25.5.09

Valerio Evangelisti candidato alle elezioni europee

Valerio Evangelisti è candidato alle elezioni europee del giugno 2009, nella circosrizione del Nord-Est, per la Lista comunista e anticapitalista. Evangelisti, che si presenta quale indipendente (non è iscritto a nessuno dei partiti che compongono la coalizione), ha spiegato a PdCI-TV le ragioni della sua candidatura.
Un'altra intervista, più breve, è apparsa su Red TV.
Evangelisti ha anche spiegato le proprie motivazioni in un'intervista apparsa su Liberazione e, soprattutto, in un intervento sul settimanale La Rinascita, che riproduciamo:

NON VOTATE PER ME. VOTATE PER I COMUNISTI
di Valerio Evangelisti

Chi ha proposto di candidarmi alle elezioni europee aveva in mente, credo, non solo la mia relativa popolarità quale scrittore di romanzi di genere, ma anche una mia militanza attiva a sinistra che risale agli anni dell’adolescenza. Io ho accettato senza remore perché, secondo me, si sta soffrendo troppo dell’assenza, nelle istituzioni, di una rappresentanza comunista e anticapitalista.
Per temperamento e convinzioni non credo nell’efficacia di una presenza solo parlamentare. Vengo da un percorso – la cosiddetta “area dei centri sociali” – incompatibile con la semplice conquista di seggi e poltrone. Pur convinto che la battaglia decisiva si combatta nella società, nelle lotte di classe, nei movimenti ispirati alla democrazia diretta, trovo grave, sulla scorta di Lenin, che i comunisti non siedano in parlamento, dove farsi portavoce e difensori di ciò che si agita in ambiti non istituzionali. Soprattutto se si parla di Unione Europea.
E’ nella UE che si verificano i ripetuti tentativi di assottigliare gli spazi di democrazia, di sancire il liberismo quale unica forma di regola economica, di assoggettare la classe operaia e gli strati subalterni una volta per tutte. E’ l’Unione che, in presenza di referendum contrari al dispotismo del mercato (Francia, Danimarca. Olanda, Irlanda...), obbliga a ripetere il voto fino a ottenere il risultato auspicato, oppure fa sì che si rinunci al suffragio – vedi Francia – per capovolgerne i risultati per via parlamentare. L’Europa attuale non ha nulla di democratico. E’ lo spazio dei poteri eletti non si sa come e non si sa da chi. E’ un’entità monetaria e non politica. Chi manovra l’euro la governa. Ma chi sceglie il manovratore? Certo non i cittadini, il cui voto è disprezzato e, se fastidioso, costretto a infinite reiterazioni.
Quando l’euro fu introdotto Romano Prodi, responsabile di avere sedotto una sinistra immemore del proprio passato e pronta alla genuflessione, disse una memorabile cazzata. Secondo lui, i prezzi delle merci europee, esposti alla libera competizione, avrebbero teso tutti al ribasso. E’ accaduto l’esatto contrario, ed è facile capire il perché. L’Europa, così come ognuno dei paesi che la compongono, non è omogenea sul piano sociale. Vi sono regioni ricche e regioni povere. Dove la domanda è più bassa, anche i prezzi lo saranno. Non dovrebbe meravigliare un economista serio (ma Prodi lo è mai stato? La sua produzione scientifica è di sconcertante banalità) il fatto che un caffè, a Matera, costi meno che a Milano e molto meno che a Parigi. Né la moneta unica conta alcunché, posto che un barista parigino si guarda dal calibrare i suoi prezzi su quelli di Matera. L’esempio è puerile, ma può facilmente essere esteso all’assieme delle merci, con risultati preoccupanti.
L’euro sarebbe l’esito più brillante dell’azione di governo di Prodi, nei periodi in cui è stato premier. Bel risultato! Sappiamo tutti che un euro non vale le circa duemila lire dichiarate: vale, a essere generosi, la metà. Ciò significa che, dalla costituzione della UE, i salari sono stati ridotti a metà, e così le pensioni e i risparmi. E’ mai possibile che a denunciare un fatto tanto elementare debbano essere Tremonti, la Lega, addirittura Berlusconi? Cioè la destra, interessata, per storica vocazione, a trasferire risorse dai salari ai profitti. Con pieno successo: chi aveva sufficiente denaro da perderne senza danni, e si muoveva con disinvoltura tra le valute, è stato appena scalfito dal cambio di moneta. Chi invece subiva un impoverimento progressivo, ha visto i partiti che avrebbero dovuto salvaguardarlo appiattirsi su Prodi o su altri ex democristiani, fautori entusiasti delle logiche della globalizzazione. Chi mai avrebbe potuto entusiasmarsi per un governo che proponeva, nelle sue punte d’“avanguardia”, privatizzazioni in ogni campo, supporti al grande capitale e guerre quale motore complessivo di sviluppo? Per non parlare di amministrazioni locali censorie, codine, proibizioniste, capaci di costruire muri pur di mantenere i migranti in aree delimitate.
Io non so cosa aspettarmi da un’area comunista e anticapitalista. Pretenderei un’attenzione puntuale ai bisogni delle classi subalterne. Chiederei, per dovere di onestà etimologica, di non chiamare “imprenditori” quelli che un tempo erano, giustamente, definiti “i padroni”. Vorrei che si tornasse a parlare di classi e di lotta di classe. Auspicherei che nessun comunista giudicasse “giusta” una guerra qualsiasi, dovunque combattuta (la Costituzione, in teoria, lo vieta, e quella Costituzione è stata strappata col mitra in pugno... essenzialmente dai comunisti). Esigerei una politica anticapitalista, antimilitarista, antirazzista, antisessista, antiproibizionista, antimperialista, anticolonialista...
Troppi “anti”? Cavolo, cos’altro è il comunismo, se non un “anti”? Ricordo, a costo di annoiare, una frase notissima di Marx. “Il comunismo è il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”. Cioè vive nel presente, nella quotidianità. Può persino cambiare direzione, obbedire a necessità tattiche, sconfinare e ristrutturarsi (vedi il “socialismo del XXI secolo” teorizzato dal compagno Hugo Chávez e da altri dopo di lui). L’importante è l’analisi delle classi, e la fedeltà a una sola. Un compito imposto all’unica opposizione reale, quella con fini egualitari, fin dalla Rivoluzione Francese.
Termino col dire che mai e poi mai il comunismo, l’anticapitalismo o quant’altro dovrebbe mostrarsi debole, fragile, subalterno alle scelte altrui (politiche o culturali). Per parafrasare Nietzsche, l’antagonista è uomo o donna bellicoso, che, quando non lotta contro estranei, è in guerra contro se stesso. Il pacifismo, se non nella forma dell’antimilitarismo, non gli si confà.
Francamente, dei rapporti – veri o presunti – tra Berlusconi e qualche minorenne non mi importa un accidente. E’ roba che lascio ai girotondini. A me interessa una sinistra di classe conscia del proprio humus e capace, finalmente, di non deluderlo. Sulla scia dei partigiani che hanno costruito quanto di buono resta di questa Repubblica.
La falce e il martello nello stemma, i saluti a pugno chiuso, mi sembrano ottimi segnali. Poi la lotta vera si combatte, lo sappiamo, non nelle istituzioni ma nella società. Però questo è un altro discorso.
Alle europee non votate per me. Votate, per favore, per i comunisti e gli anticapitalisti.

PS. Forse qualcuno si aspettava che io collegassi la candidatura alla mia attività di scrittore. No, io vedo le due cose come distinte. Certo, scriverei meglio in un clima meno condizionato dalla destra estrema al governo. Ma il resto del mondo non la considera nemmeno, e io, vagabondo per vocazione (passo in Italia il minor tempo possibile), mi faccio in sostanza gli affari miei. Nel senso che cerco di ignorare l’immondezzaio che è diventato il mio paese e, nel mio lavoro, tento di sognare e fare sognare realtà alternative.

22.5.09

Intervista video su TORTUGA a Tempi Dispari (RaiNews 24) e recensione di Daniele Barbieri su L'UNIONE SARDA

Il 4 marzo Valerio Evangelisti è stato intervistato da Francesco Gatti nell'ambito della trasmissione culturale Tempi Dispari di RaiNews 24. L'intervista di quasi mezz'ora, riguardante principalmente il romanzo Tortuga, è ora integralmente visibile qua. RaiNews 24 l'ha più volte replicata.

Daniele Barbieri ha dedicato a Tortuga, su L'Unione Sarda del 18 maggio, un'entusiastica recensione, che riproduciamo:

"TORTUGA": I PIRATI DI EVANGELISTI TRA POLITICA ED EPOS

"Bucanieri, gesuiti, cannibali, pomate d’aloe («che cresce in ogni angolo della Tortuga») per guarire ferite tremende, ebrei, bottini, assalti di massa e privati delitti per conquistare la più bella schiava. Si inizia con il ponte d’una nave che somiglia a un mattatoio per finire – dopo 300 pagine appassionanti - con la bandiera dei pirati a sventolare minacciosa, pur se destinata a perdere. Lo scrittore italiano vivente più popolare nel mondo, Valerio Evangelisti, dopo essere passato dalla fantascienza e dall’Inquisizione al Messico e agli Stati uniti del XX secolo, ci trasporta nel 1685 … per soli 16 euro. Non vi pentirete di viaggiare su Tortuga (Mondadori) con lui al timone. Se cercate sangue e avventure qui ne zampillano a josa. E se volete, fra le righe, capire «l’economia politica» della pirateria qui è tutto documentato. Proprio a partire dalla bandiera sventolante che è sì quella con il teschio che sovrasta due tibie incrociate ma la stoffa di solito è rossa (e infatti per i francesi è la Jolie Rouge) e sotto spicca una piccola clessidra per dire «badate, il vostro tempo è venuto».
Rogerio de Campos, «portoghese, 32 anni compiuti da un mese» è catturato dai Fratelli della Costa che gli propongono questa scelta: finire in mare o fare il nostromo con loro. Si arruola, è ovvio. Un avviso ai naviganti: per andare avanti buttate nel secchio Johnny Deep e il Corsaro Nero, «15 uomini sulla cassa del morto e una bottiglia di Rhum». Qui si parla di guerra e politica. La prima divisione – talvolta teorica - è fra corsari e pirati. I primi furono al servizio dei governi, avendo una «lettera di corsa» che li autorizzava a ogni delitto e di fatto li rendeva impunibili. I secondi fecero razzie in modo autonomo, talora dandosi regole quasi democratiche, se - come mostra Evangelisti - l’elezione dei capitani, le punizioni o i premi, persino la spartizione delle donne andavano approvati all’unanimità. Ma attenti: «chi fa guerre di rapina dice sempre di avere qualche oppresso da liberare». Alcuni fra loro – pochi e confusi - vagheggiano una società più libera, «la nostra parvenza di contro-società, repubblica dei rifiutati dagli Stato civili»; molti sono invece consapevoli che la loro ferocia è l’altra faccia dei delitti di Stato. E infatti i filibustieri dei Caraibi che qui incontriamo sono assai legati al re di Francia. «Il miglior soldato è quello che ha abolito ogni regola morale. Vale per i Fratelli della Costa come per qualsiasi armigero di un esercito europeo». Chiaro?
L’inferno qui non è quello delle prediche ma il nome dato a una macchina di tortura; purgatorio è il nome della prigione della Tortuga; quanto alla misericordia qui l’unica che si conosca è un pugnale dalla lama lunga e sottile, così soprannominato dagli spagnoli.
Non ha senso rovinare il piacere della lettura svelando trama, colpi di cena, il crudelissimo finale che si apre su un esile spiraglio di speranza. Forse vale la pena fermarsi su alcune frasi-chiave, a esempio l’idea che i pirati siano il futuro: «credono di essere paria e invece sono gli embrioni della società a venire»; visto che il 1600 della grande accumulazione annuncia il trionfo del capitalismo… difficile dar torto a Evangelisti. A libro chiuso ci si potrebbe chiedere perché oggi tornino i pirati, non tanto su Internet quanto all’assalto di certe navi. Una buona domanda anche se per rispondere bisognerebbe sapere se davvero tutti i pirati somali vogliano saccheggiare… o invece fermare chi scarica scorie tossiche sulle loro coste. Ma questa naturalmente è tutt’un’altra storia che non ha trovato il suo Evangelisti."

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