23.2.07

IL COLLARE SPEZZATO a TUTTI I COLORI DEL GIALLO


Un'intervista a Valerio Evangelisti, sul suo romanzo Il collare spezzato, è andata in onda il 18 febbraio su Radio Rai Due, nella trsmissione di Luca Crovi Tutti i colori del giallo. La si può ascoltare qui, per qualche tempo.

Intanto la Piccola Biblioteca Oscar ha ristampato Il collare di fuoco, oggi alla sua terza edizione.

Il collare di fuoco e Il collare spezzato saranno tradotti in Messico dalla casa editrice Random House Mexico. In Francia, è imminente la loro pubblicazione presso le edizioni Métailié, su traduzione di Serge Quadruppani.

Il romanzo di Evangelisti Cherudek è appena uscito in Romania, Magus uscirà entro l'anno in Russia, Le catene di Eymerich in Brasile.

12.2.07

Su STILOS Federica Di Luca recensisce IL COLLARE SPEZZATO e intervista Evangelisti

MEMORIA PIU' FRUSTRAZIONE NEL MESSICO INCANDESCENTE
di Federica Di Luca



(Da Stilos - Il quindicinale dei libri, 6 febbraio 2007. Nella foto a sinistra, tipiche soldaderas messicane, di cui si parla più volte ne Il collare spezzato.)

Il collare spezzato integra il capitolo di storia messicana che Valerio Evangelisti ha riscritto partendo da Il collare di fuoco. Spartiacque fra i romanzi storici è il 1890, anno in cui falliscono i moti organizzati dai liberali di sinistra contro il tracotante regime di Porfirio Diaz. Sorta di «Iliade» sul popolo messicano, II collare spezzato interroga ancora la storia, raccontando gli ultimi anni del regime porfirista e la rivoluzione del 1910: l'esito di un conflitto al vertice tra il ristretto gruppo dirigente che sosteneva la declinante dittatura dell'ottantenne generale e i sostenitori di Francisco Madero, fautore di moderate istanze di rinnovamento. Evangelisti ripercorre un Messico teatro di instabilità sociali e politiche attraverso le vicende di un'indigena sottratta a un orribile destino, un ragazzo destinato a divenire presidente, una ricca americana volta a difendere i propri privilegi e attraverso il punto di vista di una fitta serie di personaggi le cui vicende orbitano attorno alla scesa in campo delle masse contadine del sud guidate da Emiliano Zapata, e quelle del nord di più varia composizione guidate da Pancho Villa e Obregón.
Evangelisti giunge così fino a agli anni Trenta quando il governo fu, in effetti, retto da generali impegnati a consolidare un regime di buone relazioni con gli Stati Uniti, la cui influenza capitalista (oltremodo coperta con l'ideologia del panamericanismo) confermò in Messico (come nelle potenze dell'Abc) la difficoltà di uno sviluppo autarchico con tinte antimperialiste, incentivando piuttosto la sperequazione economica (accresciuta dopo la pur audace nazionalizzazione delle risorse petrolifere attuata da Cárdenas) e quindi il sorgere di una borghesia arroccata sui propri privilegi quanto praticante un razzismo manifesto contro una nuova classe di sfruttati.
L'intento storico si accompagna a quello letterario con la traslazione di tutto questo materiale in un registro linguistico popolare: il romanzo ricorda la tradizione del western all'italiana, proiettando il lettore in una dimensione violenta e illimitata, in cui oltre al senso dello sguardo fordiano delle pellicole di Leone è presente anche il gusto politico degli anni Sessanta, i molti film scritti da Solinas sulla rivoluzione messicana, La resa dei conti, e Quien sabe?, Non comprare pane ragazzo compra dinamite!, oltre all'interazione con un certo neorealismo. Lo sguardo di Evangelisti è oggettivo, mai neutro: i suoi numerosi eroi, individui minimi, altri, destinati a imprimersi nella memoria collettiva, sono spesso «soggetti di visione», vivono e giudicano avvenimenti facendosi portatori di una nuova storia: soffrono per il «collare» imposto loro dagli Stati Uniti quanto per la coscienza collettiva della «superiorità» dello yankee, vivono una realtà contraddittoria accentuata dal carattere incoerente dell'ideologia liberale e dall'opportunismo di una classe dirigente plasmatasi sulla riduzione in schiavitù di indios e meticci. Stilos ha intervistato Evangelisti.

“Con gli Stati Uniti non si è mai soli… si subisce la loro compagnia anche quando se ne farebbe a meno”. Come valuta il rapporto che oggi il Messico intrattiene con gli USA? Contraddittorio? Conflittuale?

Da elezioni presidenziali tutt’altro che limpide è emerso per un soffio, nel luglio dell’anno scorso, un presidente, Felipe Calderón, totalmente prono agli interessi statunitensi. Non è così l’anima del paese, che nutre da sempre, nei confronti degli Stati Uniti, sentimenti contrastanti. Quale modello politico l’America del nord ha esercitato attrazione fin dai tempi di Benito Juárez. Al tempo stesso, nessun messicano ha perdonato ai nordamericani la sottrazione, con le lusinghe, il denaro o la forza, di oltre la metà del loro territorio nazionale. Nemmeno viene perdonata la discriminazione razziale di cui i messicani – quanto meno quelli poveri – continuano a essere vittime negli Usa, gli atti di prepotenza, i tentativi di sfruttamento economico. Ciò non significa che ogni messicano detesti uno statunitense in quanto tale. Tutt’altro. Piuttosto soffre per quella che interpreta come un’amicizia non ricambiata.

La storia del Messico è segnata dal genocidio degli indios. Nella multiforme realtà messicana, oggi, quanto è presente la coscienza di quei massacri?

In Messico il passato convive col presente, e nessuno dimentica mai nulla. Vale anche per la sorte riservata agli indigeni. Tuttavia occorre tenere presente che questi ultimi (intendendo con “indigeni” i messicani rimasti fedeli ai loro costumi, e non i generici “indios”, che costituiscono la larga maggioranza della popolazione), hanno patito un’emarginazione voluta non da un potere straniero, bensì dalla minoranza creola o meticcia che ancora domina il Messico. Più che i massacri dei conquistadores, pesa sulla storia messicana una questione razziale latente che spesso si mescola a una questione sociale palese. Devo però aggiungere che ciò pare sfuggire alla percezione comune, e che uno straniero ha maggiori capacità di un cittadino messicano di cogliere la sostanza del problema.

Quale giudizio si sente di esprimere sull’ attuale politica messicana?

Non saprei. In Messico, la politica è un vulcano in perenne ebollizione. Il potere ufficiale coltiva un rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, sia sul piano economico che su quello culturale. A livello sociale la situazione è meno nitida e il paese è letteralmente spaccato in due. Una parte della società, non catalogabile con le forze politiche istituzionali, non ha accettato la vittoria più o meno genuina di Calderón. Esiste addirittura un “controgoverno” di sinistra capeggiato da Andrés Manuel López Obrador, che si proclama “presidente legittimo”. Il risultato di queste tensioni è una forte perdita di credibilità del Messico sul piano internazionale. Ciò forse dipende dal fatto che il Messico, “padre morale” dell’intera America Latina, vive la contraddizione di sorgere a fianco degli Stati Uniti, in un momento in cui l’intero continente, guidato da una serie di presidenti più o meno “eretici” (Chávez in Venezuela, Morales in Bolivia, Correa in Ecuador, Kirchner in Argentina, Lula in Brasile, Ortega in Nicaragua, ecc.), si sta ribellando a Bush e al “neoliberismo” di cui ha tentato di essere l’alfiere.

Lei riserva particolare attenzione ad un’umanità corale, lasciando sullo sfondo personaggi emblematici. Un affresco composito, esplicativo di una sua particolare ideologia?

Ho voluto che protagonista de Il collare spezzato, come del precedente Il collare di fuoco, fosse la storia, e che i personaggi ne fossero trascinati anche a prescindere dalla loro volontà. Ciò accade anche allorché, in primo piano, vi sono figure illustri, come il futuro presidente Álvaro Obregón. Non si tratta di una posizione propriamente “ideologica”: in Guerra e pace Tostoij dedica molte pagine, equivalenti a un vero e proprio saggio, agli sviluppi della battaglia di Waterloo al di là della volontà di chi vi partecipava, inclusi Napoleone e i suoi generali. Nei miei due romanzi sul Messico ho voluto rendere una sensazione simile di ineluttabilità. Le forze complessive in campo contano più che le intenzioni individuali. Se vale per un generale, vale a maggior ragione per chi partecipa ai grandi eventi in veste di comparsa.

C’era una volta il West, Giù la testa, pellicole che ritornano in mente leggendo il libro. Un tributo al western all’italiana?

Un po’ sì. Pare strano, ma lo sgangherato “spaghetti western” ha offerto, su certi aspetti della rivoluzione messicana, interpretazioni abbastanza plausibili. Penso non solo a Leone, ma anche a film ritenuti a torto minori come Quien sabe? o Tepepa (che, tra l’altro, è la biografia romanzata di un personaggio realmente esistito, cosa che in Italia pochi sanno). La narrazione pigra, intervallata a frenetici e raggelanti scoppi di furore, che connota queste pellicole, secondo me restituisce molto bene il “ritmo” della rivoluzione.

Quando ha cominciato a interessarsi al Messico? Come definisce questa terra? Quale futuro crede le spetti?

A metà degli anni Ottanta, per una serie di vicende personali, finii in Nicaragua. Il paese mi incantò. Da quel momento rimase in me il sogno di tornare in America Centrale. Quando un amico mi propose di trovare compratori per una villetta che aveva a Puerto Escondido, nel Messico meridionale, non mi feci sfuggire l’occasione di comperarla io. Ciò accadeva circa cinque anni fa. Sebbene vada laggiù un paio di volte l’anno, non azzarderei tentare una definizione lapidaria della realtà messicana. E’ composita e contraddittoria, vi si accavallano ricordi e frustrazioni. Credo che troverà una propria precisa collocazione, e dunque un proprio futuro, quando riscoprirà di essere la punta di diamante dell’America Latina, e non l’appendice miserabile di un impero morente colmo di disprezzo per chi lo circonda.

Il collare spezzato consente di formulare più di una riflessione sull’ avvicendarsi di diversi orientamenti politici. Studi ed esperienze quale visione hanno in lei infuso della storia?

Credo di essere stato il primo scrittore a sottolineare, in forma narrativa, che in Messico il comunismo ebbe fortune scarse, mentre vi prevalsero l’anarchismo, l’anarcosindacalismo e la socialdemocrazia. Ho anche posto in evidenza la nullità ideologica del cosiddetto “liberalismo”: in Messico definivano se stessi “liberali” tanto i peggiori tiranni quanto i loro oppositori. Certo non è frequente che un romanziere – autore, per di più, di romanzi d’avventura – si interessi a certi temi. Il fatto è che provengo da una formazione non letteraria, bensì politico-sociologica. Di conseguenza non credo di scrivere “romanzi storici”, ma storico-politici. Non è la stessa cosa.

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