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A metà degli anni Sessanta il critico cinematografico Claudio
G. Fava presentò, alla TV italiana, una breve rassegna di film
di fantascienza. La reazione del pubblico fu vivacissima (ricorda
ancor oggi il critico, divertito), ma in senso prevalentemente
negativo. Sulla Rai si abbatté una valanga di lettere di protesta:
quei film - da La cosa da un altro mondo a Ultimatum
alla terra a I Misteriani - facevano paura, spaventavano
i bambini, non erano spettacolo da prima serata. Per diversi anni
non furono più presentati film del genere, e la fantascienza rimase
appannaggio dei telefilm, anche se talora molto più inquietanti
(come certi episodi di Ai confini della realtà). Vi furono
proteste veementi persino allorché una rubrica giornalistica quanto
mai innocente, "Almanacco", presentò alcune sequenze tratte da
Fluido mortale (The Blob), divenute ai giorni nostri
sigla quotidiana di una tra le più popolari trasmissioni della
Rai.
E' facile notare come, in trentacinque anni, lo scenario sia completamente
cambiato. Se ai quei tempi la fantascienza era soprattutto un
genere letterario, oggi tende a divenire, se non è già divenuta,
in primo luogo un filone cinematografico. E un filone niente affatto
emarginato o sottovalutato.
La svolta davvero epocale è giunta con 2001 Odissea nello spazio
di Kubrick: film raffinato di un regista che chiamare prestigioso
è poco. Ma nemmeno la fragorosa apparizione nel 1968 di quella
pellicola lasciava presagire la rivoluzione che si sarebbe prodotta,
i cui effetti sono facili da constatare nella nostra quotidianità:
oggi basta scorrere le programmazioni dei cinema per scoprire
che i film di fantascienza sono una buona percentuale del totale,
riscuotono spesso successo e non di rado recano firme affermate.
Nessun genitore impedirebbe più al figlio la visione di film di
quel tipo; anzi, gliela raccomanderebbe.
La fantascienza consuma dunque, ai tempi nostri, il proprio trionfo,
e la propria vendetta contro una lunga discriminazione ormai dimenticata.
Rari appassionati della prima ora, come il sottoscritto, rimpiangono
un poco la sparizione della tipica serie B, avventurosa (non solo
nella trama, ma anche nelle condizioni produttive) e raffazzonata
alla meno peggio. Però nemmeno il più pervicace dei nostalgici
può negare il miglioramento generale, quantitativo e qualitativo.
Sono completamente crollate, dunque, le fosche previsioni di chi
pensava che sbarchi sulla luna, foto di pianeti senza traccia
di vita e missioni Shuttle avrebbero inferto un colpo mortale
all'immaginario fantascientifico. Mai le imprese spaziali concrete
sono state impopolari quanto lo sono ai giorni nostri, eppure
mai si sono viste al cinema tante astronavi. Si direbbe quasi
che, appagata dallo schermo, la fantasia del pubblico non sappia
più che farsene dell'astronautica effettiva, tanto più grigia
e routinière. Se ciò fosse vero, andrebbe riconsiderata
la tesi che considera la fantascienza di supporto alla scienza
nel fissare, tramite ipotesi, nuove frontiere di ricerca. Si tratterebbe
invece di grandezze ostili, impegnate in una guerra di sopravvivenza.
In questo c'è forse qualcosa di vero, anche se, come si vedrà,
il discorso è più complesso. La parte di verità concerne il ruolo
di cinema e televisione. Finché la fantascienza era anzitutto
un'espressione letteraria, la convivenza con l'astronautica e
con le discipline collegate pareva relativamente facile. Lo sbarco
sulla luna catalizzava le attenzioni anche di chi non aveva dimestichezza
con la pagina scritta, con tale impatto emotivo da non porre nemmeno
un problema di concorrenza. D'altra parte, a metà degli anni Sessanta,
le avventure planetarie cinematografiche si svolgevano tra mondi
che erano poco più che palle colorate, mentre i veicoli spaziali
seguitavano a somigliare a V2 con in coda una sorta di fiamma
ossidrica. Invece, le navette delle missioni Apollo trasudavano
tecnologia, erano irte di strumentazione raffinata e si muovevano
sullo sfondo di un cosmo più suggestivo, nel suo silenzio glaciale,
di quello dipinto a mano dei film correnti. Per non dire del biancore
immoto delle sabbie lunari, più evocativo e carico di simboli
di quanto lo fossero, al cinema, ragni giganti e multicolori flore
aliene.
Ma poi arriva 2001 Odissea nello spazio e, anche in questo
campo, è una rivoluzione. Astronavi complesse quanto le navicelle
Apollo, ma più grandi e più astruse, scivolano disinvolte a tempo
di valzer in un cosmo assolutamente realistico. Una gigantesca
stazione orbitante ruota su se stessa in un'oscurità densa di
mistero. La luna diventa un ponte per raggiungere Giove, e Giove
un passaggio verso qualcosa di più enigmatico che sta al di là,
oltre i limiti del sistema solare.
La sfida spettacolare con i filmati lunghissimi, esasperanti,
mal fotografati degli sbarchi lunari veri è subito vinta. Chi,
potendo scegliere, li preferirà alle meraviglie di 2001?
E' l'inizio di una decadenza di potere di suggestione destinata,
alla lunga, a mettere in crisi persino l'industria astronautica,
specie laddove - come negli Stati Uniti - il peso dei gusti del
pubblico è determinante. Anche l'avvento degli Shuttle susciterà
un risveglio di interesse del tutto effimero, brevemente alimentato
da una tragedia; né meglio andrà, salvo che inizialmente, per
la posa di piccoli veicoli sul suolo marziano. Dopo l'incanto
momentaneo per un cielo rosa su pietre rosse, grandi risate collettive
accompagneranno i ripetuti incidenti che mettono fuori uso, uno
dopo l'altro, un'intera stirpe di robottini su cingoli.
Il fatto è che, dopo 2001, il cinema si è spinto oltre,
tradendo quel modello ma conservandone alcune caratteristiche.
Con Guerre stellari è tutta una gerarchia di stampo medioevale,
con regine a cavalieri, che si trasferisce nel cosmo; tuttavia
la tecnologia fantastica che supporta l'avventura riprende da
Kubrick l'apparente realismo tecnologico. Con la saga di Alien
persino il diavolo, o l'assieme di terrori che simboleggia, si
sposta nello spazio, e un altro gradino viene varcato. La fauna
extraterrestre non è più buffa o grottesca, bensì tanto plausibile,
nelle sue forme contorte e umidicce, nei suoi movimenti scattanti
e meccanici da insetto, quanto le gigantesche cattedrali di metallo
su cui esercita la sua furia.
A questo punto, però, si palesa l'elemento nascosto che ha condotto
alla sconfitta della scienza in termini di popolarità: il fascino
dell'ignoto. In 2001 aleggiava potentemente e reggeva una
sceneggiatura sfilacciata, in Guerre stellari si travestiva
da favola. Con Alien emerge in piena luce (anzi, in piena
ombra) quale componente essenziale, e anzi determinante, della
fantascienza cinematografica.
L'astronautica, come del resto ogni altra scienza, ne esce schiacciata.
L'eterna illusione di fisici, biologi, tecnici delle più diverse
specializzazioni - avere raggiunto una verità quasi ultimativa,
fondata su un accumulo di conoscenze per sempre inattaccabili
- non fa presa né sulle coscienze, né sulla fantasia; l'ignoto
sì. L'immagine dell'universo predominante, anche in chi ha più
familiarità con le tematiche scientifiche, non è quello delle
supercorde, della "materia oscura" e delle altre teorie traballanti
ideate per sostenere l'insostenibile teoria del Big Bang (di cui,
da decenni, vengono portate prove "definitive" che continuano
a fare a pugni con l'osservabile). Tale immagine è infatti costituita
da una "materia oscura" di tutt'altra specie e, tra dubbio e paura,
speranza e attrazione, si identifica con l'obelisco di 2001,
con i mondi suggestivi e imprevedibili di Guerre stellari,
con i moderni demoni di Alien. E' quello il cosmo, quale
lo legge ancor oggi il nostro subconscio; ed è sotto il dominio
del mistero, perché è il subconscio stesso a essere misterioso.
Anzi, lo è la mente umana, che di tutte le mancate risposte della
scienza (dall'origine della vita alla genesi del cancro, da una
cosmologia plausibile a molti fenomeni meteorologici) resta la
più clamorosa.
Tra la notte, i cieli stellati, l'attività onirica e la fantascienza
esiste un nesso che la scienza non può vantare, e che rende la
prima capace di parlare oltre la ragione, venendo incontro a bisogni
ancestrali. Il cinema, che già ai suoi primi vagiti spediva un
razzo nell'occhio della luna, ne costituisce il veicolo privilegiato
e naturale. L'abbandono che richiede, e che tanto spesso riesce
a conseguire, apre un varco all'ingresso di nuove leggende, di
nuove favole, di nuovi miti che si saldano agli antichi, creando
uno spazio fantastico in cui galleggia la nostra identità reale
e più intima. Leggende, favole e miti metallici e tecnologici
perché viviamo in contesti di metallo e di tecnologia: non diversamente,
gli antichi immaginavano gli dei vestiti di tuniche, e gli eroi
coperti di corazze. Ma la sostanza della culla di sogni in cui
galleggia l'identità umana svolge la stessa funzione educativa
e protettiva che svolgeva in epoche remote.
Il cinema è dunque l'espressione artistica meglio capace di parlare
agli strati profondi della nostra personalità, e il cinema di
fantascienza lo è in modo particolare. Resta da aggiungere che
lo spazio immaginativo così creato reca un nome nobile: libertà.
Altro non è, infatti, la sfera più interiore di noi stessi, che
la libertà esterna può solo valorizzare, mai determinare. Affrancati
dalle costrizioni, a contatto con i nostri sogni, respiriamo la
stessa paradossale autonomia di portata cosmica che il galeotto
de Il vagabondo delle stelle di Jack London assaporava
rifugiandosi nella fantasia, mentre i suoi carcerieri infierivano
su di lui.
E' uno spazio importante, da proteggere come la fiammella di una
candela che non deve spegnersi. In quello spazio si potranno poi
collocare visioni d'ogni genere, quale il miglior cinema di fantascienza
ci sta in questi anni proponendo: la riflessione di Gattaca,
il simbolismo di The Cube, l'anticipazione quasi sociologica
di Blande Runner, la critica sociale di Strange Days,
gli elaborati discorsi sul tempo e sulla realtà di Dark City
e di Matrix. Il terreno di radicamento di tutte queste
variegate forme di narrazione è però antichissimo, e ce lo portiamo
dentro. Molto dentro.
Ogni tanto qualche scienziato ci ripete, con un sorrisino di compatimento,
che il viaggio interstellare non sarà mai possibile, data l'impossibilità
di superare la velocità della luce. Mi dispiace per lui, ma la
fantasia viaggia molto più veloce della luce e permette, a chi
sa coltivarla, di visitare mondi meravigliosi o inquietanti, nel
tempo e fuori del tempo. Del resto, quello stesso scienziato ha
in sé, nascosto da qualche parte, l'obelisco nero che segna il
confine tra noto e ignoto. Se saprà trovarlo e superarlo, la sua
scienza ne risulterà arricchita. Dalla fantascienza, appunto.
Naturalmente, anche ai fini di un viaggio psichico possedere una
mappa può risultare utile. Di volumi sul cinema fantascientifico
ne esistono ormai parecchi, da quelli che ne propongono una semplice
storia cronologica corredata da trame (Mongini in primo luogo)
ad altri che privilegiano l'analisi di singole pellicole o di
registi significativi (Arona e altri ancora). Gli autori del volume
che avete tra le mani hanno scelto una strada diversa: disegnare,
attraverso una serie di schede su temi e pellicole da loro giudicati
essenziali, un embrione di cartografia, segnando intanto punti
fermi e passaggi obbligati. Forse è il migliore degli approcci,
per delimitare lo spazio a cui accennavo. Altri percorsi più eclettici
hanno quindi, d'ora in poi, un punto di riferimento, da cui partire
per un'inebriante traiettoria tra frammenti di stelle.
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