26.1.09

Mauro Trotta, su IL MANIFESTO, recensisce TORTUGA

LUCI E OMBRE SUL MITO DI UNA LIBERA REPUBBLICA
di Mauro Trotta
(da il manifesto, 22 gennaio 2009)

Sono molte le figure entrate da tempo nell'immaginario collettivo, incarnando, a una lettura più approfondita, trasformazioni della società di portata epocale. Basti pensare a personaggi come il mostro di Frankenstein, visto come la rappresentazione del nascente proletariato industriale, o come un vampiro, oppure letto come la vecchia aristocrazia agraria incalzata dai nuovi esponenti del capitalismo tecnico-scientifico, o come l'incarnazione del nuovo modo di produzione che, appunto, succhia il sangue agli operai. Di recente, un'altra figura mitica sembra aver acquistato nuova forza: la figura del pirata che, grazie soprattutto ai film della serie Pirati dei Carabi, sembra aver trovato di nuovo spazio nell'immaginario contemporaneo. Ne sono testimoni due libri, usciti di recente, dedicati appunto ai filibustieri: Le repubbliche dei pirati. Corsari mori e rinnegati europei nel Mediterraneo di Peter Lamborn Wilson (Shake edizioni, pp. 204, euro 9,90) e Tortuga di Valerio Evangelisti (Mondadori, pp. 330, euro 16,50).
Due testi diversissimi tra loro, innanzi tutto per il genere: uno è un saggio storico, l'altro un romanzo d'avventura, e propongono una lettura opposta del pirata, figura affascinante ma ambigua che, come testimoniano gli innumerevoli libri e i film che lo hanno visto protagonista, può, di volta in volta, interpretare il ruolo dell'eroe o del vilain.
Wilson, noto anche come Hakim Bey, inizia affrontando un problema preciso: perché migliaia di europei, tra il XVI e il XVII secolo si convertirono all'Islam, unendosi ai pirati musulmani del nord Africa? Per rispondere a tale questione, l'autore si concentra sulla città-stato di Rabat-Salé, comunità autonoma governata da un diwan di pirati, punto di approdo di ebrei, moriscos, rinnegati e canaglie provenienti da ogni luogo, la cui economia si fondava sul bottino delle navi depredate e sullo schiavismo. E, alla fine, individua una serie di ragioni: l'attrazione per l'Islam da parte di anticlericali e antireligiosi, o per una vita da «'lavoro zero': cinque o sei mesi in panciolle per i caffè moreschi, poi una crociera estiva su un bell'oceano azzurro, poche ore di sforzo e, in men che non si dica, ecco finanziato un altro anno di pigrizia». O, ancora, fuga e vendetta contro una civiltà, quella cristiana, dominata dal privilegio delle élite, dallo sfruttamento e dalla repressione. Wilson mette anche in evidenza il sottile collegamento che, a suo parere, lega i rinnegati alle correnti esoteriche dell'islamismo, e poi ai Rosacroce e all'Illuminismo. Quello, però, che emerge con più forza è l'identificazione dei rinnegati «come una sorta di "avanguardia" protoproletaria», la visione dell'apostasia di massa «quale espressione di classe». Wilson, così, può parlare di un'utopia pirata, retta da governi «sia anarchici, nel permettere il massimo delle libertà individuali, sia comunisti, nell'eliminare la gerarchia economica». E può indicare nella repubblica di Salé una sorta di «zona temporanea autonoma» ante litteram, quasi un'antenata di quelle descritte nel suo libro forse più famoso, TAZ (Shake edizioni, ultima edizione 2007). (Sulla traduzione narrativa del corsaro che ha sullo sfondo i suoi rapporti con l'impero ottomano va segnalato il romanzo di Massimo Carlotto Cristiani di Allah, edizioni e/o).
Opposto è invece il quadro che viene fuori dal nuovo romanzo di Evangelisti, il quale si era già espresso, nella sua introduzione alla Storia della pirateria (Odoya) di Philip Gosse, contro «le seduzioni a cui si è prestata di recente certa saggistica, di matrice soprattutto libertaria, che ha scorto nelle "repubbliche dei pirati" il regno dell'utopia, o addirittura della rivoluzione sessuale», dato che «i fuorilegge del mare hanno sempre unito, alle attività consuete di rapina, quella altrettanto fruttuosa di mercanti di schiavi» e, «quanto alla libera sessualità, coincideva con quella dei bordelli».
Basato su personaggi già apparsi in un precedente racconto (I fratelli della Costa, pubblicato nell'antologia Anime nere, Mondadori, 2007), Tortuga, ambientato nel 1685 nei Carabi, narra le vicende di Rogério de Campos, ex-gesuita dall'oscuro passato, costretto ad arruolarsi come nostromo nella ciurma del pirata Lorencillo, per poi passare in quella del luciferino De Grammont. La passione per una schiava africana, però, metterà irrimediabilmente l'uno contro l'altro il prete spretato e il suo capitano, innescando una spirale distruttiva, mentre sullo sfondo si consuma il crepuscolo dei Fratelli della Costa, non più protetti dal re di Francia.
Il libro si presenta come un romanzo d'avventura davvero avvincente, scritto con la consueta maestria, sia dal punto di vista stilistico, sia per quanto riguarda la costruzione del plot. Ma, soprattutto, risulta come un riuscito tentativo di «deromanticizzazione» del pirata. Qui non ci sono praticamente eroi positivi se non, forse, quelli incarnati da figure tradizionalmente emarginate e sfruttate, ovvero le donne e gli schiavi. L'abilità dell'autore è tale da offrire personaggi a tutto tondo, per cui anche i filibustieri conservano il loro fascino ambiguo, ma sempre all'interno di un realismo crudo, senza nessuna indulgenza a sentimentalismi e senza permettere alcuna identificazione. Con la stessa crudezza di Wilson, ma in maniera più convincente, viene descritta la società dei pirati, fondata sulla rapina, sulla schiavitù e su un individualismo sfrenato. Non una società di liberi e uguali, dunque, ma una congrega di individui talvolta uniti tra loro per interesse ma comunque in competizione (in concorrenza?) feroce.
Almeno i loro esponenti più accorti, rivendicano esplicitamente il proprio ruolo di anticipatori di un mondo a venire, basato sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo: sono loro il futuro e noi ne siamo già coinvolti.

20.1.09

Mauro Gervasini, su FILM TV, recensisce TORTUGA

TORTUGA ADDIO
di Mauro Gervasini
(da Film TV 2009 n.2)

Anno di poca grazia 1685. I mari dei Caraibi sono insanguinati dalle scorrerie della Filibusta, i corsari fedeli al Re Sole che combattono gli spagnoli assaltando galeoni e massacrando equipaggi. Catturato dai Fratelli della Costa, l'ex gesuita portoghese Rogério de Campos, dal passato misterioso, diventa nostromo al soldo dei pirati, si innamora perdutamente di una schiava africana e per lei decide di sfidare il ferocissimo de Grammont, spregiudicato capo di tutti i corsari.
Tortuga (Mondadori Strade Blu, pp. 330, € 16,50) di Valerio Evangelisti è un romanzo senza tempo. Pur essendo ispirato a un precedente racconto dello stesso autore (Fratelli della costa, contenuto nella raccolta Anime nere, sempre Mondadori, 2007) si legge autonomamente e rappresenta una digressione potente nel percorso abituale del creatore di Eymerich. Una storia di atroce vitalismo, il ritratto di alcuni tra i più famigerati tagliagole d'ogni tempo tenuti assieme da un perverso senso di fratellanza e dalla sola "utopia" realizzabile in terra: quella della sopraffazione permanente.
In nome della soddisfazione di istinti primordiali, identificabili con il possesso di cose e corpi, i pirati di Evangelisti non riconoscono morale alcuna, nonostante tra loro serpeggi una curiosa "etica politica" che fa della totale mancanza di ipocrisia un manifesto di coerenza e virtù. In un'epoca già di suo imbrattata di sangue, gli avventurieri a cui re e regine d'Europa indirizzano la "lettera di corsa", sorta di licenza di uccidere e saccheggiare in nome di un presunto bene supremo, peraltro ancora contemplata dalla Costituzione americana (Sezione 8, articolo 1), scelgono la turpitudine incanaglita e non quella imbellettata delle congiure di corte o delle guerre di religione. Il risultato è una società "futura", edificata alla Tortuga, luogo dell'anima (nera) prima che della toponomastica, dove "si uccide per guadagnare, si guadagna per spendere. Poi si torna a uccidere, finché non si è ammazzati da qualcuno più forte".
Evangelisti ci intrappola come al solito nella sua prosa possente, nei mille intrighi delle passioni di uomini che sembrano bestie, riuscendo anche questa volta a farci identificare con i peggiori, ammesso e non concesso che la sua visione del mondo contempli dei migliori.

6.1.09

Evangelisti in Messico... e in Portogallo


Dal 1° al 6 dicembre, Valerio Evangelisti ha partecipato, in Messico, all'imponente Feria del Libro di Guadalajara, la FIL (è oggi il secondo festival, per ordine di grandezza, su scala mondiale, e il primo del continente americano). Era tra gli autori selezionati dall'AIE, l'Associazione Italiana Editori, per una mostra in cui l'Italia era ospite d'onore.
Evangelisti presentava il suo ultimo romanzo tradotto in Messico, El collar roto ("Il collare spezzato"), pubblicato dalla casa editrice Grijalbo Mexico, che già aveva proposto con successo El collar de fuego ("Il collare di fuoco").
Evangelisti ha avuto 18 interviste, radiofoniche, giornalistiche e televisive, e quattro dibattiti, oltre a un incontro con gli studenti di un liceo di Guadalajara, particolarmente riuscito.
In rete è possibile trovare tracce di questi interventi. La presentazione de El collar roto da parte di Paco Ignacio Taibo II; una discussione con il fratello di Paco, Benito Taibo; un'intervista a Radio Universitaria di Guadalajara. Paco Ignacio Taibo II ha proclamato Evangelisti "Messicano ad honorem".
Prima di recarsi a Guadalajara, Evangelisti aveva presentato El collar de fuego e El collar roto all'università di Puerto Escondido - UMAR, la Universidad del Mar - davanti a circa 200 studenti, incluse delegazioni di liceali.

Per restare nell'ambito delle lingue latine, le edizioni portoghesi ASA hanno appena pubblicato As correntes da Inquisi?âo ("Le catene di Eymerich"). Evangelisti è invitato a Lisbona, in primavera, per presentare il suo romanzo, che è il secondo apparso in Portogallo. Il 6 e 7 febbraio sarà invece a Parigi, in occasione dell'uscita de La Coulée de feu ("Il collare di fuoco", ed. Metailié), per partecipare a due dibattiti, con Serge Quadruppani e Massimo Carlotto.

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