5.7.08

Wu Ming 1 recensisce CONTROINSURREZIONI su WUMINGFOUNDATION

di Wu Ming 1 (l'intervento completo può essere letto qui)

Da narratore, il Risorgimento mi ha sempre fatto fatica. Ammantato com'è di cattiva retorica, soffocato com'è dal tedio degli anni scolastici, mi è sempre parso troppo difficile metterci le mani per cavarne qualcosa. Come fa notare Valerio Evangelisti nella sua premessa a Controinsurrezioni, persino certe opere di storiografia prodotte oggi sono ammantate di cattiva retorica, come fossero state scritte all'epoca. Il mito risorgimentale è enfatico, pesante, e appesantisce anche la sua messa in discussione.
Negli anni Sessanta e Settanta una parte di cultura marxista - il cui testo di riferimento era Proletari senza rivoluzione di Renzo Del Carria - criticò duramente il Risorgimento, ne parlò come di una rivoluzione tradita e pervertita, durante la quale le classi subalterne furono illuse, tradite e represse dai loro capi (i futuri "padri della patria", Garibaldi compreso). Dopo un secolo e più di trombonate e verità ufficiali, era naturale la tendenza a "iper-compensare", e all'epoca si credevano le masse inevitabilmente "più a sinistra del partito". La questione è certamente più complessa.
Solo che oggi si è "contro-ipercompensato": l'oscillare del pendolo ci ha riportati alla vecchia oleografia, e chissà che ci toccherà sentire nel 2011, centocinquantesimo anniversario dell'Unità d'Italia.
Le cause sono diverse: c'è stato un "eccesso di legittima difesa" contro la retorica secessionista della Lega, e c'è una ritrovata voglia di pistolotti patriottardi, dopo anni in cui la maggioranza della popolazione sembrava immune a tale morbo.
Comunque sia, il Risorgimento (e dintorni) mi ha sempre fatto una gran fatica.
Poi, lentamente, diversi colleghi si sono messi al lavoro, a tentoni, cercando di mettere a fuoco, di lanciare occhiate sghembe, riuscendoci in tutto, in parte, per niente, poco importa. Importa che si stia sperimentando.
C'è chi si concentra su episodi di rivolta di popolo, come Antonio Scurati che narra le cinque giornate di Milano (Una storia romantica) e Valerio Evangelisti che mostra l'agonia della Repubblica Romana (Controinsurrezioni).
C'è chi azzanna alla gola un padre della patria, come Fausta Garavini che, nel suo In nome dell'Imperatore, demolisce Silvio Pellico.
C'è chi narra la ferocia repressiva e colonialista del nuovo stato sabaudo, come Luigi Guarnieri nel suo incubo calabrese datato 1863 (I sentieri del cielo).
C'è chi, come Antonio Moresco in Controinsurrezioni, mette insieme episodi di violenza reazionaria e inconcludenza rivoluzionaria, inscena la scrittura del poemetto leopardiano Paralipòmeni della batracomiomachia e si sposta febbrilmente nel tempo e nello spazio, per concludere che cercare di fare la rivoluzione in Italia è come scopare su "un set porno tutto pieno di morti".
(...)

Controinsurrezioni è un ircocervo: due introduzioni + un racconto di Evangelisti (titolo: "La controinsurrezione") + un "qualcosa" di Moresco, trattamento per un film che non verrà girato (titolo: "L'insurrezione").
Evangelisti segue gli spostamenti del garibaldino Giovanni Lanzoni in una Roma assediata e piena di macerie. Dopo cinque mesi di governo rivoluzionario, l'Urbe sta per essere espugnata dai francesi e riconsegnata al Papa (luglio 1849). Le vie sono cosparse di triboli, oggetti di ferro acuminati il cui scopo è fermare le cariche di cavalleria, solo che gli assediati hanno esagerato, e si fatica persino a camminare. La sconfitta è densa, fango gelido che ricopre i volti, è piena estate ma fa freddo. Nemmeno nel dittico sul Messico, grande architettura brechtiana, Evangelisti aveva conseguito un simile straniamento: la rivoluzione non ci appartiene più, è il sogno di qualcun altro, in un altro tempo. "I pochi cavalieri e i molti fanti sparirono nel buio. Più che a un'altra destinazione, parevano essere diretti a un'altra epoca, meglio pronta ad accoglierli." (pag.52). Chi invece rimane è destinato a dissolversi nel nulla, come accade a Lanzoni.

In un suo intervento sul New Italian Epic intitolato Literary Opera, Evangelisti ha scritto che le opere NIE intercettano

"un pubblico insoddisfatto dal racconto intimista, dai piccoli problemi di piccola gente, dai bozzetti senza significato, da storie di tradimenti in provincia o tra artisti romantici e melensi. L'equivalente letterario delle peggiori canzonette di Sanremo. Con il New Italian Epic è l'opera lirica che, silenziosamente, fa ritorno, e travolge canzoni, operette e musica da camera. Senza pretendere di annullare altri stili, né desiderosa di competere con loro, però conscia della propria identità e finalmente decisa a non lasciarsi prendere sottogamba." [sottolineatura mia].

Solo leggendo il "racconto cinematografico" di Moresco ho capito appieno cosa avesse in mente Evangelisti. Perché qui c'è, deflagrante, il Nabucco. La musica di Verdi sale e scende, rimane in sottofondo e ancora irrompe. Accompagna i momenti di rapimento, amore, gioia di vivere e combattere. Accompagna i funambolismi velleitari e teneri del ragazzo senza nome la cui parabola è il ciclo stesso della rivoluzione. Rivoluzione che è pensiero su ali dorate, speranza che crea opere come il Nabucco (volente o nolente l'autore), le quali a loro volta sproneranno all'azione.
Di contro, gli ultimi giorni di vita di Giacomo Leopardi intento a comporre i Paralipòmeni (allegoria priva di speranza che si chiude su un quesito senza risposta) sono il racconto di un tempo, il nostro, che della rivoluzione ha perso il sogno. "Come va a finire?", incalza la ragazza. "Come va a finire, come va a finire... Come vuoi che vada a finire?", risponde Leopardi. Poi silenzio, e canto di cicale. Il poeta muore, il corpo cade nella fossa comune, parte un montaggio analogico di efferatezze (Genova...) e controinsurrezioni.

Nel mio tentativo di sondare la nebulosa della nuova letteratura epica, ho elencato alcune premesse e 7 tratti comuni alle opere prese in esame.
ZERO. Le premesse erano in realtà sintetizzabili in questo modo: opere letterarie di ampio respiro scritte in Italia, in lingua italiana, dopo la fine della Guerra Fredda - o meglio, dopo lo smottamento politico del 1993, conseguenza domestica del crollo del "socialismo reale".
Insomma, opere letterarie figlie del terremoto, concepite e scritte in questa "Seconda Repubblica", con alcuni "salti di fase" (giri di boa etc.) determinati da eventi come la guerra alla Jugoslavia, il G8 di Genova, l'11 Settembre etc. Opere che di tali sconvolgimenti rechino tracce su un piano allegorico profondo.
Ebbene, un libro come Controinsurrezioni, con il suo particolare approccio al Risorgimento, non sarebbe stato possibile negli anni Ottanta, prima dei grandi exploit leghisti, dello sfilacciamento del tessuto connettivo del Paese, della partecipazione diretta o indiretta dell'Italia a missioni di guerra, di un nuovo interrogarci come nazione sul nostro posto nel mondo.
I 7 tratti comuni erano:
UNO. Tonalità appassionata e uso non "freddo" né blasé dei materiali linguistici e narrativi.
In altre mani gli spunti di Moresco avrebbero certamente dato luogo a un racconto "postmoderno" nella peggiore accezione, mero gioco di détournements ed effettini ormai privi di interesse, un po' come Ghezzi quando ciancia fuori sinc nell'acquario. Qui invece c'è il melodramma, ci sono i sentimenti, c'è commozione e amarezza. - 'Sta sputazza è 'nu poeta? - è la frase che accompagna il sequestro del corpo di Leopardi, destinato alla fossa comune. E' un momento straziante.
DUE. Sperimentazione di punti di vista inconsueti, che gettino sulla storia sguardi inattesi e rivelatori.
Non possono esserci dubbi sulla "obliquità" del multi-sguardo di Moresco:
- uso ellittico e straniante del montaggio;
- "volo d'uccello" sull'intero Risorgimento ottenuto seguendo Leopardi che scrive il suo poemetto;
- "pedinamento" del ragazzo senza nome tra una serata a teatro (guardando la rappresentazione da uno zenith, da sopra il palco), un'iniziazione a una società segreta (significativamente, a margine del carnevale) e una scopata durante l'insurrezione (che non si vede).
La luce della narrazione investe la Storia "di taglio", rivelandone porosità che gettano micro-ombre.
Nel mio memorandum sul NIE parlavo anche della posizione eccentrica (in senso letterale: lontana dal centro) di quello che in un'epica più tradizionale sarebbe l'eroe. Ne L'insurrezione agisce Carlo Pisacane, ma non è il protagonista, come non lo è il ragazzo privo di nome.
TRE. Equilibrio tra complessità e fruibilità pop.
Questa è senz'altro una delle opere più pop di Moresco. Non c'è l'horror vacui che rende impenetrabili molti passaggi dei Canti del caos. La destinazione cinematografica del racconto permette all'autore di lasciare vuoti alcuni spazi, e in quegli spazi il lettore respira, senza che l'opera ci rimetta in complessità. E' un equilibrio che Moresco in passato faticava a conquistare. Certo, è un pop per lettori colti, ma nemmeno troppo. I ricordi del liceo sono più che sufficienti per cogliere ogni riferimento.
QUATTRO. Esplorazione di punti dello spazio-tempo in cui i giochi non fossero fatti e diversi sviluppi fossero possibili. "Storia alternativa potenziale".
Qui forse non ci siamo, perché dalla lettura de L'insurrezione si ha l'idea che il Risorgimento non potesse andare che come è andato, che la sua sconfitta - cioè la sua vittoria ambigua, rachitica e inconclusa - fosse ineluttabile.
CINQUE. Sovversione dall'interno del "registro medio", con la posa di "bombe a tempo" e la ricerca di effetti ritardati. Usare una lingua apparentemente piana come cavallo di legno in cui nascondere gli Achei.
Ne L'insurrezione Moresco adotta una lingua apparentemente "di servizio", e in realtà fatta di straniamenti, ellissi, Nominalstil (frasi prive di verbi), precipitazioni improvvise (es. l'uso della parola "scorreggia" a pag. 73).
SEI. Possibile "aberrazione" dell'opera nel suo farsi, che la porta a nascere come UNO, "oggetto narrativo non-identificato".
Nel corso degli anni, l'unica cosa che ha impedito a Moresco di essere il più rappresentativo autore di UNO (penso soprattutto a L'invasione) è stato il suo porre sul "non-identificato" maggiore enfasi che sul "narrativo". A tratti è parso che Moresco tenesse molto allo scrivere e poco al narrare. Attenzione, "poco" non significa "per niente": è chiaro che anche Moresco racconta storie, e in certe opere (Zio Demostene) lo fa più che in altre (La cipolla). Ma si ha quasi sempre la netta sensazione che la scrittura sia più importante del racconto. Qui invece non accade.
SETTE. Apertura dell'opera a una sua prosecuzione su altri media, con altri linguaggi, da parte di altri autori o da parte dei lettori.
L'insurrezione è un'opera realizzata con un medium (la scrittura letteraria) pensando alle caratteristiche tecniche e alle possibilità narrative di un altro medium (il cinema). E fin qui nulla di rimarchevolmente inconsueto. Ma L'insurrezione è anche un'opera che ne cercava un'altra a cui appoggiarsi, con la quale dialogare e ibridarsi. Da qui la proposta a Evangelisti, raccontata in entrambe le introduzioni. Oggi L'insurrezione non è più pensabile senza La controinsurrezione. Non solo: grazie a quest'ircocervo, Moresco entra in contatto con lo "zoccolo duro" dei lettori di Evangelisti, comunità da sempre usa a manipolare e proseguire le storie del Magister, producendo fan fiction, spin-off, giochi di ruolo etc. Chissà che non ne nasca qualcosa.
A conti fatti, L'insurrezione rispetta tutte le premesse e ben 6 su 7 caratteristiche distintive del New Italian Epic. Ciò colloca questo racconto al pieno centro della nebulosa.
Il che non significa che Moresco stesso stia al centro della nebulosa, che Moresco stesso sia... "neo-epico". Il New Italian Epic non è un movimento di autori, ma un campo elettrostatico prodotto da un insieme di opere. Parlare di "autori neo-epici" è un'idiozia, l'attenzione va posta sulle opere, e il medesimo autore può scrivere opere diversissime tra loro per intenti, mezzi espressivi e risultati.
(...)

[Il concetto di New Italian Epic, formulato da Wu Ming 1 e ripreso da molti altri, è esposto in questo saggio.]

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