3.11.09

Tommaso De Lorenzis, su L'UNITA', recensisce VERACRUZ

di Tommaso De Lorenzis (da L'Unità del 1° novembre 2009)

Tornano i Fratelli della Costa. Torna il tempo d’indicibili massacri e selvagge atrocità, mentre la Jolie Rouge – il vessillo con teschio, tibie e clessidra – sventola di nuovo sull’albero maestro. Attenzione, quindi. Occhi ben piantati sulla linea dell’orizzonte, perché i pirati hanno ripreso il mare. Non conoscono la pietà e sono a caccia di favolosi bottini. Questa volta, però, non si tratta di audaci arrembaggi o spericolate manovre. Questa volta, l’impresa è un azzardo ai limiti della follia.
A un anno dalla pubblicazione di Tortuga (Mondadori), Valerio Evangelisti rimette in scena la masnada corsara di reietti e proscritti, fuorilegge e cospiratori, disertori e tagliagole, in un prequel affilato come una scimitarra e scarno come un cadavere cotto al sole dei Tropici. Ambientato nel 1683, Veracruz narra la conquista dell’imprendibile Capitale della Nuova Spagna ad opera del cavaliere Michel de Grammont, l’ultimo, infernale Signore della Filibusta. Negli eventi che portano alla caduta della città, la vita di Hubert Macary, ufficiale in seconda del capitano Lorencillo, s’intreccia alla sorte dell’enigmatica e sensuale Gabriela Junot-Vergara, cortigiana del corrotto notabilato coloniale e ambita preda della ghenga piratesca. Il torbido e lascivo erotismo di Gabriela ispirerà tradimenti e rappresaglie, vendette e avvelenamenti, contribuendo a spingere i Fratelli della Costa verso il tragico epilogo presentato in Tortuga.
Sanguinoso antefatto del crepuscolo della Filibusta, Veracruz celebra un tema caro alla letteratura di Evangelisti: il potere di quell’indomita femminilità capace di soggiogare la volontà più decisa e piegare la forza bruta. Ed è un contrappasso – tanto perfido, quanto sottile – quello per cui, in un universo dominato dalla virilità predatrice, sono le donne a tessere la fitta trama di morte. Le donne, al plurale: perché non si narra solo dell’ammaliante e fatale Gabriela, ma anche di Claire de Grammont, la sorella del Cavaliere, incarcerata come eretica a Veracruz e liberata – ormai moribonda – dopo la conquista della città. E proprio l’agonia di Claire funge da irregolare metronomo che scandisce il ritmo d’un concitato precipitare verso orrore e rovina, laddove la pazzia vendicatrice rimane l’unico movente.
Immune al fascino dell’epica sentimentale, sostenitore dell’ellitticità espressiva di Dashiell Hammett e Jean-Patrick Manchette, Evangelisti applica questi stessi criteri al genere del “cappa e spada”, liquidando l’onore, gli ideali e le maniere del romanticismo salgariano. Al contempo Veracruz “cannoneggia da babordo” le tesi storiografiche che dipingono le ciurme corsare come un esempio ante litteram di comunitarismo libertario. Le parole di Ravenau de Lussan, teorico di un utilitarismo radicale e di un estremo laissez faire, dicono molto del mondo nuovo che i corsari contribuirono a fondare: «Scommetto che, prima o poi, qualche europeo presenterà la Filibusta quale regno della libertà, una sorta di repubblica egualitaria. Dovrebbe vedere come trattiamo i nostri schiavi e i nostri prigionieri. Se non hanno valore economico sono puri giocattoli, da vendere o torturare». In quest’osceno grumo di aspirazioni, in cui si mischiano smodata avidità, volontà di potenza, culto del denaro, desiderio di sopraffazione e venerazione della merce, non è difficile intuire le rimosse pulsioni che tennero a battesimo il libero mercato: gli appetiti animali che ispirarono la genesi del liberismo e la sua accumulazione originaria. Dunque, il lettore non si stupisca nel sentire gli spietati predoni caraibici inneggiare alla libertà degli scambi e alla rottura del monopolio mercantile di Spagna. Una mano invisibile che sollevasse la parrucca di Adam Smith svelerebbe la chioma – unta e pidocchiosa – del peggiore filibustiere.

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