Su LASPRO Luigi Lorusso recensisce i tre volumi de IL SOLE DELL'AVVENIRE

by Eymerich 27. giugno 2016 04:00

da Laspro n. 36, maggio-giugno 2016


1500 pagine in tre anni, per una trilogia che racconta la storia di un clan familiare romagnolo tra il 1870 e il 1945: dagli ultimi epigoni delle tendenze socialiste dei garibaldini alla Resistenza tra i colli e gli Appennini tosco-emiliani, passando per le leghe di resistenza contadina, la nascita delle cooperative, alcuni socialisti che diventano amici dei padroni, quel ragazzo taciturno figlio di un bravo compagno, Alessandro Mussolini, le due guerre, la Spagna dove i figli anarchici combatteranno contro i padri stalinisti e ritratti memorabili di quanto facevano e fanno schifo i fascisti.
Valerio Evangelisti in tre anni pubblica questa trilogia che fa riemergere pezzi di storia d’Italia che non troviamo mai sui libri di storia ufficiali e neanche in altri, semplicemente perché le categorie di interpretazione marxiste non trovano più spazio. La storia, secondo Evangelisti, è storia di lotta di classi, e questo è quello che ritroviamo nella carne e nel sangue vivo delle famiglie Verardi e Minguzzi e dei loro vicini e compagni. Scopriamo episodi di solidarietà internazionalista alla fine dell’Ottocento, l’organizzazione delle squadre fasciste, la realtà consolidata delle cameracce romagnole, antesignane dei centri sociali. Come spesso gli accade, Evangelisti è maestro nel tracciare ritratti degli infami e perciò una delle figure che rimane più impressa è quella di Spartaco Tito Vezio Verardi, figlio di Canzio “mezzo socialista e mezzo anarchico”, combattente della I guerra mondiale, fascista, nazionalista, ex legionario fiumano, rinnegato da sua madre come traditore.
Un’opera che andrebbe salutata come un capolavoro nazionale, studiata nelle scuole, premiata con onoreficenze, ricordata negli anni a venire: ci piace pensare che, di queste cose, forse l’ultima avverrà davvero. Questi sono libri che dureranno da qui a cent’anni.

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In libreria I SENTIERI PERDUTI DI EYMERICH, negli Oscar Absolute

by Eymerich 14. giugno 2016 04:17

Esce in questi giorni l'Oscar gigante di Valerio Evangelisti I sentieri perduti di Eymerich (pp. 834, € 16,50). Comprende tre romanzi centrali del ciclo di Eymerich: Il mistero dell'inquisitore Eymerich, Cherudek, Picatrix, la scala per l'inferno. Da quest'ultimo romanzo fu tratto anche un radiodramma a puntate di grande successo.

Nella quarta di copertina si legge un passaggio di Cherudek: "Una vampata di odio gli esplose nella mente, cancellando ogni tracccia di compassione. Era quello, rifletté, il sentimento che la Luce gli comandava di coltivare, a sua immagine e somiglianza: la naturale crudeltà dei giusti.". Segue un brano di Tiziano Scarpa sulla "eternità" della narrativa di Evangelisti.

Senza voler esagerare, è certo che questi romanzi, innumerevoli volte ristampati e tradotti in molte lingue, passano di generazione in generazione.

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Su CAGLIARIARTMAGAZINE.IT Magnetica Ars Lab recensice IL SOLE DELL'AVVENIRE vol. 3: NELLA NOTTE CI GUIDANO LE STELLE

by Eymerich 19. maggio 2016 04:01

Qui l'originale di Magnetica Ars Lab (www.magnetica.org)


Ho  appena finito di leggere “Nella notte ci guidano le stelle”  l’ultimo romanzo  di Valerio Evangelisti che conclude la sua recente  trilogia intitolata Il Sole dell’Avvenire. A scanso di equivoci vi dico subito quello che penso, anche in neretto e  maiuscolo.   Più avanti cercherò  di argomentare meglio il mio giudizio ma se le lunghe recensioni  come questa vi annoiano FIDATEVI. 

Fidatevi di queste prime righe e correte a comprarvi questi suoi 3 libri.

E, se non vi bastano le mie parole, su Rivoluzione trovate anche la bella recensione fatta da Alessandro Villari, altro  suo / nostro amico di cui potete fidarvi.

Perché questa trilogia “Il Sole dell’Avvenire”  è una BOMBA,  un vero  SPARTIACQUE  LETTERARIO destinato a restare a lungo.  Anche se non troverete molti  osanna  sui media mainstream e non vedrete il suo autore al premio Strega.  Questa trilogia è un CAPOLAVORO che merita tutto il nostro RISPETTO.

Soprattutto se posta al confronto con  quanto appare/scompare nello scrivere fasullo di questa Italia e in questo inizio di secolo. 

Non  dico questo  solo perché stimo e conosco Valerio Evangelisti da molto tempo.

Non lo dico perché adoro il suo Eymerich o perché ho divorato tutti gli altri  suoi fantastici libri. 

Io considero davvero  questi suoi ultimi 3 romanzi come l’esempio sublime della sua forma e sostanza  narrativa.  Valerio è stranamente da tempo considerato uno scrittore minoritario di “Fantasy” o di “Fantascienza” come se questi  generi e anche i suoi autori  fossero non soltanto minoritari ma minori rispetto presunte forme letterarie più alte.  Del resto, secondo questa logica, anche Italo Calvino potrebbe essere considerato scrittore di genere, altrettanto minore e minoritario. 

In realtà Valerio Evangelisti potrebbe tranquillamente essere l’Italo Calvino del nostro secolo.  Solo che noi non ce ne rendiamo conto. 

Perché Valerio, semmai si dovesse definire, sarebbe uno SCRITTORE “DEGENERE” (come forse ci suggerirebbe Carmelo Bene).  In quanto essendo scrittore UNICO nel suo genere  lui  si pone FUORI e ALTROVE  rispetto qualsiasi angusto ambito  letterario in cui lo si voglia costringere.  Per questo motivo il suo scrivere dovrebbe costituire  un ESEMPIO per la scrittura degli altri autori e per  la narrativa Italiana tutta, di qualsiasi genere.  Anche se purtroppo, il suo scrivere,  rappresenta una vetta ben poco conosciuta e inarrivabile per molti altri autori nostrani. 

E  questi tre romanzi messi insieme sono l’esempio di quanto sto cercando di dirvi. La sua trilogia “Il sole dell’Avvenire” è  un viaggio letterario lungo e accurato, fatto navigando a vista e anche consultando  le mappe. Un viaggio di navigazione non solo sulla superficie delle acque ma  immergendosi a lungo dentro il profondo del “mare magnum” che è la nostra Italia contemporanea.  Un viaggio che,  per  riuscire a  scandagliare il nostro PRESENTE,  affronta di petto  il  PASSATO. Attraversandolo come una lama, fendendo le nostre origini per incidere e scavare dentro quello che siamo stati e quello che siamo diventati noi Italiani. 

Un viaggio che  quindi ci riguarda tutti,  singolarmente come individui e collettivamente come società. 

Valerio per raccontarci di questo viaggio, personale e collettivo,  ha scritto quello che solo all’apparenza è un lavoro unico diviso in una serie di tre romanzi cronologicamente conseguenti.   

Valerio ha scritto un’opera letteraria e storica gigantesca. Opera  intrisa di significato e significante, difficile e semplice,  culturalmente accessibile ad una minoranza come anche  destinata alle masse e al popolo, opera storica narrata in una lingua elìtaria e alta che potrebbe sembrare  impopolare ma,  alla lettura di poche righe, diventa immediatamente  bassa, accessibile e  popolare al tempo stesso.  

Il “Sole dell’Avvenire” ci fornisce con le parole che speravamo di  sentire,  la migliore rappresentazione drammatica e  individuale di quella vasta  commedia corale della nostra Storia da cui sono nati  quello che oggi chiamiamo Italia e anche i suoi  Italiani. 

Entrambe le due facce della medaglia sono la doppia veste di quel  DRAMMA e quella COMMEDIA che parlano di un  viaggio intimo e collettivo  nella GUERRA  e nella PACE  Tolstojane che ancora si agitano dentro ognuno di noi. 

Un viaggio letterario che è, contemporaneamente,  una “RECHERCHE Proustiana” tagliata su misura per chiunque si consideri MINORANZA sociale o pensi di poter  essere avanguardia culturale,  rispetto al sentire comune. Un viaggio narrativo che rappresenta anche una ideale  “ODISSEA Omerica” per chiunque altro pensi di far parte di una qualsiasi MAGGIORANZA  sociale, di pensiero o di opinione, in questo Paese. 

Valerio ci racconta tutto questo viaggio, con le sue parole,  in modo semplice ma mai semplificato. Compiendo un lungo percorso  di ricerca, delle origini della sua terra, che sono anche quelle sue personali, attraverso la scoperta delle fonti e delle vite dei  suoi tanti protagonisti.

Ma io non vi citerò il nome di un solo personaggio di questo suo viaggio letterario. Non  è necessario perché si tratta di una rappresentazione corale e sono anche sicuro che,  leggendo questa trilogia,  avrete modo di ricordarli facilmente tutti  i nomi dei tanti attori e protagonisti  insieme alle loro storie. 

Perché potrebbero essere le stesse storie dei vostri bisnonni e dei vostri nonni,  se siete giovani.

Come potrebbero essere le storie  dei vostri padri, se giovani non lo siete più.  Perché, credetemi,  non è certo  l’età , le conoscenze di vita  o i ricordi che possedete che vi faranno meglio  apprezzare questi libri.  Penso che,  se avrete la fortuna di leggere questi 3 romanzi tutti d’un fiato,  capirete meglio perché  i lettori e gli estimatori di Evangelisti, cosa che vi auguro di diventare, non hanno un’età definita e non rappresentano nessun genere. 

L’autore ce li descrive, questi suoi personaggi singolari durante un lungo  viaggio collettivo e di popolo. Li descrive mentre attraversano  consapevolmente, o vengono  attraversati inconsapevolmente, dalla  luce e dal  buio  degli avvenimenti lungo la nostra Storia. E si narra di tutti quegli avvenimenti e fatti politici e sociali che hanno contraddistinto l’Italia  e anche l’Europa, dalla seconda metà dell’Ottocento fino alla seconda guerra mondiale.    Questo  viaggiare  ci  parla quindi di  molte piccole lotte e grandi battaglie, di poche vittorie e di  molte sconfitte.  Soprattutto delle sconfitte.  Quelle che hanno vissuto i  movimenti operai,  anarchici, rivoluzionari, socialisti, fascisti e partigiani.  Ci parla anche delle  vittorie. Vittorie che alla fine si rivelano anch’esse e non solo  per i perdenti, che esistono sempre dentro ogni storia, per quello che sono davvero.

Perché molte di quelle che sembrano vittorie della Storia durante il  proprio presente,  possono rappresentare  prima o poi anche esse solo altre sconfitte, nel  futuro di chi viene dopo di noi. 

Questi libri ci  parlano di poche vittorie e  molte sconfitte, parlano di guerre e guerriglie, di combattimenti e di combattenti,  di alti ideali e  basse azioni, di speranze utopiche e impossibili come parlano di idee semplici, realizzate o realizzabili. Ci parlano delle  logiche politiche che muovono interi  mondi e visioni insieme agli   istinti sopiti delle maggioranze e delle minoranze dentro ogni popolo.  Logiche e istinti che sono individuali o collettivi. 

E Valerio, in questa sua opera ce ne parla con lo stesso linguaggio immediato, diretto e semplice  con il quale ci parla anche del quotidiano di uomini e donne che fanno parte del nostro passato recente o più lontano, dei loro amarsi, odiarsi, delle loro illusioni, speranze, indifferenze, disillusioni e rancori.

Valerio ci  parla, anche e soprattutto, di un viaggio nei  luoghi della sua Emilia Romagna, toponimi e  luoghi di lotta che   diventano facilmente eponimi di qualsiasi nostro altro luogo, di qualsiasi altra nostra lotta. 

In questi luoghi, distinti nel tempo ma senza tempo, di questi suoi ultimi tre romanzi anche quando  i  personaggi sono di totale fantasia diventano sempre PERSONE, persone  vere, tangibili e reali. 

Persone che puoi arrivare ad amare o spesso, anche con maggior trasporto, riesci facilmente ad odiare.  

E  tutti i FATTI della nostra storia in cui queste persone vengono chiamate ad agire, chiamati dalle proprie scelte o dal destino, muovono realtà che non ci sembrano mai frutto di  finzione narrativa.

Perché sono realtà che sono avvenimenti della vita reale di queste persone.   Diventano le storie vere di pochi o di molti uomini e donne. Storie che anche quando sono le più intricate e avvolte in  complesse dinamiche, una volta narrate da Valerio  si rivelano semplici, crude, vere e sincere. 

Alla fine di questi romanzi del “Sole dell’Avvenire” NIENTE di quanto scrive Valerio Evangelisti ci appare FINZIONE VIRTUALE. Niente ci appare ideologico o intriso di retorica appartenenza. Niente ci sembra fare  banale dietrologia.  Perché questi romanzi,  in realtà,  romanzi non sono, ma  non sono nemmeno biografie.

Vi renderete conto che tutte queste storie che sembrano di fantasia hanno alle spalle una ricerca storica immane fatta su centinaia di fonti diverse, giornali e reperti audiovisivi della loro epoca e, conoscendo la meticolosa cura che l’autore mette sempre  in ogni argomento che affronta, state certi che troverete puntuale conferma storica della quasi totalità dei fatti che vi vengono narrati. 

La scrittura di Valerio si conferma al meglio,  esplode e implode come  una miscela perfetta di  lunghi piano-sequenza alternati a primi piani e azioni che aprono colpi di scena.

E’ scrittura pregna di stile e sintassi,  prosa fatta di empatia soggettiva e descrizione oggettiva.  Il ritmo narrativo è sempre quello a cui lo scrittore ci ha abituato nel suo narrare di altri luoghi e tempi. Si tratti di Pirati a Cartagena, o di mondi fantastici nel futuro o del passato di una Santa inquisizione. 

Ma in questi romanzi,  a differenza di altri precedenti dell’autore, non esistono più  incertezze o mezze misure.  Tutti i  personaggi, proprio tutti, anche i minori, al pari dei principali sono approfonditi e di spessore.  I migliori  come anche quelli che ci vengono descritti come i peggiori ci appaiono tutti,  comunque e  profondamente,  umani.  Intrisi dei loro dubbi e delle loro certezze, con le loro falsità e verità.  E forse anche per questo motivo siamo in grado di amarli e odiarli, contemporaneamente e insieme,  entrambi. Alla fine, vi renderete conto che riuscirete ad amarli  e odiarli tutti, questi mille personaggi di cui vi parla  Valerio.

I migliori e anche i peggiori. I buoni e i cattivi. Troverete molto del  buono e del cattivo di ognuno di noi in ognuno di loro. Proprio perché sono esseri UMANI. Come me e voi. 

E queste persone che ameremo  e odieremo ci trascineranno nel loro fiume di storia e storie.  Che diventeranno le nostre.  Un fiume in piena fatto di molti affluenti, delle loro vite contemporanee che sono a noi lontane nel passato ma sentiamo comunque molto vicine. Sempre più vicine al nostro presente. 

Tutto ci trascinerà  in questa corrente del fiume narrativo che si snoda come una perfetta sceneggiatura  filmica.  Una cosa  che sembra scritta a molte mani da gente come Stanley Kubrick ed Elio Petri insieme a Lars Von Trier,  Tarantino e Peckinpah.  Tutti insieme, i migliori registi e scrittori, non arriverebbero forse a scrivere come Valerio riesce a fare. Scrivere di tutto il passato per il presente. In un modo dove tutto è congegnato per farci appassionare, divertire, commuovere e anche incazzare.   Tutto concorre a  farci rivivere gli avvenimenti e conoscere in un modo lucido, vicino, profondo  e appassionante, come se fossero parte della nostra personale storia familiare,  persone, idee e azioni di quegli anni  lontani appartenuti ai nostri anziani. 

Tutto sembra concorrere a farci raggiungere  quel grado diverso di consapevolezza e conoscenza della nostra storia, anche di quella più recente.   Successiva al periodo in cui termina  la trilogia. Grado di consapevolezza che può renderci migliori, ma anche peggiori di quello che siamo. 

Perché adesso  che Valerio è riuscito a farci guardare la nostra storia con occhi diversi, adesso, finalmente SAPPIAMO DOVE ci troviamo e anche COME ci siamo giunti. 

Ecco credo che, Valerio, proprio per questo suo modo naturale di farci conoscere e sapere come siamo giunti fin dove siamo oggi, si confermi appieno come un grande, grandissimo scrittore del proprio tempo.  

Forse l’unico altro  romanziere italiano degno di questo nome oltre  ad Antonio  Moresco che, guarda caso, è anche un suo amico.   Almeno secondo la mia personalissima opinione, 

E questi 3 libri sono il suo capolavoro. Le idee che esprime sulla nostra storia le ho trovate in linea con molte delle cose che personalmente penso e credo che parecchi fra noi pensino.  Le si pensa in tanti anche senza avere il coraggio di dirle o dirsele le stesse cose.

Quindi  questo libro è anche un’azione di immenso coraggio di fronte a tanta ipocrisia che pervade il mondo delle tante, intelligenze culturali di cui ci circondiamo in questa nostra Italia da operetta. 

Dovreste leggerla anche voi questa storia di storie, che sembrano lontane da noi o fuori dal tempo ma invece sono intrise e permeata del nostro sentire e del nostro tempo.  Storia di storie  che Valerio ha pensato fossero tutte importanti e necessarie. Anche quelle minori.   Come gesto importante e necessario ma anche coraggioso mi sembra soprattutto quest’ultimo libro fra tutti e tre. 

Un  gesto coraggioso  e controcorrente che scava nell’inizio dello scorso secolo parlando senza mezze misure e mezzi termini di  Fascismo, di Socialismo e Comunismo,  delle idee e delle persone che hanno ipotizzato, vissuto e sono morte anche per alcune di quelle  rivoluzioni  che se  hanno contribuito a scrivere  la Storia dell’Italia NON hanno forse costruito e nemmeno sperato  l’Italia contemporanea dove purtroppo siamo costretti a vivere oggi. 

Credo che, con tali premesse, Valerio sia oggi l’unica persona che oggi rimane in grado di scrivere e descrivere, allo stesso modo, anche la nostra storia ancora più recente. Quella dell’altro ieri.

Quella dei nostri ultimi e recenti  anni settanta e ottanta ad esempio.  Fatta di altrettante sperate, tentate, mancate e anche forse inutili, rivoluzioni.

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Il grande assente

by Eymerich 30. aprile 2016 04:09

MAI ALLO STREGA VEDRETE GLI EVANGELISTI

di p. m. (Piero Melati), in Il Venerdì di Repubblica, 15 aprile 2016

Nel numero citato de Il Venerdì, un articolo di critica al Premio Strega termina con queste parole: "Tra i grandi assenti ci piace citare Valerio Evangelisti. Ha chiuso la trilogia Il sole dell'avvenire: stavolta non è fantasy, non è fantascienza, non è horror (generi 'minori') eppure egualmente non è degno. Vende all'estero. Ma resta non 'abbastanza' italiano. Per vizi e per virtù."

Commento di Evangelisti: "Sono lusingato da queste parole, che mi sorprendono un poco. Mai Repubblica o Il Venerdì avevano recensito, o anche solo menzionato, Il sole dell'avvenire. Comunque va bene così. Un grazie a Piero Melati, ma si rassegni. E' più facile che un cammello passi per la cruna di un ago piuttosto che io finisca allo Strega. Cosa che non mi turba neanche un poco."   

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MILITANT recensisce IL SOLE DELL'AVVENIRE vol. 3: NELLA NOTTE CI GUIDANO LE STELLE

by Eymerich 15. aprile 2016 03:53

Da Militant, 12 aprile 2016

Questo terzo volume conclude l’imponente trilogia sulle vicende della Romagna tra l’Ottocento e la metà del Novecento (qui e qui le recensioni agli altri due volumi). Un romanzo sui generis nel panorama letterario italiano, una storia collettiva raccontata attraverso l’esperienza di famiglie romagnole che si trovano, loro malgrado, ad attraversare la Storia ufficiale, quella segnata dalle date e dagli avvenimenti simbolici. Il più delle volte, a subire il peso di una Storia che travolge i destini delle popolazioni. Lungi da una rassegnata passività, però, le famiglie contadine raccontate in questa epopea moderna reagiscono e cambiano il corso di questa storia, si infilano negli interstizi del potere, si adattano alle circostanze, le sconvolgono, attuano forme di resistenza esplicita o implicita, insomma formano quella storia di cui sono al tempo stesso protagoniste e vittime, ma mai ignare spettatrici. In questo volume i discendenti di Attilio Verardi e Rosa Minguzzi vivono alcuni dei momenti più tragici della storia nazionale: la lenta ascesa del fascismo come reazione agraria alla forza operaia e contadina del biennio rosso, i lunghi anni del regime e infine la lotta di Liberazione vista qui attraverso particolari vicende romagnole, eterodosse ma al tempo stesso capaci di descrivere la complessità del fenomeno resistenziale. La tesi di fondo è però la stessa in tutti e tre i volumi della trilogia: per le classi subalterne la storia si cambia solo attraverso l’uso consapevole della forza. Non è un caso che il secondo volume abbia, come sottotitolo, l’affermazione: chi ha del ferro ha del pane, che costituisce il vera messaggio di fondo dell’intera trilogia. In quest’ultimo lavoro, la passività con cui la sinistra italiana assiste all’avanzata della reazione agraria e fascista, la fiducia cieca di un certo “socialismo” nelle istituzioni, nelle garanzie di una democrazia liberale vista come dato acquisito, un certo riformismo “contadino”, sono alla radice della sconfitta operaia e contadina degli anni Venti. Il fascismo poteva essere fermato, e solo l’ottuso riformismo pacifista della sinistra dell’epoca impedì di stroncare un fenomeno che aveva le sue determinate ragioni di classe, ma non aveva i caratteri dell’inevitabilità. Poteva – e doveva – essere evitato.

Il romanzo è anche uno spaccato di storia sociale romagnola, come già rilevato negli altri due volumi. Forse in questo capitolo si concede troppo al feedback tra storia ufficiale e storia sociale, laddove negli altri due era presente una concentrazione maggiore sull’esistenza contadina, che rendeva i romanzi veri e propri saggi di geografia sociale della Romagna. I mille paesi contadini di una terra povera ma laboriosa e soprattutto riottosa al potere – Budrio, Molinella, Medicina, Conselice, Lugo, Ravenna, Alfonsine, Argenta, Fusignano – suggestionavano il lettore, lo “istruivano” al significato della vita contadina e alle ragioni della sua naturale avversità al potere costituito, concentrandosi sui meccanismi di resistenza popolare alle vessazioni agrarie. In questo terzo volume forse il congegno retorico diviene eccessivamente meccanico, in alcune sue parti i protagonisti sembrano troppo “coscienti” dello sviluppo di vicende di cui difficilmente possono comprendere la generalità. Ma siamo anche nel secolo della politica, ed è contestualmente vero che una certa “coscienza” si impone nelle vicende della storia di questo secolo, che rappresenta il punto più alto raggiunto dalle classi subalterne nel rovesciamento dei rapporti di forza nella società. Non siamo nell’Ottocento della servitù operaia senza diritti né garanzie, e non siamo ancora nel ritorno all’ordine del XXI secolo: siamo nel cuore di un cambiamento di paradigma sociale e politico, e per la prima volta le masse senza volto assumono un volto e una rappresentanza politica, divengono parte della Storia e non solo vittime predestinate. Questa coscienza che si sviluppa nei personaggi fino ad allora “senza storia” è uno dei dati più illuminanti e positivi della storia del Novecento, il simbolo di un ingresso delle masse nei meccanismi del potere. C’è troppa cattiveria, a volte, nel giudicare i passaggi costitutivi di questa storia, le vicende di un realismo politico visto come cinismo, ma questo è il punto di vista di un autore che non si nasconde e che anzi rivendica una scelta, una posizione. La fine del racconto si chiude con un fremito di speranza. Siamo d’altronde a ridosso della Liberazione, e mai come in quegli anni la speranza di un mondo nuovo riempiva i destini degli sfruttati. Una speranza presto rifluita nella lotta al regime democratico speculare nei suoi rapporti col lavoro a quello fascista. Ma questa è un’altra storia.

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RAI NEWS 24 intervista Valerio Evangelisti

by Eymerich 3. aprile 2016 03:46


Il 28 marzo 2016 Rai News 24 ha mandato in onda un'intervista a Valerio Evangelisti, replicata nei giorni successivi. L'intervista, visibile qui, è stata realizzata dal giornalista Francesco Gatti il 15 marzo 2016, e riguarda principalmente la progettata ricomparsa di Eymerich in un nuovo romanzo. Benché molto condensata, è stata montata con intelligenza. Le riprese sono state effettuate nello studio dello scrittore, a Bologna.  

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Su IL MANIFESTO Mauro Trotta recensisce IL SOLE DELL'AVVENIRE vol. 3: NELLA NOTTE CI GUIDANO LE STELLE

by Eymerich 21. marzo 2016 03:56

LA LUNGA EPOPEA DI UNA "CLASSE" CHE VOLEVA TUTTO

di Mauro Trotta (da il manifesto, 18 marzo 2016)

A un anno e un mese esatti dall’uscita del precedente romanzo, puntuale, è arrivata in libreria la terza e conclusiva parte della triliogia di Valerio Evangelisti intitolata Il sole dell’avvenire. Ancora una volta, così, in questo Nella notte ci guidano le stelle, verso di una delle più famose canzoni partigiane (Mondadori, pp. 512, euro 22) l’autore riprende le fila del racconto delle vicende che vedono protagonisti gli esponenti delle famiglie allargate dei Verardi e dei Minguzzi, gettando uno sguardo che dalla natìa Romagna si allarga all’intera Italia e all’Europa. 

Gli anni narrati questa volta spaziano dal novembre del 1920 al novembre del 1950 ed è significativo notare come la scena iniziale e la scena finale del libro si svolgano, quasi a sottolineare il carattere conchiuso e conclusivo dell’opera, sulla stessa scena: la tomba di Canzio Verardi. Qui, all’inizio, si riuniscono i parenti per il funerale e sempre qui, alla fine, i superstiti si riuniranno di nuovo per il trentesimo anniversario della sua morte, quasi a suggellare un patto di unità e di speranza per l’avvenire.

Anche questo libro, come i precedenti, ha una struttura tripartita: tre sezioni, ognuna dedicata a un esponente della «tribù» romagnola e a un determinato segmento temporale del periodo storico preso in considerazione. La prima, dedicata a Tito Verardi, vede l’imporsi del fascismo e arriva fino alla marcia su Roma e alla presa del potere da parte di Mussolini. La seconda, con Destino Minguzzi principale protagonista, narra del consolidamento del regime, delle resistenze che sopravvivono, della guerra di Spagna e arriva, attraversando la caduta di Mussolini, la nascita della repubblica di Salò e della Resistenza, fino al marzo del 1944. La terza, dedicata a Soviettina «Tina» Merighi affronta l’imporsi della lotta partigiana e il dopoguerra con le elezioni del 1948 fino, appunto, al novembre del 1950. 

Personalità eccentrica 

La narrazione nelle tre parti, pur mantenendosi in terza persona grazie all’utilizzo del narratore esterno, privilegia il punto di vista del personaggio a cui è intitolata la sezione. Questo non implica una parzialità intesa come il rinunciare a misurarsi con la storia, ma esprime anzi la scelta, ponderata ed efficace, di un punto di vista dal basso che, proprio perché in qualche modo parziale, riesce a restituire in maniera vivida e coinvolgente non soltanto il succedersi ma anche e soprattutto il senso degli accadimenti che compongono la Storia con la «S» maiuscola. Insomma, al di là del valore letterario dell’opera, comunque elevatissimo, l’intera saga di Evangelisti rappresenta appieno un tentativo riuscito di affrontare i grandi eventi storici attraverso il coagularsi, il sovrapporsi, armonizzandosi o confliggendo, di varie piccole storie che, nel succedersi delle loro dinamiche a prima vista periferiche o secondarie, riescono a comporre in maniera ineguagliabile il grande affresco storico. 

Anche i personaggi scelti per prestare il proprio punto di vista alla narrazione rispondono perfettamente e in modo originale a tale proposito. Non si tratta, infatti, di tipici esponenti del gruppo sociale di appartenenza. Appaiono innanzi tutto come persone con una propria personalità – esposta magistralmente dall’autore – pieni di contraddizioni e di dubbi, spesso eccentrici rispetto al «ruolo» che si trovano ad impersonare. Così Tito, lo squadrista fascista, violento, subdolo, infiltrato tra le fila degli oppositori, pronto a tradire tutti in nome del suo ideale, si scopre sempre più confuso rispetto proprio a quell’idea in nome della quale combatte.

Ex-legionario fiumano, dannunziano convinto rimane sorpreso non soltanto dalla reazione praticamente nulla delle strutture organizzate del movimento operaio e contadino, ma dall’evoluzione che sta prendendo il movimento fascista che via via rinuncia all’ideale repubblicano originario, accetta i finanziamenti da quei «signori», agrari e industriali, che dichiarava di voler combattere, arrivando alla conclusione che «il fascismo era cosa fumosa senza lame, randelli e pistole».

Questo non lo rende assolutamente un personaggio positivo ma lo rende una sorta di catalizzatore perfetto per far emergere elementi quali la strategia della violenza adottata dai fascisti, le varie anime del movimento mussoliniano, la collusione di magistratura e forze dell’ordine, le divisioni della sinistra e la sua incapacità a valutare gli eventi in atto, i tentativi di resistenza significativi come quelli attuati dagli Arditi del popolo. Allo stesso modo, le figure di Destino e Tina appaiono non convenzionali. Anche in questo caso, infatti, non si tratta di militanti da sempre convinti e consapevoli, anzi.

Il primo si troverà quasi per caso a combattere in Spagna dalla parte degli anarchici, la seconda diventerà staffetta partigiana quasi soltanto per amore. Eppure, seguendo i loro percorsi e le loro scelte emergeranno in maniera davvero appassionante e vivida tutti gli eventi e le situazioni di quel periodo.

Dagli ambienti e dall’attività della rete clandestina in Italia e dei rifugiati in Francia, alla cupezza e alla corruzione imperante nel regime fascista: «Se a livello nazionale il fascismo aveva un suo profilo politico, piacesse o no, su scala locale vedeva un proliferare di caporioni famelici, interessati solo a riempirsi le tasche, ad accaparrarsi incarichi ben retribuiti e a sistemare amici e parenti». E ancora dalle divisioni e dalle contrapposizioni che vedranno confliggere anarchici e comunisti e socialisti e poi stalinisti e trotzkisti al peso che le scelte politiche possono avere su tutto, anche sull’amore. E poi dall’entusiasmo che si può provare all’interno di un momento rivoluzionario come quello spagnolo o all’interno di una lotta di liberazione alla paura, ai massacri e alle crudeltà di nazisti e fascisti. Fino alle speranze di un cambiamento davvero radicale e all’amaro rendersi conto che, dopo la vittoria, non si è tornati, per braccianti e operai, alle condizioni strappate nel corso del biennio rosso.

La speranza che non muore

Tanti sono gli spunti e le riflessioni che terzo volume de Il sole dell’avvenire suscita, come del resto gli altri della trilogia, rispetto all’attualità. E il problema atavico delle divisioni della sinistra – divisioni che spesso sembrano attraversare più i gruppi dirigenti che la base – è quello che emerge con più forza. Eppure al di là di questo e della dichiarazione dello stesso Evangelisti a conclusione della sua nota finale in cui il magister afferma di non voler scrivere seguiti dell’opera perché: «La cupezza ha un limite e io, malgrado la foto della quarta di copertina, sono di indole allegra», il romanzo si chiude con una forte scena di speranza. 21 novembre 1950, i sopravvissuti si riuniscono davanti alla tomba di Canzio Verardi, parte un canto rivoluzionario, tutti alzano il pugno chiuso, anche la più piccola, Stella, tra le braccia della madre lo fa. Il padre lo nota. «Il sole dell’avvenire non si vede ancora, commentò. Chissà che non sia una stella a guidarlo fuori dalla nebbia. Tutto è rimandato di una generazione. O di due, a essere pessimisti».

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