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Copyright Gigliola Chisté 

FIGLI DELL'OBELISCO NERO

(Introduzione a R. Chiavini, G.F. Pizzo, M. Tetro, Il grande cinema di fantascienza, Ed. Gremese, 2001)


A metà degli anni Sessanta il critico cinematografico Claudio G. Fava presentò, alla TV italiana, una breve rassegna di film di fantascienza. La reazione del pubblico fu vivacissima (ricorda ancor oggi il critico, divertito), ma in senso prevalentemente negativo. Sulla Rai si abbatté una valanga di lettere di protesta: quei film - da La cosa da un altro mondo a Ultimatum alla terra a I Misteriani - facevano paura, spaventavano i bambini, non erano spettacolo da prima serata. Per diversi anni non furono più presentati film del genere, e la fantascienza rimase appannaggio dei telefilm, anche se talora molto più inquietanti (come certi episodi di Ai confini della realtà). Vi furono proteste veementi persino allorché una rubrica giornalistica quanto mai innocente, "Almanacco", presentò alcune sequenze tratte da Fluido mortale (The Blob), divenute ai giorni nostri sigla quotidiana di una tra le più popolari trasmissioni della Rai.
E' facile notare come, in trentacinque anni, lo scenario sia completamente cambiato. Se ai quei tempi la fantascienza era soprattutto un genere letterario, oggi tende a divenire, se non è già divenuta, in primo luogo un filone cinematografico. E un filone niente affatto emarginato o sottovalutato.
La svolta davvero epocale è giunta con 2001 Odissea nello spazio di Kubrick: film raffinato di un regista che chiamare prestigioso è poco. Ma nemmeno la fragorosa apparizione nel 1968 di quella pellicola lasciava presagire la rivoluzione che si sarebbe prodotta, i cui effetti sono facili da constatare nella nostra quotidianità: oggi basta scorrere le programmazioni dei cinema per scoprire che i film di fantascienza sono una buona percentuale del totale, riscuotono spesso successo e non di rado recano firme affermate. Nessun genitore impedirebbe più al figlio la visione di film di quel tipo; anzi, gliela raccomanderebbe.
La fantascienza consuma dunque, ai tempi nostri, il proprio trionfo, e la propria vendetta contro una lunga discriminazione ormai dimenticata. Rari appassionati della prima ora, come il sottoscritto, rimpiangono un poco la sparizione della tipica serie B, avventurosa (non solo nella trama, ma anche nelle condizioni produttive) e raffazzonata alla meno peggio. Però nemmeno il più pervicace dei nostalgici può negare il miglioramento generale, quantitativo e qualitativo.
Sono completamente crollate, dunque, le fosche previsioni di chi pensava che sbarchi sulla luna, foto di pianeti senza traccia di vita e missioni Shuttle avrebbero inferto un colpo mortale all'immaginario fantascientifico. Mai le imprese spaziali concrete sono state impopolari quanto lo sono ai giorni nostri, eppure mai si sono viste al cinema tante astronavi. Si direbbe quasi che, appagata dallo schermo, la fantasia del pubblico non sappia più che farsene dell'astronautica effettiva, tanto più grigia e routinière. Se ciò fosse vero, andrebbe riconsiderata la tesi che considera la fantascienza di supporto alla scienza nel fissare, tramite ipotesi, nuove frontiere di ricerca. Si tratterebbe invece di grandezze ostili, impegnate in una guerra di sopravvivenza.
In questo c'è forse qualcosa di vero, anche se, come si vedrà, il discorso è più complesso. La parte di verità concerne il ruolo di cinema e televisione. Finché la fantascienza era anzitutto un'espressione letteraria, la convivenza con l'astronautica e con le discipline collegate pareva relativamente facile. Lo sbarco sulla luna catalizzava le attenzioni anche di chi non aveva dimestichezza con la pagina scritta, con tale impatto emotivo da non porre nemmeno un problema di concorrenza. D'altra parte, a metà degli anni Sessanta, le avventure planetarie cinematografiche si svolgevano tra mondi che erano poco più che palle colorate, mentre i veicoli spaziali seguitavano a somigliare a V2 con in coda una sorta di fiamma ossidrica. Invece, le navette delle missioni Apollo trasudavano tecnologia, erano irte di strumentazione raffinata e si muovevano sullo sfondo di un cosmo più suggestivo, nel suo silenzio glaciale, di quello dipinto a mano dei film correnti. Per non dire del biancore immoto delle sabbie lunari, più evocativo e carico di simboli di quanto lo fossero, al cinema, ragni giganti e multicolori flore aliene.
Ma poi arriva 2001 Odissea nello spazio e, anche in questo campo, è una rivoluzione. Astronavi complesse quanto le navicelle Apollo, ma più grandi e più astruse, scivolano disinvolte a tempo di valzer in un cosmo assolutamente realistico. Una gigantesca stazione orbitante ruota su se stessa in un'oscurità densa di mistero. La luna diventa un ponte per raggiungere Giove, e Giove un passaggio verso qualcosa di più enigmatico che sta al di là, oltre i limiti del sistema solare.
La sfida spettacolare con i filmati lunghissimi, esasperanti, mal fotografati degli sbarchi lunari veri è subito vinta. Chi, potendo scegliere, li preferirà alle meraviglie di 2001? E' l'inizio di una decadenza di potere di suggestione destinata, alla lunga, a mettere in crisi persino l'industria astronautica, specie laddove - come negli Stati Uniti - il peso dei gusti del pubblico è determinante. Anche l'avvento degli Shuttle susciterà un risveglio di interesse del tutto effimero, brevemente alimentato da una tragedia; né meglio andrà, salvo che inizialmente, per la posa di piccoli veicoli sul suolo marziano. Dopo l'incanto momentaneo per un cielo rosa su pietre rosse, grandi risate collettive accompagneranno i ripetuti incidenti che mettono fuori uso, uno dopo l'altro, un'intera stirpe di robottini su cingoli.
Il fatto è che, dopo 2001, il cinema si è spinto oltre, tradendo quel modello ma conservandone alcune caratteristiche. Con Guerre stellari è tutta una gerarchia di stampo medioevale, con regine a cavalieri, che si trasferisce nel cosmo; tuttavia la tecnologia fantastica che supporta l'avventura riprende da Kubrick l'apparente realismo tecnologico. Con la saga di Alien persino il diavolo, o l'assieme di terrori che simboleggia, si sposta nello spazio, e un altro gradino viene varcato. La fauna extraterrestre non è più buffa o grottesca, bensì tanto plausibile, nelle sue forme contorte e umidicce, nei suoi movimenti scattanti e meccanici da insetto, quanto le gigantesche cattedrali di metallo su cui esercita la sua furia.
A questo punto, però, si palesa l'elemento nascosto che ha condotto alla sconfitta della scienza in termini di popolarità: il fascino dell'ignoto. In 2001 aleggiava potentemente e reggeva una sceneggiatura sfilacciata, in Guerre stellari si travestiva da favola. Con Alien emerge in piena luce (anzi, in piena ombra) quale componente essenziale, e anzi determinante, della fantascienza cinematografica.
L'astronautica, come del resto ogni altra scienza, ne esce schiacciata. L'eterna illusione di fisici, biologi, tecnici delle più diverse specializzazioni - avere raggiunto una verità quasi ultimativa, fondata su un accumulo di conoscenze per sempre inattaccabili - non fa presa né sulle coscienze, né sulla fantasia; l'ignoto sì. L'immagine dell'universo predominante, anche in chi ha più familiarità con le tematiche scientifiche, non è quello delle supercorde, della "materia oscura" e delle altre teorie traballanti ideate per sostenere l'insostenibile teoria del Big Bang (di cui, da decenni, vengono portate prove "definitive" che continuano a fare a pugni con l'osservabile). Tale immagine è infatti costituita da una "materia oscura" di tutt'altra specie e, tra dubbio e paura, speranza e attrazione, si identifica con l'obelisco di 2001, con i mondi suggestivi e imprevedibili di Guerre stellari, con i moderni demoni di Alien. E' quello il cosmo, quale lo legge ancor oggi il nostro subconscio; ed è sotto il dominio del mistero, perché è il subconscio stesso a essere misterioso. Anzi, lo è la mente umana, che di tutte le mancate risposte della scienza (dall'origine della vita alla genesi del cancro, da una cosmologia plausibile a molti fenomeni meteorologici) resta la più clamorosa.
Tra la notte, i cieli stellati, l'attività onirica e la fantascienza esiste un nesso che la scienza non può vantare, e che rende la prima capace di parlare oltre la ragione, venendo incontro a bisogni ancestrali. Il cinema, che già ai suoi primi vagiti spediva un razzo nell'occhio della luna, ne costituisce il veicolo privilegiato e naturale. L'abbandono che richiede, e che tanto spesso riesce a conseguire, apre un varco all'ingresso di nuove leggende, di nuove favole, di nuovi miti che si saldano agli antichi, creando uno spazio fantastico in cui galleggia la nostra identità reale e più intima. Leggende, favole e miti metallici e tecnologici perché viviamo in contesti di metallo e di tecnologia: non diversamente, gli antichi immaginavano gli dei vestiti di tuniche, e gli eroi coperti di corazze. Ma la sostanza della culla di sogni in cui galleggia l'identità umana svolge la stessa funzione educativa e protettiva che svolgeva in epoche remote.
Il cinema è dunque l'espressione artistica meglio capace di parlare agli strati profondi della nostra personalità, e il cinema di fantascienza lo è in modo particolare. Resta da aggiungere che lo spazio immaginativo così creato reca un nome nobile: libertà. Altro non è, infatti, la sfera più interiore di noi stessi, che la libertà esterna può solo valorizzare, mai determinare. Affrancati dalle costrizioni, a contatto con i nostri sogni, respiriamo la stessa paradossale autonomia di portata cosmica che il galeotto de Il vagabondo delle stelle di Jack London assaporava rifugiandosi nella fantasia, mentre i suoi carcerieri infierivano su di lui.
E' uno spazio importante, da proteggere come la fiammella di una candela che non deve spegnersi. In quello spazio si potranno poi collocare visioni d'ogni genere, quale il miglior cinema di fantascienza ci sta in questi anni proponendo: la riflessione di Gattaca, il simbolismo di The Cube, l'anticipazione quasi sociologica di Blande Runner, la critica sociale di Strange Days, gli elaborati discorsi sul tempo e sulla realtà di Dark City e di Matrix. Il terreno di radicamento di tutte queste variegate forme di narrazione è però antichissimo, e ce lo portiamo dentro. Molto dentro.
Ogni tanto qualche scienziato ci ripete, con un sorrisino di compatimento, che il viaggio interstellare non sarà mai possibile, data l'impossibilità di superare la velocità della luce. Mi dispiace per lui, ma la fantasia viaggia molto più veloce della luce e permette, a chi sa coltivarla, di visitare mondi meravigliosi o inquietanti, nel tempo e fuori del tempo. Del resto, quello stesso scienziato ha in sé, nascosto da qualche parte, l'obelisco nero che segna il confine tra noto e ignoto. Se saprà trovarlo e superarlo, la sua scienza ne risulterà arricchita. Dalla fantascienza, appunto.

Naturalmente, anche ai fini di un viaggio psichico possedere una mappa può risultare utile. Di volumi sul cinema fantascientifico ne esistono ormai parecchi, da quelli che ne propongono una semplice storia cronologica corredata da trame (Mongini in primo luogo) ad altri che privilegiano l'analisi di singole pellicole o di registi significativi (Arona e altri ancora). Gli autori del volume che avete tra le mani hanno scelto una strada diversa: disegnare, attraverso una serie di schede su temi e pellicole da loro giudicati essenziali, un embrione di cartografia, segnando intanto punti fermi e passaggi obbligati. Forse è il migliore degli approcci, per delimitare lo spazio a cui accennavo. Altri percorsi più eclettici hanno quindi, d'ora in poi, un punto di riferimento, da cui partire per un'inebriante traiettoria tra frammenti di stelle.