29.11.07

AVVERTENZA

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Su IL MANIFESTO Mauro Trotta recensisce LA LUCE DI ORIONE

LA GUERRA INFINITA DEL GRANDE INQUISITORE
(Il manifesto, 28 novembre 2007)

Le crociate perdute tra passato, presente e futuro. Dopo cinque anni ritorna con «La luce di Orione» Nicolas Eymerich, il personaggio maledetto di Valerio Evangelisti

Sono passati cinque anni da quando è uscito l'ultimo romanzo di Valerio Evangelisti dedicato alla figura di Nicolas Eymerich. L'inquisitore generale del regno d'Aragona è finalmente tornato. È di recente uscito, infatti, l'ultimo romanzo di Evangelisti che vede ancora una volta protagonista questo personaggio duro, intelligente, crudele e allo stesso tempo assolutamente affascinante, intitolato La luce di Orione (Mondadori, pp. 334, euro 15,50). Per la verità, in questi anni, Eymerich non era scomparso del tutto ma aveva cambiato genere: era assurto a protagonista anche nell'ambito della cosiddetta arte sequenziale, incarnandosi in una serie di fumetti che avevano visto il suo creatore collaborare con autori e disegnatori come Ade Capone e Arturo Lozzi, Francesco Mattioli, Jorge Zentner e David Sala.

Vocazione multimediale

L'inquisitore era così comparso a fianco di Lazarus Ledd nel numero 117 della collana «Lazarus Ledd extra» intitolato I cristalli di Eymerich, e poi, come protagonista assoluto, nei volumi a fumetti La furia di Eymerich, Il corpo e il sangue, La dea. Tutto ciò non fa che confermare la versatilità del personaggio, la sua capacità di trovarsi a proprio agio nei media più diversi, dato che a lui sono stati già dedicati anche drammi radiofonici e composizioni musicali.
Una vera e propria vocazione multimediale, dunque, che trova fondamento nella serialità propria del ciclo dell'inquisitore e che gli consente di incarnarsi felicemente nei mezzi di comunicazione più diversi. Una serialità che si basa su di una serie di elementi che, naturalmente, si ritrovano anche in questo La luce di Orione. Così anche questo romanzo si dipana lungo tre linee spazio-temporali differenti. Innanzi tutto il 1366, anno in cui si svolgono le avventure dell'inquisitore che, dopo aver subito un processo da parte del suo stesso ordine, parte al seguito dei crociati comandati da Amedeo d'Aosta alla volta di Costantinopoli, in aiuto dell'imperatrice il cui regno è minacciato da esseri giganteschi che emergono dal mare. Poi, in un futuro in cui i capi militari delle tre nazioni in cui sono stati divisi gli Stati Uniti sperano di utilizzare per i propri fini le scoperte di uno scienziato preso per matto. E, infine, in Iraq, dove si continua a combattere una guerra davvero infinita in cui si confrontano gli eserciti dell'organizzazione nazista «Rache», arricchita da elementi della jihad islamica, e quelli dei tre stati americani e dell'Euroforce, utilizzando mostri e creature da incubo: soldati-frankestein, composti da pezzi umani differenti, esseri alterati chimicamente, dotati di organi moltiplicati, ologrammi di giganti.
Ritornano, inoltre, personaggi già presenti in precedenti romanzi e non solo tra i compagni dell'inquisitore: è il caso del professor Frullifer, già presente in altri libri della saga a partire dal primo, quel Nicolas Eymerich, inquisitore, vincitore del premio Urania nel 1993.
Ancora una volta, poi, alla base della storia c'è un testo. Questa volta non si tratta di un vero e proprio volume, ma di alcuni incomprensibili versi della Commedia dantesca del canto XXXI dell'Inferno. Anche in questo caso, inoltre, Eymerich è accompagnato da un proprio confratello - padre Pedro Bagueny - il quale da un lato forma con l'inquisitore una coppia sul modello Sherlock Holmes-dottor Watson, dall'altro sembra mitigare nel corso della narrazione le durezze caratteriali del magister. Ci saranno poi incontri con personaggi storici, tra cui emerge il poeta Francesco Petrarca, oggetto del disprezzo dell'inquisitore. Le azioni di Eymerich, infine, come sempre, non si limiteranno a sciogliere il mistero affrontato nella propria linea spazio-temporale, ma avranno profonda influenza anche sugli avvenimenti futuri, portandoli al proprio epilogo.
La serialità dei romanzi di Evangelisti, però, appare quanto meno inconsueta, perché basata su elementi alquanto sofisticati, tipici della letteratura tout court. E che inseriscono la sua opera a pieno titolo accanto a quella di una serie di altri autori - da Manchette a Quadruppani, da Dick a Ballard - che hanno rivestito un ruolo fondamentale nel mettere in crisi la ormai obsoleta distinzione tra letteratura alta e bassa. Elementi che si ritrovano tutti ne La luce di Orione e che hanno a che fare, oltre che con la capacità di scrittura, con la psicologia, la scienza e l'analisi sociale e politica.
Così, il carattere del protagonista emerge a tutto tondo con le proprie nevrosi, fissazioni, manie, quali l'odio per i diversi, il terrore, mascherato da disprezzo per le donne. Elemento a prima vista non particolarmente evidente in questo romanzo, ma fortemente presente nei rapporti instaurati tra il protagonista e i personaggi femminili a partire dal ricordo di Myriam, che aveva rivestito un ruolo fondamentale in Picatrix. La scala per l'inferno. Ma la psicologia emerge anche a livello di struttura della storia che va a intrecciarsi con veri e propri archetipi: la gravidanza, la nascita, il parto, il ritorno del rimosso.

La centralità del presente

La scienza, la meccanica quantistica in particolare, riveste un ruolo fondamentale nello sviluppo del romanzo, a partire da quella luce di Orione cui fa riferimento il titolo. È però l'analisi sociale e politica che maggiormente informa di sé il testo. Così la scelta dell'ambientazione bizantina non è per niente casuale, soprattutto nel momento in cui si cita esplicitamente, tra le cause della decadenza di un impero una volta ricco e potente, la diffusione dell'idea «errata che lo Stato fosse per definizione inefficiente, rispetto ai proprietari privati». Ancora, il riferimento al nuovo modo di fare la guerra appare in tutto il suo banale orrore quando si nota che «sui fronti di guerra che dividevano il mondo le perdite militari erano esigue. Ogni armata cercava di indebolire l'avversario uccidendo i civili sotto il suo controllo, o facendoli impazzire. Un giorno sarebbero rimasti solo soldati, umani e inumani. Allora, forse, si sarebbe fatta la pace, almeno per un poco».
Nel romanzo si narrano dunque fatti avvenuti in un lontano passato e in futuro immaginario, eppure ad ogni pagina traspare il riferimento al presente, con una capacità di visione chiara e fredda e un livello di indignazione altrettanto chiaro e coinvolgente: de nobis fabula narratur.

17.11.07

Filippo La Porta recensisce LA LUCE DI ORIONE su LA REPUBBLICA XL

IL RITORNO DELL'INQUISITORE
(da La Repubblica XL, novembre 2007)

Ma gli angeli ce l'hanno il sesso? Su un interrogativo proverbialmente insensato, il "mago" Evangelisti ha imbastito una storia straordinariamente intrigante, ambientata nel XIV secolo e in un futuro allucinato, con una jihad combattuta in Iraq, tra una Spectre slava nazi-comunista e tre federazioni americane.
Cosa unisce le due epoche? Una misteriosa stirpe di giganti, nati forse da un arcangelo, forse da un demone. Il racconto fantascientifico è congegnato sapientemente (con apparizione apocalittica di un altro sole), ma la vicenda medievale è irresistibile grazie al ritorno nella narrativa di Evangelisti dell'inquisitore domenicano Eymerich.
Stavolta lo vediamo imbarcarsi con una crociata verso Costantinopoli minacciata dai turchi (e minacciata da esseri mostruosi e giganteschi). Ritroviamo le costanti del personaggio: nel suo furore ascetico odia Venezia, gli storpi e i sordomuti, i francescani, gli arrendevoli, la musica... Eppure nel suo coerente elogio dell'intolleranza, basato su una fiducia nella ragione, non manca di affascinarci. Ancora una volta Evangelisti ci parla di noi.

11.11.07

Su IL CORRIERE DELLA SERA Ranieri Polese recensisce LA LUCE DI ORIONE e intervista Evangelisti

DA SARAGOZZA ALL'IRAQ, EYMERICH RITORNA AL FUTURO
(da Il Corriere della Sera, 8 novembre 2007)

Eymerich è tornato! Il terribile inquisitore del Regno di Aragona, protagonista della fortunata saga di Valerio Evangelisti, è di nuovo fra noi. È lui il protagonista del romanzo La luce di Orione (Mondadori). Per cinque anni, dall'ottavo romanzo della serie, Mater Terribilis (2002) a oggi, il fosco e spietato frate domenicano era rimasto a riposo. «Avevo lavorato ad altri romanzi e su altri periodi storici » ci spiega Evangelisti. «Non volevo restare vincolato allo stesso personaggio. Poi, la pressione dei lettori e le richieste degli editori mi hanno costretto a tornare a Eymerich. E l'occasione me l'ha fornita l'Università di Padova, che ogni anno allega alla Guida per gli studenti un racconto o un fumetto. Nel 2006 mi avevano chiesto un racconto che avesse a che fare con Padova. È nato così La sala dei Giganti, che prendendo lo spunto dagli affreschi di Altichiero nel Palazzo della Ragione (l'opera, ormai perduta, era dedicata agli Uomini illustri dell'antichità secondo un progetto del Petrarca, ndr), riportava in scena Eymerich alle prese con gli occulti simboli di quelle pitture». Erano, in pratica, i primi quattro capitoli che ora, in parte rimaneggiati, aprono La luce di Orione.

L'anno del romanzo è il 1366, Eymerich, processato a Saragozza dal suo stesso ordine, fugge in Italia e scopre che Amedeo di Savoia, il Conte Verde, sta preparando una spedizione a Costantinopoli, sempre più stretta dall'accerchiamento dei musulmani. Offre aiuto in cambio della conversione al cattolicesimo, ma in realtà è spinto dalla curiosità di vedere i mostri che ogni mattina emergono dal Bosforo. Intanto, in un futuro lontano — circa duecento anni da oggi — in un Iraq ancora dilaniato da una guerra ormai incomprensibile, dei giganti mostruosi combattono contro dei morti ricostruiti. Come se la maledizione di Orione (il Nembrot dell'Inferno dantesco)si ripetesse a distanza di secoli...

Autore di culto per quanti amano gli esperimenti letterari che mescolano enigmi storici e visioni fantascientifiche, tradotto in molti Paesi europei, Evangelisti è particolarmente apprezzato in Francia dove le edizioni Payot-Rivages hanno pubblicato la sua opera completa. In Francia, del resto, ha vinto i premi più importanti riservati al genere fantastico (Grand Prix de l'Imaginaire, Prix Tour Eiffel). In Italia, nel 2000, gli era stato assegnato il Premio Italia per la fiction seriale radiofonica. «Fra il '99 e il 2001» ricorda «sceneggiai tre romanzi del ciclo per Radiodue. Le puntate andavano in onda dal lunedì al venerdì, alle 9 di mattina. Mi avevano espressamente indicato come modello il grande successo radiofonico di Diego Cugia, Il mercante di fiori. Devo dire che anche il mio inquisitore ebbe altrettanto successo».
Come aveva scoperto Eymerich? «Trovai il suo nome in un testo del giurista Italo Mereu, Storia dell'intolleranza in Europa. Di quel personaggio, realmente esistito (è suo il testo cardine nei processi contro gli eretici, il Directorium Inquisitorum), mi piacque il nome: comunque uno lo pronunci, ha il suono di un colpo di rasoio. Vissuto fra il 1320 e il 1399, il frate domenicano era divenuto il potentissimo capo dell'Inquisizione nel Regno di Aragona. Talmente potente da far scomunicare un cardinale e da far lanciare la scomunica contro un morto, il filosofo Raimondo Lullo. C'era il nome che suonava bene, c'era una storia fosca e piena di ombre, però mi mancava qualcosa: la persona vera. E allora decisi di dargli caratteri e tratti ispirandomi a me stesso».
Ma che cosa ha Evangelisti in comune con Eymerich? «La stessa personalità, o quasi — risponde ridendo —. La personalità schizoide. Sì perché, fine anni '80, aiutavo lo psichiatra Bruno Caldironi a scrivere un manuale: il contenuto scientifico era suo, io ci mettevo la scrittura. Arrivato al capitolo sulla personalità schizoide, mi ci riconobbi. Ma anche mi venne in mente di prendere tutti i caratteri di quella mentalità e, estremizzandoli, metterli dentro Eymerich, come fosse una terapia. Risultato: mentre io miglioravo progressivamente, Eymerich è divenuto sempre peggiore». Così, nel 1992, da un piccolo editore di Ravenna esce Seminari di psicopatologia e psicoterapia di Bruno Caldironi e, due anni dopo, Nicolas Eymerich, inquisitore nella collana Urania.
Generoso di citazioni da opere esoteriche e di occultismo («tutte vere: molti dei testi, fra l'altro, non solo li ho letti, ma li possiedo pure»), Evangelisti non aderisce a nessuna forma di esoterismo, né prende posizione nella disputa se esso sia di destra o di sinistra. «Ci sono stati anche esoteristi progressisti, Eliphas Lévy, la massoneria liberale dell'Ottocento, ma questo tipo di etichette non m'interessa». Però, in qualche modo, il personaggio di Eymerich lo affascina, così come piace moltissimo ai lettori. «Sì, è una sorta di superuomo, sa tutto, conosce perfino il greco in un momento in cui nessuno in Occidente lo sapeva. È il più intelligente di tutti. Il più abile». Il più efferato anche, e così compare anche ne La cattedrale del mare, il recente bestseller di Ildefonso Falcones (Longanesi). «Dipende anche dalle esigenze della fiction. In Francia, soprattutto, c'è il culto degli eroi neri, negativi. Comunque, da un po', ho temperato il superomismo dell'inquisitore con un po' di ironia, affiancandogli un personaggio buffo, don Pedro Bagueny».
Ma per quel che riguarda il futuro, la visione di Evangelisti è decisamente negativa. «La fantascienza, per sua natura, è pessimista. Ma del resto, oggi siamo già oltre il prevedibile. Forse non c'è nemmeno più bisogno di un cattivo come Eymerich: l'ultima incarnazione dell'inquisitore è stato Andrei Vishinskij, il giudice delle purghe staliniane. Oggi siamo di fronte a guerre senza più ideologie né ragioni. Io prevedo solo uno sviluppo orrendo, un futuro in cui, per la scarsità di materiale umano, si faranno combattere cadaveri contro allucinazioni».

10.11.07

Daniele Barbieri recensisce LA LUCE DI ORIONE su LIBERAZIONE

(da Liberazione del 4 novembre 2007)

PETRARCA SERVO DEI SERVI

«Dio maledica quel poeta da strapazzo, servo dei francescani, cioè servo dei servi che risponde al nome di Francesco Petrarca». Nel nono romanzo di Valerio Evangelisti con l’inquisitore Eymerich protagonista c’è da sobbalzare a ogni riga. Bisogna difendere Costantinopoli; muoversi fra eretici, musulmani, scismatici, eunuchi (veri o falsi?); capire l’intreccio fra crociate, saccheggi e affari conditi dalla peste; svelare una frase oscura del 31° canto dell’Inferno di Dante; fare i conti con «l’ottavo cielo», il quinto elemento, la parresia, la luce di Tabor, la «schedografia», l’hesycheia, giganti che non si comprende se stiano urlando o frignando. A ogni passo trabocchetti: che vengono tesi ad Eymerich dal conte Amedeo di Savoia, forse dall’imperatrice (di facciata?) di Bisanzio o da una sua sorella badessa e persino da papa Urbano, di certo dal viscido Petrarca. E l’inganno di Satana è garantito, sarebbe sbagliato persino credere a quel che si vede. Se gli occhi di tutti scorgono feti, penne di uccelli spariti, gigantesche mummie, vene rossastre in cielo non è garantito che esistano davvero. Complicato? Solo in apparenza: questa volta più che mai il protagonista procede – per deduzione e induzione, senza lasciare spazi vuoti – a smontare il rompicapo un pezzo alla volta. Sino alla vittoria (o beffa?) finale.
Questo spaventoso, crudelissimo inquisitore non ama – però accetta – la Chiesa ipocrita che condanna le prostitute ma perdona i clienti. Considera poesia l’arte di «mastro Gombau», torturatore capo dell’Inquisizione di Aragona. Ha in orrore ebrei, donne, persone con deformità e tutti i non «veri» cristiani che tratterebbe volentieri come gli scarafaggi. Eymerich ha una sinistra grandezza, può suscitare quel pericoloso mix di ribrezzo ed entusiasmo che arriva in dote solo ai super-fanatici. Stavolta si ritaglia un ruolo inedito anche «il fido frate Pedro Bagueny», più Watson che Pancho visto che Eymerich è decisamente un Holmes non un don Chisciotte. Senz’ombra di dubbio La luce di Orione [Mondadori, 336 pagine per 15,50 euri] restituisce un Evangelisti in grandissima forma, smentendo le insinuazioni che – dopo le belle digressioni di tre romanzi «americani» - tornasse al ciclo dell’inquisitore svogliato, solo per cassetta.
Ben sanno gli appassionati di Eymerich (una miriade visto che è tradotto in una quindicina di lingue) come la vicenda centrale riguardi l’inquisitore catalano ma esistano molti collegamenti con altri segmenti temporali. In questo romanzo il nesso riguarda il futuro, circa 150 anni da oggi: mentre in Iraq ancora si combatte, gli Stati Uniti sono spaccati in tre e la Rache (super-potenza balcanica definita «nazi-comunista») s’allea con terroristi d’ogni fede, uno scienziato in disgrazia trova finalmente ascolto e soprattutto i soldi per realizzare il suo esperimento che riguarda l’Orione del titolo. Uno dei misteri da svelare è proprio il collegamento fra una lontana stella e le concrete tragedie (o si tratta di allucinazioni?) del 1300 nel quale Eymerich si muove come un braccio armato di quella fede che per lui deve essere «intollerante». Più ira di Dio che mai. Ma le relativamente poche pagine dedicate al nostro futuro sono egualmente memorabili: i nuovi guerrieri risultano invincibili perché semi-morti e la pace potrebbe arrivare (ecco un paradosso che affascinerebbe i nostri bushisti) solo quando tutti i civili verranno sterminati e resteranno solo i soldati.
Un recensore serio dovrebbe essere cauto, soprattutto in questi tempi di giudizi sempre positivi (perché molti sono «marchette», ordini di scuderia) ma come si fa a restare distaccati se La luce di Orione è uno dei rari libri che non ti molla? Avete presente? Si rinuncia a dormire, ci si dà malati al lavoro (potendo), si saltano lezioni, appuntamenti, impegni. Regalatevelo. Fatene dono a chi si chiama Raffaele (non si può qui spiegare il perchè) e a chi detesta Venezia e i veneziani, trattati persino peggio del Petrarca, vile e mestatore: «Chi ha fondato questa città deve avere sangue di ratto per pensare di vivere in una cloaca» e più avanti (a proposito dello “scontro di civiltà” con i turchi) «no, stiamo andando a sostenere i gretti interessi di Venezia, il verminaio del Mediterraneo, capitale stessa dell’avidità e dell’egoismo».
Chi legge La luce di Orione nel giusto modo (ovvero razionale e insieme maniacale) avrà d’ora in poi un nuovo gioco-incubo: investigare i segreti collegamenti fra persone e cose con la medesima iniziale. Dite che Eymerich ed Evangelisti…? No, dovete mirare più in alto, più in basso, più lontano, più vicino: fra Orione e Iraq, fra concreto e immaginario, fra telepatia e incredulità. «Il tempo è ovunque» ci ricorda il Plotino che arpionava Dick quanto intriga Evangelisti.

7.11.07

Alessandro Besselva, su IL MUCCHIO SELVAGGIO, recensisce LA LUCE DI ORIONE

(da Il Mucchio Selvaggio n. 640, ottobre 2007)

Un ritorno attesissimo, quello dell'inquisitore più spietato di sempre: cinque anni non sono pochi nella vita di una saga letteraria, ed è questo il lasso di tempo trascorso dall'ultimo episodio della serie avviata ormai più di dieci anni fa da Valerio Evangelisti, Mater Terribilis.
Romanzo assai complesso nella struttura e nei rimandi quest'ultimo, laddove l'appena pubblicato La luce di Orione si dipana più agilmente senza per questo rinunciare alla consueta stratificazione spazio-temporale e alla trasversalità di temi e suggestioni.
Il punto a favore di questo nuovo episodio è, molto semplicemente, che Evangelisti non ha più bisogno di dimostrare alcunché attraverso il suo personaggio: in un certo senso l'apertura verso nuovi scenari narrativi (gli ultimi romanzi di ambientazione americana) ha levato dalle spalle dell'Inquisitore un eccesso di responsabilità, portando nuvo ossigeno all'estetica dell'autore.
Ed ecco quindi che, pur non essendoci più nulla da dimostrare, abbiamo l'ennesima conferma della funzionalità del magister, della facilità con cui la biografia fantastica dello stesso si intreccia alle intuizioni della fisica quantistica, all'alchimia, alle consuete distopie militaresche ambientate in un futuro che sembra avere inquietanti radici nel presente.
Uno schema che continua a essere avvincente, che ha ormai inglobato senza forzature le più recenti sfumature del personaggio, l'ironia e il sarcasmo in primo luogo.
Niente di nuovo, ma, nel caso specifico, non c'è nulla di cui lamentarsi. E' un po' come la reunion dei Pixies: si riprende dal punto esatto in cui ci si era fermati, senza volere sembrare nuovi a tutti i costi, ma allo stesso tempo senza sembrare nostalgici.
Una volta stabilito l'universo poetico in cui muovere le proprie pedine, la cosa più difficile è la manutenzione della struttura. La luce di Orione è, in questo senso, un recupero eccellente, e forse il miglior Eymerich dai tempi dell'inarrivabile Cherudek.

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