25.12.07

Tommaso de Lorenzis, su L'UNITA', recensisce LA LUCE DI ORIONE

EYMERICH ORA COMBATTE GLI "INFEDELI"
di Tommaso De Lorenzis
(da L'Unità, 24 dicembre 2007)

Si narra che, mentre i turchi s’apprestavano a espugnare Costantinopoli, i teologi bizantini continuassero, noncuranti del pericolo incombente, a discettare sul sesso degli angeli. L’aneddoto è stato eletto a cliché indicante ogni diatriba inutile e cavillosa. All’“imperatore” di tutti i luoghi comuni, Valerio Evangelisti ha dedicato La luce di Orione, ultimo, attesissimo capitolo dell’epopea di Nicolas Eymerich, inquisitore domenicano del secolo XIV. Non siamo nel 1453, bensì nell’anno 1366, al tempo della crociata guidata da Amedeo di Savoia. Tuttavia, l’Impero d’Oriente ha già imboccato il viale d’un mesto tramonto. È una Bisanzio disfatta e in rovina, oscura e perversa, quella in cui si muovono l’Inquisitore e il suo fedele pard, frate Pedro Bagueny, nel tentativo di risolvere il mistero delle orrende creature che emergono dalle acque del Corno d’Oro. Conviene non dire altro, per preservare il piacere d’un congegno narrativo in cui tutto torna con puntualità. Perfino una certa debolezza dei moventi iniziali, percepibile nell’attacco, finisce per trovare la sua giustificazione. Comunque, una maggiore drammatizzazione dell’incipit ci poteva anche stare.
La luce di Orione è un tributo alla potenza degli stereotipi, a cominciare dal problema dello statuto e della “consistenza” delle intelligenze intermedie in rapporto alle gerarchie onto-teologiche. Che la questione appaia superflua, innanzi all’avanzare degli eserciti del Sultano, è solo un punto di vista: inevitabilmente relativo. In realtà, questo tema – a Oriente come a Occidente, nella filosofia scolastica e nella teologia bizantina – è d’importanza cruciale. Dietro l’angelologia, sul rovescio della concezione degli enti spirituali, cresce la teoria del demoniaco e cova l’ossessione per Satana. Più che nelle credenze popolari, è nella Summa di Tommaso che andrebbero cercate le cause della paranoia repressiva chiamata «Caccia alle streghe». Ma Evangelisti non si limita a collocare le origini del maligno nel cuore della più raffinata e sottile “scienza” di dio. Fa di più, spingendosi fino a una sistematica demolizione dei miti semplificativi che ispirano le rappresentazioni dello «scontro di civiltà». Così, la guerra tra Cristianesimo e Islam si scompone in una struttura a tre elementi. Il conflitto con gli infedeli passa in secondo piano rispetto alla battaglia tra credo latino e credo ortodosso. E non è detto che il turco sia il male peggiore. Si tratta d’un tema delicato, eppure decisivo per comprendere le pratiche vessatorie con cui, dall’estremo lembo d’Europa al Mezzogiorno d’Italia, gli esponenti della chiesa di Roma cancelleranno l’“anomalia greca”. È un racconto rimosso, estirpato dalla memoria collettiva, che riguarda l’organica eliminazione d’una remota sapienza, di un intero apparato iconografico e di una religiosità antica. Nella protervia dei frati fanatici ci pare di ritrovare la stessa ferocia con cui architetti e predicatori al servizio dei vescovi romani spazzeranno via, nell’arco dei secoli, le vestigia d’un mondo accarezzato dal Mediterraneo orientale.
Sono passati tredici anni da quando la collana Urania pubblicò Nicolas Eymerich, inquisitore. Se il “genere” italiano ha manifestato sovente la sua incapacità di misurarsi con gli impegni della cadenza seriale, Evangelisti rappresenta una delle più felici smentite di quest’ennesimo luogo comune. La saga di Eymerich è il frutto dell’ambiziosa partita col Tempo, la Storia e con le loro più intime corrispondenze che lo scrittore bolognese continua a giocare: in barba alla supposta linearità del continuum e alle regole “strette” delle poetiche. «Davvero pensate che schiacciare il fiore che ho in mano potrebbe provocare, in un tempo indeterminato, la caduta di un’intera città?», chiede l’Inquisitore nel sesto capitolo del romanzo. Poco importa che l’interlocutore, il poeta Francesco Petrarca, risponda di no. I lettori di Evangelisti risponderanno convinti: «Sì, certo. E molte altre cose».

10.12.07

Su IL CORRIERE DEL MEZZOGIORNO Michele Serio recensice LA LUCE DI ORIONE

SE IL FRATE EYMERICH INDAGASSE SULLE COLPE DELL'EMERGENZA RIFIUTI
di Michele Serio
(da Il Corriere del Mezzogiorno, edizione napoletana de Il Corriere della Sera, del 5 dicembre 2007)

Cosa accadrebbe se un uomo refrattario a qualsiasi forma di compromesso occupasse un alto posto di potere a Napoli? Insomma sarei curioso di sapere cosa succederebbe se, teletrasportato dal Medioevo, piombasse fra noi il frate domenicano protagonista della saga scritta da Valerio Evangelisti. Per chi non lo sapesse, costui si chiama Eymerich, ed è il capo dell'Inquisizione, nominato addirittura dal Papa. Per perseguire il trionfo del Cattolicesimo egli condanna tranquillamente al rogo e alla tortura coloro che ritiene infedeli. Non nutre una grande stima per i suoi contemporanei: nell'ultimo romanzo che lo vede protagonista, La luce di Orione (Mondadori), per esempio, Eymerich afferma di odiare i francescani che giudica esponenti di un ordine debosciato e imbelle, non sopporta i veneziani che bolla come avidi adoratori del dio denaro, incontra Francesco Petrarca e lo umilia minacciandolo di scomunica. Come avrete capito, Eymerich è un religioso tutto d'un pezzo la cui corazza caratteriale ricorda quella di un supereroe. Egli si ammorbidisce solo quando deve aggirare gli ostacoli per raggiungere il suo scopo. Nella sua ultima avventura il monaco ingaggia una lotta mortale contro il Male ambientata tra il Trecento e il Tremila, tra incunaboli e fisica quantistica, dove, accanto alla minuziosa ricostruzione storica delle Crociate, ci vengono descritte catastrofiche immagini di un futuro dove musulmani e forze americane lottano ad armi pari. Epico, visionario, il romanzo sembra fare il verso ai kolossal cinematografici di genere e, come sempre, cattura l'attenzione sia del lettore colto che dell'amante dei thriller.
Paradossalmente Eymerich affascina proprio per la sua rigidità morale e per la crudeltà con cui la applica. Egli, a suo modo, persegue un umanesimo a tutto tondo. Non per niente il suo creatore è un gauchiste che, deluso dalla politica e dalla storia, si è divertito a creare un personaggio impregnato di allegro fanatismo e humour nero.
Sorge perciò spontaneo chiedersi come si comporterebbe il nostro eroe, una volta teletrasportato da noi, alla vista dell'immondizia che invade le nostre strade, quasi fosse una disgrazia naturale e non una colpa degli amministratori. Come giudicherebbe la cosiddetta «Tolleranza Zero» per arginare la criminalità che, alla prova dei fatti, tollera di tutto e non punisce nessuno. Temo che perfino il grande monaco si abbandonerebbe allo sconforto. A cosa serve infatti un inquisitore in una situazione in cui non si trovano neppure i colpevoli da inquisire?

Filippo La Porta recensisce LA LUCE DI ORIONE anche su LEFT

DANTE, PETRARCA E IL CYBERPUNK
di Filippo La Porta


Benedetti scrittori italiani, proprio non riuscite a evitare di parlare di mamme, nonne, nipoti, tinelli famigliari, o di figli unici con io dolorante e verboso? Va bene, questa è la prosaica realtà che vive ciascuno di noi. Ma non viene mai la voglia di evadere? Nel nostro paese letteratura fantastica e romanzo d’avventura hanno vita grama. Sarà per quella dispotica centralità della famiglia. Così quando capita di leggere un capitolo della saga di Valerio Evangelisti ci sembra di prendere una boccata d’aria. La trama della Luce di Orione (Mondadori) è complicata e multistrato. Provo a raccontarla. Nel 1365 Nicolas Eymerich, quarantacinquenne, inquisitore generale d’Aragona, viene sostituito perché accusato di sadismo (applica «pene bizzarre e crudeli»). Così si sposta a Padova dove se la prende con un quadro paganeggiante ispirato da Francesco Petrarca. Con il grande lirico ha un incontro ravvicinato e viene a conoscenza di libri di magia. Poi si imbarca da Venezia per una crociata guidata dal Conte Verde che dovrà liberare Costantinopoli assediata dai turchi e anche da strani esseri mostruosi e giganteschi che ogni mattina escono dalle nebbie sbavando e gridando: «Mummie!». Qui scopre che i mostri nascono dall’accoppiamento delle donne della città con un gigante circonfuso di luce, che potrebbe essere l’arcangelo o il demonio. Lo sconfiggerà - aiutato dal devoto frate Pedro (quasi uno Watson che alleggerisce le scene più drammatiche con le sue domande). E con un confronto appassionante con la badessa Maria, usando un verso misterioso che Dante mette in bocca a Nembrotte-Orione (Evangelisti, temerariamente, prova a decifrarlo facendolo derivare dall’inglese antico). Altro scenario (come nei romanzi cyberpunk): futuro post-apocalittico (la Terra dopo un’epidemia). È in corso un jihad tra l’America (divisa in tre segmenti) e una strana federazione nazi-comunista slava con cui si schiera l’integralismo islamico. Uno scienziato pazzo delle particelle, Frullifer - ingaggiato dagli americani -, ha in mente di far esplodere una stella supernova concentrandone la tremenda energia (in Iraq, vicino le 4 colonne di Nimrud). Ma doppi giochi e inganni complicano il tutto. La continuità tra le due storie è data dalla presenza dei giganti, peraltro attestata dalle Sacre scritture. Evangelisti cattura il lettore - naturalmente anche con effettacci, trovate da fumetto, illusionismi, falsa e vera erudizione (1) - ma il lettore non si sente peggiore come gli accade invece con il 99 per cento della narrativa di genere. Perché qui troviamo sempre un filo di interrogazione morale che trascende la serialità del genere. Eymerich, nemico della poesia e della musica (che rendono molli) e dei francescani (troppo relativisti, a parte la regola della povertà, che poi trasgrediscono sempre) esercita su di noi un fascino magnetico. Perché? Perché la sua intransigenza, il suo fanatismo - in un mondo avviato alla decadenza - sono sempre appoggiati su una base razionale e quasi illuministica. Con lui potremmo scendere anche all’inferno senza timore. Questo romanzo ci insegna soprattutto una cosa: l’importanza di saper riconoscere il diavolo, che non ha la facoltà di danneggiare direttamente gli umani, ma li inganna assumendo identità diverse.

(1) Di norma tutti i riferimenti storici e letterari di Evangelisti sono autentici. (N.d.r.)

9.12.07

Eymerich a Napoli (e altro)

Lo scorso 4 dicembre, Valerio Evangelisti ha presentato a Napoli, alla libreria Feltrinelli di piazza dei Martiri, il suo romanzo La luce di Orione. L'evento è stato in parte filmato dall'amico Cicci Serra (mancano l'intervento iniziale del poeta e traduttore di P.K. Dick Giancarlo Fresca, nonché le domande del pubblico, molto numeroso) e pubblicato su YouTube in cinque parti: parte 1, parte 2, parte 3, parte 4 e parte 5.
Alla sinistra di Evangelisti è il giornalista e scrittore Michele Serio.
Prima di Napoli, c'erano state presentazioni presso le librerie Feltrinelli di Bologna (p. Ravegnana) e Milano (c. Buenos Aires).
Evangelisti, restio alle apparizioni pubbliche, come è spiegato nel filmato, non ha altre presentazioni in programma.

Restando nel campo multimediale, Daniele Barbieri ha recensito per radio (Radio Fujiko, Bologna) La luce di Orione. La recensione può essere ascoltata o scaricata qui, in mp3.

Invece Andrea Mameli ha recensito il romanzo per L'Unione Sarda del 1° dicembre 2007. La recensione, e una breve intervista a Evangelisti, sono visibili nel blog di Mameli.

8.12.07

Il mondo di Eymerich

E' stato appena pubblicato, dalle edizioni Wildboar, il volume base del gioco di ruolo Il mondo di Eymerich di Jari Lanzoni (pp. 150, € 28,00). Un libro magnifico e ricco di illustrazioni (di F. Mattioli, A. Mariscotti, V. La Greca, Segni D'istanti). Si tratta di una guida completa all'universo di Eymerich e al suo tempo, con tanto di bibliografie e cronologie. La versione presente in questo sito ne è solo un pallido riflesso.
Jari Lanzoni, vincitore di molti premi per i suoi racconti, è istruttore di scherma medioevale ed è stato consulente di Alan D. Altieri per la trilogia Magdeburg.
Il libro è acquistabile, oltre che nelle librerie specializzate in questo tipo di giochi, anche on line, qui e qui. Su tratta di un'eccellente strenna natalizia.
Segue l'introduzione al volume di Valerio Evangelisti.

VIVERE MOLTE VITE
di Valerio Evangelisti

Mi posso dire fortunato. Grazie al gioco di ruolo creato da Yari Lanzoni, oggi i miei lettori avranno modo di impersonare i protagonisti delle storie che ho creato – esattamente come faccio io quando dò loro vita.
Dove sta la fortuna? Ho sempre ambito delineare figure di spessore tale da poter vivere al di fuori di me, loro autore, e condurre un’esistenza indipendente. Ciò è già accaduto ai più solidi interpreti della narrativa popolare: Sherlock Holmes, Arsène Lupin, Nero Wolfe, Fantômas, James Bond, Rocambole ecc., per non parlare dei personaggi dei fumetti o del cinema. Per questo ho sempre incoraggiato la creazione di apocrifi di varia natura incentrati su Eymerich o Pantera, oppure sui loro comprimari, senza preoccuparmi troppo del diritto d’autore.
Non si pensi a una generosità smodata da parte mia. Al contrario: mi muove la convinzione che, quanto più si estende la fama di una mia creazione, tanto maggiori saranno le ricadute positive, a medio raggio, sulle vendite dei miei libri. E’ lo stesso motivo che mi fa considerare con piacere la presenza di miei testi e radiodrammi scaricabili da E-Mule e altre postazioni peer-to-peer. Basta guardare al lungo periodo per capire quanto sia autolesiva l’attenzione all’interesse immediato. Certo, non è così facile farlo capire agli editori, ma vale la pena cercare di convincerli.
Venendo all’“apocrifo” specifico, sono particolarmente felice che si tratti di un gioco di ruolo. Considero i giochi di questo tipo la migliore scuola di scrittura possibile. Io stesso, quando scrivo un racconto o un romanzo, ne seguo i meccanismi di base. Mi lascio possedere dai personaggi e dagli ambienti, vivo le avventure che immagino, mi muovo in mondi fittizi. A volte mi capita di disseminare una storia di misteri apparentemente inspiegabili, per poi affidare alle mie capacità deduttive la ricerca di una soluzione che, al momento, mi è ignota.
Altrettanto fa il giocatore di ruolo (io, devo confessare con rammarico, non appartengo alla categoria, più che altro per mancanza di tempo). Quanto più è abile, tanto più il mondo cui dà vita sarà complesso, e tanto più sfaccettato risulterà il personaggio che interpreta. Una continua sfida all’intelligenza, con il premio ulteriore, a parte la soddisfazione personale, di essersi trasferito mentalmente in un’altra realtà e avervi vissuto, arricchendo così la propria esistenza e, in interazione con i compagni di gioco, le proprie conoscenze.
Non mi meraviglia che vi sia chi condanna, con parole di fuoco, i giochi di ruolo. In effetti, siamo a due passi dalla “possessione diabolica”, o, per i critici laici, dalla schizofrenia. Ma ciò vale per ogni libro, film o brano musicale ben riuscito. Sono chiamate fuori di se stessi, e inviti a immergersi in universi diversi dal proprio (una prerogativa esclusivamente umana, per quanto se ne sa: sogni controllati). Se però il lettore o lo spettatore assistono, il giocatore di ruolo partecipa attivamente. La sua funzione somiglia maggiormente a quella dello scrittore, del musicista, del regista, del disegnatore ecc.: altrettanti creatori di mondi.
Benvenuti, dunque, nel “Mondo di Eymerich”. Il vostro inquisitore sarà diverso dal mio, è inevitabile. Tuttavia condivideremo una medesima dimensione di onirismo sorvegliato profondamente umana, antitesi perfetta a una realtà senza sogni, o di sogni imposti, che è quanto di più disumano si possa concepire.

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