Su IL FATTO QUOTIDIANO, Antonella Beccaria intervista Valerio Evangelisti su ONE BIG UNION

by Eymerich 26. novembre 2011 08:50

Evangelisti presenta il suo nuovo libro: “L'ultraliberista Monti? Non cambierà nulla”
di Antonella Beccaria
(Da Il Fatto Quotidiano, edizione di Bologna, 15 novembre 2011)


In tempi di nuovi emarginati, indignati e flash mob sotto il segno della “v” di vendetta, quella che fa Valerio Evangelisti nel romanzo appena uscito One big union è la rievocazione di un'utopia. E per parlarne parte con una richiesta: “Non chiedetemi di Eymerich, è morto”. L'inquisitore protagonista di molti suoi libri precedenti sarà anche passato a miglior vita, ma il suo creatore per adesso non sembra sentirne troppo la mancanza perché è la volta di raccontare del sindacalismo rivoluzionario statunitense arrivato a fine corsa degli anni Venti del secolo scorso. Ma che ha lasciato il segno, distinguendosi da un sindacalismo socialista o anarchico soprattutto per la valenza visionaria: arrivare a un'organizzazione che rappresentasse anche i non rappresentati e che di qui modificasse l'assetto sociale, oltre che lavorativo. 

I sindacalisti rivoluzionari si muovevano tra boscaioli mutilati, ferrovieri costretti a calarsi sulle rotaie per azionare gli scambi o proletari di campagna. Gente senza importanza nel sistema economico americano di allora perché senza specializzazione. Si infilavano tra cinesi, russi, italiani (definiti i crumiri per eccellenza) e non erano pacifisti. “In realtà subirono la violenza più che praticarla”, dice Evangelisti, “si pensi per esempio a quando erano vittime di tiratori scelti nelle zone minerarie. Ma ci provarono a cambiare”. E ci provarono con strumenti diversi: il fumetto come medium per veicolare contenuti sindacali in mezzo all'analfabetismo e la musica, riscrivendo i testi di canzoni allora in voga come accaduto con l'inno dell'esercito della salvezza, l'unico autorizzato a sfilare pubblicamente. 

One big union sembra quasi una voce dal passato per parlare oggi di disoccupazione, flussi migratori, povertà in aumento. “Quella del sindacalismo rivoluzionario”, spiega ancora l'autore, “è stata una voce fuori dalle ideologie preponderanti del tempo, il marxismo dogmatico e l'anarchismo puro. È una storia, la storia che volevo scrivere”. 

C'è bisogno di un ritorno a quel tipo di sindacalismo oggi? 

“Identico non può essere, però sicuramente occorre una forma di organizzazione di chi non è rappresentato. Parlo di immigrati e precari, per esempio, e in questo senso l'esperienza americana di quegli anni può in parte essere ancora attuale. Lo scopo è quello di farsi forza collettiva”. 

Intellettuali come Franco “Bifo” Berardi parlano, a fronte della situazione politica attuale, del fallimento della democrazia rappresentativa. È una constatazione condivisibile? 

“La democrazia si costruisce giorno per giorno attraverso un processo in cui ognuno agisce in autonomia riuscendo a modificare anche l'assetto istituzionale. Sicuramente la democrazia rappresentativa ha fallito, ma al momento non è visibile una forma alternativa immediata. Una volta Toni Negri, che peraltro non è un mio referente, parlava di modificare la costituzione materiale, cioè non tanto le leggi quanto la loro applicazione. Questo è possibile solo partendo dal basso. Ora non saprei dire se sono a favore di un governo Monti o di uno Berlusconi rifatto, non è quello il problema. Occorre invece riflettere sul cambiamento del quotidiano”. 

Chi invece urla al ritorno a un pericolo terrorismo - e tra questi ci sono tanto l'ormai ex ministro del lavoro Maurizio Sacconi quanto esponenti del mondo della cultura - interpreta una minaccia reale o cavalca un pretesto? 

“Dalla mia bocca non uscirà una sola parola di condanna della violenza in genere, ma queste affermazioni sono strumentali. Parlare di terrorismo inteso come lotta armata è come parlare di marziani. Oggi come oggi, quando l'Eta o l'Ira e tante altre organizzazioni rinunciano a strumenti del genere, non è che si possa pensare che riappaiano in Italia. Vedo invece l'importanza di una lotta di massa che avrà le forme che riuscirà ad assumere. Tutto il resto, gli allarmi facili o le emergenze urlate, mi sembrano un gridare al lupo per puntare in realtà ad altro. Si vuole trovare un pretesto per schiacciare il movimento reale, che è qualcosa di totalmente diverso dalle Brigate Rosse o simili”. 

Un ritorno alle vecchie politiche di gestione dell'ordine pubblico che predicava il presidente emerito Francesco Cossiga quando stava al ministero dell'interno? 

“Sì. Cossiga fu un genio in questo campo. Ha ammesso lui stesso per esempio che si infilavano bustine di eroina in tasca ai presunti terroristi per arrestarli e interrogarli. Attenzione alle tasche, quindi. Per il resto affidiamoci al movimento reale, che avrà tantissime incertezze e sicuramente non ha un'ideologia ben definita per il momento. Ma oggi è l'unico che c'è, secondo me crescerà e si tratta di un movimento mondiale. Dopodiché chi vuole mettere un cappuccio e imbracciare un mitra lo farà, ma forzando la realtà per i propri fini”. 

In tutto questo Silvio Berlusconi è stato un'anomalia del sistema come in molti anche da sinistra sostengono o ne è stato un frutto diretto con cui fare i conti? 

“Nessuna anomalia. Berlusconi era la punta estrema e in questo senso caricaturale di un assetto sicuramente europeo. Fra la sua ideologia e quella del premier francese Nicolas Sarkozy non è che ci siano grandi differenze. Uno è più rozzo, l'altro è più gentiluomo, però la loro impostazione è la stessa, una specie di populismo di destra che, se guardiamo ai Paesi dell'est, ha avuto veri e propri trionfi, come accaduto in Ungheria. Smettiamo di concentrarci su Berlusconi, perché sparito lui chi arriva? Mario Monti, un esponente dell'ultraliberismo. Stante la situazione, non so se cambierà veramente qualcosa. Temo che cambierà solo il costume, meno volgare di prima. Avremo insomma un nuovo leader di buoni costumi personali e basta. Bene, siamo tornati a Robespierre.”

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Prossima l'uscita del nuovo romanzo di Valerio Evangelisti: ONE BIG UNION

by Eymerich 15. settembre 2011 12:09

Sta per uscire il nuovo romanzo di Valerio Evangelisti, ONE BIG UNION.
Ecco il testo del risvolto di copertina:

Robert Coates, di origine nordirlandese, non è realmente cattivo. E’ legato alla famiglia, assiduo alle funzioni religiose, saggiamente conservatore. Condivide però molti dei pregiudizi che circolano, negli Stati Uniti, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Ciò lo induce a diventare fin da giovanissimo una Labor Spy: uomo di mano di una delle tante agenzie che infiltrano informatori nel movimento operaio americano ai suoi inizi. In questa veste, assiste e partecipa a scontri sociali di inusitata violenza. Scioperi che si prolungano mesi, stragi di operai, duelli degni di un film western.

Prende parte, soprattutto, all’epopea degli Industrial Workers of the World: il sindacato rivoluzionario che cerca di organizzare precari, vagabondi, immigrati, braccianti, disoccupati, manovali a giornata. Con lo scopo di dare vita alla One Big Union: il solo, grande sindacato che rechi in sé il modello della società a venire. Un’idea che sarà sconfitta, ma non senza un’accanita resistenza.

Robert Coates, nel tentativo di sabotare dall’interno quel progetto, incontrerà personaggi memorabili: Eugene Debs, Jack London, Dashiell Hammett e tanti altri. Questo non riscatterà la miseria progressiva della sua vita privata, sotto il segno della solitudine. Chiunque lo accosti troppo da vicino è perduto. Una spia non può avere affetti.

Una storia “nera”, dunque, ma perché nera è la vicenda che tratta: quarant’anni di storia del movimento sindacale americano, a partire dalle origini.

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L'inquisitore e i portatori di luce

by Eymerich 8. settembre 2011 23:25

La Transeuropa Edizioni ha pubblicato, nella collana Inaudita Big (dedicata a testi minori o insoliti di scrittori noti), un volumetto di Valerio Evangelisti intitolato L’inquisitore e i portatori di luce. Si tratta di una sceneggiatura cinematografica, tratta dalla graphic novel di Evangelisti e del disegnatore Francesco Mattioli La furia di Eymerich. In appendice, un codice permette di scaricare illustrazioni di Mattioli e brani del gruppo metal degli Aghast Insane dedicati a Eymerich.


Un pezzo conclusivo di Evangelisti tratta dei suoi rapporti con il cinema. Lo riproduciamo:

Sono il più sfigato degli scrittori prestati al cinema. Per quanto mi si corteggi, nessuno dei progetti che mi riguarda va in porto. D’altro lato, non posso lamentarmi troppo. Ogni anno vendo opzioni sui diritti cinematografici relativi a qualsiasi cosa che abbia scritto. Sono cifre basse ma, nel loro assieme, rappresentano un reddito garantito. E vengo continuamente assediato da gente che mi chiede di buttare giù, per il cinema, testi e trame. Contro queste lusinghe sono ormai vaccinato. Se si tratta di produttori italiani so già che non hanno il becco di un quattrino, e che puntano, tramite me, a ottenere finanziamenti Rai o Mediaset, senza poi realizzare un bel niente.

Questo per un problema a monte. Il mio personaggio più noto è un prete cattivo. Ciò non corrisponde esattamente ai desideri delle maggiori reti italiane, assetate di storie edificanti. Negli anni – e specialmente dopo il successo di tre sceneggiati radiofonici da me scritti, ognuno in trenta puntate – sono stato assediato da produttori o aspiranti produttori. Ciascuno di loro aveva in mente l’attore che avrebbe interpretato Eymerich alla perfezione: Jeremy Irons, Jude Law, Gigi Proietti (!), Daniel Day-Lewis, Vincent Cassel, ecc. Nessuno aveva capitali propri, e sempre Rai e Medusa erano i referenti.

Ho finito per mandarli tutti al diavolo. Le mie avventure dettagliate con il cinema le ho raccontate in una ventina di puntate sul mensile Nocturno. Chi voglia conoscerle, fino alla drammatica conclusione, deve procurarsi gli arretrati della rivista.

Sta di fatto che, lungo il percorso, mi trovai a scrivere la sceneggiatura per un fumetto (La furia di Eymerich, Mondadori, 2003) illustrato dal disegnatore Francesco Mattioli. Un grosso successo, tradotto in varie lingue. Simultaneamente scrissi una sceneggiatura cinematografica ispirata alla medesima trama. Quella che avete tra le mani. So che è piena di difetti: verbosa, poco dinamica, con scene troppo costose per essere trasposte in pellicola. Non arriverà mai al cinema. Letta, penso che risulti divertente.

D’altra parte, io non sono uno sceneggiatore. Sono uno scrittore, e mi va bene così.

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TORTUGA in francese, e altre novità

by Eymerich 3. giugno 2011 22:02

E' appena uscita, presso l'editore parigino Rivages, l'edizione francese diTortuga, con la traduzione di Sophie Bajard, già traduttrice di Magus.

Sempre in Francia, la casa editrice La Volte intende pubblicare tutti e dieci i romanzi su Eymerich, al ritmo di quattro all'anno. Altre edizioni estere sono imminenti (Olanda, Grecia, Russia ecc.).

Le Arbor Librorum Edizioni di Trieste hanno pubblicato gli atti di un convegno, tenutosi nel 2007, dal titolo L'Inquisizione tra storia e immaginario. Il volume è a cura di Giuliana Ancona. Coordinava i lavori del convegno lo storico Andrea Del Col. L'intervento di Valerio Evangelisti ha lo stesso titolo dell'evento.

Uscirà in giugno, presso la casa editrice Transeuropa, un testo di Evangelisti. Si intitola L'inquisitore e i portatori di luce. Si tratta di una sceneggiatura cinematografica mai portata sullo schermo. Ne nacque il fumetto La furia di Eymerich, illustrata da Francesco Mattioli.

Il prossimo romanzo di Valerio Evangelisti uscirà in autunno, presso Mondadori Strade Blu. Si intitola One Big Union, e fa da raccordo fra AntraciteNoi saremo tutto, all'interno del "ciclo americano". Si occupa principalmente del sindacato statunitense degli Industrial Workers of the World.

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Fahrenheit, Weird Tales, Idra

by Eymerich 1. maggio 2011 23:01

Valerio Evangelisti, assieme a Claudio Gallo, è stato intervistato lunedì 25 aprile da Loredana Lipperini, per la nota trasmissione di Radio Rai 3Fahrenheit. Il tema era la narrativa di Emilio Salgari, scrittore di cui Gallo è biografo. L'intervista si può ascoltare 

L'edizione italiana della rivista Weird Tales, nel suo numero 1, ha pubblicato un'intervista a Evengelisti. Eccola:

L’ultimo romanzo del ciclo di Eymerich, Rex tremendae majestatis, chiude un’esperienza significativa, un percorso letterario notevole nell’ambito della letteratura di genere. Valerio Evangelisti che rapporto ha con la sua creatura letteraria? Quanto peso ha per te quello che ormai è diventato un personaggio con vita propria, l’inquisitore catalano Nicolas Eymerich?

- Nicolas Eymerich è la mia “anima nera”. L’ombra. Ho proiettato su lui tutti i miei difetti peggiori, trovandomi così migliore nella vita reale. Non potrei mai farlo scomparire in una cascata, come fece Conan Doyle con Sherlock Holmes. Essendo Eymerich la mia ombra, mi segue ovunque vada.

Dicevamo che è l’ultimo romanzo del ciclo di Eymerich (escludendo qualsiasi speculazione su eventuali tuoi ritorni sul personaggio): come hai caratterizzato il lavoro finale? Come è stato chiudere con un personaggio così importante? Qualche curiosità da condividere con i lettori?

 - Non è stato semplice chiudere con Eymerich, e dargli un destino degno di lui, oltre la morte. Mi ha “aiutato” una malattia seria che mi ha colpito, mentre scrivevo il romanzo (superata, ma non senza conseguenze). Gli ho attribuito molte delle sensazioni che provavo per davvero. Curiosità? Ne avrei mille. La principale la riassumo. E’ come se Eymerich si scrivesse da solo. Cerco un riferimento e lo trovo, quasi per miracolo. Non era troppo contento di scomparire, in Rex Tremendae Maiestatis. Mi ha lanciato degli avvertimenti minacciosi, in varie forme. Ma io sono scettico e non mi lascio impressionare.

Hai esordito ai tempi dell’Urania con storie di fantascienza, genere che non hai mai abbandonato. Tuttavia, il tuo nome è anche nella biblioteca dell’amante dell’horror. Un tuo focus sull’attuale situazione della letteratura horror italiana, commenti, critiche, previsioni e, magari, progetti.

- Non conosco a fondo la narrativa horror italiana. I nomi che mi sono familiari sono quelli di Danilo Arona, Andrea Colombo, Gianfranco Manfredi, Chiara Palazzolo, Claudio Vergnani e una decina d’altri. Sono opere eccellenti. Spero però che l’horror in Italia si affermi a livello di massa (come accade nel cinema), perché sarebbe ora. E’ un genere che ha molto a che fare con la psicologia del profondo. Temo che lo freni l’attuale voga della superficialità. E’ consolante, in questo quadro, vedere che una casa editrice specializzata come la Gargoyle resiste sul mercato e accetta dattiloscritti di esordienti. Per non dire, poi, dell’apparizione di Weird Tales

A che punto è la trasposizione cinematografica dei tuoi libri?

- A nessun punto. Continuano a comperare i diritti di trasposizione per poi non farne nulla. Sull’Italia non ho fiducia. I pochi produttori che hanno dei soldi devono appoggiarsi comunque alla Rai o Medusa, non molto interessate alle avventure di un prete cattivo. Se fosse buonissimo sarebbe un altro conto.

Tortuga. Ciò che contraddistingue questo libro è il crudo realismo e l’esattezza storica di un periodo ricco sia di profondi retroscena geopolitici che di esotiche avventure. Tutto è vero. Giungono così a fusione ultima il ricercatore e il romanziere?

- La fusione è di vecchia data. Nei miei romanzi ho sempre cercato, entro i limiti del possibile, di comporre un quadro storico e geopolitico plausibile. Questa mia ricerca si è affinata col tempo.

Oltre a essere cross-mediali, le tue opere escono spesso da un genere prestabilito e oltre a “Metallo urlante” sono frequenti le escursioni nella fantascienza e nel cyberpunk; e poi pirati, inquisitori, la nascita della nazione americana. Quali sono i tratti comuni e quali le nuove sfide?

- Il tratto comune, se ne esiste uno, è che tento, attraverso il passato, di parlare del presente. Non in forme invasive, però, stile predicozzo. Ci sarà un lettore che cercherà la semplice avventura, un altro che coglierà i nessi con quel che lo circonda… Intendo continuare sulla stessa strada.

Tutti i tuoi personaggi sono dotati di una moralità ambigua, o quantomeno “flessibile”; spesso è il bene che causano a essere involontario. Perché preferisci esaltare questo tratto?

- I personaggi ambigui mi paiono più interessanti di quelli puramente eroici, o solamente cattivi. E’ un’ambivalenza che constato nella vita di ogni giorno, e anche in me stesso. Su questo piano, voglio essere totalmente realistico. Sembra che ci riesca: i lettori amano e odiano i miei protagonisti. A volte si identificano in loro con una specie di raccapriccio.

Weird Tales è diventata famosa per aver pubblicato anche i racconti di H.P. Lovecraft. Quanto hanno influito le storie del solitario di Provvidenza sulla tua carriera di scrittore?

 - Lovecraft è stato fondamentale per me. Credo che in certi miei romanzi la sua impronta sia evidente. Faccio un esempio: Il mistero dell’inquisitore Eymerich. Soprattutto il capitolo finale, modellato, quanto ad andamento, su una trasposizione musicale dei Metallica ispirata al racconto Il richiamo di Cthulhu, ma i riferimenti a HPL sono innumerevoli, in tutta la mia narrativa.

Cosa ci stai riservando per il futuro? Che cosa dobbiamo aspettarci “dall’inquisitore Evangelisti”?

- Prima un romanzo del “ciclo americano”, che fungerà da saldatura fra Antracite e Noi saremo tutto. Lo definirei un noir, molto brutale e spietato.  Poi Cartagena, che concluderà il ciclo dei pirati. E qui siamo dalle parti dell’avventura sfrenata.


Un'altra intervista può essere letta sulla pregevole e-zine letteraria IDRA. Eccola:

Nel 1994 Valerio Evangelisti (Bologna, 1952) vince il premio Urania con Nicholas Eymerich, inquisitore, un romanzo a metà tra storia e fantascienza. Dopo diciassette anni, dieci libri dedicati a Eymerich, tre cicli narrativi che spaziano dal West ai Caraibi e molti altri titoli, tra saggistica letteraria e rivisitazione storica, Evangelisti è diventato un vero e proprio maestro del fantastico. Non solo per la ricchezza e la precisione della sua vena, che mescola reale e invenzione, ma anche per la qualità del suo impegno, teso a diffondere e a nobilitare un genere spesso considerato minore. I personaggi di Evangelisti sono molto ambiziosi, non si accontentano delle pagine dei libri. Conquistano la radio, gli spazi illustrati, quelli virtuali del videogame. Si esportano (massicciamente) all’estero.  Provano la grandezza di una letteratura che non rimane ferma al cosiddetto intrattenimento, ma propone delle sfide attualissime. Come l’arte difficile di conciliare l’“eversione” fantastica alla riflessione sul presente.

Dopo la conclusione della saga di Eymerich si può affermare con facilità che Valerio Evangelisti sia il maggior scrittore fantastico della scena italiana. Nel ’94, l’anno del primo romanzo, avrebbe mai immaginato di videogiocare col suo inquisitore?

- Ovviamente no. L’avventura era cominciata quasi per scherzo, e io non avevo pretese. Non sospettavo nemmeno che sarei diventato, un giorno, uno scrittore professionista. Figuriamoci le trasposizioni multimediali. Se me l’avessero pronosticato, a quel tempo, non ci avrei creduto.

La sua pagina combina l’immaginazione creativa all’asciuttezza della cronaca. Pensa che una tale ricerca stilistica derivi dalla sua formazione di storico?

- Sì, non ho dubbi in merito. In qualche misura mi sono mantenuto fedele ai miei interessi iniziali, adattati alla forma letteraria.

Nella struttura dei suoi libri si nota una grande attenzione per i tempi narrativi. Nel genere fantasy e fantascientifico (non solo letterario) il ritmo è una componente quasi più importante del soggetto della trama. Qual è il segreto di una narrazione calcolata? Esiste una regola aurea per ottenere quello che in gergo musicale si chiama “il tiro”?

- Non credo che esista una regola vera e propria. Per restare alla musica, è questione di “orecchio”. Nel mio caso, una grande influenza ha avuto il cinema, di cui sono da sempre un appassionato (non un esperto). Lì i tempi hanno un’importanza basilare, specie se si tratta di film fondati sulla suspense.

Si dice che gli italiani siano tradizionalmente poco avvezzi al genere fantastico. Il “nerd” nostrano vive perlopiù di prodotti d’importazione (penso al grande fantasy anglo-americano, alla fantascienza classica del Novecento, ai cosiddetti b-movie d’oltreoceano, ai manga…). Crede che questo sia in qualche modo riconducibile a una nostra carenza fisiologica? Siamo un popolo di poca fantasia? O è un problema dell’industria culturale, che preferisce investire su generi consolidati con un mercato più sicuro?

- L’ultima risposta è forse quella giusta, anche se il successo non solo mio, ma anche di altri autori e autrici italiani dediti al fantastico e all’avventura, dimostra che non tutta l’editoria è chiusa su quel fronte. La mia infanzia è trascorsa negli anni Sessanta, quando in Italia fioriva un cinema “di genere” dal successo mondiale. Le sale erano affollate. Si vedevano peplum, western casalinghi, horror made in Italy. Dunque non esisteva un’ostilità nazionale  preconcetta al fantastico, quale teorizzata da Croce, Prezzolini e altri. Diciamo piuttosto che la nostra gente rifuggiva dal prodotto letterario d’immaginazione scritto da italiani, perché temeva di trovarlo ingenuo o noioso. Spesso era entrambe le cose.

I suoi libri non possono essere confinati nello stereotipo dell’intrattenimento puro. La fantasia si mescola spesso alla riflessione storica, filosofica e “sociologica”. Si riconosce in una lettura “a strati” dei suoi lavori? Pensa che il genere fantastico sia più qualificato di altri per stimolare una reazione critica verso il presente?

- Tento di scrivere libri a loro modo “intelligenti”, che divertano ma che, al tempo stesso, stimolino la riflessione. La lettura “a strati” è appunto la chiave. Chi cerca il puro intreccio lo trova, chi ambisce a qualcosa di più trova anche quello. Non è un’operazione nuova. Certi romanzi d’appendice ottocenteschi, come quelli di Eugène Sue (I misteri di Parigi, L’ebreo errante), esercitarono ampia influenza sulla vita politica e sociale del loro tempo. In epoca meno remota, la fantascienza detta “sociologica” – da me divorata da ragazzo – tratteggiò, sotto l’apparenza dell’avventura, una critica spietata dei modelli di vita americani e occidentali in genere. La narrativa fantastica si presta a tutto. Occorre solo servirsene a fini precisi.

Nei suoi libri sui Fratelli della Costa, i leggendari pirati caraibici, dipinge con accenti iper-realistici (e a volte splatter) un’affascinante società primitiva, in cui un vero senso di equità democratica convive con la più spietata disuguaglianza. Il classico homo homini lupus, ma in un mondo ancora giovane, in cui il pensiero non ha troppo bisogno di nascondere la sua violenza, al pari della spada. Ha scelto quest’ambientazione per passione o perché la sentiva particolarmente adatta “ai tempi”?

- Tutte e due le cose. Da un lato l’epopea dei pirati mi attraeva, per i suoi contenuti romantici e  trasgressivi. D’altro lato, la libertà di sopraffazione che regnava in quella società fuorilegge, con un amore smodato per i facili guadagni, mi pareva un’anticipazione del presente.

I pirati non vivono però in una dimensione immaginaria, ma sono in diversi sensi (geografico, cronologico, ideologico) l’avanguardia del capitalismo occidentale. Il mito dei pirati rappresenta una paradossale utopia? O svela attraverso la finzione “storica” il caos che domina (anche) la società odierna?

- I “miei” pirati sono una chiara anticipazione di un mondo a venire, rispetto al loro, in cui il profitto sia l’unica legge, e si traffichi liberamente non solo in merci, ma anche in uomini. Utopia sì, per il loro tempo. Realtà fin troppo concreta, per il nostro.

Pensa che potremo leggere presto Cartagena, la conclusione della “trilogia piratesca”?

- Solo nel 2012. Adesso sono alle prese con un altro romanzo.

I suoi personaggi sono lontani dal tipo dell’eroe tradizionale. Cosa pensa che accada nell’animo di un lettore che si immedesima nel “glaciale” Nicolas Eymerich o nell’“inetto” Hubert Macary?

- Con Eymerich dovrebbe provare, nelle mie intenzioni, sentimenti contraddittori. Repulsione e al tempo stesso ammirazione. E’ crudele, ma anche nobile e intelligente. Hubert Macary è invece un “non-personaggio”. Un semplice occhio attraverso il quale vedere gli autentici protagonisti della storia, in diversa maniera giganteschi: il cavaliere De Grammont e Lorencillo. Nessuno si identificherebbe in Macary.

Da tempo si ripete senza mai stancarsi che la critica è morta. Pensa che sia vero? Se sì, per quale motivo? È colpa della sclerosi accademica o della servitù verso le major del libro? O è piuttosto una mancanza cronica di eros, andatosene (quando c’era) con l’ultima sbornia novecentesca?

- Sono argomenti sui quali non entro. Un critico fa il suo mestiere, io faccio il mio. Talora ci si incrocia e ci si guarda da lontano. Due terzi dei critici non mi notano nemmeno. Io non noto due terzi di loro.

Un’ultima domanda, da scrittore engagé: cosa farebbe Eymerich di fronte allo sfacelo odierno?

- Cercherebbe di dimenticarlo scrivendo romanzi su Eymerich o sui pirati...

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Un'intervista a Valerio Evangelisti, e altro

by Eymerich 28. febbraio 2011 23:34



Un'intervista radiofonica a Valerio Evangelisti, su Rex Tremendae Maiestatis ma non solo, è stata fatta dallo scrittore siciliano Massimo Maugeri, per conto di Radio Hinterland. E' ascoltabile quiqui e qui (nell'ultimo caso con scaricamento dell'MP3). Maugeri gestisce il noto lit-blog Letteratitudine.

Il 13 febbraio Luigi Luminati, del Quotidiano Nazionale, ha intervistato Evengelisti sul suo ultimo romanzo. Ecco il testo dell'intervista:

Lo spietato, crudele Eymerich deve morire Dopo sedici anni e dieci romanzi Valerio Evangelisti 'uccide' il suo personaggio Dopo sedici anni e dieci romanzi, Valerio Evangelisti ha deciso che il suo inquisitore, Nicolas Eymerich, doveva morire. Perché?

«Vuole la verità? Non ero sicuro di andare avanti ancora. Ero malato, non sapevo quanto tempo avrei avuto. Siccome le saghe che lasciano il segno sono quelle che hanno una conclusione, in "Rex tremendae maiestatis" (Mondadori Strade blu), ho voluto dare una conclusione alla vicenda. Ho ripreso alcuni temi dei romanzi precedenti e compimento alla storia di Eymerich».

Quanto ha pesato la sua malattia su questo romanzo?

«Molto, in senso positivo. Diciamo che ho usato la mia malattia, un linfoma, a fini creativi. Nella storia attribuisco ad Eymerich molti dei sintomi negativi che stavo vivendo. Alla fine ne siamo usciti sia io che lui».

E' la conferma di una immedesimazione tra autore e personaggio?

«Eymerich, non da oggi, è una parte di me. In "Rex tremendae maiestatis" c'è la descrizione della sua difficile infanzia, il lato femminile. In realtà ho scritto questo romanzo senza sapere dove andavo a parare».

La scrittura le ha dato forza?

«Certamente, soprattutto mi ha permesso di evadere. Io sono sempre stato un grande viaggiatore (Evangelisti in inverno lascia Bologna e vive in Messico, ndr), invece ero costretto in casa. Così ho potuto viaggiare con la scrittura. E questo mi ha aiutato tantissimo a superare i momenti più duri».

Come Salgari?

«Esatto, lui viaggiava tanto con l'immaginazione. Io ho fatto lo stesso. E' stata la medicina più sicura, almeno per l'anima».

Eymerich non tornerà più?

«Diciamo che nel finale ho lasciato uno spiraglio. D'altra parte non ho un atteggiamento alla Conan Doyle, che si era stancato del suo personaggio. Credo che sentiremo parlare di Eymerich ancora, soprattutto come personagio multimediale. Stanno preparando un videogioco su di lui. Sarà il primo con testo anche in latino».

Si parlava anche di un film.

«Hanno acquistato i diritti ma non si è mai fatto. Rimane comunque un personaggio apprezzato, questo libro è alla terza ristampa, il primo è un longsellers da 16 anni. Ho molti lettori giovani, tanti studenti universitari».

Merito della scelta della letteratura fantastica?

«Un genere che ha tanti meriti, che permette di parlare dell'oggi. La fantascienza ha anticipato 40-50 anni fa il mondo che viviamo adesso.»

Controllo sociale e manipolazione dell'immaginario collettivo.

«I romanzi sono ambientati nel passato e nel futuro. Ma parlano dell'oggi. Abbiamo politici che possono mentire tranquillamente, dire bugie evidenti e così influire sull'opinione pubblica, sull'immaginario collettivo».

Ma si può controllare la massa nonostante i molteplici strumenti di comunicazione?

«Quando gli strumenti sono tantissimi è come se non ci fossero. Una volta si sapeva che i lettori dei giornali, pur essendo una minoranza, erano avvertiti di quello che leggevano. Ora tra tv e internet si accavallano le notizie e non si capisce più nulla. E lo dico io che con il computer vivo in simbiosi. L'unico rimedio restano i vecchi classici libri cartacei».

La Sicilia delle baronie del '300 assomiglia a quella di oggi.

«Mi pare di essere stato esplicito, scrivendo che allora c'era gente che cambiava schieramento al di là di ogni idea. E' la Sicilia di oggi. Ma non vale solo lì».

Goffredo Fofi scrisse di Eymerich come "il più importante personaggio letterario" degli ultimi lustri.

«Forse ha cambiato idea, visto che ha criticato la violenza di altri miei romanzi come "Noi saremo tutto" sui gangster. Comunque io insisto e sto scrivendo un lungo romanzo che collegherà "Antracite" a "Noi saremo tutto" sulla nascita del movimento operaio negli Stati Uniti, attraverso le storie degli anarco-libertari».

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Su LA REPUBBLICA XL, Filippo La Porta recensice REX TREMENDAE MAIESTATIS

by Eymerich 9. febbraio 2011 22:56

DISCHI VOLANTI PER IL GRAN FINALE DELL'INQUISITORE
di Filippo La Porta (da XL, febbraio 2011)

 

Evangelisti è il più anarchico e visionario narratore pulp dell'Italia contemporanea. Erudito e fumettistico, rimescola cabala e Indiana Jones, teologia e Frankenstein, sovrapponendo i piani temporali.

Qui siamo alla fine del ciclo di Nicolas Eymerich, inquisitore del Regno d'Aragona (XIV secolo), devoto alla ragione, impegnato a battere l'eresia con ogni mezzo (da tempo uno dei pochi personaggi memorabili della nostra narrativa). Apparizioni di dischi volanti lo chiamano a Palermo (invasa dall'immondizia) e poi a Napoli. Incontra mostri animaleschi e bambini senza arti. E scopre che la battaglia finale contro il Maligno si svolgerà dentro di lui. Parallelamente, l'infermiera Lilith deve eliminare gli psichiatri che intendono "guarire" l'umanità con elettroshock collettivi...

Evangelisti ci piace perché attraverso una sfrenata immaginazione, di tipo epico-storico, persegue la sua personale riflessione morale, sul potere, sulla vita e sulla morte, sul bene e sul male, che invano cercheremo oggi nella cultura alta.

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