25.1.10

Su FANTASY MAGAZINE, Alessandra Daniele analizza il ruolo delle donne nei romanzi di Evangelisti

LE DONNE DI EYMERICH
di Alessandra Daniele (da Fantasy Magazine)

Una delle cose che più mi colpì di Picatrix, sesto volume della saga Eymerichiana, fu quanto Miryam fosse capace di riflettere sulla complessità delle proprie (e altrui) motivazioni, mentre Eymerich restava completamente cieco anche alla più evidente delle verità su se stesso. È una costante nei romanzi di Valerio Evangelisti: le donne dei suoi libri in fatto di consapevolezza sono di solito talmente avanti agli uomini da essere quasi su un altro gradino evolutivo.
Infatti i suoi personaggi, pur muovendosi tutti sullo scenario storico in cui si trovano, lo fanno in maniera molto diversa: quelli maschili vi restano come inchiodati, incardinati in modo quasi deterministico, scorrono sui loro binari come pezzi di un ingranaggio. Quelli femminili invece sono capaci di librarsi al di sopra di esso, e vederlo in una prospettiva diversa. Cosa esplicitata in modo addirittura letterale nel Castello di Eymerich: Miryam/Leonor sorvola lo scenario della battaglia di Montiel, salvando così Eymerich dal disastroso crollo (anche psichico) che l’avrebbe travolto. Solo l'incontro col Femminile, fisico e metafisico, consente a Eymerich di sganciarsi per un attimo dal suo binario di morte, e sopravvivere alla catastrofe.
Anche quando sono fisicamente in catene, le donne dei romanzi di Evangelisti sono mentalmente e spiritualmente libere, molto più dei loro ottusi carcerieri, e li guardano quindi da una prospettiva diversa. A volte in modo compassionevole, a volte beffardo, ma sempre maggiormente consapevole. Cosa che spaventa gli uomini, li porta a bollarle come streghe, puttane, dark lady, e a cercare di dominarle spesso con la ferina brutalità che s’accompagna alla cieca ignoranza. Le donne paiono così essere gli unici esseri umani completi, ''interi'', autocoscienti, dotati sia del coraggio di agire, che dell’astuzia di attendere, sia di forza che di sensibilità, mentre i personaggi maschili risultano tutti in qualche modo scissi e/o ''mutilati'' di una parte fondamentale della loro umanità, e perlopiù incapaci di qualsiasi autocoscienza.
I romanzi di Evangelisti hanno in genere almeno tre piani di lettura: narrativo, sociopolitico, e cosmologico, che s’intersecano, e possono essere “risaliti”come gradini d’un percorso di autocoscienza, individuale e collettivo. I personaggi femminili sono la chiave di volta di questa architettura, la pietra filosofale, l'elemento che innesca la trasformazione alchemica.
Le donne sono infatti la cosa che Eymerich teme più di qualsiasi demone, il loro sguardo consapevole potrebbe dissolvere il suo mondo allucinatorio.
Anche il sacrificio finale di Gabriela, protagonista del recente Veracruz, è frutto di questa maggiore consapevolezza. Quasi come l’ultima homo sapiens rimasta in un mondo di esseri de-evoluti allo stadio di homo lupus, Gabriela è l'unica in grado di elaborare una strategia comportamentale che vada al di là del sistema binario saccheggia-distruggi, è l'unica capace di concepire una forma di metafisica più complessa della superstizione, è l'unica capace di provare autentica, altruistica empatia, e in definitiva, l’unica capace di prospettiva. Il suo sacrificio infatti non è semplice estremo altruismo, è un passare il testimone a chi, come sappiamo da Tortuga, potrà raggiungere la libertà. È un gesto lungimirante, di valenza politica. La vittoria di Reina sarà anche la sua.

21.1.10

Mario Iannaccone, su AVVENIRE, recensisce TORTUGA e VERACRUZ

EVANGELISTI, PESSIMISTA SENZA REDENZIONE
di Mario Iannaccone (da Avvenire del 19 gennaio 2010)

Nei romanzi di Valerio Evangelisti – «non anticlericale» ma «diffidente nei confronti» della religione organizzata – le istituzioni della Chiesa appaiono una fra le molte facce del potere.
Nella serie eponima, l’inquisitore Eymerich si trasforma in un’entità mostruosa perché vuole controllare le coscienze con l’Inquisizione.
Diversa la prospettiva di Tortuga che, assieme a Veracruz (Mondadori), forma un ciclo ambientato tra i pirati dei Caraibi. Qui l’ex gesuita Rogério, proiettato dentro il mondo feroce della Filibusta peggiora man mano che si allontana dalla sfera della fede, della coscienza e della misericordia. Forse è una piccola novità per questo scrittore.
Rogério, alla fine della sua iniziazione maligna, è ormai un assassino, preda degli istinti.
L’Autore registra il processo con distacco ma senza simpatia. E non c’è speranza: i pirati (e pare intendere: i finanzieri del turbo capitalismo) sono furbi e amorali, una massa desiderante che brama il bottino e l’ottiene passando di sacco in sacco.
Riconoscono come unica legge il codice dei Fratelli della Costa, diaframma che li protegge dall’anarchia. Nella ciurma c’è un medico libertino che filosofeggia sull’essenza dell’economia liberista, sul piacere e lo spreco. Tutti obbediscono alla logica della predazione – sostiene il medico – ma i pirati dediti al sacco perpetuo mostrano il meccanismo nella sua nudità, senza veli; addirittura, essi anticipano il futuro (che è il nostro). Chi rifiuterà il codice della Filibusta (prosecuzione della nuda lotta di potere fra stati) non avrà posto nel mondo a venire, se non come vittima.
Gli uomini di coscienza, come Rogério, hanno qualche speranza di cavarsela soltanto se disposti a spogliarsi di ogni morale (e fede) e a inebriarsi di quella vita di pura rapina. Perché la natura umana, corrotta, si sente attratta irresistibilmente da questa filosofia dove cristianesimo e pietà non hanno più alcun posto. Contano soltanto l’avventura, l’ubriacatura dei sensi, la ferocia esibita per non soccombere – non dimentichiamo che persino il nobile Sandokan, al bisogno, «suggeva le cervella» dei suoi nemici. Ma questo pessimismo senza redenzione è l’aspetto più prevedibile di questi romanzi.
Più interessante è il linguaggio, l’argot dell’avventura pura e irresponsabile che – pur nella diversità dello stile – richiama Salgari. Le suggestioni linguistiche nei romanzi d’avventura sono importanti quanto la trama, scrive Michele Mari, perché «creare significa nominare». Quando Salgari scrive «arecche dalle foglie grandissime, uncaria gambir e isonandra gutta e giunta wan», le sue parole «diventano puro suono e quel suono non è il detrito dell’avventura ma tutta l’avventura». Questa lezione è ben appresa da Evangelisti. Le sue pagine sono ricche proprio di quell’argot dell’avventura marinaresca: «paglioli delle briglie di bompresso», «paranchi di cima e di straglio», «salmigondis, focone, papatero, chiesuola, impavesata», nomi che schiudono la fantasia all’avventura, assieme ai patronimici, oscuri e sontuosi, dei protagonisti: Andrieszoon, Lorencillo, De Grammont, Exquemeling, Van Hoorn, il «negro» Bamba, l’Olonese. Quale antico lettore di Salgari non ricorda lo spavento che incuteva questo nome… l’Olonese?

12.1.10

Giuseppe Genna commenta VERACRUZ, più segnalazioni varie (Fantasy Magazine, Radio Città del Capo)

Sul suo blog, Giuseppe Genna dedica a Veracruz un articolo che ha lo spessore di un saggio. Ne riproduciamo le prime righe:

"Al momento Valerio Evangelisti ci ha consegnato una “diade”, piuttosto ambigua dal punto di vista narrativo, sulla congrega piratesca dei Fratelli della Costa: Tortuga prima e Veracruz poi. Sono due libri invertiti e inscindibili: prima il sequel e poi il prequel, prima la fine e poi ciò che prelude alla fine. L’ambiguità narrativa è un insieme di allusioni, in cui emergono nuclei di riflessione che possono essere connessi alle dinamiche di azione dei personaggi oppure consistere come apparenti impressioni, eventualmente rilevabili con accurate incursioni testuali. Non sono un critico e non compirò questo lavoro. Intendo soltanto, e brevemente, esprimere alcune considerazioni personali su Veracruz, prescindendo dai suoi rapporti con Tortuga, romanzo che, se letto, a mio avviso conferma le considerazioni che vado qui facendo.
E’ possibile leggere la diade sui pirati di Evangelisti come ennesima conferma (ma davvero: ne ha ancora bisogno, quest’autore così complesso sub specie secreti mentoris?) di certo salgarismo. E’ vero, è indubitabile: un piano della narrazione di Evangelisti (autore che struttura più livelli di lettura e di senzienza) è salgariano. Un salgarismo particolare, però."

Il resto del testo può essere letto qui.

Dal canto proprio, la nota rivista online Fantasy Magazine, diretta da Emanuele Manco, dedica a Veracruz e a Evangelisti sia una recensione che una intervista, entrambe firmate da Cristina Donati. Vi si può accere da questo indirizzo.

Per concludere,il 9 gennaio Evangelisti ha concesso una lunga intervista alla rubrica letteraria Mompracem di Radio Città del Capo di Bologna (network Radio Popolare). Può essere ascoltata qua. Le intervistatrici erano Giulia Gadaleta e Mariana Califano.

Nella foto a sinistra figura Gabriela Vergara, attrice venezuelana che appare in molte telenovelas messicane nel ruolo di dark lady. A lei si è ispirato Evangelisti per creare, in Veracruz, il personaggio di Gabriela Junot-Vergara.

1.1.10

Mauro Trotta, su IL MANIFESTO, recensisce VERACRUZ

IL LIBERO MERCATO DEI FRATELLI DELLA COSTA SBARCA A VERACRUZ
di Mauro Trotta (da Il manifesto del 30 dicembre 2009)

A oltre un anno di distanza dal precedente Tortuga (Il manifesto del 22-1-2008) Valerio Evangelisti si presenta in libreria con un nuovo romanzo che vede protagonisti ancora gli stessi personaggi, i Fratelli della Costa, pirati nominalmente al servizio del re di Francia e in lotta contro gli Spagnoli. Veracruz non è, però, la continuazione del precedente libro, ma un prequel, ambientato un paio d'anni prima e incentrato sul momento di massimo successo di quella che sarà praticamente l'ultima generazione di filibustieri, ovvero la conquista della capitale dei possedimenti della corona spagnola nel Nuovo Mondo: Veracruz, appunto.
Il libro si presenta come un perfetto esponente della letteratura di genere. Innanzi tutto per la scrittura, rapida e tagliente e la sua struttura, coinvolgente, appassionante e ricca di suspense. Ma anche per il suo carattere di prequel, in cui ritornano gli stessi personaggi in una vicenda perfettamente inserita nella continuity delle vicende narrate in Tortuga. Infine, per essere una sorta di «espansione» del racconto da cui tutta la saga - che, secondo quanto dichiara l'autore in una nota finale, si strutturerà in una trilogia - ha preso l'avvio: I fratelli della Costa, pubblicato nell'antologia Anime nere (Mondatori). Procedimento, questo, usato praticamente da sempre da tutti gli autori di letteratura di genere, soprattutto di fantascienza. Una riscrittura ampliata che non solo arricchisce, ma modifica anche profondamente il racconto di partenza.
Evangelisti si conferma, ancora una volta, un vero e proprio maestro nell'usare, padroneggiare e piegare ai propri fini gli stilemi classici di quella che fu definita paraletteratura. Il plot di questo nuovo romanzo ricalca a grandi linee la struttura di quello uscito un anno fa. Ancora una volta, per narrare le vicende viene utilizzato un personaggio, Hubert Macary, che non è uno dei grandi capi della Filibusta, come Michel De Grammont, Lorencillo o Van Hoorn. Ancora una volta il romanzo di genere si confonde con quello storico, con la sua presenza di personaggi reali e inventati e l'approfondita ricerca sugli avvenimenti effettivamente accaduti.
La tesi di fondo, inoltre, è comune ai due romanzi. I pirati, secondo Evangelisti, non sarebbero altro che gli anticipatori del capitalismo più sfrenato, in cui la ricerca del profitto può e deve ricorrere a ogni mezzo, anche e soprattutto violento, e dove non solo ogni cosa, anche i corpi, sono merce - basti pensare agli schiavi o ai prigionieri - ma l'appropriazione di risorse e il commercio deve essere assolutamente svincolato da ogni legge. Pur consapevole di tutto ciò, però, il lettore non può fare a meno di tifare per i pirati mentre segue le loro imprese. L'autore, insomma, dimostra la sua maestria nel definire e trattare personaggi negativi, vilain. E, come spesso accade nei romanzi di Evangelisti, quello che risalta in maniera più potente, l'elemento insondabile che fa saltare ogni meccanismo è il «femminino». Al vertice della loro potenza, i pirati saranno trascinati nell'abisso descritto in Tortuga, non solo per ferre dinamiche storico-politiche, ma soprattutto dall'influenza e dall'azione di due donne, opposte, ma complementari. La sorella di De Grammont, prigioniera per anni dell'Inquisizione, liberata morente, ma ancora piena di pietà nei confronti dei suoi torturatori. E soprattutto Gabriela Junot-Vergara, inconsueta dark lady, affascinante e dai fini insondabili, traditrice, ingannatrice, perversa eppure assolutamente pura, capace di pensieri e azioni assolutamente inaspettati.

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