anche nel momento di maggiore incertezza, rimarranno fedeli a un progetto di vita.

Il finale è infatti l'apoteosi di tale coerenza. Non ve lo posso ovviamente anticipare, ma spero di non dirvi troppo che è simbolico di quanto sangue e di quanta sofferenza comporti "la nascita di una Nazione", e soprattutto, di illuminare in modo inequivocabile su quali siano i cosiddetti "valori" che la muovono ancora oggi.

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Su IL MANIFESTO Mauro Trotta recensisce CARTAGENA

by Eymerich 11. dicembre 2012 11:11

«Cartagena. Gli ultimi della Tortuga» di Valerio Evangelisti. Ultimo atto della trilogia dedicata all'epopea dei pirati, antenati del capitalismo e del libero mercato
di Mauro Trotta

Dopo aver portato a conclusione la saga dell'inquisitore Nicolas Eymerich, Valerio Evangelisti termina anche quella relativa ai Fratelli della Costa. È uscito di recente, infatti, l'ultimo volume della trilogia dedicata alla Filibusta, intitolato Cartagena. Gli ultimi della Tortuga (Mondadori, pp. 332, euro 17,50). Anche questo romanzo, come i precedenti Tortuga e Veracruz, oltre al racconto I fratelli della Costa, pubblicato nell'antologia Anime nere, che ha dato il via nel 2007 a tutta la saga, è assolutamente godibile indipendentemente dagli altri, non richiede, cioè, la conoscenza degli avvenimenti narrati in precedenza. Naturalmente chi ha già letto gli altri romanzi, ritroverà in quest'ultimo personaggi apparsi in precedenza, coglierà i legami sottili che, comunque, legano tra loro i volumi della trilogia e soprattutto apprezzerà appieno la tesi di Evangelisti che, con le sue implicazioni storiche, sociali e politiche, è alla base di tutta la vicenda della Filibusta.
Il punto di vista dell'autore sui protagonisti degli eventi narrati, infatti, non ha assolutamente niente di romantico o idealizzato. Per Evangelisti i pirati non incarnano assolutamente la figura del ribelle, né tantomeno del rivoluzionario che vuole cambiare lo stato di cose esistente per instaurare relazioni sociali più giuste e più umane. I filibustieri non sarebbero nient'altro che gli anticipatori, in qualche modo gli archetipi, del nuovo sistema capitalista fondato sul libero mercato che si prepara in quel periodo a conquistare il mondo intero. La ricerca del profitto, la predazione, lo sfruttamento del lavoro altrui, della schiavitù è alla base della loro concezione del mondo. E nessun ostacolo deve frapporsi tra loro e i loro obiettivi. Capitalisti ante litteram, sono allergici a qualunque laccio e lacciuolo tenti di frenare o regolamentare l'estrazione del profitto e ben consci della necessità di travolgere l'ordine sociale esistente fondato su monarchia e aristocrazia per poter instaurare il nuovo sistema economico e sociale. Del resto il loro fine è «instaurare il libero mercato». E, come afferma esplicitamente il governatore Ducasse, in pratica il vero capo della fratellanza: «Noi, coloni e filibustieri, siamo le avanguardie di tale progetto». E, ancora: «Stiamo fondando da decenni qualcosa di diverso dalla vecchia Europa».
È trascorso oltre un decennio dagli avvenimenti narrati nei precedenti romanzi della saga. Cartagena racconta, infatti, episodi ed eventi avvenuti nel 1697 e la storia è incentrata sul crepuscolo della confraternita dei pirati. I tempi gloriosi della Filibusta sono ormai passati. Non ci sono più capitani come Michel De Grammont o Van Hoorn, figure mitiche e carismatiche. L'ultimo rimasto di quella caratura, Lorencillo, è lontano, in Francia, a difendersi in un processo. Tortuga non esiste più, il covo storico dei filibustieri, quella sorta di repubblica indipendente è stata praticamente rasa al suolo e abbondonata. Gli ultimi pirati si sono rifugiati, assieme ai bucanieri, sulle alture di Saint-Domingue, la parte francese dell'isola di Hispaniola. Qui governa Ducasse, ex mercante di schiavi e avventuriero, in pratica uno di loro.
Si respira, dunque, fin dall'inizio, un'aria di decadenza, di tramonto, di fine imminente. Il Re Sole, impegnato in una delle sue tante guerre, quella dei Nove Anni, ha bisogno di rimpinguare le finanze dello stato francese. Invia allora nei Caraibi una flotta comandata dal nobile De Pointis col compito di saccheggiare una delle più floride e ricche colonie spagnole, ovvero Cartagena. Per portare a termine l'impresa, però, c'è bisogno dell'aiuto della Filibusta. Così Ducasse raduna gli ultimi pirati e con i suoi coloni si schiera a fianco della flotta francese. Si tratta, però, di due universi opposti, tra loro inconciliabili e i contrasti non tardano a manifestarsi. Innanzi tutto tra i due capi, il nobile ammiraglio e il plebeo governatore. 
Tutta la vicenda, come nei precedenti romanzi, pur narrata in terza persona è vista attraverso gli occhi di un singolo personaggio. In questo caso il protagonista e una figura in qualche modo a metà tra i due mondi. Si tratta di Martin D'Orlhac, braccio destro dell'ammiraglio De Pointis, con un passato di ladro e sicario all'interno della Corte dei Miracoli parigina. D'Orlhac - il cui vero nome è Dorlhac, ma è stato necessario rendere più aristocratico il patronimico nel momento in cui è stato accolto tra i vertici della gerarchia militare - non tarderà a subire, anche a causa della propria storia passata, il fascino e l'attrazione della fratellanza. Non manca, poi, nel romanzo, un'inconsueta figura di dark lady, ingenua all'apparenza, ma pericolosa, che porterà la sventura nella vicenda del protagonista. 
Tra avventura, battaglie, efferatezze, tradimenti e colpi di scena, il racconto si snoda appassionato e avvincente e la fine della Filibusta viene resa ancora più indimenticabile dalla solita, straordinaria maestria della scrittura vivida e tagliente di Valerio Evangelisti. Ma soprattutto, al termine del romanzo emergerà in tutta chiarezza il legame che unisce quell'epoca lontana alla nostra, con una sorta di inaspettata genealogia che evidenzia concretamente in che modo il capitalismo attuale si sia nutrito dell'apporto dei mitici filibustieri.

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CARTAGENA E’ IN LIBRERIA!

by Eymerich 27. novembre 2012 12:48

E’ uscito da una settimana Cartagena. Gli ultimi della Tortuga, il romanzo più recente di Valerio Evangelisti (Mondadori Strade Blu, pp. 338, € 17,50). Pubblichiamo un brano del capitolo iniziale.

Martin d’Orlhac aveva il fiatone. La montagna era ripida, il calore quasi insopportabile. La vegetazione, per quanto foltissima, offriva un riparo insufficiente. Invidiava il padre Jean-Baptiste Le Pers che, avvezzo a quei climi, percorreva il sentiero con disinvoltura, tenendo alta la tonaca nera e riuscendo a schivare i sassi troppo grossi o troppo arrotondati.
«Manca molto?» gli chiese.
«Credo di no» rispose il religioso. «Vedrete che prima o poi si faranno vivi loro. Li sentiremo arrivare dall’abbaiare dei cani.»
«Cani?»
«Sì. Ogni bucaniere ne ha un bel branco, da cui si separa solo se va per mare.»
«E i filibustieri?»
«Quelli li vedremo dopo, immagino. Nei boschi è più probabile che ci imbattiamo nei bucanieri.» Le Pers rise. «Vedrete che gente cordiale!»
Continuarono a salire. D’Orlhac – il cui cognome vero era Dorlhac, nobilitato per adeguarlo al rango di ufficiale - si chiedeva come il gesuita, grasso al punto da essere quasi obeso, potesse essere così agile. Sapeva che viveva da anni nell’isola di Hispaniola, e che lì il barone de Pointis lo aveva cercato e scovato, per la nota familiarità dell’abate con i filibustieri fedeli alla Francia. Ma gran parte di Hispaniola era ben più percorribile di quel selvaggio lembo di Saint-Domingue, la porzione francese, e non c’erano alte vette da scalare. Eppure Le Pers sembrava conoscere perfettamente il terreno, come se gli fosse familiare. Trovava sentieri nascosti, intuiva dove era meglio guadare i ruscelli.
Alla fine disse al frate: «Sembrate di casa, qui.»
Le Pers rise, finalmente con una traccia di affanno. «Ci sono venuto diverse volte, sulla Montagne Terrible. Non avete idea di dove mi è toccato andare, a portare la parola di Dio.»
«Questa salita sembra non finire mai.»
«State tranquillo. Siamo vicini. Non vedete?»
Il domenicano indicava alcune carcasse vuote di tartaruga marina sparse nel sottobosco. Era impossibile che quegli animali salissero a una tale altezza. Qualcuno doveva averli catturati sulla spiaggia e portati fin lì per cibarsene. La carne delle tartarughe di mare era una prelibatezza. Anche le uova, avvolte in un involucro morbido ma consistenti nel tuorlo, attiravano i buongustai.
Erano numerose le piante di manioca, usate nella cucina isolana in mille maniere. Troppo folte, per essere frutto di disseminazione spontanea. La cima della montagna era abitata, non c’era dubbio. Lo avevano già fatto capire le profumatissime coltivazioni di alloro incontrate in prossimità della spiaggia. Venivano dalla Spagna, non erano vegetazione locale. Invece lo erano gli alberi contorti, di specie ignota, tra cui si stavano aggirando. Molto più aggrovigliati delle palme che crescevano sulla riva e sui primi pendii.
I latrati scoppiarono a un tratto e li fecero trasalire. Fra tronchi ricoperti di gelsomini – segno che non sempre, lassù, la temperatura era tanto elevata – apparvero cani enormi e schiumanti, tenuti per il collare dai loro padroni. Questi non erano, a un primo sguardo, molto distinguibili dai loro animali. Si trattava di uomini vestiti di pellicce ancora incrostate di sangue rappreso, con ampi berretti a cono, barbe incolte e capelli lunghissimi.
«Eccoli, i bucanieri» disse Le Pers. Alzò le braccia e avanzò verso quei mezzi selvaggi. «Salve, amici! Sono il padre Jean-Baptiste Le Pers, gesuita! Qualcuno di voi parla bene la mia lingua?»
I bucanieri si arrestarono, ma sulle prime nessuno rispose. Alle loro spalle erano comparsi degli schiavi, sia neri che bianchi. Trasportavano dei fucili di lunghezza inverosimile, quasi delle colubrine dotate di manico e più sottili della norma. Ognuno reggeva la forcella necessaria a puntare l’arma.
I cani si calmarono. Un bucaniere parlò, in un francese antiquato, zeppo di parole e locuzioni di cui, nella madrepatria, si era perso l’uso. Era un individuo di apparenza brutale quanto quella dei compagni, ma sotto la zazzera brillavano occhi neri e intelligenti. Appeso alla cintura aveva uno sciabolotto. Due pistole gli pendevano dal petto, appese a una cordella di cuoio.
«Vi aspettavamo, padre Le Pers. Il governatore Ducasse ci aveva fatto avvertire della vostra visita. Siamo qui per accompagnarvi (disse vous adextrer) all’accampamento. Il capitano Godefroy si trova con i suoi uomini oltre questo boschetto (disse bosquetel). Ma chi è l’uomo magro che è con voi?»
Indicava D’Orlhac. Le Pers spiegò: «E’ Martin D’Orlhac, ufficiale al servizio del signor barone de Pointis.»
«Dovrebbe mangiare di più.» Il bucaniere accompagnò l’osservazione con una smorfia di scarsa stima. Evidentemente giudicava gli uomini anche secondo la loro stazza. «Seguitemi.»

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Dal 16 novembre in vendita il videogioco di Eymerich

by Eymerich 14. novembre 2012 12:29


Da venerdì 16 novembre sarà in vendita il videogioco "Nicolas Eymerich, inquisitor", il più ambizioso mai realizzato in Italia. L'autore è Ivan Venturi, a capo di un folto team di collaboratori. Tutti i dettagli su www.eymerich.it. Quello che presentiamo è il trailer definitivo.

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