Zapata, su FILOSOFIPRECARI.IT, recensisce IL SOLE DELL’AVVENIRE

by Eymerich 30. dicembre 2013 17:00

Per una genealogia del proletariato italiano. Potrebbe essere questo un altro sottotitolo possibile per l’ultima produzione letteraria di Valerio Evangelisti “Il Sole dell’Avvenire”, edito dalla Casa Editrice milanese Mondadori. Certamente sarà nostra cura inserire il libro in una ipotetica vetrina di interventi letterari (senza necessariamente dover chiamare un “genere” per definirli) che da qualche anno indagano la genesi del nostro protagonismo rivoluzionario e le sue alterne vicende italiane. Nel progetto dell’autore il focus territoriale deve essere senza dubbio l’Emilia Romagna, per un periodo storico che dalla fine dell’Ottocento si inoltra fino alla metà degli anni Cinquanta del Novecento. Il libro racconta di Famiglia ed Amicizia, narrando le vicende pubbliche e private di una fitta rete comunitaria che attraversa la Storia e, soprattutto, le Storie di ogni Essere umano che la intreccia. Sullo sfondo l’arte della Vita, tra lavoro ed impegno sociale. Compassione e partecipazione. Dove l’impegno sociale non è solo un investimento del tempo libero, o peggio ancora una banale professione, ma una necessità per costruire sopravvivenza collettiva. Pane e Lavoro.

Vivere lavorando o morire combattendo, recita l’eco di copertina, evocando uno slogan politico che accompagnava alcuni sommovimenti dei lavoratori nella Francia di metà Ottocento, tradotto in Italia sulle bandiere rosse e nere del socialismo rivoluzionario prima della (ri)organizzazione a tappe forzate subita dalla galassia più o meno conflittuale del movimento proletario italiano (si fa riferimento ad anarchici, repubblicani, ex garibaldini e mazziniani, democratici radicali e socialisti) non solo romagnola ma nazionale. Vivere lavorando o morire combattendo è anche il fil rouge che attraversa tutte le circa cinquecento pagine del libro. Un libro che riprende lo stile allo stesso tempo narrativo e didattico di “One Big Union”, splendido affresco del sindacalismo rivoluzionario americano di inizio Novecento. Attilio detto “Tilio”, suo figlio Canzio, la moglie Rosa e la Famiglia Minguzzi tutta. Il maestro Romeo Mingozzi, Gaetano Zirardini anche detto “Tanino” e la sua Famiglia. Isa e Ricciotti Garibaldi. E tanti altri. Braccianti e Fattori. Padroni e lavoratori. Sfruttati e sfruttatori. Nomi e Cognomi. Tutti protagonisti di una rappresentazione che ha per soggetto principale le relazioni umane. La loro trasformazione continua sulle ondate violente della modernizzazione (tanto economica quanto politica) che stravolge totalmente i nuclei familiari ed una incredibile rete comunitaria di mutuo soccorso tra “poveri”. Il senso della povertà aveva una dimensione spirituale totalmente diversa. Eppure questa “modernizzazione” travolge non solo alcuni equilibri di proprietà (ad esempio la mezzadria) ma soprattutto annienta questo ricchissimo campo sociale di intervento collettivo che faceva da argine alle disgrazie della Vita privata, alla disoccupazione ed all’alcolismo diffuso. La “tecnica” spazza via quel socialismo “caldo” che si fondava principalmente sul mutualismo comunitario, sul collettivismo che facilmente si saldava con le istanze più avanzate dell’anarchismo e di un certo repubblicanesimo democratico e radicale. Vivere lavorando o morire combattendo è anche uno snodo schizofrenico della coscienza. Lavoro e Conflitto. Lavoro o Conflitto. Da ultimo, per questa prima parte de “Il Sole dell’Avvenire”, quel senso alto della compartecipazione alle sorti del Mondo porta questi ultimi socialisti “caldi” (contro la “freddezza” del socialismoscientifico) ad attraversare l’Adriatico per compiere l’ultima impresa, in Grecia, cercando di difendere la culla della Democrazia dal dominio ottomano. Torneranno a casa, sconfitti eppure acclamati.

“Il Sole dell’Avvenire” racconta una trasformazione profonda non solo delle attività produttive (la decadenza di alcune professioni a favore di altre e la ricaduta sociale di questi eventi) ma soprattutto nelle modalità di organizzazione del Lavoro per far fronte a queste trasformazioni. Così narra l’approdo del socialismo “caldo” nel recinto del socialismo scientifico che dal “milanese” innervava tutto il movimento operaio provocando innanzitutto scissioni. Divisioni (e poi eventualmente alleanze) con le altre aree dell’antagonismo. In questo modo un immaginario costruito sul mito garibaldino, sulle avventure mazziniane e sul mutualismo anarchico andava piano piano scomparendo per far posto ai dogmi “forti” della nuova Verità rivoluzionaria. Al “gradualismo” del Partito Socialista, all’evoluzionismo della dottrina scientifica di Carlo Marx. La trasformazione è stata tanto pesante da cancellare totalmente questa galassia di slogan, immagini e parole. Il lavoro di Valerio Evangelisti ha il merito di recuperare questo rimosso, per regalarlo al presente come testamento critico di un’attualità che deve essere ancora costruita.

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Su IL GIORNALE DI BRESCIA Enrico Mirani recensisce IL SOLE DELL'AVVENIRE

by Eymerich 29. dicembre 2013 20:51

Quando la Romagna sognava il sol dell’avvenire
di Enrico Mirani (da Il Giornale di Brescia, 20 dicembre 2013)

C’era una volta il sol dell’avvenire. La certezza di un futuro migliore per le plebi sottomesse nei campi e nelle fabbriche. Un’epoca d’oro senza più Stato e padroni in cui vivere del proprio lavoro, abitare in case decorose, poter istruire i figli. I braccianti della Romagna cominciarono a sentirne parlare nei primi anni dopo l’Unità, ad opera di alcuni apostoli dell’anarchia e del socialismo, ideali ancora confusi e mischiati.
Una terra dura quella Romagna, di contraddizioni e contrapposizioni fra gli stessi ultimi che aspiravano a migliorare la loro condizione sociale. Socialisti rivoluzionari (a loro volta separati dagli anarchici) da una parte, repubblicani dall’altra, garibaldini da un’altra ancora, raramente insieme contro i conservatori monarchici.
Una terra di coltelli, di sudore e fatica nella campagne, in buona parte ancora da bonificare, dissodata da braccianti, mezzadri e terziari.
Valerio Evangelisti, con capacità narrativa e accuratezza da storico, innesta un romanzo in quel clima e in quella terra. Il sole dell’avvenire è il primo libro di una trilogia che coprirà settant’anni. Parte dai primi anni Settanta dell’Ottocento e si ferma al maggio 1898, alla sanguinosa repressione contro le manifestazioni per il pane. Valerio Evangelisti racconta quel periodo attraverso le vicende di una famiglia, quella del bracciante Attilio Verardi di Ravenna, della moglia Rosa e del figlio Canzio; dei parenti di lei, i Minguzzi.
Storie di miserie, alcol, soprusi subiti, giustizie negate, speranze di riscatto alimentate dall’esordiente propaganda socialista e dalla nascita delle prime cooperative fra lavoratori, sogni di emancipazione delusi e mortificati dalla reazione e dalle divisioni. Storie che portano i protagonisti nelle campagne tra Ravenna, Imola e Forlì, ma anche nell’agro romano, in Argentina e in Grecia.
Nel romanzo ci sono personalità realmente esistite del movimento rivoluzionario, in un libro che muove gli individui nel mare della grande Storia.

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REPUBBLICA intervista Evangelisti su IL SOLE DELL'AVVENIRE

by Eymerich 23. dicembre 2013 23:13

LA NOTTE DELL’AVVENIRE. Evangelisti: “Le piazze non sono più piazze”
di Giuliano Aluffi (da La Repubblica, 2 dicembre 2013)

(Nella foto Gaetano Zirardini, leader socialista a Ravenna, uno dei protagonisti del romanzo).

Lo scrittore autore di un romanzo sui socialisti romagnoli di fine Ottocento: “Un tempo si discuteva del domani e maturavano le idee collettive, oggi sono solo contenitori”

Se un bracciante socialista della Romagna di fine Ottocento si materializzasse in mezzo a noi oggi, e, notato un movimento di piazza, per istinto si mischiasse ai manifestanti, avrebbe una sorpresa fatale nel trovarsi in mezzo ad una protesta di ultras di qualche squadra di calcio, o in un sit-in che attacca i giudici per difendere un magnate, o in un comizio-spettacolo di comici prestati alla politica, o in un tumulto di piccoli imprenditori e camioneros in protesta antifiscale.
"La piazza non è più la piazza", dice Valerio Evangelisti, che è tra i nostri narratori più seguiti in Italia e all'estero, dove è tradotto in decine di lingue. "La piazza è diventata mimetica e può contenere di tutto: è un semplice collettore separato dall'anima cittadina e non ha più alcuna funzione nella gestazione delle idee. Un tempo invece era luogo di socializzazione, ospitava capannelli in cui si discuteva animatamente del domani, era veramente il cuore della città, e lì maturavano anche le idee collettive". 
Evangelisti ricostruisce nel suo nuovo romanzo Il sole dell'avvenire (Mondadori) quell'epoca in cui, proprio dai movimenti di piazza, nacque l'Italia moderna: l'ultimo quarto dell'Ottocento e le prometeiche scintille di progresso civile scaturite dall'agire dei movimenti di ispirazione garibaldina, socialista e internazionalista.

Cosa rimane oggi delle lotte e dei sacrifici dei socialisti italiani, romagnoli soprattutto, tra il 1875 e il 1900?

"C'è un'eredità materiale evidente che è la trasformazione economica di questa regione. Però nell'indole della gente tutto quel patrimonio è svanito. Il sole dell'avvenire presuppone che si creda in un futuro diverso dalla realtà odierna, ma se ciò non succede finisce la spinta ideale. Il romagnolo di oggi non ha più molto in comune con quello di allora, salvo forse una certa concretezza. Ma è tutto lì".

Cosa ha cambiato gli italiani?

"L'idea pasoliniana del consumismo corruttore di anime scopre un nervo, ma non spiega tutto. Non è vero che uno, solo perché povero, sia anche automaticamente idealista. Piuttosto, viviamo tra le macerie di un crollo culturale mondiale che ci impedisce di pensare a un avvenire diverso, per cui ci si rassegna a quello che si è. Nessuno vede più la storia come un insieme di grandi forze che confliggono. Il nostro sguardo si ferma all'epifenomeno: la tale strage, il tale episodio, il tale misfatto. Ma ridotta così, la storia diventa impugnabile da chiunque per legittimare qualsiasi discorso di qualunque colore. Si è persa la capacità di vedere oltre non solo in senso storico ma anche sociale: è venuto meno lo humus dato dalla mentalità collettiva".

Eppure anche oggi ci sono lotte e rivendicazioni. Che differenze ci sono?

"Nessuno si sente più parte di un tutto, cosa che invece riusciva a gente che viveva in condizioni molto difficili. Guardi cosa è accaduto in certe zone d'Italia, ad esempio a Cerignola: Di Vittorio nel dopoguerra riuscì a fare sentire i braccianti pugliesi come parte di un tutto e spingerli a lottare per sé e per gli altri. Oggi invece in quello e in altri luoghi è tornato il caporalato: si sono fatti molti passi indietro".

Cosa contraddistingueva quella Romagna che lei racconta attraverso le vicende di un bracciante ex garibaldino e di sua moglie, figlia di mezzadri?

"Un'umanità molto forte e una rissosità di fondo. I socialisti rivoluzionari romagnoli si chiamavano rivoluzionari, ma poi non attuavano nulla del genere: parlavano di insurrezioni, magari si lasciavano scappare un "Tajem la testa ai sciur!", ma nel frattempo si facevano in quattro per procurare lavoro ai disperati. Erano un po' gli antesignani del massimalismo, che sarebbe venuto dopo. Resta il fatto che la Romagna, è stata la vera culla del socialismo italiano. E non c'è mai stata in nessun'altra parte di Europa una partecipazione così compatta alla vita politica. A vantaggio innanzitutto del partito repubblicano, ma poi anche dei socialisti. E da ultimo devo dire anche i peggiori fascisti".

Partecipazione e sacrificio. È questo che la politica oggi non riesce più a chiedere?

"In quel periodo c'era anche una spinta che veniva da uomini disposti a sacrificare tutto per le loro convinzioni. Non a caso alcuni dei miei personaggi, come Canzio, il figlio di Attilio, vanno a combattere per la libertà dei greci, proprio come fecero molti italiani. Pensi alla differenza con oggi. Chi andrebbe oggi a combattere come volontario in Darfur o altrove? È molto più facile che qualcuno vada a fare il mercenario in qualche guerra d'oppressione!"

La parola socialista in Italia ha avuto alterne fortune e soprattutto dopo Craxi e Tangentopoli è quasi scomparsa.

"Per dare un'idea di come ormai il cinismo sia merce comune: conosco dei socialisti di una certa età che mi hanno raccontato che una volta tra di loro erano soliti battersi sulla giacca per saggiare la grossezza del portafoglio e smascherare i traditori della causa: il socialista, infatti, doveva essere anche povero! Oggi un gesto come quello sarebbe considerato folle".

Ma non erano solo idealisti, era gente molto pratica. Come riuscivano a conciliare questi due aspetti della politica?

"C'era una spinta al fare che coinvolgeva gente semplice, portandola a vivere grandi avventure di cui magari nessuno comprendeva interamente la portata. Come la straordinaria bonifica delle paludi di Ostia iniziata nel 1884, a cui dedico vari capitoli del mio libro. A proposito, mi permetto di rimproverare ad Antonio Pennacchi di aver parlato, nel suo Canale Mussolini, di quelle bonifiche senza citare ciò che era avvenuto 50 anni prima. Fu un'operazione gigantesca, che però i miei protagonisti non vivono come se fossero dei titani, ma come gente che aveva bisogno di lavorare e lo faceva a costo di tantissime fatiche e sofferenze, e a volte pagando anche con la morte  -  perché erano bonifiche fatte a mano. La mia gente le affrontava con uno spirito che non era né di rassegnazione né di esaltazione, ma uno spirito da gente che vuole darsi da fare".

Braccianti e contadini sono classi che storicamente sono state più "narrate" che "narranti". Che tipo di responsabilità si è sentito addosso, nel dar loro voce?

"Di farli apparire il più umani possibile. Si trattava chiaramente di gente ignorante e poveri diavoli, che però avevano una gran voglia di istruirsi. Del resto quando questa gente cominciò a organizzarsi, in Romagna, le sedi delle loro organizzazioni non erano solo circoli politici o sindacali: spesso c'era una biblioteca, e maestri elementari  -  che ebbero una funzione fondamentale, e ne parlerò nel romanzo successivo. Socialisti e repubblicani hanno avuto un ruolo decisivo nell'emancipazione di masse analfabete che vivevano in un universo a sé, interamente confinato nel dialetto".

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Ai primi di dicembre in libreria IL SOLE DELL'AVVENIRE

by Eymerich 25. ottobre 2013 13:12

Esce ai primi di dicembre il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti,Il Sole dell'Avvenire (Mondadori Strade Blu, 530 pp., € 20,00). Ecco il testo del risvolto di copertina:

Valerio Evangelisti, distaccandosi dai temi narrativi che lo hanno reso noto come scrittore, racconta in questo romanzo di ampio respiro le vicende di alcune famiglie di braccianti e contadini romagnoli, dall’epoca post-risorgimentale alle soglie del 1900. Sono storie minute, in cui si intrecciano momenti ora drammatici ora briosi. Assieme disegnano un quadro ben più grande, esteso a tutta l’Emilia Romagna e all’Italia. La trasformazione agricola di una regione, la bonifica di territori malsani, l’affermarsi del movimento cooperativo e di quello socialista, con le sue varie anime spesso conflittuali, la lenta e sanguinosa conquista della democrazia.
Ciò è visto con gli occhi di protagonisti solo in parte consapevoli dello scenario grandioso in cui si muovono. Attilio, l’ex garibaldino che sperimenta tutte le forme e le miserie del precariato; Rosa, vittima predestinata ma non docile dello sfruttamento e dell’arroganza di chi comanda; Canzio, il ribelle per indole, refrattario all’ideologia e attratto dall’azione.
Assieme a costoro una folla colorita di personaggi turbolenti e litigiosi, spesso realmente esistiti; trascinati in vicende politiche e umane che li porteranno dalle pianure e dai colli di Romagna alle paludi dell’Agro romano, fino ai campi di battaglia in Grecia. Umili costruttori di un Sole dell’Avvenire che non sorgerà mai, quanto meno nelle forme che speravano.
Nel comporre forse il più ambizioso dei suoi romanzi, inizio di una trilogia estesa per un settantennio, Evangelisti si è tenuto lontano dalle opere, letterarie e cinematografiche, che hanno trattato lo stesso tema. Nessuna retorica, nessun miserabilismo, nessuna esaltazione della civiltà rurale. Solo la cronaca, secca e a volte spiazzante, di piccola gente partecipe di un’impresa immensa. Un’epopea, sì, ma narrata rifiutando gli stereotipi dell’epica a sfondo sociale.

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Valerio Evangelisti International

by Eymerich 24. ottobre 2013 13:11

 

 

L'editore francese Rivages ha appena pubblicato l'edizione
tascabile di Tortuga, che di edizioni in Francia ne conta al momento tre.

 

 

 

 

 

 

 

La casa editrice, anch'essa francese, La Volte ha fatto uscireCherudek, dopo Mater Terribilis. La Volte sta pubblicando l'intero ciclo di Eymerich (10 volumi), inclusi i titoli ancora inediti in Francia.

 

 

 

 

 

 

Infine l'editore ungherese Matropolis Media ha pubblicato Nicolas Eymerich, inquisitore. L'Ungheria era il solo paese dell'Est europeo in cui Evangelisti non fosse stato ancora tradotto.

 

 

 

 

 

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In libreria STORIA DEL PARTITO SOCIALISTA RIVOLUZIONARIO, 1881-1893

by Eymerich 22. ottobre 2013 13:36

Le edizioni Odoya mandano in libreria il volume Storia del Partito socialista rivoluzionario, 1881-1893, di Valerio Evangelisti ed Emanuela Zucchini. Il libro, pubblicato in origine nel 1981, funge da premessa e da guida al prossimo romanzo di Valerio Evangelisti Il Sole dell'Avvenire. Uscirà presso Mondadori Strade Blu ai primi di dicembre. Ecco il testo del risvolto di copertina:

Già dimenticato pochi anni dopo il suo scioglimento, il Partito Socialista Rivoluzionario di Romagna, diventato poi il Partito Socialista Rivoluzionario Italiano, resta un importante oggetto di studio per la comprensione delle idee socialiste sviluppatesi in Italia. Sebbene l’importanza che tale indagine assume risieda non tanto nel segno di un contributo, quanto in quello di un mancato contributo del neonato partito alla successiva storia del movimento operaio.
Dotato di strutture organizzative quasi impalpabili, composto da una miriade di circoli autonomi, caratterizzato da un forte legame con il territorio e le sue problematiche, il psr si pone come tentativo di conciliazione tra anarchismo e socialismo “legalitario”.
Il Partito Socialista Rivoluzionario riesce non solo a sopravvivere per dodici anni, ma a raccogliere migliaia di aderenti e simpatizzanti tra i lavoratori sia della Romagna che del resto d’Italia, veicolando le idee socialiste in un momento fondamentale per la creazione dello Stato italiano. La sua evoluzione è profondamente intrecciata a quella del proletariato agricolo delle campagne emiliano-romagnole, e il suo declino coincide con le naturali e irreversibili modificazioni alle quali il soggetto sociale di riferimento è esposto.
Valerio Evangelisti ed Emanuela Zucchini hanno per primi ricostruito integralmente la vicenda del Partito Socialista Rivoluzionario, narrandone successi, crisi e scissioni nel contesto di un inedito universo di personaggi rissosi e pittoreschi. Il volume intende ripercorrere un’esperienza eclettica nella storia del movimento operaio, affrontata da un punto di vista eterodosso. Con stile scorrevole ma con approccio scientifico rigoroso.

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Su IL SOLE 24 ORE Filippo La Porta recensisce DAY HOSPITAL

by Eymerich 27. giugno 2013 13:04

MALATTIA COME ESPERIENZA LAICA
di Filippo La Porta (da Il Sole 24 Ore del 2 giugno 2013) 

Valerio Evangelisti, il nostro migliore autore di fantascienza, ha scritto un diario della sua malattia – Day Hospital, Giunti – che somiglia a un esercizio spirituale dell’antichità. Almeno nel senso, ricordato da Pierre Hadot, che l'uomo antico, benché angosciato come l'uomo moderno, ci appare molto più sano: non si compiace nell'angoscia, ha fiducia in se stesso e vive interamente nel presente. Così Evangelisti nella premessa: «Non credo che l'esperienza del cancro vada nascosta... Personalmente l'ho vissuta con una certa serenità. Per via di un certo modo di affrontare la vita, ed eventualmente la morte». E più in là si definisce neoplatonico, con la fede nell'anima mundi.Nel suo caso la tradizione plotiniana, e poi stoico-epicurea, è come strappata a filologi e studiosi: piuttosto viene "eseguita" dentro l'esistenza stessa.
Per la mentalità borghese la malattia è solo una "fregatura" (qualcosa di accidentale, di esterno, che nulla ha a che fare con la condizione umana). Ora, certamente nessuna malattia rappresenta un evento augurabile ma in questo modo ci si preclude la possibilità di farne esperienza. Anche perché la cultura attuale della pubblicità può essere spiazzante e trasgressiva ma espelle da sé il tragico dell'esistenza, il suo fondo buio: malattia, invecchiamento, morte, sofferenza (a meno che queste cose non vengano spettacolarizzate). Day Hospital è il diario di una malattia come esperienza e come strumento di una possibile rivelazione. Si comincia con la diagnosi, nel maggio 2009, di un linfoma non Hodgkin, un cancro del sistema linfatico. Dì lì il libro si snoda come resoconto meticoloso di esami, visite mediche, terapie, protocolli seguiti (e loro conseguenze), cicli di massaggi - punteggiato da riflessioni in corsivo – fino al settembre 2011, quando Evangelisti è dimesso dal Day Hospital dell'ospedale Sant'Orsola di Bologna con la sconfitta della malattia, ma con una neuropatologia derivante da un farmaco legato alla chemio, che dà torpore agli arti. L'autore ha un atteggiamento totalmente laico né intende presentarsi come guru spirituale: «non ho consigli da dare... penso che lo stato d'animo migliore sia quello dello stoico. Essere pronti a morire e, nello stesso tempo, a cercare di evitarlo». Eppure il suo libro, scarno, privo dei vezzi letterari dell'autofiction, è un esempio di forte spiritualità, e cioè una meditazione sulla propria morte che tenta continuamente di assumerla in una prospettiva più ampia dell'io e del corpo individuale. Così immagina le particelle del suo corpo che si spargeranno nel cosmo andando a formare esseri senzienti, creature vegetali ed entità minerali: «assisteranno, separate, alla fine del Tutto, o vivranno forme sconosciute...un'avventura inedita, forse la più bella».
All'inizio la malattia - la traumatica consapevolezza della precarietà, la improvvisa contrazione del tempo - riduce all'essenziale il mondo esterno, e serve a capire meglio le persone che ci stanno intorno: alcuni reagiscono con imbarazzo, chiedono ossessivamente e forse ipocritamente cosa possono fare per te (l'autore risponde beffardo: «inviarmi un assegno in segno di solidarietà»), altri svaniscono nel nulla considerandoti quasi infettivo. Se poi volete avere una percezione del fascismo quotidiano, pervasivo della nostra società, leggete la pagina in cui una dottoressa, approfittando del potere che le dà il proprio ruolo, infierisce con "malgarbo" su un paziente stremato e claudicante. Poi Evangelisti ci aggiorna sui rapporti tra lui e l'inquisitore Eymerich. Sapendosi affetto dal tumore si affretta a scrivere l'ultimo capitolo della celebre saga e decide di farlo morire, per non rischiare di lasciare il ciclo incompleto.
Nessun finale trionfalistico: «ho avuto salva la vita, ma non la qualità della vita». Né sono prevedibili gli effetti dei farmaci adoperati nella terapia, molti dei quali sperimentali perché «della genesi del cancro nessuno ha una teoria precisa». La malattia in questo libro viene rappresentata con realismo. Eppure non si rinuncia mai a "usarla", per modificare se stessi, per apprendere una verità preziosa sull'esistenza, per capire ciò che resta di noi e che merita di durare, per sentire di più il nostro legame con l'anima del mondo e il ritmo imperscrutabile di tutte le cose. Anche perché il linfoma può danneggiare tutto tranne la facoltà umana - unica virtù autocurativa - di inventare storie e mondi paralleli, di creare personaggi che ci sopravvivono, di viaggiare con la fantasia ovunque ci pare.

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