19.5.08

Tommaso De Lorenzis, su L'UNITA', recensisce CONTROINSURREZIONI

di Tommaso De Lorenzis (da L'Unità, 3 maggio 2008)

Nelle centoventi pagine di Controinsurrezioni, Valerio Evangelisti e Antonio Moresco hanno magistralmente sfatato una serie di radicati convincimenti. A cominciare dalla scelta del mezzo espressivo: quella forma-racconto, utilizzata sovente per la composizione di dubbie antologie commerciali, di cui i due scrittori mostrano pregi dimenticati e virtù nascoste. In secondo luogo, il dittico narrativo sottrae i cruciali temi della stagione risorgimentale alla retorica che ne ha occultato le passioni cruente e i radicali moventi. «Il Risorgimento: una rivoluzione tradita», recita la copertina, con chiaro riferimento alla stagione resistenziale, all’ingannevole differimento delle attese e al prevalere dei Gattopardi nel procedere della sollevazione. Storia antica. Copione amaro, già recitato nella Germania luterana e nella Parigi di Termidoro, dai socialdemocratici di Weimar e dagli stalinisti spagnoli.
E devono pure ricredersi coloro, tra cui il sottoscritto, che ritenevano inconcepibile una qualsiasi collaborazione tra il padre dell’Inquisitore Nicolas Eymerich e l’autore dei Canti del caos. Alla faccia del pregiudizio che contrappone il romanziere di “genere” all’interprete della letteratura “alta”, Moresco compone un racconto in cui i rimbalzi tra periodi differenti quasi ammiccano a quel pellegrinare nel tempo che rappresenta il marchio di fabbrica del collega.
Infine, dall’introduzione di Evangelisti si evince una condivisione delle teorie di Moresco sulla cosiddetta «età della Restaurazione»: meschino presente, dominato dall’ottundimento delle menti e dal controllo di un’industria culturale dipinta come mostruosa incarnazione della logica del profitto. Qui, però, l’annotatore di Jean-Patrick Manchette, l’autore del ciclo saggistico di Alphaville, lo storico della plebe giacobina ha esagerato. La Restaurazione di Moresco è un’indistinta apocalisse manichea, retta da foschi universali e dimentica di quella plastica dialettica tra fazioni che, in politica come nella cultura di massa, ispira le tensioni sovversive, producendo – al contempo – le spinte “contro-insurrezionali”. E che il problema sia questo, lo dimostra proprio il racconto di Evangelisti, mosaico complesso, in cui l’estetismo garibaldino, la prudenza repubblicana, il vago progressismo stridono con gli aneliti libertari, le rivendicazioni popolari e l’odio anticlericale. Nella Roma del 1849, durante gli ultimi giorni della Repubblica di Mazzini, Saffi e Armellini, l’aristocratico idealista Giovanni Lanzoni intraprende una deriva nelle strade della città assediata. Attraverso i gironi di questa “commedia” urbana, il protagonista si avventura nelle ombre di un tramonto abitato da personaggi memorabili. Come la malinconica Sara, giovane ebrea disposta a tutto pur di non subire il ritorno della reazione pontificia; o lo spietato Callimaco Zambianchi, oscuro rovescio dei miti riformatori. Oppure, come Eugenio Petrelli, il cinico popolano che continua a combattere una guerra persa due volte: contro nemici e alleati. E poco importa l’improbabilità d’una discussione politica nel pieno della battaglia. La si legga come un raddoppiamento dello scontro. Mazziniani contro francesi a colpi di moschetto, da un lato, e – dall’altro – “canaglia” romana contro nobili buonarrotiani, a botte di affilato sarcasmo.
Alla promenade crepuscolare di Evangelisti, Moresco risponde con un cupo beccheggiare nelle acque limacciose della metafisica reazionaria. La lotta di classe finisce per trasmutare in un leggendario scontro tra il sacrificio preteso dalla Speranza e la rinuncia consumata nelle tenebre della schiavitù. Più semplicemente, Moresco ci dice dell’archetipica guerra tra Bene e Male. In un incalzante collage, che accosta le note del Nabucco ai cerimoniali carbonari, la Repubblica partenopea alla sciagurata impresa di Ponza, le Cinque Giornate di Milano alle istantanee di un presente orrendo, lo scrittore stila il crudo referto d’una bestialità fin troppo umana. Quella – per intenderci – dei lazzaroni sanfedisti e della soldataglia austriaca, dei contadini retrogradi e della celere di un’estate genovese. Moresco sembra contrapporre il gesto dell’Individuo alla follia della massa informe. Così, il racconto funge da dolente monumento a quella disperata grandezza che annovera il coraggio di Eleonora Pimentel, il martirio di Carlo Pisacane e la materialistica tenacia di Giacomo Leopardi. «’Nu poeta? ’Sta sputazza è ’nu poeta?», commenta – in una delle ultime scene – il becchino che si appresta a seppellire l’autore della Ginestra in una fossa comune. Nella sferzante chiosa del necroforo si percepisce il gusto della miseria italica: cocktail torbido, miscelato in sagrestia, metà fiele e metà sangue di san Gennaro.
Giunti all’ultima pagina, mentre scorrono i titoli di coda, viene naturale chiedersi come sarebbe un epico romanzo risorgimentale a firma Evangelisti-Moresco. Vista la premessa, speriamo che ci stiano già lavorando.

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